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domenica 21 agosto 2016

A ognuno i burkini suoi.

I fronti pro e contro i burkini sono eterogenei quanto quelli sul referendum costituzionale. Se sono i centimetri quadrati di femminile epidermide scoperta a difendere l’occidente almeno in luglio e agosto non si corrono pericoli. Per l’inverno è altra storia. Sulla questione non è intervenuto Maurizio Gasparri e neppure Lorenzo Guerini, ma non bisogna farci l’abitudine. In compenso l’ha fatto la Serracchiani, non tutte le ciambelle escono con il buco.

Bikini, burkini e costumi interi: a ciascuna il suo
Che sulla questione dei burkini nel Belpaese si aprisse una polemicuzza agostana tutto sommato ce lo si poteva anche immaginare. Che ci fossero prese di posizione da parte di Santanché e Salvini e Meloni e poi di Maroni e via imbruttendosi,invece pure. Vuoi mai che si perda in agosto la capacità di  dichiarare. Che però il Gasparri Maurizio abbia taciuto sull’argomento è stata una piacevole novità. Ha taciuto anche Guerini. Però a questi silenzi non bisognerà affatto abituarsi. Purtroppo. Al loro posto ha parlato e scritto la Serracchiani che, beata lei, ha un’opinione su tutto. Così come è stato per contrario spiacevolmente ridicolo leggere che «il burkini è incompatibile con i nostri valori» L’ha detto Manuel Valls, primo ministro di Francia. Adieu libertè egalitè  fraternitè. Roba vecchia di quasi due secoli fa che Manuel Carlos Valls i Galfetti, migrante di Spagna non è tenuto a conoscere. Con ciò dimostrando che anche le bischerate sono globalizzate e non ci sono reti e filo spinato che tengano. Peccato. Comunque l’idea che i valori dell’occidente siano legati alla quantità di centrimetri quadrati di epidermide esposti dalle donne è nuovissima e dovrebbe tranquillizzare. Almeno nei mesi di luglio, agosto e parte di settembre l’occidente è ben difeso. In inverno invece ce la si batte alla pari.

I due italici fronti, pro e contro burkini, sono eterogenei quanto basta. Quasi quanto quelli che si  contrappongono al prossimo referendum sul cambiamento della costituzione. In quello contro stanno abbracciati i sunnominati Santanché-Salvini-Meloni-Maroni e inopinatamente Paolo Flores D’arcais, Lorella Zanardo che non approva il burkini perché una volta bagnato si riempie di sabbia, e la filosofa Donatella De Cesare con la quale di tanto in tanto sono d’accordo, ma non questa volta. Credo se ne farà una ragione.

Il fronte se non proprio pro burkni, almeno tollerante, è eterogeneo quasi quanto quello del NO al referendum e va dal cardinale Pietro Parolin, al suo antipatizzante Giuliano Ferrara alla sociologa Chiara Saraceno. Quest’ultima ha sostenuto, pur come ovvio non approvando la scomoda bardatura, che il burkini potrebbe essere un passo, magari piccolo, per l’emancipazione della donna islamica. Anche perché, ha sottolineato, «l’alternativa al burkini non è il bikini ma più semplicemente stare a casa. Non andare in spiaggia.» Con ciò dimostrando che c’è chi parla di quello che sa e chi sa di quello che parla. Alleluja.

L’idea di mandare vigili a pattugliar le spiagge e a far multe alle signore che non vogliono spogliarsi sarebbe piaciuta a Dino Risi che ne avrebbe tratto un esilarante episodio per la sua collezione di Mostri. Al senso del ridicolo non c’è limite. Senza contare che vigili o poliziotti o carabinieri furono mandati sulle italiche spiagge, a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, con manuale d’istruzione e righello per misurare le dimensioni dei due pezzi. Sotto una certa misura scattava la multa. In quel caso si temeva che l’occidente sarebbe stato distrutto dalla troppa epidermide esposta. All’epoca l’occidente doveva essere debolissimo. C’è da scommettere che gran parte degli antiburkinisti di oggi sarebbero stati contro i bikini di ieri e viceversa.

Infine che proprio il sindaco di Cannes, crogiolo di libertà e di anticonformismo, si metta a discettare sui costumi da bagno e ad approvare questi e vietare quelli racconta di come l’occidente si senta debole. E di questo ci si dovrebbe preoccupare ed occupare.  Dopo di che: ognuno si faccia bellamente i burkini suoi.   


sabato 25 giugno 2016

La Corte Costituzionale dice sì alla bambina con due mamme. Bene per adesso ma quando sarà adolescente?

Va bene l’interesse del minore nella fase dell’infanzia e della pubertà, ma questo interesse sarà lo stesso in quella dell’adolescenza? Avere due mamme può essere uno svantaggio per una ragazza. Chi se la sente di affrontare due suocere?L’adozione a tempo potrebbe essere una soluzione. Bene comunque che abbia trionfato il buon senso con buona pace di Alfano e company.

Una bambina con due mamme
E così la Corte Costituzionale ha stabilito in modo inequivoco che in una coppia dello stesso sesso la figlia o il figlio biologico di uno dei due partner può essere adottato anche dall’altro.  L’ha fatto, ovviamente, da par suo e cioè in punta di diritto considerando e ponzando sia sulla legge cosiddetta Cirinnà sia su quanto precedentemente la giurisprudenza aveva già fatto suo e , a fortiori ratione, rientra addirittura nel senso comune. Che proprio perché comune questo senso sfugge alla comprensione di Angelino Alfano e della sua piccola congrega, così come a personaggi di indubbia levatura e caratura come il Gasparri Maurizio o il Giovanardi Carlo, giusto per portare ad esempio due dall’acuminato sapere. 

Il senso comune vuole che in una disputa che veda coinvolto un minore il giudizio debba tener conto dell’interesse di questo e di null’altro. Ora detto così può parere fin troppo facile ed ecco allora la motivazione, orpellata come si conviene, che la Consulta, mai così benemerita, ha scritto: «Si rileva che la legge del 20 maggio 2016, numero76 (regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze) entrata in vigore il 5 giugno, non si applica, ratione temporis, ed in mancanza di disciplina transitoria, alla fattispecie, dedotta in giudizio.» Il che, chiarissimo per il Gasparri ed il Giovanardi, tradotto per i comuni mortali, significa che la legge sulle unioni civili non c’entra in modo alcuno con la decisione se far adottare un bimbo oppure meno alla compagna (nel caso specifico) della mamma o al compagno del papà. E questo in base alla legge 184 del 1983 che disciplina le adozioni in generale. La qual legge 184 stabilisce che nel processo adottivo va tenuto conto dell’interesse del minore che è prevalente rispetto a quello degli adulti. E fin qui a parte quelli dall’acuminato sapere ci si poteva arrivare facilmente. E quindi evviva che anche la Consulta ci sia arrivata. Evviva Evviva.

Però, come in tutte le grandi questioni che toccano la summa del pensiero e della vita c’è anche un però. In termini pratici l’interesse del minore non è dato una volta per tutte, come sempre, non è che la briscola sia la stessa ad ogni partita. Il minore evolve nel tempo e il suo interesse, che deve prevalere sempre su quello dell’adulto, può anche cambiare di segno. Ed arrivare pure al suo opposto. Quindi se è lecito oltre che ragionevole, pensare che una bimbina, intesa qui come sineddoche,  di tre, ma pure di quattro e foss’anche nove anni abituata a vivere con due mamme veda nel suo interesse essere adottata da quella che non l’ha partorita, la stessa cosa con uguale facilità non può essere data per assodata nel momento in cui questa passa dalla pubertà all’adolescenza. Poiché l’interesse di una adolescente è di molto diverso da quello della bimbina che fu. L’adolescenza è quella fase della vita nella qualle all’affermazione «Di mamma ce n’è una sola» di solito risponde «E meno male»

Una adolescente già soffre di suo la presenza di una sola mamma, asfissiante, impicciona e ficcanaso quanto basta, figurarsi cosa significhi per lei combattere e difendersi da due dello stesso genere che per definizione hanno le stesse caratteristiche essendo ambedue mamme. Si provi un po’ a ricordare il risveglio del mattino e la ciabatta “educativa” e si moltiplichi il tutto pr due. Se già è difficile nascondere il diario ad una, che al confronto Sherlock Holmes è un pivello, diventa  missione impossibile, nasconderlo a due. Senza contare poi il controllo pre uscita fatto doppio, il dover mostrare d’avere indossata la condottiera due volte, nonché sottostare al doppio interrogatorio in fase di rientro. E il doppio controllo sulle date fatidiche. E anche la doppia spiegazione del perché piaccia quel ragazzo e non quell’altro e alla fine doversi sorbirsi il doppio predicozzo sui fatti della vita. Per non dire del doppio racconto e del doppio pianto per le pene d’amore. Uno strazio. Che se si passa la vita stressate dai genitori e angariate dai figli (se ci saranno) la prima parte con due mamme deve essere assolutamente mortale. 

Senza dire degli effetti collaterali che colpiscono chi per sua ventura si trova a gravitare intorno a questa bizzarra famiglia e che magari di mamma ne ha una sola (beato). Questo non si capaciterà di dover sottostare allo sguardo indagatore delle due mamme della fidanzata. E delle doppie critiche. Problema mica da ridere. Quanti in coscienza avrebbero l’ardire di affrontare due suocere? E dover trangugiare la famosa zuppa della suocera che poi sono due? Cioè anche due zuppe? E magari essere costretto a chiamare entrambe mamma con l’incredibile situazione di averne addirittura tre? Detto seriamente potrebbe essere addirittura causa di divorzio per crudeltà mentale. Senza contare che: quanto può essere viziato un bambino con tre nonne?
Tutto ciò considerato varrebbe la pena che qualcuno dei sonnolenti parlamentari considerasse con la dovuta serietà la questione e sollevasse le fondamentali obiezioni di merito fino alla proposta di  legiferare sul fatto che l’interesse del minore con due mamme lo si debba considerare “a tempo”.  E dunque vada rinegoziato, come il debito di Roma, considerandolo variabile dipendente dall’età dell’adottato.
Comunque bene che la Corte Costituzionale sia intervenuta per rendere il buon senso parte integrante del diritto con tanto di sentenza. Non capita spesso.


martedì 19 maggio 2015

Per fortuna c’è Gasparri a difendere i pensionati.

Nel 2011 disse che votava per il provvedimento Fornero perché «persone serie, leali e coerenti» Poiché solo gli imbecilli non cambiano idea ha cambiato idea. Oggi dice: «Perseguiteremo questo cialtrone di Renzi» Che non vuol dare i soldi ai pensionati.

I pensionati d’Italia, soprattutto quelli con delle piccole, per non dire misere pensioni, stanno intonando tutti in coro in ogni angolo del paese: «per fortuna che Maurizio c’è.» Maurizio nel senso di Gasparri. Chi altri.

Novello Robin Hood l’onorevole Gasparri ha deciso di raccogliere tutte le sue capacità, senza tralasciarne neanche una, e metterle al servizio della nobile causa dei poveri e bistrattati pensionati. Altro che la Carla Cantone che di questi si occupa solo part time e con delle comparsate dalla Gruber.

Tra tutti quelli dell’opposizione il Gasparri si sta dimostrando l’osso più duro: una sorta di Shwarzenegger o uno Stallone, degli umili e degli oppressi. Da solo vuole mettere in ginocchio tutto il governo, Renzi incluso, infido principe Giovannni sostenuto da quel truce Padoan che assomiglia sempre più al perfido sceriffo di Nottingham. E magari, già che c’è, intende iniziare finalmente anche quella rivoluzione che vagheggiava quarant’anni quando i suoi camerati romani lo insignirono del titolo di “pinocchio logorroico”. Oddio la nasella gli è rimasta e anche una certa logorrea.

L’ultima sua dichiarazione, sempre che sia l’ultima, ma se ne dubita, suona così:«Se il governo limita i rimborsi fa un attentato alla Corte costituzionale perché verrebbe aggirata la sentenza: non vogliamo trucchi» Accompagnata da un: «Perseguiteremo questo cialtrone di Renzi tutti i giorni, non riusciranno a farla franca e se ci sarà un decreto daremo assistenza a tutti». Che nelle sue intenzioni significa essere disposti a «offrire assistenza legale ai cittadini danneggiati dalla riforma del governo Monti e che ora rischiano di veder negati i loro diritti». Va bene che avrà messo qualche soldo da parte, è stato deputato per cinque legislature e da altre due occupa uno scranno da senatore, ed è stato pure ministro, ma tutti i suoi poveri risparmi non saranno sufficienti a sostenere una gigantesca azione legale. La sua generosità sta andando al di là di ogni ragionevolezza. Neanche il vecchio samaritano e neppure i monaci cistercensi o i francescani o le carmelitane dai piedi scalzi arriverebbero a pensare quello che lui sta dichiarando.

Ma non sempre l’ha pensata così. Poiché solo gli imbecilli non cambiano mai idea lui, l’idea, l’ha cambiata in soli quattro anni. Era il 22 dicembre del 2011, quando come capogruppo del Pdl al Senato rivendicò con forza che il suo partito si era battuto per «una maggiore indicizzazione delle pensioni» E per essere chiaro, al momento della votazione aggiunse: «Ci sono quindi in questa manovra luci e ombre, ma il Popolo della Libertà ha assunto una posizione seria e coerente e, come ha già detto alla Camera il segretario del nostro partito Alfano, voteremo favorevolmente perché siamo persone serie, leali e coerenti e non sono cambiate le condizioni che hanno portato a sostenere la nascita di questo governo».Che era quello di Monti e della Fornero. E mentre i suoi si spellavano le mani concluse dicendo che: «Del resto, abbiamo sempre messo al primo posto il bene dell’Italia e oggi il caos non sarebbe il bene dell’Italia».


Silvio Berlusconi non se l’avrà a male se i pensionati intoneranno «per fortuna che Maurizio c’é» in fondo molti sono suoi coetanei e lui, il Berlusconi, ha dichiarato di essere fuori dalla politica. Magari non ci fosse mai entrato, ma oramai la frittata è stata fatta.

domenica 1 marzo 2015

Twitter e la politica

I social network fanno audience i politici ci si infilano. Il punto non è che stiano lì quanto il come ci stanno. Quattro modi d’esserci: dai comunicatori ai cazzeggiatori. I compulsivi come Brunetta e Salvini. I censori come Gasparri, Giuliano Ferrara e ovviamente Brunetta.

I politici che frequentano twitter si possono dividere, ovviamente con la tara delle schematizzazioni, in quattro categorie: a) i comunicatori b) i ritwittatori, c) i segnalatori e d) i cazzeggiatori, che talvolta sono anche cazzari, Naturalmente non si tratta di categorie rigide, può capitare, e capita spesso, che la stessa persona sia presente in due o più cluster. L’uomo non è di legno.

Principe della prima categoria è  Renzi Matteo. Forse è stato il primo a capire le potenzialità del mezzo e soprattutto ad utilizzarlo con precisione. La sua iscrizione risale al gennaio 2009 ed il suo primo  tweet di cui si abbia traccia è del 18/4/13, era ancora sindaco, e racconta: «In Piazza Dalmazia ad inaugurare un nuovo fontanello: beneficio per l’ambiente, un risparmio per le famiglie #coseconcrete m#firenze» Poi  sono venuti tutti gli altri che ad oggi assommano a 4.267, neanche poi tanti quanto sembrano, ma il paradigma è rimasto immutato: Matteo Renzi (sindaco o premier) lavora per il bene della collettività ed è impegnato in cose concrete e il domani sarà radioso. Pochi i tweet fuori schema, il più famoso «#Enricostaisereno» (17/01/14) e il più recente «Evitato il cucchiaio di legno. Strepitosi gli azzurri del rugby #seimnazioni» (28/02/14) Mediamente ritwitta quasi nulla. 

In questa categoria si iscrive anche Brunetta Renato, (febbraio 2009), twittarore comulsivo (19.400 tweet) e può arrivare anche a 18/20 tweet giornalieri (28/02/14) pure se molti sono ritwit. In genere i suoi messaggi fanno riferimento ai fatti del giorno, sono polemici e qualche volta, come ti sbagli, anche astiosi. Il suo primo riferimento è il Mattinale, il suo notiziario che esce di pomeriggio. Se poi qualcuno gli fa notare che per l’orario d’uscita il gazzettino dovrebbe chiamarsi Pomeridiale o risponde con uguale polemica ai suoi pensierini si adombra ed impedisce al reprobo di seguirlo oltre e per colmo della beffa si autocensura. Come dire: la storia del marito che si evira per far dispetto alla moglie gli si attaglia.  Quindi il Brunetta sta in tre categorie: i seri (nel metordo), i ritwittatori e i cazzeggiatori, sottocategoria cazzari. 

Pure Matteo Salvini, usa il mezzo con puntualità ed intelligenza di metodo, nel giudizio i contenuti non sono ovviamente compresi. Si è iscritto tardi (marzo 2011) ma ha recuperato il terreno perduto (9374 tweet). Compulsivo anche lui: un centinaio di tweet nella sola giornata del raduno romano e comunque almeno una decina la sua media giornaliera.  Polemico verso tutti accetta le polemiche che lo toccano, anche se non risponde e tutto sommato ritwitta poco.

Nella categoria dei ritwittatori (talvolta anche frenetici) stanno in genere figure di seconda schiera che, in genere, hanno poco da dire e si contentano di rilanciare messaggi altrui perché a loro favorevoli. Categoria affollata c’è solo l’imbarazzo della scelta: Ravetto, Misiani, Gelmini, Speranza Gasparri, Moretti, Adinolfi, Scalfarotto …

I segnalatori sono quelli che hanno preso twitter per la loro agenda personale e quindi segnalano con puntualità a quale trasmissione radio o tv o convegno o seminario o conferenza o sagra del formaggio parteciperanno. C’è addirittura chi squaderna la sua fatica giornaliera. Che è come dire«guardate quanto sto lavorando.» Che ci mancherebbe altro.  Il messaggio tipo: «tra poco (ore18,30) all’italian book shop di Londra a parlare di informazione costituzionale con amici e compagni del pd Londra» (Scalfarotto) oppure :«In viaggio per Bologna per Stati Genere le #donne ER e questo pomeriggio ad Ancona per inaugurare Casa Demetra» (Fedeli) O anche «giovedì 19 #opensenato, h 8,30 commissione, h9,30/15 #votofiducia #decretoIlva, h16 aula interrogazioni #Stefy2015» (Pezzopane) E anche «Cari amici, Tra poco sarò in diretta su RTB- Retetelebrescia #sempresulterritorio» (Lara Comi)   Che in verità è quello che ci si aspetta da un deputato o da un senatore: che lavori. Come se Cipputi twittasse: «h7,15 timbro cartellino, h7,30 inizio turno, h7,31 primo bullone avvitato, h 9,30 pausa bagno ……» ma Cipputi non può twittare.


Infine i cazzeggiatori (qualche volta cazzari) sono quelli che scrivono tutto  quello che gli gira per la testa. Ci sono quelli che, con il giusto grado di demagogia, vogliono dimostrare di essere come tutti i mortali quindi inneggiano alla squadra del cuore: «Due giorni a #RomaJuve Riviviamo la storia della sfida in meno di un minuto» (Boccia) O quelli che cercano un lavoro alla Rai: «@storace giornalista professionista da tempo quasi quasi faccio domanda pure io…» la firma è di Gasparri. Più comico di così. Ancora: «Ieri al lavoro fino a notte inoltrata alla Camera. Si ricomincia stamani con un unico obiettivo: cambiare l'Italia #lavoltabuona» ( Maria Elena Boschi) Nella sub categoria dei cazzari ci sono quelli che non vogliono essere letti: uno è Brunetta e s’è già detto poi ci sono Gasparri, non poteva mancare, e Giuliano Ferrara che si firma @ferrarailgrasso. Degli insultatori non si dice. Non vale la pena.

giovedì 19 febbraio 2015

Twitter: Maurizio Gasparri si autocensura per Castruccio Castracani.

Maurizio Gasparri impedisce a tre follower di seguirlo. In compagnia di Castruccio sono La Vera Cronaca e Pippo Caricato. Il senatore ha oltre 58.000 follower  e solo a questi tre impedisce di seguirlo e leggerlo. Viene lanciato l’hashtag #mauriziogasparrifattiseguire. Detto senza malizia.

Si stenta a crederlo eppure è vero: Maurizio Gasparri ha deciso di autocensurarsi. La cosa avrebbe quasi del miracoloso se sotto sotto, ma proprio sotto, non ci fosse il trucco: si tratta di un’azione limitata e non rivolta erga omnes. Bello ed anche con una certa valenza civica, sarebbe stato se l’ex colonnello di Gianfranco Fini nonché partner di Ignazio La Russa nella corrente di An che, con sfoggio di creatività era stata battezzata «Destra in movimento», denominazione che dava adito a non poche ironie dentro e fuori il partito per un certo sentore di lubrico, avesse deciso di autocensurarsi completamente, ma così non è stato. D’altra parte una punizione per essere esemplare deve per sua natura essere selettiva. Nel primo caso poi più che una punizione si sarebbe trattato di una liberazione. Ma tant’è.

Tornando ai fatti: il Gasparri Maurizio, con atto unilaterale e anche di una certa arroganza che si potrebbe tacciare quasi di fascismo, ma quello staraciano che faceva sganasciare,  ha deciso di non far più leggere i suoi tweet a due frequentatori del social network e segnatamente a Vicario Imperial alias Castrucccio Catracani e La Vera Cronaca. Dopo qualche ora a questi è stato aggiunto anche Pippo Caricato non conosciuto ai due ma alla pari dolente compagno di sventura.  Ché vedersi portar via il pallone da quello dispettoso solo perché ne è il proprietario fa male due volte.

Atto d’imperio, la censura, e tanto più odioso quando viene selettivamente attivato. Un po’ come i film vietati ai minori di 14 anni. Un conto sarebbe stato se l’autocensura gasparriana fosse  stata applicata a tutti i suoi follower che sono oltre cinquantottomila e altro che solo quei tre poveri tapini siano stati inibiti dal poter leggere le gasparrate. Non c’è giustizia in questo mondo. Nel primo caso, con il pianto nel cuore e l’ira più iraconda, per le mancate risate, ci si sarebbe consolati con il classico «mal comune mezzo gaudio» ma in quello in questione resta solo la disperazione degli esclusi. Che è il peggio del peggio Solo questi tre condannati a non poter vedere la sintassi italiana bistrattata e fatta a brandelli o a non leggere Nazareno scritto con doppia zeta o a perdersi affermazioni paradossali confliggenti con il buon gusto ancor prima che con la logica. O altre simil razziste o simil omofobe: insomma a perdersi il meglio della produzione gasparriana. E poi perché solo questi tre? Non è dato sapere.

Si può comunque facilmente immaginare lo scoramento dei tre quando arrivati sulla pagina di Maurizio Gasparri hanno clickato sul bottone «segui» e anziché aprire il magico mondo hanno visto l’orrida scritta «Ti è stato impedito di seguire questo account su richiesta dell’utente» Certo a tutta prima si può immaginare che un moto di orgoglio abbia riempito i loro cuori:«l’olimpo Gasparri mi conosce» per poi lasciar spazio allo scoramento «non potrò mai più leggerlo. Salvo che non mi crei un nuovo account e lo segua in incognito.» Magia del web.. Già perché fatto il divieto immediatamente si trova il come aggirarlo. Specialmente quando il divieto è stupido. E in ogni caso decine di amici sono pronti a far circolare i 140 caratteri gasparriani in forma di samizdat.

Uno dei tre, il più legalitario, per por fine al barbaro divieto vuole ricorrere al Tar del Lazio e poi alla Corte di Cassazione e se necessario anche ai paracadutisti della RAF: nessuno può limitare la libertà di stampa e tantomeno Maurizio Gasparri a sé stesso.  Un altro, più tecnologico intende dar battaglia sul medesimo terreno e lancia l’hashtag: #mauriziogasparrifattiseguire. E che nessuno in questo vi legga malizia. Del terzo non si sa.

martedì 19 agosto 2014

L'orsa, l'asino e i citrulli.

Un’orsa fa l’orsa un asino fa l’asino e i citrulli al solito fanno i citrulli. Orsa e asino sono facilmente identificabili i citrulli sono una massa in continuo movimento ed evoluzione. La citrullaggine non è cosa solo italiana, di citrulli ce ne sono anche all’estero.

Le cronache degli ultimi due giorni sono state centrate su due simpatici animali un’orsa e un asino e una categoria che non è in via d’estinzione. Anzi.: i citrulli.
Andando con ordine il primo posto per serietà e rispetto delle leggi di natura spetta all'orsa. Si chiama Daniza  ed è una dei 100 esemplari che staziona in Italia.  Daniza è assurta agli onori della cronaca perché ha fatto l'orsa, cioè si è comportata come un orsa. Avendo recentemente partorito due begli orsetti e sentendoli aggrediti da un bipede cercatore di funghi li ha difesi. Attaccando l’estraneo. È normale. In situazioni del genere l'orsa sa fare solo l'orsa. Perché stupirsi? Soprattutto se si cercano funghi e si incappa in due orsacchiotti e li si vede a trenta metri di distanza il buon senso dei non citrulli dice di allontanarsi velocemente e non di nascondersi dietro un albero. E poiché l'orsa si è comportata da orsa sarebbe da citrulli abbatterla cioè sparargli che vuol dire ucciderla. Tutto il mondo, specialmente quello anglosassone animalista da sempre, ne ha già parlato il Guardian, definirebbe il fatto come un atto di pura barbarie e l'immagine del Paese e quindi anche il turismo ne soffrirebbe.  Lega nord e Forza Italia chiedono invece il blocco del programma che ha riportato gli orsi nei boschi italiani, sostenendo che questo «danneggia il turismo.» Quindi chi sono i citrulli?

Pimpon è il nome di un asinello di circa 19 anni costretto dal suo padrone, un francese, a portarsi in groppa oltre 100 chili di materiale vario con l’obiettivo di arrivare a Roma essendo partito Santiago di Compostela. Giustamente il povero animale viene sequestrato dalla pubblica autorità per motivi di evidente umanità, verrebbe da dire animalità, essendo piagato e male in arnese. Ma la legge dei citrulli è sempre all’erta e quindi per ritardi burocratici e di non trasmissione degli atti l’asinello finisce il periodo di sequestro e torna nelle mani dell’aguzzino. Sembra di assistere nuovamente al bellissimo film, anche lui francese, intitolato Au hasard Balthazar la storia di ingiustizie e nequizie è la stessa. Comunque per farla breve la cronaca racconta di due sequestri, una ricca offerta in denaro, rifiutata, di una telefonata del console francese, della dichiarazione della Direzione generale del ministero della Salute in difesa del quadrupede, di un tentativo di rapimento dello stesso da parte dell’orrido proprietario, di un inseguimento del rapitore da parte della polizia e alla fine di un ulteriore sequestro dell’asinello da parte dell’autorità italica. Il fatto inizia il 16 di giugno e finisce, si spera, il 13 di agosto. Quasi due mesi. Chi sono i citrulli?

Citrullaggine internazionale.  A Tel Aviv si celebra un matrimonio. Fatto di per sé poco rilevante se non per gli sposi. Errore. Lui è arabo e lei è ebrea, da due giorni convertita all’Islam. Vien da dire «saranno fatti loro.» Di nuovo errore. Un partito della destra ebraica insorge. Il tribunale di Tel Aviv permette ai dimostranti di esprimere la propria contrarietà al fatto: quando la citrullaggine prende le vesti della giustizia. Però c’è un però: i dimostranti possono manifestare ma solo a duecento metri di distanza e rinchiusi in appositi recinti sorvegliati dalla polizia a cavallo. Quando la citrullaggine ancorché legalmente vestita dimostra di non saper scegliere.

Citrullaggine nazionale. Viene intervistato dal Corriere della Sera il ministro del Lavoro Giuliano Poletti da Imola. Per chi non lo sapesse Imola era definita «la città dei matti» perché di manicomi dall’inizi dell’800 ne aveva ben due: il Manicomio centrale e il manicomio dell’Osservanza, vere città nella città. Sarà un caso. Poletti ha parlato di pensioni, di contributi di solidarietà da prelevare da quelle più alte e per definire queste ha sibillinamente aggiunto «dipende da dove si mette l’asticella.» neanche si trattasse degli europei di atletica. A stretto giro gli hanno risposto Mariastella Gelmini, quella della galleria del neutrino, e Gasparri quello che firma leggi che non ha scritto e nemmeno letto. E poi sono intervenuti anche Edoardo Patriarca deputato pd ignoto ai più e l’ex lega ambiente, ex socialista, ex forzista, ex ministro ed attuale, chissà per quanto, Ncd Maurizio Sacconi. Chi sono i citrulli? Nessuno si azzardi a rispondere: gli italiani.

venerdì 20 giugno 2014

La settimana del bon ton

Ecco i veri maître a penser della finezza: Maurizio Gasparri,  Silvio Berlusconi,  Vittorio Feltri e l’imperdibile Antonio Razzi. Bonjour finesse.

Nel  Paese più dadaista che c’è questa è stata la settimana del buon gusto. O se si vuole essere raffinati del bon tonE quindi ecco i veri maître a penser della finezza. Tra questi come non trovare (rullo di tamuri) Maurizio Gasparri,  (rirullo di tamburi)  Silvio Berlusconi,  (trirullo di tamburi) Vittorio Feltri e l’imperdibile (quadri rullo di tamburi )Antonio Razzi. Così non ci si fa mancare nulla. In realtà ci sarebbero altri scalda scranni del parlamento e pure altri giornalisti. Ma questi  quattro sono più che sufficienti.  Altrimenti si fa indigestione. Bonjour finesse.

Magliette e cene eleganti
Si parte dall’abruzzese più irriso dagli italiani: Antonio Razzi.  Ha fatto stampare, a spese sue si spera, delle chiccose magliette (confezionate, forse, nella Corea del Nord)  con il suo marchio di fabbrica, fine ed elegante.: “te lo dico da amico, fatti li …zzi tua.” Che magari se li facesse per davvero i …zzi sua l’Antonio, ma lontano dal parlamento, sarebbe un bene per tutti meno che per uno: Maurizio Crozza. Naturalmente Razzi ha pensato bene di omaggiare tutti i suoi amici con tanto fine cadeau. E tra gli amici, non poteva mancare l’amico più amico, quello al quale il Razzi Antonio sarebbe anche disposto a regalare un rene, dato che questi gli ha regalato un posto al senato. Con vitalizio annesso.  L’amico in questione è noto per la sua abilità ad organizzare cene eleganti ed in queste la razziana maglietta non sfigurerebbe affatto. Anzi sarebbe  il giusto tocco di classe, la ciliegina sdulla torta. L’amico in questione è il Berlusconi Silvio che ha commentato il dono dicendo: “te lo dico da amico …..” …Fine, vero? Che classe. Quando si dice che gli uguali si cercano e pure si trovano. Ahinoi.

La classe non è acqua
La classe non è acqua e questo si sa ma a maggior ragione lo dimostra  Maurizio Gasparri. Lui che ha un incarico di notevole prestigio istituzionale, è uno dei vice presidenti del senato un altro è Roberto Calderoli, giusto per fare il paio, dopo Italia Inghilterra  in un twitter  ha definito gli inglesi come boriosi e coglioni. Il twitter gli deve essere scappato mentre si guardava allo specchio. Ovviamente.

Il commento di Vittorio Feltri ha commentato un tuo post?
Feltri, come si sa, ha scritto un editoriale dal titolo «schifezze d’uomini», dedicato a Carlo Lisi, l’uomo che a Motta Visconti ha ucciso la moglie e due figli. L’ho criticato sostenendo che tra le schifezze d’uomini che circolano per il paese Lisi non si trova certo tra le prime posizioni. Il giornalista più educato d’Italia ha risposto con un twitter che recita: «le schifezze ci sono dappertutto anche tra i giornalisti ma anche fra chi li critica con veemenza eccessiva.» Da che pulpito. Goodmorning Babilonia.

L’albero del cocomero ha nominato il dadaista della settimana
Tutti i giovedì alle ore 19,00 Ryar web radio (www.ryar.net) manda in streaming la trasmissione  l’Albero del Cocomero al cui interno c’è la rubrica Costume Dadaista  che elegge il dadaista della settimana. La scorsa settimana si è aggiudicata la nomination e la vittoria  Claudio Cottarelli, commissario alla spending review, per la sua brillante idea di risparmiare tagliando la luce nelle città mentre in quella in corso il titolo di dadaista della settimana è toccato a Maurizio Gasparri. Non c’è stata storia, ha sbaragliato tutti gli altri concorrenti, e c’erano nomi di calibro, vincendo a mani basse. Ha vinto la competizione non solo per aver definito gli inglesi in quel modo ma, soprattutto per come ha reagito alle critiche ed in particolare a quella di Wired. Ha insultato tutti a raffica e a Wired ha riservato questo commento:  «wired non so chi sia, per viltà come tanti si cela dietro l’anonimato, serve nome e cognome per indicare a nettezza urbana».
Gasparri, Wired è una rivista internazionale distribuita in quasi tutto il mondo che si occupa di cultura, politica, scienza e, non ultimo tecnologia!!

Per questa volta a Vittorio Feltri è andata male, è stato battuto, da è un vero fuori  fuoriclasse,  ma si rifarà presto. Quasi certamente.

giovedì 27 febbraio 2014

Pierluigi ed Enrico: i due perdenti che si abbracciano

In Italia non c’è come morire o perdere perché si parli bene di qualcuno. Gli italici sono fatti così: prima aiutano a cadere e poi si prodigano in simpatia e pacche sulle spalle. Qui si tifa sempre per l’asticella. È successo anche il 25 di febbraio mentre la Camera (un po’ controvoglia) votava il governo Renzi. La regola vale per quasi tutti: non per D’Alema che è antipatico sempre, anche quando perde.





Se si nasce nel Paese del melodramma la scena madre ce la si deve aspettare e sorbire anche nella vita di tutti i giorni. Succede sempre. È un classico che non si può evitare. 
Il fatto di essere, millantandolo, un popolo di brava gente ha questo come effetto collaterale. E così non poteva non succedere che nel giorno del trionfo (anche se un po’ stitico) di Matteo Renzi si materializzasse il drammone strappa lacrime e strappa applausi. 
I protagonisti della sceneggiata, che di questo si è trattato, sono stati i due sconfitti: Pierluigi Bersani ed Enrico Letta. Entrambi conoscono troppo bene il copione e la parte quindi per loro è stato come bersi un caffè.

Il primo ad entrare in scena è stato Pierluigi che ha utilizzato  proprio il giorno della votazione della fiducia al rivale degli ultimi anni quale palcoscenico della sua rentrée. La notizia non era trapelata: grande colpo da maestro. È entrato zitto zitto e quatto quatto, secondo la l’adagio che «mi si nota di più se ci vado e non mi faccio notare» E infatti così è stato. L’hanno notato tutti, ovvio, e giù applausi. Ovvio. Che poi ad applaudire fossero proprio quelli che lui aveva messo in lista e soprattutto, nel listino dei nominati va da sé.  Erano proprio quelli che negli ultimi mesi si sono esercitati con grande successo nell’esercizio del salto della  quaglia. Quello che si sviluppa in tre step: bersaniano, ex bersaniano, renziano.  E nella squadra di governo di quelli ce n’è un tot e nel partito anche di più. La Marianna Madìa in questo è una campionessa e neanche fosse uno storione ha saputo risalire tutte le correnti fino ad arrivare a quella di Renzi. Ha saltato solo quella di Civati che tanto non conta una fava.

Comunque tutti erano dimentichi dei gravi errori commessi dal Pierluigi: aver accettato il governo Monti anziché imporsi per andare al voto, ma in quel caso la fifa aveva avuto il sopravvento perché per governare bisogna almeno avere l’idea, platonica, di esserne capaci. Poi ha scialacquato l’enorme vantaggio che aveva sulla destra facendo giochini scemi sulla smacchiatura del giaguaro. Quindi è andato a ripescare come presidente della repubblica uno che in lui non aveva nessuna fiducia, che farsi del male va bene ma insistere è un po’ da tarlucchi,  e infine anziché rivendicare il proprio ruolo di leader del primo partito si è fatto scavalcare dal suo vice. Che poi segretario del Pd diventasse Renzi stava nelle cose.L’aveva capito anche Gasparri.

Quando oramai la claque si era messa tranquilla è stata la volta di Enrico Letta. L’aria un po’ spaesata come di chi è lì per la prima volta s’è mutata nell’espressione, più intensa, di quello che sta per mandar giù un bel cucchiaio di olio di fegato di merluzzo. Che se poi glielo avessero dato per davvero quand’era piccolo gli avrebbero senz’altro fatto bene: così veniva su bello forte e poco democristiano. Ma non l’hanno fatto. Anche per lui grandi applausi da quelli che erano suoi amici e che, rimanendo amici, non l’hanno sostenuto fino in fondo. Probabilmente il buon Richetto stava ancora cercando di capire il senso di #enricostaisereno. Evidentemente deve aver saltato qualche ripetizione dallo zio Gianni. Evvabbé. 

Appena entrato il buon Richetto, che  a far l'elenco dei suoi errori non bastano le pagine, s’è guardato attorno spaesato e poi è andato da Pierluigi e si sono dati la mano e poi abbracciati e giù a darsi pacche sulle spalle come se questo bastasse a trasformare due perdenti in un mezzo vincente. Ma non è così che funziona. Un perdente è sempre un perdente. E due perdenti sono sempre due perdenti. E mentre andava in scena questa rappresentazione da libro cuore tutti di nuovo ad applaudire quasi a voler dire a Renzi «Lui sì altro che te» Renzi comunque non si è scomposto anche lui ha fatto clap-clap. Tanto non costa. E comunque il posto ormai è suo.

Strana razza gli italici che nella competizione sportiva tifano sempre per l’asticella e si dicono, sottovoce perché non sta bene, «adesso cade, adesso cade» e se succede subito a correre a consolare il perdente. I perdenti in questo paese sono simpatici e in qualche modo amati. Furono simpatici Veltroni e Prodi, lui addirittura tre volte, e anche Fini un pochetto, e adesso ovviamente il duo Pierluigi e Richetto.  Mentre i vincenti piacciono un po’ meno. Salvo naturalmente che non siano anche cialtroni: l’abbinata vincente-cialtrone invece piace. Guarda come è strano il mondo..


Come ogni regola che si rispetti anche questa gode della sua bella eccezione. Eccezione che ha alle spalle una lunga serie di sconfitte e ovviamente un nome ed un cognome. L’unico che non riesce simpatico neanche quando perde è D’Alema.


lunedì 27 gennaio 2014

Renzo Piano vuole rammendare l'Italia

L'architetto-senatore crede che un politico dovrebbe attenersi al giuramento degli eletti di Atene. Lasciare la città meglio di come la si è avuta in consegna. Non è necessario costruire il nuovo basta rammendare l'esistente. Nel progetto investe il suo emolumento di senatore a vita



Una dei recenti mantra di Renzo Piano, architetto nel mondo e senatore nella repubblica italiana, dice che l'Italia debba essere rammendata. Con ciò intendendo che, dal punto di vista architettonico ed urbanistico, già molto è stato fatto, non sempre bene nel precedente e nell'attuale secolo, ma soprattutto che quanto costruito non ha goduto di una adeguata manutenzione. Che poi è un modo carino ed educato per dire che mai questa è stata fatta. E che anzi proprio quanto è di recente costruzione specialmente nelle periferie delle città sia anche un bell'esempio di degrado. Di lì a dire che là dove c'è degrado delle cose non è difficile trovare anche il degrado sociale e, ovviamente, viceversa è passo abbastanza breve e comunque è un dato di fatto sotto gli occhi di tutti.

In genere ad ogni teorema corrispondono dei corollari e anche questo dell'architetto-senatore non fa eccezione.
Il primo corollario del teorema del rammendo recita che è inutile se non addirittura dannoso lavorare per l'esplosione delle città che al contrario dovrebbero implodere ovvero guardare al loro interno e lavorare sulle ristrutturazioni. E poiché la gran parte dei cittadini abitano in periferie si farebbe bene a partire da queste. D'altra parte due dati sono più che emblematici: in Italia ci sono oltre cinque milioni di appartamenti vuoti e si consumano otto metri quadrati di terreno al secondo. Che oggettivamente son numeri da far rabbrividire anche considerando che una bella fetta dello stivale è costituita da montagne. Quindi la domanda è: perché continuare a costruire?

Il secondo corollario è che metter mano al rammendo può portare anzi senz'altro porterebbe, per non dire in modo più direttivo che porterà, alla creazione di nuove professionalità e quindi nuovi posti di lavoro sia per i giovani sia, magari, anche per quelli meno giovani. Che molti di questi ultimi sono stati fatti accomodare su poltrone ben lontane dal lavoro sia dalla crisi finanziaria sia da discutibili scelte politiche, di norma ponzate da bonzi dell'economia che magari non sanno cosa voglia dire tenere sotto controllo un bilancio familiare. Così magari non si darà la colpa alle nutrie per il collasso di un argine, che, anche se vero, suona un po' buffo, oppure non ci si trova con una scuola su cinque che pare non sia in regola con le norme basilari della sicurezza. E pure, verrebbe da dire, del buon senso.

Per tener dietro a teorema e conseguenti corollari Renzo Piano ha deciso di impostare un progetto, d'altra parte è un progettista e fare progetti è il suo mestiere, e già che c'è anche di finanziarselo con il suo emolumento di senatore a vita. In questo modo i soldi dati alla politica tornano alla polis che è un bel circolo virtuoso. Che se anche altri senatori a vita seguissero l'esempio nessuno se ne adombrerebbe. Perché un'idea se non la si mette in pratica è solo una astrazione buona giusto per parlarne al bar. L'architetto-senatore ha battezzato il progetto con la sigla G124 che altro non è che il numero del suo ufficio nel palazzo del Senato nel quale stanno lavorando sei giovani architetti. Tre uomini e tre donne. Tutti italiani e con esperienza internazionale, ça va sans dire. I sei hanno un anno di tempo per presentare il lavoro che con ogni probabilità dimostrerà che crescita e sviluppo si possono coniugare anche con rammendo e non necessariamente con il nuovo. Probabilmente poche volte negli ultimi vent'anni e forse pure qualcuno di più, le stanze del Senato hanno avuto la possibilità di assistere a lavori e si immagina pure a discussioni effettivamente intese a lasciare meglio quello che si è trovato. Neanche a dirlo.

Già, perché proprio al giuramento degli eletti ateniesi fa riferimento Renzo Piano quando, in modo atipico per gli standard nostrani, definisce il concetto di politica. Per la cronaca il  giuramento suonava così: «Giuro di restituirvi Atene migliore di come me l'avete consegnata.» Se si dovessero giudicare con questa massima i politici di lungo corso che hanno scaldato gli scranni dell'italico parlamento negli ultimi cinque o sei lustri ci sarebbe poco da stare allegri. Non foss'altro avendo come parametro l'andamento del debito pubblico. Senza voler dire del numero degli inquisiti e condannati che in quei palazzi stanno dentro. Ma tant'è.

D'altra parte in Senato siede anche Maurizio Gasparri che commentò con fine umorismo la presenza di Renzo Piano alla seduta del 27 novembre (decadenza di Berlusconi) dicendo: «Non può fare come le tricoteuses che andavano ad assistere ai ghigliottinamenti. A Renzo Piano oggi gli mancano solo i pop corn per guardare lo spettacolo. Stavo pensando di fargli recapitare dei pop-corn, ma essendo vicepresidente del senato non l'ho fatto.»
Che Gasparri pensi che in Senato si tengano spettacoli lo fa acuto osservatore, che da lui non ce lo si aspetta. Che poi lui sia uno dei vicepresidenti non ne è altro che la conferma alla sua audace intuizione.

Poi, magari, ci si può divertire a confrontare biografie e reputazione degli attori in campo così si può dare specifica qualificazione allo spettacolo in scena: i tratta di una farsa.
Che poi a domandarsi se possa fare di più in Senato Renzo Piano con una sola presenza o Maurizio Gasparri in cento sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Una cattiveria. Ma forse salutare.



lunedì 6 maggio 2013

Ius soli, ius sanguinis. E se fosse solo ius cum grano salis?

Chissà perché gli stranieri vogliono diventare cittadini italiani. Forse per snobismo? Forse per vantarsi con gli amici di essere connazionali di Gasparri o di D'Alema? Come dovrebbe essere il cittadino italiano ideale? Secondo quale ius si dovrebbe ragionare

Il fatto è stranoto e se ne parla da molto tempo prima che la dottoressa (laurea in medicina con
Mario Balotelli e Cécile Kyenge: due italiani 
specializzazione in oculistica) Cécile Kyenge assumesse la carica di ministra (termine cui siamo meno adusi e quindi suona un po' strano) o ministro dell'Integrazione: chi nasce in Italia è italiano oppure no?
In realtà in prima battuta verrebbe da rispondere: dipende.
Già, dipende, ma da cosa? Anche qui, sempre in prima battuta e assolutamente spontanea, la risposta potrebbe essere del tipo: «Se è persona di buon senso, onesta, tollerante e magari anche affabile: sì. Se invece si tratta di un buzzurro di dura cervice retrogrado e per di pù sgrugno: no. O, per essere diplomatici: sarebbe meglio di no.»
Aspirazione di alto profilo ma purtroppo inapplicabile. E questo per due ordini motivi: il primo è che la cittadinanza si dà alla partenza del viaggio e quando nascono i bimbi, tutti o quasi (perché alcuni sono brutti fin da allora), paion belli e ricchi di speranza e poi non si sa come vanno a finire e alcuni si guastano col crescere. Il secondo é che, comunque, gli altri paesi del globo terracqueo ad avere il monopolio dei cretini non ci stanno. Non solo, ma fanno di tutto per diluire la loro quota di mercato nel settore. Quindi, qualcuno e negli ultimi tempi più di qualcuno, lo lasciano pure all'Italia. Anche perché come sostiene il mai troppo lodato Carlo M. Cipolla nel suo celeberrimo The Basic Laws of Human Stupidity la stupidità è merce sommamente e disgraziatamente democratica. E da tempo immemorabile si distribuisce equamente per sesso, età, razza, nazionalità, condizione sociale, eccetera, eccetera. eccetera. 

Anzi, il Cipolla sostiene che se si riunissero in una stanza una decina di premi nobel anche lì si troverebbe la solita quota parte di cretini..
Pertanto quella suindicata non è una discriminante, ahinoi, per essere italiani. Allora si potrebbe ripiegare su qualcosa di un tantinello più semplice e meno qualitativamente impegnativo del tipo è italiano chi nasce in Italia. Che la giurisprudenza chiama questo fatto ius soli. Soluzione però troppo facile e troppo comoda. Dice qualcuno. Vuoi mai mettere che ci sia chi abbia voglia di avere un figlio italiano solo per poterlo esibire e per snobismo? O per vantarsi con gli amici di avere un figlio che è connazionale di Gasparri o di D'Alema? Che magari dalle sue parti avere un figlio italiano fa pure chic. Vista, soprattutto, la reputazione che gli italici hanno in giro per il mondo. Allora la discriminante diventa quella del sangue o ius sanguinis che tradotto significa che è italiano solo chi nasce da italiani che sono nati da italiani che sono nati da italiani e così via. 

Che poi sarebbe come dire che Napoleone Bonaparte era italiano, invece lui pensava di essere francese, ed ha pure esercitato il mestiere di imperatore. Dei francesi, per l'appunto. E che anche Fiorello La Guardia era italiano anche se è stato sindaco di New York, e lui pensava di essere americano, o per venire a oggi che Elio Di Rupo sia italiano sebbene i belgi lo considerino uno di loro e già che c'erano lo hanno eletto primo ministro. Che poi parlare di sangue italiano con tutte le invasioni subite e i mix che in allegria si sono consumati lungo lo stivale ci vuole una bella fantasia. Visto che ci sono siciliani dai capelli rossi come fossero irlandesi, pugliesi biondi come i burgundi e trentini scuri come dei turchi. E se si introducesse un nuovo tipo di ius quello cum grano salis, ad esempio? Qualcosa del tipo che una ragazzina o un ragazzino che nasce o vive in quel di Brescia, tanto per fare un esempio, e parla il dialetto bresciano e magari pure la lingua nazionale e che per soprammercato va a scuola da quelle parti sia italiano a tutti gli effetti. Anche se non si chiama Mario Balotelli.
Il problema forse sta tutto nel definire la quantità di grano salis da inserire nello ius. E su questo punto non tutti quelli che siedono in parlamento paiono attrezzati.

giovedì 21 giugno 2012

Maurizio Gasparri e le multe: naso lungo o gambe corte?




Maurizio Gasparri in performace

Una delle battute che Roberto Benigni è uso recitare quando si trova in situazioni di particolare impegno è: “Mi sento come si deve sentire Gasparri al Senato della Repubblica, cioè …. fuori posto”.
Con questo dire il buon Benigni intreccia tra loro due errori assai gravi.
Il primo errore è di logica: infatti la frase così detta presuppone che il Gasparri Maurizio sia in grado di cogliere, se non di capire, la differenza tra un contesto e l'altro. E qui qualche dubbio, non certezza ma solo dubbio, può essere avanzato. Il secondo errore, è relativo alla scelta del modo con cui coniugare il verbo “dovere”: dato il primo assioma non si può che usare il condizionale e la frase dovrebbe suonare: “mi sento come si dovrebbe sentire Gasparri ….”
Ma lui, il Gasparri Maurizio, invece lì al Senato si sente benissimo e anche più che a suo agio. Così a suo agio da utilizzare la carta intestata dell'istituzione per scrivere le sue lettere personali come quella che ha inviato al Comando dei vigili urbani di Roma nella quale ha chiesto che alla di lui moglie sia cancellato un congruo numero di contravvenzioni.(1) La Fornero avrebbe detto una paccata di contravvenzioni.
L'auto in questione,  che ha scorrazzato per un anno e forse più nel centro storico di Roma senza il relativo pass, appartiene infatti alla signora Amina Fiorillo in Gasparri.
Mina Fiorillo in Gasparri
Il buon Maurizio stravede per la moglie nei confronti della quale ha diversi enormissimi debiti di riconoscenza. Il primo è quello di averlo sposato, il secondo,quasi a pari merito con il primo, è che la signora Fiorillo in un'intervista ha detto che "è di una simpatia devastante" e non contenta, per finire l'opera lo ha paragonato ad Al Pacino. (2)
Quando lui, il Gasparri Maurizio era giovane.
Voi tutti avete ben presente Al Pacino e se farete un piccolo sforzo di memoria vi verrà in mente anche Gasparri. L'attuale. Su quello giovane non c'è speranza. Ora cercate di trovare, avete tutto il tempo che volete, qualche punto, anche vago, di rassomiglianza tra i due. Escludendo il fatto che entrambi appartengono allo stesso Dominio: Eukaryota, allo stesso Regno: Animalia, allo stesso Phylum: Cordata, allo stesso Subphylum: Vertebrata, alla stessa Classe Mammalia, alla stessa Sottoclasse: Eutheria, allo stesso Ordine: Primates, allo stesso Sottordine: Applorrhini, alla stessa Superfamilia: Hominoidea, alla stessa Famiglia Hominidae, allo stesso Genere Homo, alla stessa Specie: Homo sapiens e alla stessa Sottospecie: Homo sapiens sapiens. Ecco all'infuori di questa classificazione dov'è la somiglianza? 
Eppure la signora Fiorillo l'ha trovata. Indubbiamente una grande cercatrice. E per questo si è meritata eterno amore. Da Gasparri, Contenta lei.
Pizzardone romano
Quindi l'auto è della signora ma il Gasparri, da gran cavaliere, se ne fa carico e così giustifica la mancanza del pass con queste parole (1) : “l’autovettura oggetto della contravvenzione era temporaneamente sprovvista dell’autorizzazione al transito, che non mi è stato possibile rinnovare tempestivamente a causa di continui e ripetuti impegni in diverse parti d’Italia correlati al mio mandato istituzionale”. Peccato che questa giustificazione confligga ancora una volta con la logica (il Gasparri deve averci un fatto personale con la logica per questo lo mandano spesso in tv a fare l'interrompitore senza senso) e con quanto riportato dal sito parlamento.openopolis.it (3) che dichiara a chiare lettere che il senatore Gasparri Maurizio passa il 90% del suo tempo in senato (vere terga di pietra, espressione coniugabile anche in altro modo) per il 9% è assente, e ci sta, e per solo l'1% è in missione.
Confligge con la logica perché la fila dai vigili avrebbe dovuto farla la signora Fiorillo o, siamo in Italia, qualcuno della segreteria del senatore. Nessuno osa pensare che una simile incombenza possa trovare spazio nel suo 9% di assenza dal senato.
Certo che da uno che non capisce le leggi che presenta (4) che ci si poteva aspettare?
Interpellato al telefono dalla giornalista del il fatto pare che si sia così espresso: “ mi sono arrivate le multe, adesso aspetto di capire quanto e come bisogna pagare…”.
Senatore, è semplice. Non c'è molto da capire. E nessuno vuole che lei si sforzi troppo. Con tutto quello che ha da fare. Giusto due dritte.
Sul come: ci si reca presso un qualsiasi ufficio postale, si prende il numero di seguenza e si attende pazientemente. Quando il proprio numero appare sul display ci si reca allo sportello contrassegnato e si presentano i bollettini.  Sul quanto: ogni bollettino,reca  in alto a destra un importo. Quello è il quanto da pagare. Avendo più di un bollettino si fa la somma. Magari a mano o con qualche diavoleria tecnologica tipo il pallottoliere. Ma non volendo sforzare troppo le meningi le Poste Italiane vengono in aiuto. Infatti hanno fornito i dipendenti che stanno allo sportello di una calcolatrice che, quando si presentano più bollettini,  procede automaticamente ad effettuare la somma.
E' dura, vero?
Adesso pensate un po' al povero Gasperri e mettetevi, solo per qualche secondo, nei suoi panni. Non sareste disperati?
Il povero Maurizio Gasparri costretto a vivere 24 ore su 24 con Maurizio Gasparri. Da uscire di testa.

Ps. relativamente al titolo la risposta è tutte e due. Infatti a chi dice le bugie viene il naso lungo e comunque le bugie hanno le gambe corte.



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(1) Gasparri scrive ai vigili “toglietemi le multe, non ho tempo per certe cose” - Paola Zanca - Il fatto quotidiano, 16 giugno 2012
(2) Un giorno da pecora – 25 novembre 2011
(3) http://parlamento.openpolis.it/parlamentare/maurizio-gasparri/446
(4) http://www.youtube.com/watch?v=Xt2nSsyV-70

mercoledì 14 marzo 2012

Maurizio Gasparri non si sente subordinato ai tecnici. Magari dovrebbe.

Maurizio Gasparri, che i vecchi amici del Fuan (1) chiamavano Pinocchio logorroico, ha rilasciato a Repubblica una dichiarazione delle sue. Epocale.
“Dai tecnici troppa spocchia. Torniamo noi politici. Siamo alleati ma non subordinati”.(2)
Ora sentire Gasparri parlare della spocchia altrui è come quando si sente il bue gridare cornuto all’asino. Proprio non ci stà.
Ma lui è abituato a tutto. E forse anche a qualche cosina di più. Ahi noi.
Fantastici sono i suoi mirabolanti aforismi: “a volte il Senato, la Camera, votano leggi che noi stessi che le votiamo non è che le capiamo bene,  nel senso che c’è ‘l’articolo che sopprime il comma del tal anno’ Insomma, a volte, leggere le leggi,è uno sforzo evidente.”(3)  Già, uno sforzo da non richiederle, onorevole Gasparri, non vorremmo si sciupasse l'organetto che tiene nella scatola cranica. O quando ancor più arditamente sul fascismo ebbe a dire: “ora non è che per far contenti Rutelli e D’Alema ci metteremo pure a riallargare le paludi pontine e a riportare la malaria a Latina, a mandare al rogo l’enciclopedia italiana.” (4)
Sembra di sentire parlare Starace, l’Achille (5) di cui, nel ventennio tanto caro a Gasparri, l’Italia rise amaramente. Purtroppo. E ne avrebbe fatto volentieri a meno.
Di Starace:di nulla capace a cui gli universitari pisani  avevano dedicato un gustoso epitafio (6), oltre che qualche vaga rassomiglianza somatica, il nostro Pinocchio logorroico ha preso anche altri tratti come il battutismo fuori luogo, di cui s’è dato un brevissimo esempio, e una certa propensione alla stuoineria. Per trent’anni si è vanagloriato di essere uno dei sottopanza di Fini, pomposamente si autodefinivano colonnelli, magari in omaggio ai tristi colonnelli greci. Quelli sì, purtroppo, veri. E adesso lo fa di poer nano Berlusconi.
Famoso il suo aut aut a Fini il 23 aprile 2005 (cosa sono le date vero?) quando con stentorea voce nasale in un impeto di coraggio, raccattato chissà dove, ebbe a dire: “O me o lui” riferendosi a Storace che, avendo perso alle amministrative il Lazio, reclamava giustamente un posto da ministro. E Fini ghignando rispose semplicemente: “lui.”.(7) E così fu.
Naturalmente il pupo corse subito da Berlusconi cercando di recuperare ma, almeno quella volta non ci fu verso. E meno male.
E quindi se lo Starace tuonava: “tutti gli organi del partito funzionano, devono funzionare perciò anche gli organi genitali” o “Fate ginnastica e non medicina. Abbandonate i libri e datevi all'ippica.”
Il nostro a oltre sessant’anni di distanza risponde con:Il fascismo non è la parentesi oscura della storia, come disse Croce sbagliando.” (4) E proprio di oggi (14 marzo 2012) degli attuali “tecnici” al governo dice: ''Sono perfetti se gli dai un manuale di istruzioni da seguire'', ma sugli imprevisti...e' qui che noi politici riconquistiamo il centro del campo. Ti si arena la nave e tu che fai? Ti uccidono l'ostaggio e tu che fai? (2)
Già onorevole Gasparri, a parte il tono scioccamente cinico, lei che avrebbe fatto? Ce lo dica con poche (mi raccomando) parole sue. Magari ricordando le figuracce internazionali del suo capo.
Quindi il prode Gasparri tuona: "La sinistra difende i metalmeccanici e io non posso tutelare i tassisti e i farmacisti? E che so' quelli?''.(2).  Già e chi so’ quelli? I figli della lupa? Via Gasparri, si ridimensioni. Forse le serve riflettere su quanto di lei disse Oriana Fallaci:
Ce n'è un altro che sembra lo scemo del villaggio. Ha una faccia così poco intelligente, poverino, e un labbro così pendulo, che viene voglia di pagargli una plastica” (8)
Si ridimensioni Gasparri. Si ridimensioni. Gasparri

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(1) Fuan (Fronte Universitario d’Azione nazionale) era il movimento politico studentesco legato al MSI (Movimento Sociale Italiano), il partito neofascista fondato nel 1946 dai reduci della Repubblica Sociale di Salò
(2) asca 14 marzo 2012, 1033
(3) Porta a Porta, 10 febbraio 2009
(4) Alberto Piccinini, Lezioni di storia, il manifesto, 9 settembre 2008,
(5) Achille Starace fu segretario del PNF dal 7 dicembre 1931 al 29 ottobre 1939
(6) Famoso l’epitafio composto dagli universitari pisani: Qui giace Starace, vestito d’orbace, di nulla capace, in pace rapace, in guerra fugace, a letto pugnace, col popol mendace, requiescat in pace
(7) L’Unità, 24 aprile 2005
(8) Oriana Fallaci, Oriana Fallaci intervista se stessa, p. 70 (nell'edizione venduta assieme all'edizione de Il Corriere della sera ad inizio agosto 2004)