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sabato 13 novembre 2021

Arriva la Finanza in azienda.

 Ragazzi lavatevi il collo e le orecchie e magari nettatevi le unghie domani viene in azienda la Guardia di Finanza per fare un controllo. Ecco l'elenco dei documenti che vorranno vedere. Quando i migliori diventano dadaisti.

I migliori non possono che fare le leggi migliori. È un assioma. I migliori sono rispettosi della privacy. È un secondo assioma. I migliori vogliono la crescita dell’economia del Paese. È un terzo assioma. I migliori non vogliono disturbare. E così i migliori si lanciano a mettere mano al  ddl Concorrenza. E dunque da dove partire? Non certo da piccolezze dato che i migliori comminano nell’iperuranio. Per loro ci vuole qualcosa di difficile, di quasi impossibile come, per esempio, il fisco: sconfiggere l’evasione e l’elusione fiscale. Che una parte di questa, piccola?, media?, grande? giri nelle aziende è solo un lontano larvato, larvatissimo, sospetto. Nulla di più. Però 120miliardi di evasione sono una grande tentazione. Fino a ieri per pescare i malfattori con le mani nella marmellata c’era solo, o quasi, l’idea della improvvisata. Dalla portineria arrivava alla direzione la comunicazione che la Guardia di Finanza era al cancello e voleva fare un giro in primis nel reparto amministrazione e poi magari nel magazzino per controllare la corrispondenza tra merci e bolle e, perché no, fare pure una passaggiata anche in direzione. Metodo rozzo e primitivo usato in tutto il mondo, figurarsi anche da CIA e FBI, per prendere nella rete chi nuota nel torbido. I migliori no, i migliori sono assai più sofisticati e non si abbassano a simili mezzucci. E poi la classe, come noto non è acqua. E infatti sono prossimi a far buchi nell’acqua. Da fra un po’ si cambia: la guardia di Finanza non farà più improvvisate, ma prenderà appuntamento con largo anticipo e poi, per essere sicuri che la visita dia frutti spedirà una mail con indicati i documenti e i registri da esibire. Così non si bloccherà l’ardore produttivo dell’azienda, non si getteranno nel panico gli amministrativi, non si farà sudare freddo i capi, padroni, di quelle 234mila imprese che durante il picco del Covid hanno percepito la cassa integrazione mentre i dipendenti lavoravano, e la faccenda si sbrigherà in quattro-e-quattrotto. E che diamine non si può essere sempre vessatori.

Appuntamenti che saranno da concordare e ve l’immaginate far combaciare le agende: martedì no perché il titolare ha il dentista, giovedì neanche: il direttore amministrativo ha il colloquio con i professori del figlio, si passa alla settimana prossima, ma non lunedì perché …. Inventatevi quel che volete. Il tutto nell’interesse del Paese.

A dare l’annuncio gonfiando l’ampio torace chi meglio del Brunetta Renato, socialista craxiano, che di per sé è un ossimoro, il socialista che con orgoglio negli ultimi vent’anni si è dichiarato pure di centrodestra. Altro ossimoro. Ma forse ai migliori va spiegato il senso ed il significato di ossimoro. Si cercano volontari.

Però, per fortuna, ci vorranno circa diciotto mesi prima che siano messi a punto i decreti legislativi e fino a quel momento? La guardia di Finanza sarà ancora autorizzata a giocare a nascondino con gli evasori e far loro delle improvvisate? Speriamo.

 

Buona settimana e buona fortuna

venerdì 14 ottobre 2016

È morto Dario Fo: gufo, parruccone e amante della vecchia politica.

Al solito necrologi noiosi, pedanti e anche un po’pelosi. C’è chi partecipa con «profondo cordoglio» come se esistesse quello moderato o sufficiente o tiepido. Solo due voci fuori dal coro: Brunetta e Salvini.  Anche Renzi ha dichiarato ma senza tweet, riservato a Bob Dylan.  

Dario Fo: ringrazia e saluta
Ogni volta che un politico, artista, scienziato, sportivo passa a  miglior vita, come si usava dire una volta, Madama Retorica si rallegra,  si sfrega le mani e dà il meglio di sé nei necrologi e nei comunicati ufficiali. In quelli si scopre che l’estinto è considerato caro, talvolta addirittura carissimo, se non addirittura quasi santo, da una grande quantità di persone. Di alcune delle quali mai si sarebbe detto e neppure sospettato. Eppure così è.

Dario Fo non è sfuggito alla regola anche se in un paio si sono messi fuori dal coro. E quindi anche per lui melensi necrologi preconfezionati a base di «partecipa commosso al lutto», «si unisce commosso al dolore» oppure «partecipa con profondo cordoglio» - come se ci possano essere gradi cordoglio: moderato o sufficiente o tiepido - e «profondamente colpito» dato che il  solo colpito pare poco e non faccia fine. Che poi più colpito dalla morte del morto non c’è nessuno.

Matteo Renzi ovviamente non poteva sottrarsi alla massa dei doglianti, ma d’altra parte non capita tutti i giorni che muoia un premio Nobel italiano e ha dichiarato:« L’Italia perde uno dei grandi protagonisti del teatro, della cultura, della vita civile del nostro Paese. La sua satira, la ricerca il lavoro sulla scena, la sua poliedrica attività artistica restano l’eredità di un grande italiano nel mondo. Ai suoi familiari il cordoglio mio personale e del governo italiano» Gli deve essere venuto un crampo allo stomaco mentre diceva «protagonista della vita civile – e aggiungeva – la sua satira» Chissà se contemporaneamente il Renzi Matteo ha pensato a Dario Fo come al gufo, parruccone e vecchio che vuole tenere fermo il Paese. Un ossimoro. Tra il novantenne Fo e il quarantenne Renzi chi sia il nuovo e chi sia il vecchio vien facile da dire.

Dario Fo disse: «Alla fine dell’ultima guerra mondiale, nel giorno della Liberazione, ci fu una festa come questa. C’era tanta gente come voi, felici, pieni di gioia. Credevamo che si sarebbe rovesciato tutto, ma noi non ci siamo riusciti. Fatelo voi, per favore» Era il 19 febbraio 2016 e non stava parlando ai renziani.

Comunque il Presidente del Consiglio non avrà riflettuto neppure per un istante su quello che stava dichiarando. Cosa che gli succede assai spesso. E a riprova di quanto fosse distratto non ha riservato a Dario Fo  il tweet d’ordinanza che invece ha omaggiato Bob Dylan: «#Bob Dylan Nobel per la letteratura (come Fo ndr) la poesia vince sempre (come Fo ndr)» E poiché spesso, twittare è azione scollegata dal pensare neanche avrà immaginato che se Bob Dylan fosse in Italia starebbe dalla parte di Dario Fo. Sic transeat gloria mundi

Si diceva di due eccezioni di cui una ben chiara, data dal deputato Brunetta Renato che ha chiosato la notizia con:«Nessuna ipocrisia Dario Fo non mi era mai piaciuto l’ho sempre considerato un uomo violentemente di parte. Nei miei confronti si era espresso in maniera razzista facendo riferimento alla mia altezza.» Ha aggiunto anche «Quando muore una persona cordoglio» una scivolata questa quasi giustificabile dato che il Brunetta vive nella città dell’ipocrisia.
La seconda eccezione viene da Salvini Matteo:«Un bravo artista. Per lui io e i leghisti eravamo razzisti, egoisti ignoranti? Vabbé acqua passata. Non porto rancore, doppia preghiera» nasce la nuova figura del leghista-gesuita, nel senso che non dice quel che pensa per davvero. Mentre Maroni Roberto, il leghista più democristiano che ci sia, ha dichiarato: «Con la scomparsa di Fo si dice addio non solo ad una indiscutibile figura di spicco del panorama culturale internazionale, ma anche a un grande cultore e divulgatore delle lingue nazionali.» Che dire?  Maroni è sempre Maroni.

Un altro pezzo del ‘900, il secolo delle rivoluzioni mancate, se ne è andato e fra due giorni nessuno ne parlerà più. Ma magari alcune idee folli continueranno ad aleggiare nel cielo e chissà che qualcosa non cambi. Comunque grazie Dario. Gufo, parruccone e amante della vecchia politica.

domenica 1 marzo 2015

Twitter e la politica

I social network fanno audience i politici ci si infilano. Il punto non è che stiano lì quanto il come ci stanno. Quattro modi d’esserci: dai comunicatori ai cazzeggiatori. I compulsivi come Brunetta e Salvini. I censori come Gasparri, Giuliano Ferrara e ovviamente Brunetta.

I politici che frequentano twitter si possono dividere, ovviamente con la tara delle schematizzazioni, in quattro categorie: a) i comunicatori b) i ritwittatori, c) i segnalatori e d) i cazzeggiatori, che talvolta sono anche cazzari, Naturalmente non si tratta di categorie rigide, può capitare, e capita spesso, che la stessa persona sia presente in due o più cluster. L’uomo non è di legno.

Principe della prima categoria è  Renzi Matteo. Forse è stato il primo a capire le potenzialità del mezzo e soprattutto ad utilizzarlo con precisione. La sua iscrizione risale al gennaio 2009 ed il suo primo  tweet di cui si abbia traccia è del 18/4/13, era ancora sindaco, e racconta: «In Piazza Dalmazia ad inaugurare un nuovo fontanello: beneficio per l’ambiente, un risparmio per le famiglie #coseconcrete m#firenze» Poi  sono venuti tutti gli altri che ad oggi assommano a 4.267, neanche poi tanti quanto sembrano, ma il paradigma è rimasto immutato: Matteo Renzi (sindaco o premier) lavora per il bene della collettività ed è impegnato in cose concrete e il domani sarà radioso. Pochi i tweet fuori schema, il più famoso «#Enricostaisereno» (17/01/14) e il più recente «Evitato il cucchiaio di legno. Strepitosi gli azzurri del rugby #seimnazioni» (28/02/14) Mediamente ritwitta quasi nulla. 

In questa categoria si iscrive anche Brunetta Renato, (febbraio 2009), twittarore comulsivo (19.400 tweet) e può arrivare anche a 18/20 tweet giornalieri (28/02/14) pure se molti sono ritwit. In genere i suoi messaggi fanno riferimento ai fatti del giorno, sono polemici e qualche volta, come ti sbagli, anche astiosi. Il suo primo riferimento è il Mattinale, il suo notiziario che esce di pomeriggio. Se poi qualcuno gli fa notare che per l’orario d’uscita il gazzettino dovrebbe chiamarsi Pomeridiale o risponde con uguale polemica ai suoi pensierini si adombra ed impedisce al reprobo di seguirlo oltre e per colmo della beffa si autocensura. Come dire: la storia del marito che si evira per far dispetto alla moglie gli si attaglia.  Quindi il Brunetta sta in tre categorie: i seri (nel metordo), i ritwittatori e i cazzeggiatori, sottocategoria cazzari. 

Pure Matteo Salvini, usa il mezzo con puntualità ed intelligenza di metodo, nel giudizio i contenuti non sono ovviamente compresi. Si è iscritto tardi (marzo 2011) ma ha recuperato il terreno perduto (9374 tweet). Compulsivo anche lui: un centinaio di tweet nella sola giornata del raduno romano e comunque almeno una decina la sua media giornaliera.  Polemico verso tutti accetta le polemiche che lo toccano, anche se non risponde e tutto sommato ritwitta poco.

Nella categoria dei ritwittatori (talvolta anche frenetici) stanno in genere figure di seconda schiera che, in genere, hanno poco da dire e si contentano di rilanciare messaggi altrui perché a loro favorevoli. Categoria affollata c’è solo l’imbarazzo della scelta: Ravetto, Misiani, Gelmini, Speranza Gasparri, Moretti, Adinolfi, Scalfarotto …

I segnalatori sono quelli che hanno preso twitter per la loro agenda personale e quindi segnalano con puntualità a quale trasmissione radio o tv o convegno o seminario o conferenza o sagra del formaggio parteciperanno. C’è addirittura chi squaderna la sua fatica giornaliera. Che è come dire«guardate quanto sto lavorando.» Che ci mancherebbe altro.  Il messaggio tipo: «tra poco (ore18,30) all’italian book shop di Londra a parlare di informazione costituzionale con amici e compagni del pd Londra» (Scalfarotto) oppure :«In viaggio per Bologna per Stati Genere le #donne ER e questo pomeriggio ad Ancona per inaugurare Casa Demetra» (Fedeli) O anche «giovedì 19 #opensenato, h 8,30 commissione, h9,30/15 #votofiducia #decretoIlva, h16 aula interrogazioni #Stefy2015» (Pezzopane) E anche «Cari amici, Tra poco sarò in diretta su RTB- Retetelebrescia #sempresulterritorio» (Lara Comi)   Che in verità è quello che ci si aspetta da un deputato o da un senatore: che lavori. Come se Cipputi twittasse: «h7,15 timbro cartellino, h7,30 inizio turno, h7,31 primo bullone avvitato, h 9,30 pausa bagno ……» ma Cipputi non può twittare.


Infine i cazzeggiatori (qualche volta cazzari) sono quelli che scrivono tutto  quello che gli gira per la testa. Ci sono quelli che, con il giusto grado di demagogia, vogliono dimostrare di essere come tutti i mortali quindi inneggiano alla squadra del cuore: «Due giorni a #RomaJuve Riviviamo la storia della sfida in meno di un minuto» (Boccia) O quelli che cercano un lavoro alla Rai: «@storace giornalista professionista da tempo quasi quasi faccio domanda pure io…» la firma è di Gasparri. Più comico di così. Ancora: «Ieri al lavoro fino a notte inoltrata alla Camera. Si ricomincia stamani con un unico obiettivo: cambiare l'Italia #lavoltabuona» ( Maria Elena Boschi) Nella sub categoria dei cazzari ci sono quelli che non vogliono essere letti: uno è Brunetta e s’è già detto poi ci sono Gasparri, non poteva mancare, e Giuliano Ferrara che si firma @ferrarailgrasso. Degli insultatori non si dice. Non vale la pena.

sabato 14 febbraio 2015

Renato Brunetta: dai sorci verdi alle preghiere.

Il capogruppo di Forza Italia si batte con energia contro il governo anche se fa fatica a mantenere ordinati i suoi. Sorride talvolta ma spaventa. È disposto a litigare con tutti anche con una segreteria telefonica.  Le sue minacce hanno effetti inversamente proporzionali al loro fragore.E alla fine piagnucola.

La cosa che piace di più a Brunetta Renato è fare la parte del rodomonte. Del personaggio ariosteo ha tutto. Cioè, quasi tutto: gli manca di essere moro. Ma nessuno è perfetto. D’altra parte se fosse moro difficilmente potrebbe stare al fianco di Matteo Salvini che come noto ama il tipo caucasico, alla Putin. Di cui si sente impareggiabile campione. Ma questa è un’altra storia.

Riempie il cuore di orgoglio nazionale vederlo spuntare dal suo scranno mentre protendendosi verso l’alto attacca con biliosa ira il governo, e segnatamente il Presidente del consiglio. In quei momenti ci si rende conto che con una decina di uomini così, magari anche un centinaio o forse meglio ancora un migliaio si potrebbe vincere qualsiasi tenzone. Ci si conferma in questa opinione specialmente quando lo si osserva battere con secca violenza la mano sulla tavoletta che sta di fronte al seggio mentre sfoggia il suo eloquio da battaglia E forse per questo il Berlusconi deve averlo scelto come capo dei deputati: ritenendolo forse l’unico in grado di tenere intruppati quegli scalmanati  discoli di Forza Italia, ma si sbagliava. Ognuno vota alla viva il parroco e senza grossi patemi.

Qualche volta il Brunetta sorride ma sarebbe meglio non lo facesse: i dentini che mette in mostra lo fanno apparire ancor più pericoloso di quel che effettivamente sia e un poco di paura la mettono soprattutto agli amici o millantati tale. Però qualche svago gli va lasciato. Pare tuttavia che sui nemici il suo ghigno non abbia lo stesso effetto.

Per Brunetta non c’è uomo che non sia nemico, a parte Berlusconi per il quale stravede, e neppure litigio che non sia degno di essere litigato e, come ha raccontato Aldo Cazzzullo, all’occorrenza  è capace di acchiapparsi anche con una segreteria telefonica. Esercizio che probabilmente pratica per tenersi in allenamento.

Negli ultimi tempi è stato portentoso e non poteva essere diverso dato che nel mirino c’era il Presidente del consiglio Matteo Renzi. Gli ha detto di tutto, da «se continuerà a fare il bullo, peggio per lui» a «dovrà rimpiangere l’accordo con Berlusconi» e poi ancora «gli faremo veder i sorci verdi» fino a «Renzi e il suo modo di fare politica sono stati sconfitti – che faceva seguito a – Ha vinto la nostra ostinazione» Queste ultime gli devono essere sfuggiate in sogno.  Ha anche dichiarato: «Lo sconfitto è il bulletto di Firenze» doppiato da un «Dalla seduta fiume alla palude. Renzi in un mare di guai.» Anche se poi prima della votazione sembrava quasi piagnucolante quando se ne è uscito con uno struggente: «per l’amor di Dio fermatevi» Laddove dimostra di non aver capito bene né la situazione né con chi ha a che fare. Ma anche i migliori fanno cilecca di tanto in tanto. Considerando il lasso di tempo che corre tra un giorno e l’altro.


Adesso Brunetta-Rodomonte vuole incontrare il Presidente Mattarella, quel signore che viaggia con Alitalia e non scomoda l’aereo di stato. Senz’altro sarà un incontro divertente: l’irruenza veneta contro la flemma siciliana. Che è assai simile a quella inglese. E forse lo stesso humor

lunedì 27 ottobre 2014

Scontro Bindi-Serracchiani: il senso del paradossale.

Con poche battute l’ex presidente del Pd (ex Dc) e l’autorevole esponente della segreteria Pd (ex Pci) hanno dato senso al paradosso. Con alcuni corollari.

Viene difficile definire con  un aggettivo il siparietto consumato dalla Bindi e dalla Serracchiani davanti alle telecamere ed ai microfoni di SkyTg24. Forse “paradossale” è quello giusto. 

Paradossale vedere, l’ex presidente del Pd battagliare, in diretta e con parole grosse, con uno dei membri più autorevoli della attuale segreteria del suo stesso partito. Paradossale che la Bindi, ex democristiana di lungo corso, esalti la piazza, pare un milione e duecentomila manifestanti, mentre la Serracchiani ex comunista, ex Pds, sostenga si stia meglio in compagnia di pochi, un migliaio all’incirca, dentro una vecchia stazione ferroviaria costruita nella prima metà dell’ottocento.  Paradossale che la prima sia un po’ âgée mentre la seconda, nel gerontocratico panorama italico, sia quasi una ragazzina.  Paradossale che la prima, sempre da antica ex democristiana,  si commuova per le bandiere rosse mentre la seconda, sempre da ex comunista,  palpiti per la finanza alla Serra e l’imprenditoria alla Farinetti. Per intenderci il primo è quello che considera lo sciopero un costo (forse non gliene è chiaro il concetto e la funzione) e che prenderà la tessera del Pd ma ovviamente a Londra dove probabilmente c'è un circolo a Lombard Street. Mentre  Oscar Farinetti è quello che dice che negli affari l’onestà da sola non basta e ci vuole anche la furbizia. E magari in quota maggioritaria. 

Paradossale che la Bindi definisca «contromanifestazione» quella organizzata dal segretario del suo partito, eletto a stragrande maggioranza. Paradossale che la Serracchiani non colga che quelli in piazza potrebbero essere voti persi. E magari moltiplicati per due. Paradossale poi che la Serracchiani non ribatta e se ne vada.  Che di solito è quello che fa Giuliano Ferrara.  Paradossale che in piazza ci siano gli epigoni (ed esegeti sotto mentite spoglie) di quelli che il Pd l’hanno distrutto rendendolo un partito di perdenti e che, quando hanno avuto la possibilità di governare, hanno fatto harakiri. Paradossale che la nuova dirigenza sia criticata perché sta facendo quello che avrebbe voluto fare quella vecchia e non ci è riuscita. Paradossale che la vecchia dirigenza non si renda conto che è stato grazie alla inanità dei sui esponenti che questi nuovi enfant terrible sono venuti alla ribalta e ora possono zampettare sul palcoscenico della politica e delle istituzioni. Paradossale che l’attuale sinistra del Pd sia fatta da molti che nel partito sono sempre stati a destra. 

Paradossale che nel gruppo del nuovo che avanza entrino contemporaneamente un ex Sel e un ex Scelta Civica. Non è paradossale che Andrea Romano già ex dalemiano e poi ex montezemoliano voglia mettere le premesse per diventare, con il tempo, anche un ex renziano. Paradossale che Renato Brunetta dopo aver proposto di dare a Renzi la tessera di Forza Italia abbia dichiarato che lui sarebbe andato in piazza e non alla Leopolda. Che Brunetta giochi con i paradossi non è paradossale, è un economista. Così come non è paradossale questa situazione paradossale.

sabato 6 settembre 2014

Matteo Renzi non va a Cernobbio? Allora non ci vado neanche io.

Renzi va dove si produce e non dove si chiacchiera. Dice lui. Gli altri si adombrano. Ma quest’anno Cernobbio sembra una sezione dell’Ancr (associazione nazionale combattenti e reduci) con l’esotico tocco di una bella carrettata di trombati.

Matteo Renzi il dissacratore (che poi è la variante più carina di rottamatore) ha deciso di non andare a Cernobbio all’autoreferenziale seminario dello studio Ambrosetti. Ha preferito spostarsi in quel di Brescia, Gussago, per inaugurare uno stabilimento di proprietà di uno dei vicepresidenti di Confindustria. Nella scelta, ha fatto filtrare il buon Matteo,  ha pesato che a Gussago si produce (rubinetteria) per davvero, sottintendendo che invece sulle rive del lago di Como le chiacchiere stiano a mille. Che arrivare a questo per uno come lui deve essere stato non poco faticoso.

Ai partecipanti alla manifestazione di inaugurazione Renzi Matteo ha recitato, forse un po’ stancamente ma questo succede anche ai più grandi dei mattatori, il solito copione: che lui vuol rinnovare l’Italia, che è in linea con il cronoprogramma, ma forse su questo punto dovrebbero aggiornarlo e che, questa è nuova nuova, le riforme si faranno «costi quel che costi.» Frase un tantinello preoccupante perché di solito vien detta da chi nell’affare non ci rimette il becco di un quattrino. E in quanto al rischio lo lascia tutto agli altri. Comunque bene che si sia sforzato di tirar fuori un’altra frasetta che assurgerà a tormentone per qualche giorno.

S’è poi saputo da fonti bene informate che a lui i salotti buoni non sono mai piaciuti. Cosa che non è particolarmente originale perché la sera prima a la7 nella trasmissione In Onda lo stesso concetto era stato spiattellato crudo crudo anche da Diego Della Valle. Anche se poi lui  nel salottissimo Rcs ci è entrato e pure con una certa irruenza. Però, dice Della Valle, l’ha fatto a fin di bene con l’idea, anche lui, di cambiare il Paese. Con questa idea fissa di cambiare l’Italia oramai ne circolano così tanti che non si riesce più a capire cosa possa rimane. Si spera si salvino il gelato cioccolato e limone, Tex Willer, la pizza, gli spaghetti, la tagliata di chianina e il Teroldego Rotaliano. E magari anche La Manovella, magnifica rivista delle auto d’epoca così si può godere del bello che fu.

Comunque, l’edizione di quest’anno di Cernobbio pare decisamente scarica e più che ad un salotto buono assomiglia ad una sezione dell’Ancr, associazione nazionale combattenti e reduci. Con in più l’esotico tocco della trombatura. Hanno infatti organizzato un seminario con Barroso, Almunia, Trichet, Prodi (trombato tre volte) e per essere certi di fare l’en plein hanno chiamato a moderarlo Enrico Letta (trombato due volte: una reale e una virtuale). Sui tavoli s’immagina che oltre alla solita acqua minerale ci sanno confezioni giganti di kleenex. Alla commozione dei ricordi non si comanda.

Naturalmente non manca Mario Monti che è un habitué, solo che prima poteva pontificare dicendo «io farei, io direi» mentre adesso deve solo dire «io non ho fatto e io non ho detto.». Poi c’è Tremonti il Giulio della finanza creativa che non ha perso il suo buon umore e riconduce tutto al «io l’avevo detto» e al colmo dell’riginalità difende i tagli lineari. A riprova che la storia non sempre insegna qualcosa o meglio: puoi portare l’asino all’acqua ma non puoi obbligarlo a bere.  
Svetta per logorrea e non solo il Brunetta Renato che, al solito suo, fa battute di lega bassa. Molto bassa. Comunque mai tanto giù come quella dell’ex ministro Vittorio Grilli che s’appella al becero  qualunquismo dicendo che:«Gli italiani le riforme non le vogliono fare.» Battuta arcaica già raccontata da Mussolini, ripresa  anche da Berlusconi nonché parafrasata da D’Alema («gli italiani sono di destra» Nella trasmissione Smacchiare il gattopardo). Trust di cervelli. Insomma il parterre è un filino desolante.


Quindi come dare torto a Renzi Matteo se non ha voglia di vedere questa gente. E comunque a Cernobbio non ci vado neanche io.

mercoledì 9 aprile 2014

Arrestato don Giovanni Desio detto Johnny ed altre storie.

In Curia nessuno si accorge mai di nulla neanche davanti all’evidenza. L’arma segreta è una fissazione dei perdenti. Il posto in banca non è più tranquillo come una volta. Lo stile è tutto, come le raccomandazioni delle vecchie zie. Anche la politica a volte è precaria. Gianna Nannini: presunte evasioni. Il talento giustifica tutto?

Giovanni Desio detto Johnny.  
Di nome fa Giovanni, Giovanni Desio ma si faceva chiamare Johnny. Di professione faceva il parroco a Casal Borsetti in provincia di Ravenna. Che fosse un po’ bizzarro lo si vedeva ad occhio nudo: guidava un suv da 35.000€, si vestiva casual-tamarro con la camicia sbottonata e dopo un incidente d’auto hanno trovato il suo tasso alcolico 4 volte oltre il limite. Era anche direttore del settimanale diocesano. E scriveva poesie sexy. Tutto normale per la Curia di Ravenna. Bisogna essere moderni. Qualche giorno fa Johnny ha ricevuto la visita della polizia. L’hanno portato dentro, Johnny. L’accusa è di sodomia. Avrebbe abusato di adolescenti maschi di 14/15 anni. Adesso in Curia cadono dalle nuvole. Ma come? Il servizio segreto più efficiente della storia non si è reso conto di nulla? Allora è meglio che cambino mestiere. Si prevedono quarti d’ora amari per il vescovo di Ravenna. Francesco, il papa, non ha l’aria di essere tenero su simili questioni.

Dudù non è un cane, è un’arma
Domandone: chi è Dudù? Il cane della Pascale state per rispondere. No, sbagliato è la nuova arma segreta di Berlusconi per vincere le prossime elezioni europee. Per intero il nome della nuova proposta è Dudù act. Anche un po’ per fare il verso a “rullo compressore” Renzi. Il domiciliato di Arcore ha pensato che chi ama i cani e un poco anche i gatti non può non votare Forza Italia. Evidentemente ci vede delle affinità.
Ambasciatore del Dudù pensiero è stato naturalmente Brunetta Renato il bulldog di Forza Italia. Lui in verità vorrebbe essere un alano ma gli hanno spiegato che non è cosa. Brunetta ha subito rilasciato una intervista a Uno Mattina e ovviamente come nelle più belle favole non poteva mancare il pezzo strappa core: Brunetta si è commosso quasi fino alle lacrime raccontando di quando ha perso il suo cane e della sua felicità quando l’ha ritrovato.  Però non si è sentita la versione del cane.

Il banchiere è un mestiere pericoloso.
I banchieri in questo momento non godono di grande popolarità e senz’altro nel mondo qualche accidente gli è stato mandato. Ma adesso si sta esagerando almeno come efficacia: nei primi 3 mesi dell’anno sono già morti 13 banchieri. Nessuno per malattia. Sono tutti deceduti per incidenti o suicidi o drammi familiari che non si sa cosa voglia dire ma suona bene. Ben 6 di questi hanno lavorato in JP Morgan. Da quelle parti evidentemente non deve tirare una buon aria. I soliti complottari diranno che c’è sotto qualcosa che senz’altro non sarà ma anche i giornali inglesi cominciano ad essere preoccupati. Che sia la sindrome dei 10 piccoli indiani di Agatha Christie?

Lo stile è tutto
«In Italia si chiudono molte aziende perché non hanno stile. Le tasse sono solo una scusa.» Chi l’ha detto? Lapo Elkan. Probabilmente stava pensando a Marchionne e ai suoi maglioncini con tanto di forfora sul collo. In effetti come stile è piuttosto down. E anche suo fratello John è scarsuccio in fatto di stile. Forse è per questo che Fiat riduce la produzione e chiude stabilimenti. Mancano di stile.  A saperlo gli si potevano proporre le lezioni in dvd di donna Letizia.

Le raccomandazioni di Ferrara                                                                                
Avanti con le frasi epocali Questa l’ha detta Giuliano l’apostata Ferrara con il suo stile da lord inglese:  «Siccome voglio bene al cavaliere gli dico di non fare cazzate. Di riflettere sulla sua situazione e mantenere il sangue freddo.» Ormai  Giulianone si comporta nei confronti di Berlusconi come se fosse sua zia. Ma non poteva darglielo nel ’94 questo consiglio? Ci saremmo risparmiati 20 anni di trituramento e, per dirla alla Ferrara, una montagna di cazzate di meno.

Tonino cerca un posto.                                                                                         
Antonio Di Pietro è disoccupato e allora che fa? Come tutti manda in giro il suo curriculum . L’ultimo l’ha mandato a Infrastrutture Lombarde la società che si deve occupare per l’appunto delle infrastrutture per l’Expo. Il vecchio direttore generale è finito in galera per maneggi vari. Di Pietro vuole disperatamente rientrare nel giro. Adesso non se lo fila nessuno e oggettivamente fa un po’ pena. Ma poi si ripensa a quando, all’inviata di Report, disse:«Ma tu un podere non ce l’hai?» E allora viene la mosca la naso. No, Di Pietro, si è in tanti a non avere un podere. Lei e D’Alema ce l’avete, perché non ve ne occupate e lasciate in pace gli italiani. Avete già dato. Accontentatevi.

Presunte evasioni                                                                                                    
Alla lista degli evasori eccellenti, dopo Valentino Rossi (ha patteggiato 43 milioni) Tiziano Ferro (3 milioni) e Pavarotti (25 milioni)  si aggiunge la presunta evasione di Gianna Nannini, quasi 4 milioni di €. Lei dice di essere innocente, ma tutti sono innocenti fino a condanna, come ben si sa. L’avvocato Bongiorno, che spazia da casi di divorzio ad omicidi fino all’evasione fiscale, dice che ci sono degli errori. Si vedrà. Per ora alla Nannini hanno sequestrato preventivamente la villa con magazzini e stalle. Si spera che non sia il solito giochino: belli e buoni sul palco e truffaldini nella vita.

Il talento e l’abilità possono giustificare tutto?                                                            
In Mozilla, che è un’impresa liberal e filantropica nonché proprietaria del browser Firefox, c’è stato un licenziamento eccellente. Hanno costretto alle dimissioni Brendan Eich che ne è stato il co-fondatore e ora ne era l’amministratore delegato. Brendan è un genietto del software anzi molto di più: ha disegnato Java script.  E’ stato cacciato perché 5 anni fa ha dato un contributo 1000$ a sostegno di una campagna anti-gay. In passato nel 1993 era stato supporter di  Pat Buchanan un isolazionista conservatore e antisemita che ambiva alla presidenza degli Usa. In Mozilla pensano che uno così non possa stare con loro che sono liberal e progressisti. Hanno fatto bene a cacciarlo? I convincimenti personali, vengono prima delle abilità tecniche o queste giustificano tutto?

venerdì 3 gennaio 2014

Stesso reddito diversa fiscalità.

A seconda di come si guadagna il proprio imponibile varia la tassazione. Chi più specula, al solito meno paga. Si analizzano cinque casi, assolutamente normali, in cui a parità di reddito corrispondono percentuali di tassazione che vanno dalla totale esenzione fino al 33% che poi sarebbe come dire guadagnare 70.000€/anno.





Che l’Italia sia il paese dove ogni differenza è sovrana, neanche fossimo a Copacabana, è fatto ormai noto anche ai bambini dell’Islanda non perché lo studino a scuola ma più semplicemente perché questa nozione è talmente naturale che la succhiano con il latte materno. 


Qui, nel Belpaese, nulla è uguale al suo simile. E questo da sempre e ovunque. 

Nei tribunali è riportata la scritta. La legge è uguale per tutti ma come chiosò il maestro di vita principe Antonio de Curtis in arte Totò c’è sempre qualcuno per il quale la legge è più uguale. Lo  stesso vale per il carcere se il delinquente è un manager di grido, per esempio l’ex amministratore delegato di una banca, è quasi certo che finisce in infermeria e non in una di quelle cellette super affollate dove magari lo metterebbero a dormire all’ultimo piano del letto a castello. E lo stesso vale se si è parlamentari o giornalisti: la reversibilità della pensione o la messa a carico per le spese sanitarie del convivente non coniuge è assicurata. Per chi non fa parte delle due caste ovviamente no. Per conferma confrontare la differenza di trattamento tra il compagno di Ivan Scalfarotto e Adele Parrillo compagna non sposata del regista  Stefano Rolla morto a Nassiria che da 10 anni combatte per vedere i suoi diritti riconosciuti. Ma tant’è.

Ora si ipotizzi il caso di un reddito lordo di 15.000€, e si immagino cinque diverse origini del reddito. La domanda è: hanno lo stesso trattamento fiscale? La risposta, ovvia e scontata è: no. Neanche a dirlo.

Primo caso: reddito da lavoro dipendente. Per comodità si prende in considerazione la situazione più semplice ovvero di un dipendente che abbia solo questo unico reddito, che sia single e non possegga l’appartamento nel quale abita. I suoi 15.000€ annui verranno tassati, alla fonte, nella misura del 23%. Traducendo il tutto in netto a questo signore restano in mano 11.550€. Poco meno di 1.000€/mese.

Secondo caso: rendita finanziaria da titoli di Stato. Sempre per comodità, cosa vuol dire lasciare ad altri l’ingrato lavoro dell’azzeccagarbugli, si va a pensare che questi 15.000 erurini siano il risultato di cedole maturate nell’anno grazie alla sottoscrizione del Btp Italia e similari e che il fortunato possessore di questa sommetta non abbia altri redditi, magari è un disoccupato e sempre magari vive anche lui in affitto e per soprammercato è pure senza famiglia.  Bene,  il suo reddito sarà tassato, alla fonte come nel caso precedente, con un più modesto 12,50%. Che già rispetto al primo caso si sta parlando di una tassazione che suona circa le metà. Gli restano in mano puliti quasi 1.100€/mese non c’è da scialare ma c’è gente che con lo stesso importo ci mantiene una famiglia di quattro persone. Peraltro si passa sopra il fatto che , mica si può stare a guardare tutto,  per generare 15.000€ di cedole da Btp al tasso del 2%  lordo occorra avere un tesoretto di circa 750.000€. Quindi il signore in questione non lo si potrà definire propriamente come uno che sia sulla soglia dell’indigenza.  No, questo signore non è un povero.

Terzo caso: rendita finanziaria da azioni od obbligazioni, ovviamente non statali. Sempre mantenendo lo stesso rendimento e sempre ipotizzando che il possessore abbia le stesse caratteristiche socio-demografiche dei due di prima: senza famiglia, senza lavoro e senza casa di proprietà. Per lui i 15.000 eurini saranno tassati quasi quanto il lavoratore dipendente, anche se un po’ di meno: 20%. Quindi netti restano 12.000€/anno. Cifra tonda. Su questo personaggio meglio non fare illazione altrimenti ci si perde. Poiché un conto è se specula in borsa, potrebbe anche avere un capitale minimo ed essere solo fortunato, altro è se investe in obbligazioni e in questo caso il tesoretto su cui contare potrebbe avere perimetri variabili, assai variabili: dalla metà alla stessa dimensione  del signore di cui al caso 2.

Quarto caso: la rendita deriva da un appartamento dato in affitto. Anche qui stessa situazione delle precedenti. Questo è il solo reddito ed il poveretto è costretto a vivere a casa della mamma. Sempre per comodità di situazione si immagina che si tratti di un appartamento medio in una zona media della città., con una rendita catastale media. In questo caso le cose si complicano un pochetto perché il proprietario si troverà senz’altro a dover saldare il 23% di Irpef a cui però dovrà aggiungere su per giù un altro 10% dovuto al fatto  che l’appartamento pur essendo l’unico di proprietà viene considerato come “seconda casa”. Si arriva così, l’un per l’altro,  al 33% di tassazione. Percentuale che fa riferimento al quarto scaglione della tabella Irpef. Che poi è come dire avere un reddito annuo lordo che si aggiri intorno ai 70.000€. Il che ovviamente non è. Perché il povero tapino da quell’appartamento ricava solo 15.000€.

Quinto caso: colf e badanti. Se il reddito complessivo di 15.000€ fosse guadagnato da una coppia di badanti, marito e moglie, regolarmente iscritti all’Inps ed in regola in tutto e per tutto (quindi con un atto di fede, che forse pure a papa Francesco costerebbe un qualche sforzo, si immagina che il “nero” in Italia non esista) e che ciascuno dei due percepisca un salario pari a  7.999,00€/anno la tassazione sarebbe pari a zero. Questo perché golf e badanti con un reddito dichiarato fino a 8.000€/anno sono esentati dal pagamento dell’Irpef.

Cinque casi, con le loro storture, son più che sufficienti a dimostrare quanto possa essere farlocco l’italico fisco. E certo è necessario essere un docente della Bocconi (Mario Monti) o un laureato alla Normale di Pisa (Enrico Letta) o un docente di Ca’ Foscari (Renato Brunetta) o un commercialista di grido (Giulio Tremonti) per non accorgersi della iniqua imbecillità del sistema. Certo che se questi quattro, proprio loro quattro, anziché svolazzare nell’empireo dei massimi sistemi si acconciassero a guardare le piccole cose da vicino forse, forse ci sarebbe più equità nel sistema fiscale e magari anche minori tasse. È chiaro però che guardare le piccole cose e capirle pure richiede una qualità d’ingegno normale - e magari anche di buon senso, ma non è detto - che in quei quattro è difficile trovare.  Magari lo zio di Bonanni…


lunedì 28 ottobre 2013

Basta alcolici in Parlamento.

Forse sarebbe il caso di sospendere la somministrazione di alcolici alla buvette di Montecitorio dalle dieci di sera perché molti deputati tornano a casa in auto. Ma anche per evitare abusi. Questa la proposta del deputato Sel Daniele Farina. E se la distribuzione di alcolici fosse sospesa del tutto?



Notiziona: il deputato di Sel Daniele Farina chiede che non si vendano alcolici dopo le dieci di sera nella buvette di Montecitorio (Corsera, 25 ottobre).
Forse non tutti lo sanno ma i due rami del parlamento italiano (Camera e Senato) oltre che del ristorante, del barbiere, della tabaccheria, dell'ufficio postale, della banca e di una serie di altre e peraltro doverose facilitazioni (facilities in inglese per Enrico balls of steel Letta adesso che non c'è più la Fornero) dispongono anche di un bar.

Detto così può sembrare un fatto un po' troppo nazionalpopolare e allora i rappresentanti dell'italico popolo hanno deciso di chiamare quello spazio con un termine un po' più sofisticato avendone scartati altri come “ristoro ” che suonava povero (cheap in inglese) o “spaccio” dal taglio troppo operaista (e poi negli anni si è scoperto che di questa attività qualche deputato si sarebbe avvalso ed è bene non metterne altri in tentazione). Anche “dopolavoro” è stato scartato perché suonava un po' fascio, così hanno deciso per la lingua francese e quindi il termine bar si è trasformato in buvette. La parola è leggiadra come lo sono quasi tutte le parole francesi, ha sapore esotico e non fa pensare a nulla di specifico e di concreto, come è giusto che sia in quel contesto. D'altra parte non fa presumere immediatamente neanche al tempo libero e neppure dà l'idea del luogo dove si vadano a consumare inutili chiacchiere sorseggiando magari vermut e pasticciando con olive, salatini e patatine, così come accadrebbe in un qualsiasi bar. Per l'appunto.

Per onestà storica va detto che questa idea di chiamare il bar buvette fu partorita molti e molti decenni addietro e in questa decisione i berlusconiani non hanno alcuna responsabilità. Precisazione necessaria per evitare che qualcuno tra gli amici dei due Renati, per intenderci Brunetta e Schifani, si monti la testa pensando di far parte dei monopolisti unici e riconosciuti di tutte le fesserie commesse in quelle sacre stanze. Purtroppo non è così anche se la notizia darà un duro colpo al loro narcisismo: sono solo saldi oligopolisti che poi è come dire che se la battono, ahinoi bene, fin troppo bene, anche con quelli degli altri partiti. Poiché non è come entrare in quelle sacre stanze per cominciare a sparare citrullagini. Forse è l'aria che si respira lì dentro. Ma presumibilmente l'aria da sola non basta ci vuole anche un qualche aiutino e magari la buvette in questo è di supporto.

Alla buvette infatti si servono cappuccini e brioches, maritozzi, tramezzini, caffè, alcuni corretti grappa o anice o sambuca, e può essere che qualcuno beva solo le correzioni rinunciando al caffè. Che se a questo punto si somma l'aria con gli alcolici presi in libertà, c'è l'immunità parlamentare, molte delle cose che colà sono accadute hanno il loro perché. E così si comprende perché assennati, si fa per dire, professionisti della politica e delle libere professioni amino definirsi come appartenenti alle più svariate specie animali, dai cavalli di razza ai piccioni e ai serpenti, o presentino leggi senza neppure averle lette o addirittura dichiarino coram populo di aver aiutato il loro avversario ad aumentare il suo fatturato o anche, perché non c'è limite all'assurdo, non capire che togliere ai poveri per dare ai ricchi non è una buona politica per lo sviluppo così come tenere la gente in azienda oltre una certa età non aiuta l'inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Bagatelle di cui non si capiva l'origine. Ora grazie a Daniele Farina si sono disvelati gli arcani e si sono comprese le origini di tante perle di saggezza che il più scardellato degli zii avrebbe gestito con la praticità del buon senso.

Daniele Farina storico portavoce del centro sociale Leoncavallo di Milano, covo di feroci antagonisti, si è ovviamente un po' ammorbidito poiché anziché chiedere la totale sospensione della somministrazione di alcolici si è limitato a sole poche ore: dalle ventidue in avanti, con ciò facendo implicitamente intendere che la buvette di Montecitorio faccia un orario da pub della movida. 
L'onorevole di Sel peraltro non ha neppure dato le giuste e vere motivazioni che forse sarebbero parse crude e allora ha deciso di virare sul politicamente corretto sostenendo che:«Molti di noi (dopo le ventidue ndr) tornano a casa in auto» lasciando cadere maliziosamente anche un  « per evitare esagerazioni da parte dei deputati.»

Peraltro i deputati potrebbero essere equiparati ai pubblici ufficiali che, notoriamente, non possono bere in servizio. Ma i deputati fanno servizio? Magari si potrebbe pure pensare di chiudere la buvette e sostituirla con quelle simpatiche macchinette che si trovano in quasi tutti gli uffici e magazzini e fabbriche che distribuiscono ampia gamma di prodotti a prezzi modici. Ci sono i boccioni d'acqua e poi i distributori di merendine e di tutte le opzioni di caffè, fino alle bibite. Rigorosamente analcoliche. Così i deputati andrebbero a casa prima, per la gioia (forse) delle mogli e delle famiglie, ne guadagnerebbero in salute e inoltre sarebbero più sobri, per davvero e non solo retoricamente e magari capirebbero pure quello che stanno facendo.





In ogni caso prosit.

mercoledì 28 agosto 2013

Oggi si parla solo di IMU. Meno male

Grande fortuna per l'italico popolo nonché per i giornalisti e tutti i commentatori politici: oggi tiene banco solo l'IMU. Falchi, colombe, pitonesse e amazzoni posso riposare. Chissà perché Renato Brunetta non vuole l'IMU? Sarà forse per la sua passionaccia per il mattone? Scavallare l'IMU per un immobile che ha una rendita catastale di oltre 2.300 è un bel risparmio.

Brunetta Renato mentre sogna di scavallare l'IMU
Per un giorno intero o quasi si potrà dare tregua al più processato politico d'Italia. E per un giorno non si sentiranno i pianti e gli strepiti dell'innocente per eccellenza. 
E neppure si sentirà la solita tiritera di quello che aspetta, neanche fosse Godot, un cenno dal Quirinale. Come se il Quirinale si potesse mettere a fare ammiccamenti e moine o equivoci e compromettenti cenni al primo che passa per la strada che se così fosse si correrebbe il rischio di incorrere nel reato di adescamento, Vecchio reato caro a quelle che una volte si chiamavano, con tocco di sofisticata filosofia aristotelica, le peripatetiche.
Che bisogna proprio essere armate di tanta filosofia per andare su e giù per li viali a soddisfare meschine e vergognose voglie di chi se le può togliere solo a pagamento perché di loro, mezzi uomini come sono, senza il potere dei soldi gli resterebberosolo gli occhi e le mani. Gli occhi per piangere e le mani per i minuti piaceri. Latrin lover da sbarco.

Oggi, poiché si parlerà solo di IMU tutti si riposeranno.
Le colombe del Pdl se ne staranno tranquille in piccionaia a tubare tra di loro e a calcolare i rischi di essere ancora in lista nel caso di possibili elezioni se il governo dovesse cadere. Inoltre, almeno per un giorno, non correranno il rischio di essere aggredite da pitonesse e altri serpenti vari che da quelle parti la cova è breve e le uova si dischiudono in un baleno. Le amazzoni potranno dedicarsi a rigovernare, metaforicamente parlando che se lo facessero per davvero sarebbe una bella conquista per l'umanità, i box dei loro destrieri e magari dessero pure una bella spazzolatina agli zoccoli dei suddetti con annessa spalmata di grasso.
Per i falchi si suggerisce di utilizzare la giornata facendo una gita fuori porta: al Gran Paradiso. Pare che lì alloggino ben ventisette coppie di aquile. Magari vedere come funziona la vita di chi quel nome lo porta con onore e senza usurpazione potrebbe indurli a riflettere. Riserva di fosforo permettendo.

Di IMU pare ne possa parlare con cognizione di causa solo Brunetta Renato, capogruppo Pdl ed economista di vaglia, che però sulla questione ha qualche interesse privato. O, per come lo si chiama da qualche decennio, conflitto d'interesse. Ha raccontato (1) il Brunetta Renato che per pagare l'IMU dell'anno passato ha dovuto chiedere un prestito alla sua banca. Dicono i bene informati (2) che il suddetto abbia una vera passionaccia per il mattone. Infatti dispone «di una casa con terreno a Ravello (Salerno), una a Monte Castello di Vibio (Perugia), una a Roma e un’altra a Venezia. Viaggia, a scelta, su una Fiat 500 del ’68, su una Lada Niva o una Jeep Wrangler. Nel 2009, mentre era ministro della Funzione pubblica, ha acquistato per 40mila euro una casa di 40 metri quadri, con giardino di 400 (da ristrutturare), a Riomaggiore, alle Cinque Terre (La Spezia). Nel marzo 2011 ha venduto con una operazione di permuta l’appartamento di Roma (rendita catastale 919,29 euro) e ha acquistato, con una permuta parziale, una porzione immobiliare sempre nella capitale, in località Capizzucchi-Divino Amore. L’immobile è composto da un fabbricato su due livelli (rendita catastale 2.370 euro) e comprende anche il 50 per cento di una striscia di terreno»
Nel 2009 dichiarava un imponibile di 310 mila€ sceso nel 2010 a 279 mila€ e nel 2011 273 mila.€ Chissà se  le indennità da parlamentare in questi importi sono comprese o se vanno considerate come in più.

Beh, comunque un fatto è certo: con queste proprietà e questi redditi anche la massaia di Voghera o il pastore lucano capiscono che il professor Brunetta Renato proprio fa fatica a 'starci dentro' e per questo si batte per non pagare l'IMU. Anche lui. 
Sia la massaia di Voghera sia il pastore lucano sarebbero ben lieti di poter dare una mano al povero ministro ma temono sia suscettibile e la possa prendere male. Non è noto per aver un buon carattere.
Comunque, per almeno un giorno, si parlerà d'altro che non siano le disgrazie giudiziarie che come noto mettono tristezza. E già questo è fonte di gioia.

Che se poi si scavallerà l'IMU che pare costi mediamente (e le medie non sono mai veritiere quando si entra nel personale ma bisogna conviverci) ad ogni famiglia proprietaria di prima casa circa 200€ qualcuno, magari tra quelli che la media la superano di molte volte, sarà contento,
Il fatto poi che si vada incontro a tasse indirette, per importi complessivi per famiglia di gran lunga superiore pare che non interessi alcuno. Anche perché le tasse indirette si sentono (dalla terza settimana del mese) ma non si vedono. E poiché nel Belpaese è di grande successo l'adagio che recita «occhio non vede cuore non duole» si vedrà tutti un po' meno tasse e si spera ci si debba dolere poco.
Anche se un po' senz'altro sì.
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(1) Corriere del veneto 11 dicembre 2012

giovedì 2 maggio 2013

Ecco il Primo Maggio: su coraggio - 2*

Berlusconi vuol far massaggi. Alleanza e ricatti. Gasparri bacia mani. La canzonetta di Silvio spopola anche tra i politologi. Ci son poltrone da spartire. Mario Monti va in trattoria. D'Alema ha già dato. Complimenti a Mussolini. Flatulenze padane. La vigiglia del primo maggio in nove quadri.

Le giornate che precedono il Primo maggio di solito sono ricche di eventi e di dichiarazioni, il più delle volte ridicole e risibili. Tentano magari inconsciamente di togliere visibilità e importanza alla festa del lavoro e dei lavoratori. Il fatto che spesso ci riescano è uno dei drammi di questa epoca disperata. Perciò, infatti, da anni, si canta «Primo Maggio, su coraggio». Che ce ne vuole parecchio, di coraggio, per andare avanti. E' accaduto lo scorso anno quando Brunetta, La Russa, Lupi e Tremonti (chissà che fine ha fatto il megasuperministro che tutto già sapeva e già prevedeva) attaccarono il premier Mario Monti (1), che allora vestiva i panni del salvatore-della-patria. Poi, come si sa, le mode passano. E' accaduto ai tempi di Scajola, chi si ricorda più di lui? che non voleva essere considerato uno preso con «il sorcio in bocca» (2). Quest'anno si è andati addirittura meglio. Sale la quantità e anche la qualità degli eventi. Gulp!
1. Berlusconi e i massaggi. Tranquilli nulla a che vedere con olgettine et simila. I massaggi questa volta Berlusconi li vuole praticare al Pd, neo alleato di governo. L'antefatto (3) : il cavaliere dalla bocca larga durante una trasmissione televisiva si autocandida alla presidenza della non ancora istitutita Convenzione per le riforme costituzionali. Ambisce a diventare un padre costituente. Che dire? Naturalmente la cosa non è piaciuta ad alcuni del Pd e il capo del Pdl lo sa e allora per rimediare alla intempestiva dichiarazione dice:« Adesso sarà necessario un adeguato massaggio a qualcuno di loro». Che è un bel dire politico. Chissà chi saranno i massaggiatori . Auguri, detto senza malizia, ai massaggiati.
2. Alleanze e ricatti. Il giovane governo del giovane Letta Enrico, ha fatto appena in tempo ad ottenere la fiducia del Senato che già è stata presentata dal Pdl per dirla da in positivo, la prima cambiale. O il primo ricatto. Letta dice «L' Imu di giugno è sospesa» e subito Berlusconi ribatte «Via l'imposta o noi non ci stiamo». Gli fanno eco Brunetta, che chiede anche il rimborso dell'anno precedente e dichiara di avere una golden share sull'esecutivo. Chissà se Napolitano se ne è accorto. Poi hanno parlato, digrignando i denti, i soliti altri da Gasparri a salire. Cosa vuol dire fare alleanze tra pari. (4)
 
3. Gasparri il galante. Forse per rimediare al primo strattone dato al Pd Maurizio Gasparri ha voluto fare il di più e quindi si è esibito, in piena aula del Sanato, in un galante baciamano (5). La fortunata è stata Anna Finocchiaro. Ognuno ha i baciamanisti che si merita. Che, senza voler fare raffronti che sono più che blasfemi, viene difficile immaginarsi Nilde Jotti accettare un simile gesto da parte di Giorgio Alminrante. Forse che questi sono i massaggi cui faceva riferimento Berlusconi? Buon divertimento.



4. La canzonetta di Silvio. Il motivetto “meno male che Silvio c'è” sta spopolando anche fuori dal Pdl, Adesso lo fischietta pure Giovanni Sartori. Chi l'avrebbe mai detto. Nell'ultimo editoriale ha scritto: «Meno male che Napolitano c'è. Meno male che ci sono due Letta, tutti e due bravi (uno a destra e uno a sinistra).» Dimentica il politologo Sartori che quello di destra è stato lo spin doctor di quel tal Berlusconi Silvio i cui governi si sono distinti per aver approvato leggi ad personam, fatto compravendita di parlamentari e condotto il Paese sull'orlo del baratro. Giusto per non voler cercare il pelo nell'uovo. E quell'altro di sinistra non è mai stato. Semmai di centro. Poi, per chiudere in bellezza il suo pezzo, si è dedicato a Gaetano Quagliariello neoministro delle Riforme costituzionali. Lo ha definito «La persona giusta al posto giusto.» Anche qui la memoria fa cilecca. Magari se Sartori andasse a rileggere quanto ha scritto in precedenza ne trarrebbe di vantaggio.
5. L'amor di patria e le poltrone. Ora che con grande celerità è stato regalato a Enrico Letta quel che fu negato a Pier Luigi Bersani, cominciano le trattative sui posti. È già. Un conto son gli ideali anime 'e core e un conto la pagnotta per cui caccia aperta a 68 poltrone più due. Di queste 40 sono destinate ai sotto segretari e 28 ai presidenti di commissione. Due sono quelle seminascoste una fa riferimento a Informazione e sicurezza, gli 007 per intenderci, e l'altra è quella di capo gabinetto del ministero dell'Economia. Se si volesse veramente il bene del Paese ci vorrebbe gente nuova. Competente e magari pure di prima nomina. Ma forse «più dell'amor potrà il digiuno.»
6. Supermario Monti. Ora ex. L'algido ex salvatore-della-patria è stato allegramente scaricato da tutti quelli che lo hanno esageratamente osannato in precedenza.
Pare che la sera in cui ha dovuto mollare il posto da premier che, a suo dire, mai gli è piaciuto, sia andato in trattoria con la signora Elsa e lì sia stato avvicinato da un ragazzino di undici anni che, e qui il condizionale è di rigore viste le frequentazione di supermario con le agenzie di pr, gli avrebbe chiesto: «Ma lei è triste a non avere più un lavoro?» (6) Al che il sobrio per antonomasia ha risposto: «È un po' come quando finisci la scuola, ti dispiace ma finalmente fai anche un po' di vacanza. » In realtà il bocconiano ha dimenticato di dire che sì ha perso il lavoro, come tanti, ma non lo stipendio. Come forse solo lui. Lui infatti si è premunito di un seggio da senatore a vita. Che in un solo mese rende uno stipendio pari a quanto il brigadiere dei carabinieri Giangrande guadagnava in dieci. Straordinari inclusi. Complimenti a Gian Mario Stella per essere stato così tempestivamente vicino al tavolino dell'ex presidente del consiglio da poter cogliere la scenetta da libro Cuore. Ci mancava.
7. D'Alema ha già dato. Nonostante il 30 aprile non fosse giornata di festa D'Alema Massimo ha ammolazzato l'ennesima intervista (7). Naturalmente a tutto campo. Certo che avere un'opinione su tutto richiede un bello sforzo. C'è chi può e lui può. Tra le tante colpisce una risposta. Alla domanda: «Lei parla di legge elettorale perché dovrebbe far parte della convenzione...» la replica è sibilante: «Non intendo far parte di alcuna convenzione, io ho già dato...» Anche qui una vaga nota di smemoratezza. Forse intendeva dire ho già avuto. O forse preso. Ché, per dire delle più note, dalle sette legislature italiane, più quelle al parlamento europeo, più la presidenza della Bicamerale, più due presidenze del Consiglio, più il ministero degli Esteri, più la recente presidenza del Copasir quando ancora allo stipendio da parlamentare si sommavano le indennità per le altre cariche in qualche modo qualcosa deve pur aver ricevuto. Perché adesso non si quieta e cerca di prendersi quella laurea che mancò in gioventù? Oppure continui a portare a spasso il suo bel cane. Ma forse anche quello si rifiuta.



8. Complimenti a Mussolini. Il livello è così basso che tocca dare enfasi ad un atto che in posti normali passerebbe come normale. E nessuno se ne accorgerebbe. Nel Belpaese invece si guadagna una bella e grande foto sui giornali.: la senatrice Alessandra Mussolini, in piedi, saluta la neoministra dell'Integrazione Cécile Kyenge, seduta (8). Che questa è solo semplice buona educazione. La si insegna ai bimbi. Molti la perdono da adulti.
9. Flatulenze padane. Della neoministra dell'integrazione hanno parlato anche Borghezio, Salvini e Zaia. Bel trust di cervelli.


Il Primo Maggio è la festa dei lavoratori non delle corbellerie. Magari ricordarselo.

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* analogo titolo fu usato il 1 maggio 2010. Allora i protagonisti furono Scajola (di cui adesso pochi si ricordano) e altri tre: Bersani, Berlusconi D'Alema che, ancora per il momento, calcano il palcoscenico della politica italiana. Si spera che per tutti e tre siano, politicamente parlando, le ultime battute. http://www.ilvicarioimperiale.blogspot.it/2010/05/scaloja-bersani-berlusconi-dalema-1.html

(1) il giornale 30 aprile 2012; Corriere della Sera 30 aprile
(2) Corriere della sera 1 maggio 2010
(3) Corriere della sera, 30 aprile 2013, pag. 12, Francesco Verderami, Bersani apre al semipresidenzialismo.
(4-5-6-7-8) Corriere della sera, 1 maggio 2013,