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giovedì 3 dicembre 2015

Pier Carlo Padoan è come Giulio Tremonti

Apparentemente diversi sono la fotocopia l’uno dell’altro. Appartengono alla categoria di quelli che sono bravissimi a dirti domani perché non si è avverato oggi quello che avevano previsto ieri. Le scuse di Tremonti erano l’11 settembre e la globalizzazione per Padoan il terrorismo di Daesh e le stragi di Parigi. Quanto a tagliare i costi inutili sono uguali: il nulla del nulla.


Durante la prima Repubblica era un vezzo dire che la situazione italica era instabile perché si cambiava governo  praticamente ogni anno. Era un grave errore. Il Belpaese dal dopoguerra alla scomparsa dei partiti tradizionali ha avuto ininterrottamente un solo, stabile, stabilissimo, governo. È stato unicamente per non perdere la nomea di creativi pasticcioni ed arruffoni che si ruotava spesso il Primo Ministro, anche perché tutti tenevano famiglia e qualcuno anche di più. Per cui in alcuni casi, essendo il turno di uno che già c’era stato, si è provveduto addirittura a numerarli come i re con lo stesso nome. Ma a parte questa umana debolezza per il resto tutto procedeva come sempre: il governo in carica assomigliava a quello precedente ed era la fotocopia di quello successivo. 

La seconda repubblica non ha voluto essere da meno, d’altra parte come cambiare natura? Impossibile, sarebbe come chiedere ad un bradipo di cimentarsi nei cento metri. E quindi avanti con le stesse somiglianti politiche facendo finta che tutto cambi,  ma non è vero. Ovviamente a simile prassi non sfuggono neppure i singoli ministri e in special modo quelli dell’economia. Anche qui bisogna che tutto cambi, ma anche no. E Pier Carlo Padoan assomiglia drammaticamente al suo predecessore più famoso Giulio Tremonti. Al di là dell’appartenere entrambi alla dannata categoria che, con puntualità scientifica,  saprà spiegare domani  quanto non si avverato oggi delle loro previsioni di ieri.  Entrambi sono portatori di occhiali che probabilmente usano più per estetica che per vederci meglio. Altro in comune non sembrano avere. E invece no. Sono uguali nello spirito più ancora che nel fisico. 

Tremonti negli ultimi anni della prima decade di questo millennio sosteneva che la crisi non c’era ed era tutta un’invenzione dei comunisti disfattisti, adesso Padoan ci dice che la crisi è finita e che non c’è nulla da temere. Gli errori di entrambi sono evidenti. Tremonti per giustificare la crisi che non vedeva, neanche con gli occhiali, diceva che era tutta colpa dell’11 settembre o alternativamente della globalizzazione. Che entrambi i fatti si fossero concretati un decennio prima gli sfuggiva. Così come succede al Padoan: se nel terzo trimestre i consumi sono calati da la colpa è del terrorismo islamico e delle stragi di Parigi che però sono accadute nel quarto trimestre. Per dirla come uno che fa finta di intendersene. Insomma la colpa non è della propria miopia, ma sempre di qualcosa d’altro. Tutti e due, pur se in tempi diversi, hanno tuonato contro gli sprechi della spesa pubblica: Tremonti tuonava e basta mentre Padoan fa parte del governo che ha bruciato almeno un paio di esperti che avevano presentato report di migliaia di pagine sulla riduzione della spesa, ma il cui unico risultato, visto lo spreco di carta, è stato un ulteriore indebolimento della foresta amazzonica. Uno aveva in mente la finanza creativa che si risolveva nelle cartolarizzazioni l’altro invece vuol fare cassa vendendo quello che funziona invece di quello che non è capace di gestire. Il che praticamente è la stessa cosa. Entrambi dicono di rifarsi a esperienze imprenditoriali ma non si sono domandati perché Marchionne, quando ha avuto bisogno di denaro, abbia venduto i carrelli elevatori OM invece della Ferrari. E comunque quando ha venduto un pezzetto di Ferrari l’ha piazzato in borsa a scanso di equivoci. Ma forse era troppo complicato da capire come nel caso della revisione della spesa. 

Sia Tremonti che Padoan si sono trovati d’accordo nel dire che più contante circola meglio è. Il primo non voleva limiti il secondo l’ha innalzato da 1000€ a 3000€ ed entrambi hanno sostenuto con cipiglio severo e scientifico che le loro rispettive posizioni non influivano né sul nero né sulla evasione fiscale. Anime candide. A Padoan peraltro sfugge che l’importo da lui posto come limite massimo è il doppio dello stipendio mensile di un italiano medio. Come dire che un impiegato se ne vada in giro con in tasca due mensilità, magari in banconote di piccolo taglio. Da ridere.  Ma da sbellicarsi è che ieri si è approvato un provvedimento che obbliga i baristi ad accettare il pagamento di un caffè con la carta di credito. Che ci sia una discrepanza, ancorché minima, tra i due pensieri può balzare all’occhio di uno sprovveduto ma non a quello di un ministro. Troppo impegnato a guardare altrove.  E per finire la chicca: Tremondi con l'autorevolezza che gli deriva da chissà chi ha sostenuto che 
«Bisogna che tutto cambi perché nulla cambi» non è solo una brillante e ossimorica formula teorica ma un un modo d’essere ed un dato di fatto imprescindibile che nel Belpaese si concretizza pressoché quotidianamente. Specialmente quando si tratta di ministri dell'economia. E poi ci si domanda perché gli altri non capiscano le italiche capriole.  Ci vorrebbe un genio ma anche in Europa ce ne sono pochi. In genere lì si trova gente normale.

venerdì 3 gennaio 2014

Stesso reddito diversa fiscalità.

A seconda di come si guadagna il proprio imponibile varia la tassazione. Chi più specula, al solito meno paga. Si analizzano cinque casi, assolutamente normali, in cui a parità di reddito corrispondono percentuali di tassazione che vanno dalla totale esenzione fino al 33% che poi sarebbe come dire guadagnare 70.000€/anno.





Che l’Italia sia il paese dove ogni differenza è sovrana, neanche fossimo a Copacabana, è fatto ormai noto anche ai bambini dell’Islanda non perché lo studino a scuola ma più semplicemente perché questa nozione è talmente naturale che la succhiano con il latte materno. 


Qui, nel Belpaese, nulla è uguale al suo simile. E questo da sempre e ovunque. 

Nei tribunali è riportata la scritta. La legge è uguale per tutti ma come chiosò il maestro di vita principe Antonio de Curtis in arte Totò c’è sempre qualcuno per il quale la legge è più uguale. Lo  stesso vale per il carcere se il delinquente è un manager di grido, per esempio l’ex amministratore delegato di una banca, è quasi certo che finisce in infermeria e non in una di quelle cellette super affollate dove magari lo metterebbero a dormire all’ultimo piano del letto a castello. E lo stesso vale se si è parlamentari o giornalisti: la reversibilità della pensione o la messa a carico per le spese sanitarie del convivente non coniuge è assicurata. Per chi non fa parte delle due caste ovviamente no. Per conferma confrontare la differenza di trattamento tra il compagno di Ivan Scalfarotto e Adele Parrillo compagna non sposata del regista  Stefano Rolla morto a Nassiria che da 10 anni combatte per vedere i suoi diritti riconosciuti. Ma tant’è.

Ora si ipotizzi il caso di un reddito lordo di 15.000€, e si immagino cinque diverse origini del reddito. La domanda è: hanno lo stesso trattamento fiscale? La risposta, ovvia e scontata è: no. Neanche a dirlo.

Primo caso: reddito da lavoro dipendente. Per comodità si prende in considerazione la situazione più semplice ovvero di un dipendente che abbia solo questo unico reddito, che sia single e non possegga l’appartamento nel quale abita. I suoi 15.000€ annui verranno tassati, alla fonte, nella misura del 23%. Traducendo il tutto in netto a questo signore restano in mano 11.550€. Poco meno di 1.000€/mese.

Secondo caso: rendita finanziaria da titoli di Stato. Sempre per comodità, cosa vuol dire lasciare ad altri l’ingrato lavoro dell’azzeccagarbugli, si va a pensare che questi 15.000 erurini siano il risultato di cedole maturate nell’anno grazie alla sottoscrizione del Btp Italia e similari e che il fortunato possessore di questa sommetta non abbia altri redditi, magari è un disoccupato e sempre magari vive anche lui in affitto e per soprammercato è pure senza famiglia.  Bene,  il suo reddito sarà tassato, alla fonte come nel caso precedente, con un più modesto 12,50%. Che già rispetto al primo caso si sta parlando di una tassazione che suona circa le metà. Gli restano in mano puliti quasi 1.100€/mese non c’è da scialare ma c’è gente che con lo stesso importo ci mantiene una famiglia di quattro persone. Peraltro si passa sopra il fatto che , mica si può stare a guardare tutto,  per generare 15.000€ di cedole da Btp al tasso del 2%  lordo occorra avere un tesoretto di circa 750.000€. Quindi il signore in questione non lo si potrà definire propriamente come uno che sia sulla soglia dell’indigenza.  No, questo signore non è un povero.

Terzo caso: rendita finanziaria da azioni od obbligazioni, ovviamente non statali. Sempre mantenendo lo stesso rendimento e sempre ipotizzando che il possessore abbia le stesse caratteristiche socio-demografiche dei due di prima: senza famiglia, senza lavoro e senza casa di proprietà. Per lui i 15.000 eurini saranno tassati quasi quanto il lavoratore dipendente, anche se un po’ di meno: 20%. Quindi netti restano 12.000€/anno. Cifra tonda. Su questo personaggio meglio non fare illazione altrimenti ci si perde. Poiché un conto è se specula in borsa, potrebbe anche avere un capitale minimo ed essere solo fortunato, altro è se investe in obbligazioni e in questo caso il tesoretto su cui contare potrebbe avere perimetri variabili, assai variabili: dalla metà alla stessa dimensione  del signore di cui al caso 2.

Quarto caso: la rendita deriva da un appartamento dato in affitto. Anche qui stessa situazione delle precedenti. Questo è il solo reddito ed il poveretto è costretto a vivere a casa della mamma. Sempre per comodità di situazione si immagina che si tratti di un appartamento medio in una zona media della città., con una rendita catastale media. In questo caso le cose si complicano un pochetto perché il proprietario si troverà senz’altro a dover saldare il 23% di Irpef a cui però dovrà aggiungere su per giù un altro 10% dovuto al fatto  che l’appartamento pur essendo l’unico di proprietà viene considerato come “seconda casa”. Si arriva così, l’un per l’altro,  al 33% di tassazione. Percentuale che fa riferimento al quarto scaglione della tabella Irpef. Che poi è come dire avere un reddito annuo lordo che si aggiri intorno ai 70.000€. Il che ovviamente non è. Perché il povero tapino da quell’appartamento ricava solo 15.000€.

Quinto caso: colf e badanti. Se il reddito complessivo di 15.000€ fosse guadagnato da una coppia di badanti, marito e moglie, regolarmente iscritti all’Inps ed in regola in tutto e per tutto (quindi con un atto di fede, che forse pure a papa Francesco costerebbe un qualche sforzo, si immagina che il “nero” in Italia non esista) e che ciascuno dei due percepisca un salario pari a  7.999,00€/anno la tassazione sarebbe pari a zero. Questo perché golf e badanti con un reddito dichiarato fino a 8.000€/anno sono esentati dal pagamento dell’Irpef.

Cinque casi, con le loro storture, son più che sufficienti a dimostrare quanto possa essere farlocco l’italico fisco. E certo è necessario essere un docente della Bocconi (Mario Monti) o un laureato alla Normale di Pisa (Enrico Letta) o un docente di Ca’ Foscari (Renato Brunetta) o un commercialista di grido (Giulio Tremonti) per non accorgersi della iniqua imbecillità del sistema. Certo che se questi quattro, proprio loro quattro, anziché svolazzare nell’empireo dei massimi sistemi si acconciassero a guardare le piccole cose da vicino forse, forse ci sarebbe più equità nel sistema fiscale e magari anche minori tasse. È chiaro però che guardare le piccole cose e capirle pure richiede una qualità d’ingegno normale - e magari anche di buon senso, ma non è detto - che in quei quattro è difficile trovare.  Magari lo zio di Bonanni…


lunedì 20 agosto 2012

Giulio Tremonti vuol dare il suo contributo all'Italia. Grazie. Meglio di no. Ha già dato.

Giulio Tremonti
Il mondo, mediamente, non è  popolato da generosi. Anzi. 
La storia ci racconta di un solo samaritano e qualcuno dubita pure di quello. Ma l'Italia no. Non essendo un Paese normale di gente che vuol dare il suo contributo ce n'è a bizzeffe.
Ovviamente il primo posto nella classifica dei generosi tocca a Berlusconi Silvio che, a ogni piè sospinto,  ci racconta che a portarlo in politica è stata la sua grande generosità, che se fosse stato un tantinello più sparagnino ci saremmo risparmiati un sacco di guai e senz'altro anche qualche figuraccia internazionale. Poi, per essere bipartisan, c'è da menzionare Melandri Giovanna, che ha abbandonato alla tenera “età di 35 anni una promettente carriera in Montedison per servire il suo Paese” (1). Il Paese non si è reso conto del servigio ma, in ogni caso, sentitamente ringrazia.  Non foss'altro che per educazione. E contemporaneamente si augura che la signora non ne fornisca altri, di servigi.
La lista dei generosi comunque lunga, non va di citarli tutti anche perchè ci sono quelli a loro insaputa e non vorremmo svegliarli, oggi si è arricchita di una new entry, niente-popo-di-meno-che: Giulio Tremonti. 
Giusto per intenderci quello che in un'epica puntata di Porta a Porta fu definito “una macchietta” da un D'Alema stranamente lucido. Per questo, la lucidità di D'Alema, la puntata fu epica.
Ci dà la ferale notizia Paola Di Caro sul Corsera a pag. 8. Solo un anno fa Giulione avrebbe avuto la prima. E già questa collocazione, un po' in disparte, pare un buon segno. Però tutti quelli che già si stavano abituando all'idea di dimenticare il ministro della finanza creativa hanno avuto un sobbalzo. 
Ma come? Torna? E con che faccia? Con la sua naturalmente. Faccia che fisicamente non è di bronzo anche se a quel materiale un pochino ci assomiglia.
il ritorno
L'occhiello dell'articolo testualmente dice: i progetti dell'ex ministro pronto a dare il “suo contributo”. Le virgolette sono del Corsera, l'ironia forse non è involontaria. 
Pare che il Tremonti Giulio  voglia fondare un nuovo partito. Sarebbe questo il contributo. Accidenti.
Signor ex ministro, per amore del Paese a cui vuol dare “il suo contributo” desista. Lei ha già dato. In verità anche troppo e, francamente, il Paese non vorrebbe abusare della sua generosità. Ne potrebbe sopportarla ancora. Per dirla francamente.
Ha dato corpo a promesse incredibili come il nuovo miracolo economico, che in dieci anni di suo ministero nessuno ha visto, ha dato il maggior numero di condoni che governo abbia mai concesso, dopo aver giurato che non ne avrebbe firmato uno, ha dato il via alle cartolarizzazioni, ha lanciato i Tremonti bond, alleluja,  ha tentato di aprire la banca del sud, ma non ci è riuscito, ha negato l'esistenza della crisi, coprendosi di ridicolo a Davos (2006),  ha dato dimostrazione di come si paghi in nero l'affitto di casa, ma questo molti lo sapevano già fare, spergiurando peraltro che voleva combattere l'evasione fiscale. E infine nella patria di Dante ha dato una perla delle sue dicendo che con la cultura non si mangia.  Complimenti. Appena un filino più alto di chi sentendo parlare di cultura aveva la mano che correva alla pistola. Di nuovo complimenti.
Guzzanti: il Tremonti che piace di più
Però: ha dato la possibilità a Corrado Guzzanti di far ridere l'Italia con molte sue imitazioni. Memorabile quella della scommessa sul “cavallo tvottolino nella quavta covsa.”  Per rimettere i conti in ordine. Naturalmente.
Il paese ridendo ha apprezzato. Il Guzzanti.
Ha dato, signor ex ministro, ha dato fin troppo. Si rilassi, vada magari a pescare sul Mallero o sull'Adda, anche loro sono di Sondrio.
Aveva un po' illuso il titolo del suo ultimo libro: “uscita di sicurezza”, che pareva ai più di buon auspicio: e la imbocchi signor ex ministro, questa uscita di sicurezza e vada, vada tranquillo. Senza voltarsi indietro.

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(1) http://www.ilvicarioimperiale.blogspot.it/2012/02/ecco-giovanna-melandri-il-ritorno.html 

martedì 1 maggio 2012

Er pappagallo scappato


Uno dei più gustosi aforismi,di John Stuard Mill recita: “i conservatori non sono necessariamente stupidi ma la maggior parte degli stupidi sono conservatori”. (1 In nota si trova la frase originale in inglese per la felicità di Beppe Severgnini e di Elsa Fornero. Entrambi vanno matti per la lingua di Albione anche se il primo è nato a Crema e la seconda non sa come si traduce “paccata di miliardi” che se l'avesse saputo la Camusso si sarebbe bevuta l'abrogazione dell'articolo 18).
A dimostrazione che ogni mondo è paese l'aforisma mantiene il suo senso e, ad essere sinceri un po' lo amplifica,se a “conservatori” sostituiamo “aderenti al pdl”.o berlusconiani
Infatti negli ultimi tre giorni ben quattro esponenti di quel trust di cervelli che ci ha governato fino allo scorso novembre hanno parlato. Ovviamente il livello delle loro dichiarazioni è stato direttamente proporzionale alla loro statura politica. Quindi basso. Molto basso. Il fatto che tra questi ci sia Renato Brunetta non ha influenzato il nostro giudizio.
L'intenzione era quella di attaccare Monti Mario e di screditarlo agli occhi dell'italico popolo ma crediamo abbiano sortito il risultato contrario.
L'attacco sembra studiato a tavolino. Sono partiti, lunedì 30 aprile, il Brunetta di cui sopra con un articolo più lungo di lui su “il giornale” mentre in contemporanea sul Corriere della Sera si esibiva l'ex ministro dell'economia Tremonti Giulio poi in serata è seguito l'intervento di Ignazio-Benito-Maria-Larussa e infine oggi 1 maggio ci è toccato a Maurizio “ridens” Lupi.
Tutti evidentemente appena atterrati da Marte hanno voluto dare prova del loro stato di confusione mentale.
Brunetta Renato, appena disceso dallo scranno di ministro della Pubblica Amministrazione (8 maggio 2008-11 novembre 2011) ha scritto che  “non possiamo trascurare un'emergenza fiscale che è ormai giunta a livelli di vera e propria intollerabilità, e di cui solo un marziano potrebbe non accorgersi'' e quindi incita il governo a tagliare la spesa pubblica. Bravissimo. Chissà dove a dormito negli ultimi tre anni.

Tremonti Giulio (che già solo con il cognome il Mario ci fa risparmiare) non le ha mandate a dire e s'è erto (memore delle sue frequentazioni con il celodurista Bossi) a paladino delle vedove, dei poveri e degli indifesi neanche fosse lo sceriffo di Nottingham. Che rubava ai poveri per dare ai ricchi. Proprio lui, il Giulio Tremonti che nell'ordine è stato l'inventore della finanza creativa, quello che ha condonato il condonabile dopo aver detto che mai ne avrebbe fatto uno, quello delle cartolarizzazioni (che significa far finta di aver incassato oggi quello che non si incasserà domani), quello che voleva vendere le spiagge ma anche i mari, i laghi, i monti e magari pure qualche fettina di marciapiede), quello dello scudo fiscale per i capitali portati all'estero, quello che ha negato la crisi fino all'ultimo, quello che, grazie anche alla demagogica abolizione dell'ICI, ha allargato il buco di bilancio. Quello che non credeva nella globalizzazione. Quello che veniva addirittura redarguito da Giuliano l'apostata Ferrara che arrivò a dirgli “monate lo dica a sua sorella”. Già (poco) onorevole Tremonti queste monate le racconti a sua sorella.
Come non bastesse dopo questi tiri di fioretto ecco intevenire con il solito nodoso bastone Ignazio-Benito-Maria-Larussa. A riprova che il lupo perde il pelo ma non il vizio. Il fine bolitigo s'è lanciato in uno spericolato: “a mettere le tasse è capace qualsiasi ragioniere”. Vero. Verissimo. Anche a governare è capace qualsiasi vero uomo politico. Se c'è. Digiamogelo.
Ultimo della schiera Maurizio-ridens-Lupi. Chissà poi che c'avrà sempre da ridere. Non si sa. Lui ciellino, neanche tanto vaga rassomiglianza con la figlia di Fantozzi,  non è un rozzo manganellatore e quindi un po' minaccia e un po' blandisce. Dandoci così la quasi certezza che moriremo democristiani.
Tutti questi simpatici interventi, un filino stupidi, perchè sopra le righe ridigiamogelo, hanno un po' irritato Marione nostro (che non sempre ci piace, diciamolo) il quale ha cominciato a tirar fuori quel che avrebbe dovuto già dire a novembre. Ovvero che la crisi è figlia dell'inanità del governo Berlusconi (che assomiglia a una crasi tra burlesque e fresconi) e dei suoi scardellati ministri e che metterci una pezza sarà ben difficile. E che, se non lo lasciano lavorare in pace, potrebbe anche andarsene. Sottinteso “e poi voglio vedere chi vi vota (fresconi)”.
Questo risveglio rammenta una poesia di Trilussa (2): er pappagallo scappato
Lei me chiamò e me fece: - Sarvatore,
er pappagallo jeri scappò via
perché nu' richiudeste er coridore;1
eccheve er mese,2 e fôr de casa mia.-
 
Te para carità, te pare core,
pe' 'na bestiaccia fa' 'sta bojeria,
mette in mezz'a 'na strada du servitore
che deve portà er pane e la famîa?...
 
Ma io so tutto: er fatto der tenente,
le visite a Firenze ar maresciallo,
la balia a Nemi... e nun ho detto gnente.
 
Percui stia attenta a lei, preghi er su' Dio,
ché se me manna via p'er pappagallo
vedrà che pappagallo3 che so' io!

E le dica queste verità, senatore a vita Mario Monti che ci saranno utili. Anche se le conosciamo già.
PS.
Nelle ultime ora hanno parlato anche Gasparri, Cicchitto, Matteoli. Questi non li commentiamo. Sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.

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1) “Conservatives are not necessarily stupid, but most stupid people are conservatives”
2) Per i più giovani ed Elsa Fornero che troppa impegnata con l'inglese quasi senz'altro non conoscerà Trilussa e la sua ironia. Trilussa è l'anagramma del cognome di Carlo Alberto Salustri,1871-1950, fu poeta romanesco satrico e moraleggiante, nominato senatore a vita pochi giorni prima di morire commentò:”mi hanno nominato senatore a morte”.
Note alla poesia:
1) Corridoio.
2) Il mensile.
3) Che sorta di referendario.

sabato 26 novembre 2011

Alessandro Giuli ovvero: prima che il gallo canti






Eh sì, con queste semplici parole un hippy palestinese, la cui storia ebbe in seguito qualche successo a Broadway, profetizzò al suo delfino che lo avrebbe rinnegato tre volte. Il delfino, che originariamente si chiamava Simone, aveva avuto il nome cambiato in Pietro per future questioni di edilizia e di relativa tassazione ici . L'hippy era ieratico ma come già aveva dimostrato durante una cena ed una scampagnata in collina era pragmatico e aveva una lungimiranza non comune.
Stessa lungimiranza ci si sarebbe aspettata da Berlusconi Silvio che vantava, almeno idealmente, qualche legame con il padre dell'hippy.
Certo Berlusconi Silvio aveva già raccontato di aver camminato sulle acque, almeno in una barzelletta di sua invenzione, ma non ha fatto in tempo a dire la battuta del gallo. In compenso i rinnegatori si sono già messi all'opera.
Uno di questi, Alessandro Giuli vice-direttore de “il Foglio” circa 15.000 copie tirate e, se va bene, 5.000 vendute, ha deciso di rinnegare in diretta sul terzo canale radio Rai (1) durante la trasmissione prima pagina (2).
Ad un ascoltatore, Carlo da Ferrara, che gli chiedeva del fallimento della rivoluzione liberale promessa da Berlusconi Silvio nel 1994, Alessandro Giuli, classe 1975 e già spocchiosetto, ha allegramente demolito quello che il suo telediarroico direttore chiama con amore (chissà se anche il suo è mercenario) il cav. Che sta per cavaliere e non per cavatelli.

Come un rinnegatore di lungo corso Giuli parte subito pesante e chiosa con un “faticosamente” l'affermazione dell'ascoltatore che dava atto al foglio di aver sostenuto i governi di centro destra.
Poi ammette, prima rinnegazione, che la “rivoluzione liberale è evidentemente fallita” che, se se ne sono accorti anche al foglio, dev'esseere un fatto più che acclarato.
La causa di questo fallimento?
Seconda rinnegazione: “C'è stata una diarchia terrificante in questi tre anni tra Gianni Letta e Giulio Tremonti che rappresentavano 2 poli di un modo di vedere la realtà politica ed economica estremamante diversi. S'è perso tempo. – insiste implacabile il rinnegatore – Il grande fallimento del centro-destra è stato un fallimento di caratteri e di uomini prima ancora che di strategie politiche. E alla prova dei fatti Berlusconi si è dimostrato inadeguato, vuoi anche per questioni d'età a quella che era la missione del '94”. Con ciò dicendo che il povero Berlusconi non era quel grandioso rodomonte, decisionista e padrone della situazione come voleva far credere ma un semplice vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro. Un pupo di cui altri tiravano i fili, ed è per questo che cantavano meno male che Silvio c'è. Un altro li avrebbe fatti a pezzi.

Terza rinnegazione: “Ha fatto un patto unitario con Fini poi se ne è liberato. Quello forse è stato un errore per la meccanica che ha dato vita alla separazione. E' imploso e ha pensato di sopravvivere comprandosi il consenso di qualche deputato, comprandoselo non con i soldi necessariamente. Comunque è un fallimento politico da parte di un grande leader impolitico.” In altre parole era un incapace.
Poi il gallo ha cantato.
Ehi, il virgolettato non è di Vendola e nemmeno di Grillo e neanche di Fini. Quello che parla è uno che faceva parte della guardia imperiale.
Al confronto Crosetto, ex sottosegretario alla difesa che ha definito Berlusconi una testa di c... sembra uno di fede adamantina lontano anni luce da qualsiasi Giuda.
Incontrato in un bar vicino al tribunale mentre succhiava un chupa-chupa Berlusconi ha commentato queste dichiarazioni: “sono lontani i tempi in cui ero paragonato al piccolo Lenin (vedi http://ilvicarioimperiale.blogspot.com/2010_03_01_archive.html ) e chi mi manca di più è Sandro Bondi che aveva la stessa funzione della coperta di Linus. E un po' lo stropicciavo anche.”
Poi come sopra pensiero: “ora per essere in pari mi manca il bacio, il sinedrio, il Golgota e la resurrezione. - mi guarda e aggiunge - Lei che dice?.”
Contraccambio lo sguardo e rispondo “Eh, sì...” mentre penso poer nano.




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(1) La trasmissione prima pagina va in onda tutti i giorni su Rai Radio 3 alle 08,15 e consta di due sezioni nella prima ha luogo la lettura dei giornali e nella seconda il filo diretto con gli ascoltatori Ogni settimana il consuttore cambia, quasi sempre si tratta di giornalisti di grandi giornali nazionali, talvolta qualche direttore di testate di partito più raramente giornali locali e anche quelli, come il foglio appunto che hanno tirature e vendite da bollettini parrocchiali ma godono di speciali raccomandazioni.
(2) novembre 25, 2011, prima telefona del filo diretto