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giovedì 18 agosto 2022

Le candidature nel PD

Le liste sono state ultimate, i big si presentano dove potrebbe essere eletto anche un gatto. Meglio sarebbe se i sedicenti leader si candidassero dove è più difficile raccogliere voti per dare una mano per davvero. In lista anche due pensionate: Camusso e Furlan. Piange Luca Lotti. Si apprende della morte di Niccolò Ghedini.

Gli egregi-stimabili-encomiabili, onorevoli e senatori del PD che, nella legislatura appena finita, hanno con onore scaldato gli scranni di Palazzo Madama e di Montecitorio sono tutti così certi di aver fatto bene, più che bene, il loro lavoro da rivendicare-ambire-pretendere un collegio sicuro. Per collegio sicuro si intende quello dove sotto l’ombrello del simbolo di partito può essere eletto anche un gatto, forse ancor meglio apprezzato. Sono quisquiglie da azzeccagarbugli la lontananza del collegio, magari centinaia di chilometri da casa e la poca o nulla conoscenza del territorio, non sono certo queste le cose capaci di far arrossire questi poveri martiri della democrazia pagati non in cocomeri e peperoni, ma in miserrimi eurini, come noto. La logica vorrebbe fosse il contrario, cioè che i grandi politici si battessero nelle zone più difficili per dimostrare il loro valore e capacità di attirare consensi. Così ovviamente non è, troppa fatica e troppo rischio. Meglio sfrattare il gatto e occuparne la cuccia.. E allora il Fassino Pietro vero e proprio globetrotter delle elezioni questa volta va a fare il turista a Venezia, dove forse non è mai stato, venendo da Ferrara ultimo suo collegio elettorale anziché dimostrare quel che vale nella natia Torino, ci ha fatto inopinatamente anche il sindaco, poi trombato al secondo tentativo. Dicono le cronache che il potente Franceschini Dario, da Ferrara, andrà a farsi eleggere in quel di Napoli, neanche lui ha fiducia nei suoi concittadini che lo conoscono bene. L’ineffabile Serrachiani Debora per essere sicura-sicura si candida sia in Friuli, dove è stata Presidente di regione sia in Piemonte, praticamente dietro l’angolo. Avendo due possibilità magari gliene riesce una: cosa sarebbe il Parlamento senza di lei. E si può andare avanti con altri “eccellenti” come Camusso e Furlan, milanese la prima e genovese la seconda entrambe già ben pensionate, verranno elette rispettivamente in Campania e in Sicilia. Anche il Letta occhi di tigre andrà a farsi eleggere in trasferta: è di Pisa, nel 2021 è stato eletto a Siena e zone limitrofe  e adesso, sempre per essere sicuro-sicuro si accomoda nei plurinominali di Milano e Vicenza. Cosa vuol dire fare sacrifici. Come lo Zingaretti Nicola: si dimetterà da Presidente della Regione Lazio solo dopo la sua elezione al Parlamento, tiene famiglia. Ignazio Marino fece il contrario: lasciò il suo seggio da senatore per correre da Sindaco, eletto, a Roma poi dimesso da una vergognosa operazione notarile. La Cirinnà Monica (rivuole i ventimila e briscola euro trovati nella cuccia del cane)  e la Morani Alessia (l’odiatrice dei 5S)  obtorto collo correranno in collegi a rischio e lì si parrà della loro nobilitate. Chi non correrà affatto è Luca Lotti, quello che trattava col Palamara, e ci sarebbe mancata pure questa. L’ha difeso il Renzi Matteo dicendo, nella stessa frase, quanto questa esclusione sia una vergogna e il Letta dovrebbe occuparsi dell’inflazione. Il nesso tra inflazione e Luca Lotti non è di immediata comprensione, ma ce ne si farà una ragione. In ogni caso il Letta magnanimo o frescone, dipende dai punti di vista, ha ricandidato una bella fetta della quinta colonna renziana, a elezione ottenuta gli faranno la fronda e non se ne potrà lamentare: chi è causa del suo mal … È morto Niccolò Ghedini, dal 2001 deputato e senatore, ma frequentava poco, 98% di assenze. Era l’avvocato del Berlusconi Silvio che, nel caso delle escort a Palazzo Grazioli e Villa Certosa, definì utilizzatore finale con buon rispetto e garbo per le signorine. A suo dire la legge non si applica allo stesso modo per tutti i cittadini e ha cercato di dimostrarlo. Fu anche indagato, ma stralciato, per corruzione in atti giudiziari. Unanime cordoglio nel mondo politico. Con ipocrisia.

Buona settimana e buona fortuna  

martedì 9 agosto 2022

Adesso Enrico deve corteggiare Giorgia

Il Letta è più interessato ad alchimie che ai programmi. Ha fatto proposte a quasi tutti e sta imbarcando di tutto, come l’arca di Noè. Gli manca solo di fare una proposta a Giorgia Meloni. Ma c’è ancora tempo.


L’ossessione del Letta Enrico è di vincere le elezioni. Ci ha provato sommando i suoi sondaggiati consensi a quelli altrettanto sondaggiati del Calenda Carlo, ma gli è andata male. Il Calenda ha scoperto che stare con il PD è per lui penalizzante e quindi meglio correre da solo o, forse con il Renzi, ma sarebbe un regalo enorme per uno plurilaureato in fallimenti. Se vuol battere il centro destra ha bisogno di imbarcare qualcun altro e, briciole a parte, non ha molte alternative, Non volendo, per fortuna del Conte Giuseppe, allearsi con il M5S, le opzioni si restringono a solo tre possibilità: Berlusconi, Salvini e Meloni. Però sono alleati tra di loro, ma non ce ne sono altri. I primi due sono da scartare: il pregiudicato Berlusconi odia i comunisti, anche se nel PD non ce ne sono quasi più e il Salvini è troppo ruspante per le terrazze snob frequentate dalla sinistra pariolina. Non resta che la Meloni Giorgia e quindi vai con il corteggiamento. Sulla questione migranti potrebbero anche andare d’accordo: la Giorgia sta proponendo con altre parole quanto ideato dal Minniti Marco: che i migranti se li ammazzino i libici a casa loro così l’Occidente ne esce pulito. Sull’atlantismo e sulla voglia di guerra sono già sdraiati sulla stessa linea degli yankee. Forse qualche differenza sull’Europa c’è, ma a tutto si mette rimedio. Quindi l’Enrico potrebbe cominciare con rose rosse e via di seguito. Gli attuali alleati della Giorgia sono un po’ maschilisti: loro l’idea di una premier donna la vedono così-così per non dire che non gli  sconfiffera proprio. Mentre l’Enrico piazza donne ovunque come fossero prezzemolo: ha la Serracchiani e la Ascani come vicepresidenti o vicepresidentesse e la Tinagli come vicesegretario o vicesegretaria.. In fondo la vecchia Democrazia Cristiana, da cui vengono il Letta e tutti i maggiorenti (quelli che contano per davvero) nel PD, ha molti trascorsi con il vecchio Movimento Sociale Italiano  di cui la Giorgia continua ad avere nel simbolo e magari anche nel cuore, la vecchia fiamma. Peraltro anche il Togliatti Palmiro si era rivolto ai “fratelli in camicia nera” e la destra sociale nelle borgate è più a sinistra del PD. E poi sempre la Giorgia surrettiziamente si sta convertendo al draghismo: indiscrezioni dicono abbia chiesto al camminatore sulle acque consigli sui prossimi futuri (si spera di no) ministri. E poi quelli di +Europa, ex radicali, hanno già governato con la destra, così come la sinistra, e da quella parte non verrebbero certo dei dinieghi. Fratoianni poi è troppo interessato a tornare in Parlamento e quindi farebbe, come suggerisce Cheyenne a Jil in C’era una volta il west: se  ti toccano il sedere fai finta di niente.

Buona settimana e buona fortuna..  

venerdì 8 ottobre 2021

Enrico Letta sta cominciando a perdere.

Letta si sente in sintonia con il Paese che per la metà non va a votare. Pensa che il futuro sia Calenda che a livello nazionale conta per il 3 per cento dei votanti. E torna a fidarsi di Ranzi. Enrico, ancora una volta, stai sereno.


Da pochi giorni si è conclusa la prima delle due giornate elettorali amministrative. In questo breve lasso di tempo tutti, meno il Draghi Mario che di queste bagatelle se ne impippa, a sgolarsi per dire che la sinistra ha vinto. Qualcuno addirittura ha paventato di vedere i cosacchi abbeverare i cavalli a San Pietro. Non è successo e non succederà. Anche il Letta Enrico non ha saputo resistere e s’è messo a pontificare sul fatto che “siamo tornati in sintonia con il Paese” e poi s’è lanciato a profetare future alleanze.  Evidentemente il micro successo di questo giro gli ha dato alla testa. Prima di perderla. Il neo-giovane-virgulto non ha grande dimestichezza con la memoria. Ha subito dimenticato che i successi di Bologna e Napoli, quello di Milano con il Pd c’entra come i cavoli a merenda, sono stati conditi da tassi di astensionismo che solo per uno zic non sono bulgari. E se questa è la sintonia con il Paese c’è solo da sperare che la fine del mondo arrivi prima della prossima tornata elettorale. Dopo di che il suo spirito ecumenico, che tanto valeva si facesse prete, lo porta ad avere visioni mistiche sul futuro della sinistra. Già vagheggia l’Enrico di una macro alleanza che vada da Calenda Carlo a Conte Giuseppe passando dal Renzi Matteo. E con Calenda e Renzi viene difficile parlare di sinistra. E anche qui un piccolo calo di memoria: con il Renzi Matteo è già alleato, tanto è circondato da renziani e quando tornerà a Montecitorio lo toccherà con mano nel caso non si fosse accorto di chi compone la sua segreteria e capeggi i suoi gruppi parlamentari. E poi c’è la nuova grande voglia: Calenda. Calenda Carlo che pare abbia vinto arrivando terzo. A Bersani andò peggio: arrivò primo, ma non vinse. Comunque è arrivato terzo a Roma con il 19,87 per cento e con il solito quasi cinquanta per cento di astensionismo. Quindi a bocce ferme, se tutti votassero, mal contato, vale a livello locale il nove per cento. A livello nazionale invece intorno il tre, sempre con la questione dell’astensione, sempre mal contato, vale la metà: uno per cento e rotti e da queste basi già pone condizioni. Draconiane. E poi c’è, per l’appunto, il M5S. Un rebus. Forse Enrico Letta sogna di poter fare come Draghi, ma c’è un fatto: Draghi se ne infischia dei partiti che lo sostengono ed essendo un nominato a vita se lo può permettere. Enrico invece, dopo una breve esperienza da raccomandato, ha dovuto fare i conti con i voti. E se vuole i voti della sinistra deve dire con chiarezza cose di sinistra e smettere di essere il turibolo dell’uomo della provvidenza. Difficile. E allora stai ancora sereno Enrico.

Buona settimana e buona fortuna.

 

 

mercoledì 21 agosto 2019

Crisi di governo: si scopron le tombe risorgono i morti.


La politica non è l’arte del possibile ma quella dell’eterno ritorno,  Nietzsche a riveder la sua filosofia ridotta a questo ne impazzirebbe. Eppure stanno tornando tutti quelli che si sperava di aver persi e sepolti, politicamente parlando.



Non c’è niente di meglio di una bella crisi di governo per veder rispuntare i cari vecchi amici, ormai dati per morti, politicamente s’intende, che non si vedevano da parecchio tempo. Non che se ne sentisse la mancanza, ma, si sa, fa sempre piacere rivederli, specialmente quando si tratta di fini umoristi che dirli politici farebbe arrossire e non solo Aristotele.
Ed ecco allora rispuntare dal nulla, come un fungo in autunno, il caro vecchio“mortadella” in arte Romano Prodi che, come di suo solito, butta là una proposta rivoluzionaria: il governo Ursula. Gli anziani avranno pensato alla coeva Ursula Andersen, piccolina, ma stupenda in Agente 007 – licenza di uccidere. Mentre i più giovani a Úrsula Corberó. Entrambe sexy, ma la suggestione è di breve durata e subito abbandonata pensando che la proposta viene da Prodi, baciapile il giusto. E infatti il riferimento è a Ursula von der Leyen nuova commissaria europea. Proposta non originale dal momento che assomiglia all’ammucchiata dell’Ulivo, che ti puoi aspettare di meglio? Mentre quello che si aspetta il redivivo Romano, che ha passato gli ultimi anni in una tenda fuori dal campeggio del Pd è la candidatura e successiva elezione a Presidente della Repubblica che sarebbe bello avere al Quirinale il consulente della Repubblica Popolare Cinese. Il Romano è sempre stato uno spiritoso.
Come spiritoso è sempre stato anche il Pierferdinando Casini di cui, nonostante la pluridecennale presenza in parlamento, si erano perse le tracce. Lui è un dispensatore di perle di saggezza: “la soluzione poi arriva da sola”. Fine politico dalle ampie vedute e repentini spostamenti.
Naturalmente non poteva mancare l’immarcescibile D’Alema. Anche Er Massimo sentenzia: “un governo con il M5s si può fare”. Se lo dice lui come nn crederci. Dopo la trombata dell’ultima tornata elettorale sta sgomitando in ogni dove pur di farsi ricordare nonostante i più facciano di tutto per dimenticarlo.
E poi che dire del mitico Renzi Matteo che, avendo finito i popcorn, ha lanciato per primo l’ipotesi del governo tra Pd e pentastellati a causa dei quali si è ingozzato di mais scoppiettante. Naturalmente con il supporto dell’odiata Leu. La verità è che teme come il fuoco le elezioni: primo perché Zingaretti sforbicerà alla grande il pattuglione renziano che siede in parlamento e secondo, di conseguenza, tornerebbe a contare nel partito come il due di picche e allora la scelta della nuova formazioncina politica sarebbe quasi inevitabile. Come il suo fiasco.
È ritornato sulla scena anche Scilipoti, il Belpaese nn si fa mancare nulla. Poi ci sono gli assenti. Temporanei, ça va sans dire. Per il momento non hanno parlato Tonino Di Pietro, Antonio Razzi, Ciriaco De Mita, il suo ex sottopanza Clemente Mastella e neppure Piero Franco Rodolfo Fassino che timoroso di essere bastonato a Torino è andato a farsi eleggere in Emilia Romagna, dove il Pd ha preso una bella scoppola.
Ops, ci si dimenticava di Enrico Letta che al meeting di Comunione e Liberazione, mancando Formigoni, ha ottenuto una standing ovation e ha tracciato la road map per l’Europa e spergiura che non vuole ruoli. Excusatio non petita … con quel che segue.
E gli italici? A mangiare il popcorn davanti alla TV guardando i film di Rai3

mercoledì 11 maggio 2016

Verrà giorno che dovremo dire grazie a Matteo Renzi.

Al di là di quel che si può dire, non va taciuto che Renzi sta passando dieci insegnamenti fondamentali per la democrazia e la rinascita del Paese. Dopo questi tornare indietro sarà quasi impossibile. E così si sarà più felici e contenti che pria.

Come tutti i profeti visionari Matteo Renxi non è compreso dai suoi contemporanei. Come tutti i profeti visionari Matteo Renzi non è compreso neanche da sé stesso. Da che mondo è mondo è sempre successo così. Nell’impresa di capirsi e di farsi capire non c'è riuscito alcuno, neppure chi vantava ascendenze celesti e padri onnipotenti o simil tali. Però come quasi tutti i profeti visionari verrà un giorno in cui lo si dovrà ringraziare il Matteo Renzi, perché alla fine il suo passaggio su questa terra (si specifica detto in senso politico onde evitare turpi toccamenti) qualcosa ha insegnato. Qualcosa di molto importante che senz’altro lascerà il segno nell’animo politico dell’animale italico cioè: nell’animo dell’italico animale politico.

Il primo insegnamento del Renzi Matteo è che si può fare a meno di D’Alema Massimo. E per buttarlo giù dallo scranno ci ha messo veramente poco. Gli è riuscito quello che il Veltroni Walter cercava di realizzare da decenni. E questo non è poco. Gli ha ricordato che non si può disprezzare chi ti vota e che per essere un lìder non basta comportarsi come una vecchia zia, zitella e inacidita. Se il re passeggia nudo basta dirlo e tutti se ne accorgono.

Il secondo insegnamento è che il detto: “quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare” ha una sua ragion d’essere. Anche se lui l’ha dimostrato per prova contraria. Ossia quando il gioco si è fatto duro i vecchi (ancorché giovani in età) democristi e i vecchi (ancorché non ancora anziani) comunisti abituati ad essere spugne tra spugne invece che combattenti se la sono squagliata. Rinunciando alla lotta per davvero. Ogni riferimento al decotto Enrico Letta e al bollito Pierluigi Bersani, qui usati in veste di sineddoche,  è propriamente voluto.

Il terzo sta nel aver disvelato con nome e cognome quanti e chi siano i " tengo famiglia" nel giro della politica. L’elenco degli ex dalemiani, ex bersaniani, ex veltroniani, ex montiani, addirittura ex ingraiani e comunque ex di qualsiasi cosa, in centro come in periferia, che dalla sera alla mattina si sono trovati renziani è così lungo che l’elenco del telefono di qualsiasi grande città necessiterebbe di foliazione aggiuntiva. Adesso che li si conosce se ne terrà debita nota per quando si potrà scegliere, con comodo, il proprio rappresentante.

Il quarto insegnamento è, per paradosso dadaista, di forma opposto al secondo ed al terzo: se tutti quegli ex avessero tenuto la schiena almeno un po’ perpendicolare, se non proprio dritta, il Renzi Matteo non sarebbe dov’è.

Il quinto è che lo stalinismo non è morto con Stalin.

Il sesto è che lo stalinismo, come il renzismo, non è forte in quanto tale ma solo per l’acquiescenza di quaquaraquà. No quaquaraquà no stalinismo. E neanche renzismo.

Il settimo è che a forza di imbarcare mele marce o quantomeno bacate qualcuna di quelle sane o simil tali si contagia e allora persone sedicenti per bene si trovano a taroccar quel che gli capita sotto mano per il bene del Paese. E il loro.

L’ottavo insegnamento, ma questo lo si vedrà più avanti nel tempo, è che chi tradisce una volta tradisce sempre, per cui nulla di strano se gli ex di cui al punto tre torneranno all’ovile o si imbucheranno in qualche altro gregge. Quel giorno diranno che il vero traditore è Renzi Matteo.

Il nono insegnamento, ma questo è un desiderata che forse con ottobre si avvererà, è che si può imbrogliare uno tante volte, tanti una volta ma non tutti tutte le volte

Il decimo insegnamento in realtà non c’è perché non si vuole fare un decalogo che magari al Matteo Renzi gli vien la voglia di assimilarlo ad altri ben più seri e farsene vanto.

Se poi edotto da questi insegnamenti l’italico animale politico metterà la testa a posto allora si potrà dire grazie a Renzi Matteo. Che magari starà a rimembrar i bei giorni passati con Luca Loti e Maria Elena Boschi nel ridotto in Val di Chiana. Senz’altro meglio di quello da altri preconizzato in Valtellina.

mercoledì 30 dicembre 2015

Il caso Apple: come evadere le tasse e vivere felici.

Apple evade tasse per 880 milioni di euro e ne paga 318 in Italia si esulta ma anche a Cupertino. Se non ti chiami Apple e non fai parte dello star system invece sono dolori. Un conto è evadere milioni un altro poche migliaia o addirittura centesimi di euro. A evadere un centesimo si paga oltre seicento volte di più. Sui grandi evasori la differenza tra Letta e Renzi non è poi così tanta.

In realtà il titolo può essere letto anche in maniera speculare, quasi fosse un palindromo: come farsi fregare e vivere felici. In questo caso il fregato è lo Stato italiano. Che evidentemente ci gode a stare in questa situazione di allegro buggerato dato che l’ha già sperimentata non poche volte: con i produttori di slot machine e con diversi versi personaggi dello star system. 

La trama di questa farsa è sempre la stessa e le parti in commedia invece pure. Si parte con un bel accertamento fiscale dove si scopre che l’attenzionato, pare sia questo il gergo burocratico con cui si definisce l’azienda o il privato cittadino sospettato evasore, non sia in regola con il pagamento delle tasse. Per solito si tratta di evasioni importanti, di molte centinaia di milioni, quando si tratta di poche migliaia di euro la trama e i ruoli cambiano radicalmente. Si passa dalla farsa alla tragedia. Dalla fessaggine al sadismo e talvolta alla stupidità. Nel caso di Apple si recita la farsa che segue il normale copione. L’agenzia delle Entrate, accertata l’evasione, fa partire  il contenzioso che in genere dura anni e viene condotto in punta di diritto da importanti e agguerriti legali. Da questo stadio in avanti la strada per l’evasore si fa in discesa e sono rose e fiori mentre per l’italico Stato allegre fregature spacciate per esaltanti successi. Questo accadeva ancor prima che emergesse il vezzo del renziano storytelling. Ci cascò anche quel fantasioso asceta di Enrico Letta che tentò di far apparire un successo lo smacco subito con dieci concessionarie di slot machine. 

L’Agenzia delle Entrate, nello specifico di Apple, scopre che l’evasione, nei soli anni che vanno dal 2008 al 2013, è di 880 milioni che, con la media del pollo, suona circa 176 milioni all’anno. Di discussione in discussione si arriva alla fine del 2015 quando, gioia gaudioque, finalmente i legulei di Apple gettano la spugna e si arrendono: l’azienda pagherà. Già, ma quanto? La bellezza di 318 milioni si affrettano a dire con entusiasmo quelli dell’Agenzia delle Entrate e altrettanto fanno i giornaloni e le gazzette di tutto il Belpaese.  Bhé 318 milioni di euro non sono bruscolini e magari ci si sovvenziona una parte dell’abolizione della tassa sulla prima casa, deve aver pensato qualche testa d’uovo del governo. Pensiero non nuovo perché fu fatto anche dal governo Letta nell’agosto del 2013 quando si proponeva di abolire l’Imu. Alla fine tra Letta e Renzi la differenza non è poi così tanta. 

Comunque, tornando alla arida logica dei numeri risulta che Apple ha pagato solo, e si sottolinea solo, il 36% dell’evaso. Senza mora e sanzioni. Dite un po’ se questo non è un business. A Cupertino al momento dell’accordo si saranno fregati le mani contando di aver risparmiato 562 milioni di euro. Butta via. Con in più un dettaglio, magari trascurabile, ma chissà?, che dai 318 milioni Incassati dallo Stato italico dovranno essere detratte tutte le spese sostenute. Questo sì che è un business. Ora leggendo di Apple non saranno stati pochi i contribuenti che avranno pensato che se lo Stato è così tarlucco da accontentarsi del 36% dell’importo evaso allora converrà evadere anche a loro. Errore. Grave errore. Perché se l’evasione è piccola o addirittura ininfluente il Moloch dell’Agenzia delle Entrate si scatena e dà il meglio di sé. 

Ne sa qualcosa il signor Graziano Damiani di Tavullia, lo stesso paese di Valentino Rossi, guarda il caso, che per aver mal compilato un bollettino postale è stato accusato di aver evaso centesimi uno. Diconsi centesimi uno. Su di lui si è abbattuta implacabile la scure della giustizia fiscale: dopo tre anni dal fattaccio è arrivata una raccomandata di 17 pagine che ha illustrato nei dettagli il grave illecito e la richiesta del rimborso del centesimo evaso più altri nove di interessi maturati e in aggiunta la sanzione di 18,99€. In altre parole mille-e-novento-volte la posta. Fate il conto di quel che avrebbe voluto dire per Apple moltiplicare 880 milioni per mille-e-novecento-volte. Ma poiché anche su questa terra esiste un surrogato di giustizia l’Agenzia delle Entrate si è accontentata di ricevere, previo pagamento immediato, solo 6,33€. Come dire seicentotrenta volte l’evasione. Un bello sconto non c’è che dire. Che se la stessa logica, incluso lo sconto, fosse stata applicata a Apple questa avrebbe dovuto pagare 557.040.000.000€. Cioè a dire 880milioni evasi per seicentotrentatre volte. Mica male vero. Altro che abolizione della tassa sulla prima casa, in quel conto ci sarebbero rientrati anche gli esodati e l’abolizione della legge Fornero e magari pure un aumento delle pensioni minime e il riacquisto delle auto blu e il ripristino del ristorante a prezzi popolari del Parlamento. Ma questo è un sognare ad occhi aperti. 

Magari ci si sarebbe accontentati, appurata la mala fede, di ricevere l’evaso più gli interessi e la sanzione. Come succede ai normali cittadini di questo (aggiungete l’aggettivo che più vi pare pertinente) Paese. Diceva Pietro Nenni che lo Stato italiano è forte coi deboli e debole coi forti. E anche questo è il caso.

mercoledì 4 febbraio 2015

Il discorso del Presidente Sergio Mattarella. I commenti.

Quasi tutti i commenti si sono concentrati sul termine arbitro. In quello della Boschi si potrebbe cogliere una larvata minaccia. Berlusconi non ha commentato il discorso ma si è rifatto parlando con la Bindi. Pragmatico realismo del cinque stelle Sibilia.

Come sempre succede ad ogni discorso del Presidente della Repubblica gli elogi si sono sprecati. E anche il breve, oggettivamente un grande merito, discorso del Presidente Mattarella corre su questi binari. Senza contare che per l’italica stampa vale la legge dell’arrosto: l’ultimo messo in tavola dalla moglie è migliore del precedente. Per quelli sposati da trent’anni ormai si veleggia su livelli irraggiungibili neanche da un decastellato Michelin. Per loro fortuna i Presidenti della Repubblica Italiana durano solo sette anni e quindi ad ogni nuovo giro si parte da zero. Il che è un bel vantaggio.

L’attenzione dei commentatori si è focalizzata sulla frase: «L’arbitro deve essere – e sarà – imparziale.» Tutti i quotidiani la riportano con grande enfasi neanche si trattasse della nuova scoperta del bosone di Higgs. In compenso un barista, che assisteva in diretta al discorso, l’ha commentata dicendo:«Se un arbitro non è imparziale non è un arbitro.» Gli avventori del momento hanno gravemente fatto segno di sì con la testa e quando uno ha buttato con nonchalance: «È solo una tautologia» il consenso è stato da stadio. Ma questi non sono stati gli unici a commentare l’hanno fatto anche i politici. E tutti con sagacia, lucidità ed acume sopraffino. 

Hanno voluto mettere il lro sigillo ala giornata praticamente tutti. Tra gli altri:

Giorgio Napolitano:« discorso esseniale, coinciso, non retorico» che per il re dei moniti deve equivalere ad una mezza bocciatura seguita comunque da un sospiro di sollievo: il palmares del ridondante, sbrodolato e retoricuccio rimane suo.
PierLuigi Bersani:«È semplicemente Mattarella, la sensibilità, la sobrietà (che l’ultima volta non ha portato bene ndr) i valori Gli do il massimo dei voti» Che Mattarella sia Mattarella non lo metterebbe in dubbio neanche Casaleggio e dare il massimo dei voti al proprio candidato suona un po’ di nepotismo. Ma d’altra parte «È quest’acqua qua» e pare ce la si debba tenere. Almeno fino al 2018. Forse.
 Giorgia Meloni: «Discorso impeccabile. Da buon democristiano» Che viene spontaneo farsi delle domande. La prima: se il discorso è impeccabile come fa ad essere democristiano? La seconda: se impeccabile va a braccetto con democristiano lei che ci fa a braccetto con La Russa?
Enrico Letta:«Mattarella sarà arbitro imparziale ma forte ed inflessibile» Che, non è neanche una tautologia essendo il ma una congiunzione avversativa. Senza contare che arbitri imparziali ma deboli ed accomodanti in giro non se ne sono mai visti.. Sono scivoloni di questo tipo che hanno reso Enrico sereno.
Maria Elena Boschi:«Il presidente della Repubblica ci esorta ad andare avanti con le riforme. Lo faremo con determinazione» E questo più che un commento al discorso del Presidente sembra una minaccia agli italiani.
Silvio Berlusconi non ha commentato il discorso del Presidente e ha fatto bene ci ha guadagnato in serietà. Poi ha incontrato la Bindi ed ha detto:«Ho visto che ha versato lacrime di commozione, non ce lo aspettavamo da un uomo … pardon da una donna.» A riprova che truzzi si nasce e non lo si diventa. Ci vorrebbe troppo studio.
Giovanni Toti : «Un discorso da Capo dello Stato. Sia davvero arbitro di tutti.»  Premio originalità. Al fatto che l’arbitro sia l’arbitro di tutti quelli che giocano ci avevano pensato in pochi. Anzi solo lui.

Carlo Sibilia  (M5S) «Ho l’impressione che se dovessi morire e rinascere ascolterei le stesse cose.» Pragmatico e realista: come dargli torto

venerdì 26 dicembre 2014

Suor Cristina sbanca in Germania. Si torni sotto lo stato Vaticano.

Laici e laicisti si mettano il cuore in pace: quelli di oltre Tevere sono più bravi. Berlusconi, Monti, Letta (Richetto) e poi Renzi hanno bucato le tournée in Germania mentre per suor Cristina standing ovation alla prima.

Laici, laiscisti, repubblicani, mangiapreti, atei, agnostici, miscredenti in genere e sbattezzati dello Uaar devono farsene una ragione: meglio tornare sotto lo stato del Vaticano. Loro, i preti, saranno anche indigesti, magari un po’ untuosi, magari pure un bel po’ saccentelli e comunque sempre con una verità, la loro, in tasca, però, obbiettivamente sono più bravi. Il caso di suor Cristina è solo l’ultima prova provata della superiorità della Chiesa verso l’italico stato. Proprio non c’è storia. La suora canterina ha sbancato anche in Germania. I rigidi e freddi teutoni sono andati in visibilio per la suora che calza scarpe da ginnastica, rigorosamente nere e senza stringe. Anche queste hanno avuto il privilegio di un bel primo piano. Le scarpe di Renzi non hanno mai goduto di un simile omaggio. Il fatto è accaduto durante Die Hellene Fischer Show.. Dicono i bene informati una delle trasmissioni più seguite della popolarissima rete Zdf. Applausi a scena aperta e poi standing ovation. Con la televisione ci aveva provato anche Berlusconi con Telefünf . Fu un fisco. Evidentemente il Berlusconi va (andava) bene solo per gli italici. Evvabbene.

Infatti il suddetto piaceva così tanto agli italici che se lo sono tenuto come presidente del consiglio per ben tre governi e con l’ultimo lo hanno anche mandato in tournée in Germania. Fiasco completo sia di pubblico sia di critica. Il massimo che ha saputo rimediare è stato un risolino. Era di scherno. E se ne è accorto mezzo mondo. Non fu una bella figura. Allora convinti che il Berlusconi non fosse il più adatto, in senso darwiniano, cj si è riprovato con altri tre. La tournée in Deutchland è d’obbligo. Prima è stato mandato il sussiegoso Mario Monti. Uno in grado di reggere una conversazione in inglese. Conservatore quel che basta, vaghe supposizioni di affiliazione alla massoneria che ha cercato di fugare frequentando ostentatamente le messe domenicali e tutte le altre comandate. Buco nell’acqua: i tedeschi si sono dimostrati più freddi di lui. Allora è stata la volta di Richetto Letta. Come il precedente sa stare a tavola compitamente ed è pure più curiale ma come al precedente e ad altri manca il quid. I tedeschi non hanno neanche fatto in tempo a conoscerlo che il twitter “Enricostaisereno” l’ha letteralmente asfaltato. Adesso è la volta di Renzi Matteo. Ruspante, ma non rozzo come il primo, cattolico ma non curiale e gatta morta come gli altri due. Il mix è cambiato, ma non il risultato. Buca con acqua.

Con sister Cristina invece la situazione è completamente ribaltata lei sul gradino più alto a cantare True colors di Cindy Lauper e i germanici in piedi a spellarsi le mani. Se chiedesse di sforare il tetto del tre per cento le direbbero di sì. Così, sulla parola. D’altra parte ha cantato anche con Patti Smith e di fronte a papa Francesco. Mica bruscoli.  E lui, papa Francesco, con due lettere e tre telefonate ha sistemato la questione Usa-Cuba. Non ci riuscivano da più di sessant’anni. Chapeau.

Allora che aspettare: si chieda subito di tornare immediatamente sotto le insegne vaticane. Toccherà qualche barbosa messa cantata e magari qualche processione e poi il rosario nel mese mariano, ma si vuol mettere con il rispetto internazionale? Forse fra le pochissime controindicazioni c’è che il cardinal Bagnasco sia ancora in giro. Parlando dei due marò ha detto: «È un fatto che non comprendo.» Oggettivamente non è il solo fatto che non ha colto e comunque non è l’unico a non averlo capito. Chiedere alla Farnesina ed al Ministero degli Esteri. Lì è buio pesto. Comunque, Bagnasco et Bertone et similia a parte, vale la pena farci un pensierino. Suor Cristina e le sue scatenate consorelle sono la soluzione  giusta. Successo assicurato. Provare per credere.

giovedì 12 giugno 2014

Pillole dadaiste della settimana

Pillole dadaiste come se piovesse nel Belpaese che è il Paese più dadaista del mondo, Se Tristan Tzara anziché fermarsi a Lugano avesse fatto ancora qualche chilometro si sarebbe trovato nel bengodi del dadaismo: l’Italia. L’unico Paese al mondo dove per essere trasgressivi bisogna usare il buon senso.

Elezioni
Filippo Nogarin neo sindaco di Livorno
Queste sono state le elezioni (locali) in cui hanno vinto tutti i partiti (nazionali).  Ha vinto il Pd che è passato da 10 a 15 capoluoghi di provincia, conquistando niente popodimenoche: Bergamo e per soprammercato anche Pavia il cui ex sindaco era stato scelto con un casting. Però può cantar vittoria anche il M5S che con Filippo Nogarin ha  conquistato Livorno, dove nel 1921 fu fondato il Pci e Civitavecchia dove non è stato fondato niente ma ha un bel porto. Ha vinto anche Forza Italia con un altro sindaco belloccio prendendosi Perugia. Il neosindaco è già stato convocato ad Arcore. Forse Berlusconi vuol dare consigli sul make-up. E anche l’ingrassato Salvini Matteo può vantarsi di aver vinto. Ha perso il Piemonte che è una regione, per via della storia delle mutande verdi, ma ha conquistato Padova che è una città di 200mila abitanti che di Zanonato e dei suoi deve proprio aver avuto le tasche piene. Quindi tutti tutti felici e contenti. Meno gli elettori dato che un po’ più di uno su due è stato a casa. Qualcosa vorrà dire.

Nel Pd i trombati tromboni si rifanno vivi
I bolsi del Pd (vecchi e i giovani) hanno rialzato la testa: una vergogna perdere Livorno ha tuonato Letta Enrico, che pare sia stato tirato in ballo sul Mose per finanziamento illecito, neanche a dirlo. Sentire un giovane vecchio democristiano recriminare sulla perdita della comunistissima Livorno ancor prima che penoso fa ridere. Tra l’altro Ruggeri, l’aspirante sindaco Pd è un dalemiano, vil razza dannata. Come lo sconfitto di Perugia è un cuperliano, altra vil razza dannata di derivazione dalemiana. Era Cuperlo a scrivere i discorsi di D’Alema. S’è rifatto vivo anche quello che arriva prima ma non vince: Bersani. Insomma la solita zuppa di scalda scranni a tradimento che giocano a dadi con la pelle degli italiani. Le comari di Goldoni erano più divertenti.

Padoan: per i risultati bisogna aspettare
Il ministro Padoan dice che ce la si farà ad uscire dalla crisi e che Renzi vincerà la sua scommessa. Se lo augurano tutti, anche quelli che non l’hanno votato. Però per non essere smentito subito il ministro ha aggiunto che bisogna aspettare ancora 6 mesi che sembra la scadenza della garanzia di un frigorifero.  Poi racconta la sua ricetta: crescita e rassicurare gli investitori esteri. Bello ma la novità dov’è?

Il bicchiere mezzo vuoto
In attesa che il paese si riprenda i vertici delle banche sono indagate dalla procura di Trani per concorso in usura. E per non farci mancare nulla il decollato (nel senso di senza collo) governatore della Lombardia, Maroni Roberto, dice che i lavori dell’Expo devono andare avanti a prescindere (dalle inchieste) altrimenti non ce la si farà. Bel modo di rassicurare gli investitori esteri.

Italiani all’estero
Berlusconi Silvio, unico italiano, è stato citato nel libro di Hillary Clinton, al solito ci fa una figuraccia. Che se gli italiani non fan ridere non li cita nessuno. Pare che ossessionasse la povera Hillary continuando a chiederle:«perché negli Usa parlano male di me?» Lei spende qualche pagina per spiegarlo in modo diplomatico e politico. In altre parole tra le righe. Sarebbe stato meglio se avesse risposto con chiarezza dicendo: «non te lo spiego perché tanto non lo capiresti.»

Papa Francesco e gli anatemi
Woityla passerà alla storia come il papa viaggiatore, Ratzinger come il secondo gran rifiuto e papa Francesco come lo scagliatore di anatemi. L’altro giorno se l’è presa con i trafficanti di armi, i corrotti, gli schiavisti e gli orgogliosi. Come dargli torto. Poi ha detto che quando si muore i soldi restano di qua, agli eredi. Lo sapevamo già. Quindi ha chiesto retoricamente alla piazza se i cattivi stessero il mezzo a loro. La piazza a risposto di no e lui era contento. Domanda inutile.  Forse avrebbe dovuto chiederlo a quelli che gli stavano accanto e dietro. Senza dubbio nessuno gli avrebbe dato torto, sarebbe stata una domanda utile, di cui più o meno non conosciamo la risposta.

Una buona notizia
Nel paese dei dadaisti pazzi la vera trasgressione sono le buone notizie: nel carcere di Opera si tengono corsi di alta cucina per i detenuti. Così quando usciranno potranno aprire un ristorante o per quelli più modesti una pizzeria. Bene. Benissimo. I detenuti fanno carte false pur di lavorare e anche studiare che a stare stesi in una branda tutto il giorno ci si annoia. Allora la domanda è perché non vengono impiegati nella ristrutturazione delle carceri disastrate. Magari loro che sono i fruitori della struttura potrebbero dare dei suggerimenti di buon senso.

O tutto questo è troppo dadaista?

giovedì 27 febbraio 2014

Pierluigi ed Enrico: i due perdenti che si abbracciano

In Italia non c’è come morire o perdere perché si parli bene di qualcuno. Gli italici sono fatti così: prima aiutano a cadere e poi si prodigano in simpatia e pacche sulle spalle. Qui si tifa sempre per l’asticella. È successo anche il 25 di febbraio mentre la Camera (un po’ controvoglia) votava il governo Renzi. La regola vale per quasi tutti: non per D’Alema che è antipatico sempre, anche quando perde.





Se si nasce nel Paese del melodramma la scena madre ce la si deve aspettare e sorbire anche nella vita di tutti i giorni. Succede sempre. È un classico che non si può evitare. 
Il fatto di essere, millantandolo, un popolo di brava gente ha questo come effetto collaterale. E così non poteva non succedere che nel giorno del trionfo (anche se un po’ stitico) di Matteo Renzi si materializzasse il drammone strappa lacrime e strappa applausi. 
I protagonisti della sceneggiata, che di questo si è trattato, sono stati i due sconfitti: Pierluigi Bersani ed Enrico Letta. Entrambi conoscono troppo bene il copione e la parte quindi per loro è stato come bersi un caffè.

Il primo ad entrare in scena è stato Pierluigi che ha utilizzato  proprio il giorno della votazione della fiducia al rivale degli ultimi anni quale palcoscenico della sua rentrée. La notizia non era trapelata: grande colpo da maestro. È entrato zitto zitto e quatto quatto, secondo la l’adagio che «mi si nota di più se ci vado e non mi faccio notare» E infatti così è stato. L’hanno notato tutti, ovvio, e giù applausi. Ovvio. Che poi ad applaudire fossero proprio quelli che lui aveva messo in lista e soprattutto, nel listino dei nominati va da sé.  Erano proprio quelli che negli ultimi mesi si sono esercitati con grande successo nell’esercizio del salto della  quaglia. Quello che si sviluppa in tre step: bersaniano, ex bersaniano, renziano.  E nella squadra di governo di quelli ce n’è un tot e nel partito anche di più. La Marianna Madìa in questo è una campionessa e neanche fosse uno storione ha saputo risalire tutte le correnti fino ad arrivare a quella di Renzi. Ha saltato solo quella di Civati che tanto non conta una fava.

Comunque tutti erano dimentichi dei gravi errori commessi dal Pierluigi: aver accettato il governo Monti anziché imporsi per andare al voto, ma in quel caso la fifa aveva avuto il sopravvento perché per governare bisogna almeno avere l’idea, platonica, di esserne capaci. Poi ha scialacquato l’enorme vantaggio che aveva sulla destra facendo giochini scemi sulla smacchiatura del giaguaro. Quindi è andato a ripescare come presidente della repubblica uno che in lui non aveva nessuna fiducia, che farsi del male va bene ma insistere è un po’ da tarlucchi,  e infine anziché rivendicare il proprio ruolo di leader del primo partito si è fatto scavalcare dal suo vice. Che poi segretario del Pd diventasse Renzi stava nelle cose.L’aveva capito anche Gasparri.

Quando oramai la claque si era messa tranquilla è stata la volta di Enrico Letta. L’aria un po’ spaesata come di chi è lì per la prima volta s’è mutata nell’espressione, più intensa, di quello che sta per mandar giù un bel cucchiaio di olio di fegato di merluzzo. Che se poi glielo avessero dato per davvero quand’era piccolo gli avrebbero senz’altro fatto bene: così veniva su bello forte e poco democristiano. Ma non l’hanno fatto. Anche per lui grandi applausi da quelli che erano suoi amici e che, rimanendo amici, non l’hanno sostenuto fino in fondo. Probabilmente il buon Richetto stava ancora cercando di capire il senso di #enricostaisereno. Evidentemente deve aver saltato qualche ripetizione dallo zio Gianni. Evvabbé. 

Appena entrato il buon Richetto, che  a far l'elenco dei suoi errori non bastano le pagine, s’è guardato attorno spaesato e poi è andato da Pierluigi e si sono dati la mano e poi abbracciati e giù a darsi pacche sulle spalle come se questo bastasse a trasformare due perdenti in un mezzo vincente. Ma non è così che funziona. Un perdente è sempre un perdente. E due perdenti sono sempre due perdenti. E mentre andava in scena questa rappresentazione da libro cuore tutti di nuovo ad applaudire quasi a voler dire a Renzi «Lui sì altro che te» Renzi comunque non si è scomposto anche lui ha fatto clap-clap. Tanto non costa. E comunque il posto ormai è suo.

Strana razza gli italici che nella competizione sportiva tifano sempre per l’asticella e si dicono, sottovoce perché non sta bene, «adesso cade, adesso cade» e se succede subito a correre a consolare il perdente. I perdenti in questo paese sono simpatici e in qualche modo amati. Furono simpatici Veltroni e Prodi, lui addirittura tre volte, e anche Fini un pochetto, e adesso ovviamente il duo Pierluigi e Richetto.  Mentre i vincenti piacciono un po’ meno. Salvo naturalmente che non siano anche cialtroni: l’abbinata vincente-cialtrone invece piace. Guarda come è strano il mondo..


Come ogni regola che si rispetti anche questa gode della sua bella eccezione. Eccezione che ha alle spalle una lunga serie di sconfitte e ovviamente un nome ed un cognome. L’unico che non riesce simpatico neanche quando perde è D’Alema.


mercoledì 12 febbraio 2014

Letta, il nipote adottivo, si affida alla provvidenza.

Dura la vita del nipote, specie se lo zio è adottivo. Il richiamo alla provvidenza è pericoloso che se per davvero si occupasse delle cose della terra i rischi sarebbero molti. Specialmente per i politici. Di proclama in proclama verso la fine. Aleggia la sindrome delle Termopili ma Richetto Letta non assomiglia a Leonida.


Fare il nipote è una vitaccia. Già è difficile il ruolo di nipote con un vero zio che ti scappellota come fosse il padre ma non ti gratifica come se fossi il figlio.  Giocare poi come nipote adottato è ancora peggio : per mantenersi lo zio adottivo bisogna faticare il doppio dato che non c’è legame di sangue ma solo quello, più flebile, dell’interesse. Già, perché finché tutto funziona il legame è saldo ma quando comincia a sfilacciarsi non resta che rimettersi alla provvidenza. E questo è il caso di Richetto Letta. Che alla provvidenza si è già rimesso.  

Con quell’aria da giovane precocemente invecchiato Richetto da buon democristiano le ha tentate tutte: sdraiato sulla linea Prodi per arraffare un posto da ministro e poi sdraiato su Monti, ancora in molti ricordano quel patetico bigliettino che il cinico professore sbandierava  in favore di macchina un po’ per sbeffeggiare un po’ per dimostrare i suoi agganci. Poi a fare da megafono e a volte anche da stuoino, di zio Giorgio, quello adottivo. Infondo aver giocato a burraco con il di lui figlio è stato di una qualche utilità. Con quest’ultima trovata pensava di essersi sistemato ma non ha fatto i conti  con l’imprevisto: come il tacchino americano che vive felice per un paio d’anni fino al giorno prima della festa del ringraziamento. E lui, Richetto, contrariamente al tacchino, qualche segnale di pericolo l’aveva pure avuto per tempo. Poi doveva immaginarsi che lo zio adottivo sarà anche abile nei giochetti politici ma da qui a immolarsi, oltre a tutto per uno che non è neanche della famiglia (né di sangue né politica) ce ne corre.  Ed ecco allora saltar fuori la provvidenza, antico richiamo di speranza che il cielo voglia occuparsi delle cose terrene. In verità richiamo più adatto ai santi che ai politici. Roba che, a memoria, nessun volpone democristiano ha mai citato. Che il cielo è meglio che stia dove sta e non si occupi di cose terrene che mai accadesse sarebbe un altro diluvio.

Il fatto è che a Richetto i paroloni ed i proclami sono sempre piaciuti. Fin dall’inizio del suo mandato. Al momento dell’incarico parlò di «Sobria soddisfazione» poi presentò un programma che al confronto il libro dei sogni di socialista memoria, pareva la cosa più semplice da attuare. La sua promessa più grande fu: «I cittadini non possono più essere presi in giro.» Che se avesse promesso di rendere vegetariano un coccodrillo ci si sarebbe creduto di più. Poi infatti c’è stato il balletto dell’Imu.  Quindi, neanche a dirlo, la promessa delle riforme: «Subito nuova legge elettorale. Tagli a cultura e ricerca? Mi dimetterò.» Era il 5 di maggio, cosa vuol dire il caso, e la data facilmente riporta alla memoria ei fu siccome immobile. E così Richetto è rimasto: immobile.  Poi viene difficile contestare l’affermazione:«È inadeguato»

Oggi Richetto è al redde rationem e non fa mancare il solito proclama e la solita promessa: «Un patto di coalizione incentrato sulla ripresa economica - contava di presentarlo ieri -Un patto che convincerà tutti i partiti che sostengono l’esecutivo ».  Bene. Poi ha aggiunto «Io non mi dimetto. Vado avanti alla luce del sole, fino alla fine» la solita sindrome delle Termopili che però ci sono state una sola volta e Richetto a Leonida non ci assomiglia proprio.  Poi ha doppiato con «Non sono disponibile a nessun compromesso. E non mi presto a manovre di palazzo o macchinazioni di potere. Per quanto mi riguarda non c’è alcun piano B».  Che in politica, e i democristiani ne erano maestri, non c’è come negare per voler affermare. Comunque, si vedrà. 

Anche perché se smette con la politica un altro lavoro a portata di mano non ce l’ha, salvo che non pensi a qualche consiglio d’amministrazione pubblico. Mastrapasqua ne ha lasciati liberi un tot. Da mesi, peraltro, si dice che l’ambizioso Richetto vorrebbe fare il commissario europeo. Bel posto, di tutta tranquillità e soprattutto a rischio zero. Mario Monti ne sa qualche cosa. Magari poi lo zio adottivo si fa vivo e suggerisce caldamente una qualche soluzione. Anche se per il momento, il caso qualche volta aiuta, se ne sta in Portogallo e scarica le responsabilità sul Pd.

E in tanto il tempo passa, i bimbi crescono e le mamme invecchiano e si gioca al toto ministri. Sembra ci siano facce nuove. Non resta che aspettare.



martedì 11 febbraio 2014

Lo scoop di Alan Friedman: poco meno di una bufala.

Più che uno scoop il libro di Friedman racconta quello che già tutti sanno, magari senza averne le prove. Pierpaolo Pasolini docet. Ciò di cui si parla poco è il piano di Corrado Passera. Per quel che se ne è letto fino ad ora sembra più serio di quel che poi mise in pratica Mario Monti. Ma di questo si dice poco che sarebbe stato il vero scoop.





Che al Belpaese piaccia divertirsi si sa fin da sempre. Ne racconta anche Goethe nel suo Viaggio in Italia e in un modo o nell’altro l’hanno detto, scritto e fatto, tutti gli stranieri più o meno grandi che sono passati lungo lo stivale. Il fatto che a divertire gli italici ci si metta anche un americano di nome Alan Friedman oltre che non stupire dovrebbe lasciare indifferenti. E invece c’è chi abbocca. I giornalisti, per esempio, e quattro scartellati che per campare fanno i politici che con voce simil stentorea, dato che  nessuno ce l’ha per davvero, protestano o attaccano. Ovviamente tutti o quasi si mettono a discutere di quel che di peso ne ha pochissimo e lasciano perdere, come ti sbagli, quanto sarebbe interessante indagare. Ma questa è l’Italia.

Nulla di quanto ha scritto Friedman era ignoto. Tutti o la maggior parte lo sospettavano o in qualche modo lo sapevano ma non ne avevano le prove. E poiché Pierpaolo Pasolini  non c’è più nessuno ha potuto scrivere un pezzo dal titolo « lo so ma non ne ho le prove.» Gran bel articolo quello di Pasolini attaccato  a posteriori da Pierluigi Battista, giornalista di cui fra trent’anni nessuno si ricorderà più, che le prove le vuole lì, belle e calde sul tavolo, neanche fossero una lattina d’olio.  In verità qualche giornale più informato o più ammanicato aveva ricevuto una velina o forse più (nel senso di sottile foglio di carta trasparente) e ne aveva accennato annegando la notizia tra varie pizzellacchere. Ma neanche questo ha da stupire questo è il Paese di azzeccagarbugli.  

Che Monti e Napolitano si conoscessero era normale e noto: uno era stato parlamentare europeo, pure pizzicato da un giornalista tedesco per aver volato con una compagnia low cost ed aver richiesto il rimborso come da compagnia di linea, che, detto in confidenza, non è bello. Mentre l’altro ha passato a Bruxelles due mandati da commissario europeo: una volta sul conto di Berlusconi e la seconda su quello di D’Alema. Dire poi che la vita è dura è solo un eufemismo. Quindi nulla di strano anche tenendo conto che nel periodo incriminato, il Mario Monti ricopriva solo la carica di rettore di una università e forse si annoiava mentre Napolitano aveva belle gatte da pelare con il governo.  Certo era un governo imbarazzante che si reggeva sul tetragono pacchetto di mischia formato da Scilipoti-Razzi-Calearo-Cesario, con la credibilità internazionale di un Brighella e i conti allegramente vacillanti. Ma questi lo sono sempre stati. E in più c’erano due aggravanti: lo spettro della Grecia e Tremonti come ministro economico. Con elementi collaterali come il declassamento di Standard & Poor’s, la lettera della Banca Centrale e poi anche lo spread. Che doveva fare quel pover’uomo di Napolitano?

Certo avrebbe potuto, constatata la situazione mandare il Paese alle urne, ma forse conoscendo il gruppo dirigente del Pd di allora ha avuto qualche brivido lungo la schiena. E chi non l’avrebbe avuto. L’idea di nominare Monti Mario senatore a vita è stato vissuto come una sorta di pedaggio che se invece fu un regalo non richiesto non depone a favore di chi è prodigo con i denari altrui. I milanesi millantano di avere il cuore in mano ma il signor rettore è nato a Varese e per quanto lombardo deve avere avuto ingombranti infiltrazioni elvetiche che a sinistra oltre che il cuore ci tengono il portafoglio e le mani se le mantengono libere. Ma comunque, pensando il Presidente di fare da suggeritore occulto, la scelta in qualche modo ci stava, si poteva far di meglio e scegliere uno che non desse la colpa dei propri errori ad un cane, ma è andata così. E tutti lo sapevano pur non avendone le prove. Che poi della cosa oltre che nei bar e dai barbieri si chiacchierasse anche in qualche salotto preteso buono sta ancor prima che nello scandalo nella consuetudine al consociativismo. Mala pianta dura a morire, forse endemica del Belpaese.

Ciò di cui si parla poco è del corposissimo, centonovantasei pagine, documento stilato da Corrado Passera. In quello si ipotizzava di risistemare i conti e altro lì attorno passando da chi i denari ce li ha per davvero. Ma l’abitudine a guardare il dito invece che la luna non è di oggi. Perché sarebbe interessante capire come mai quel piano che qualcuno deve aver evidentemente richiesto non sia stato reso pubblico e perché le misure successive come di consueto andarono, come il famoso cetriolo, a conficcarsi nel cuore dei soliti che il sangue continuano a darlo nonostante l’abbiano già versato più di una volta. Ecco questo sarebbe stato lo scoop e non rifriggere notizie risapute nell’olio di sempre.

By the way Napolitano nella sua lettera al Corriere della Sera è ritornato sul quanto affermato dalla Cassazione in merito alle sue dichiarazioni e così salva dal racconto di eventuali sue barzellette,  poi ha scavallato, come tutti già sapevano da un pezzo pur non avendone le prove, la questione della messa in stato d’accusa e adesso deve decidere se proteggere ancora il nipote adottivo Enrico Letta, che nonostante l’età non è così brillante come vuol vendersi, o passare a Matteo Renzi corda e sapone lasciandolo libero di cercarsi l’albero adatto. Per costruirsi un’altalena o a cui appendersi. A scelta.