Ciò che possiamo licenziare

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venerdì 14 maggio 2021

Un sogno o un incubo?

 Ancora un mesetto e Draghi potrà liberarsi di Salvini, poi tutto di corsa. Se entro dicembre non si faranno le leggi di delegazione  si perderanno 218mld. Di Draghi ne vorrebbero due: uno a Palazzo Chigi e l’altro al Quirinale. E se si unificassero le due cariche?

 

Ho avuto un sogno, anzi no, ho avuto un incubo. La visione è consistita di tre passaggi: il primo ha avuto come limite il 30 giugno il secondo, scavallato i successivi mesi, mi ha portato in pieno dicembre 2021. E il terzo nel 2022. Superata la fine di giugno non potranno aver luogo per i sei mesi a venire elezioni anticipate e finalmente il Draghi Mario potrà adempiere al suo ruolo di manager duro e puro e smetterà di farsi sballottare da Salvini. Il Salvini che in fondo, non è fondamentale per la tenuta del governo, e se pure i berlusconiani, ammesso e non concesso esistano ancora, decidessero di seguire il leghista a Draghi non sarà difficile raccogliere un ampio gruppo di responsabili. Per adesso deve fingere evvabbene. Scavallato questo primo traguardo si comincerà a fare sul serio e a correre per davvero. Quindi, secondo passaggio, si arriva a dicembre mese topico poiché in quei trenta giorni succede che caschino scadenze estremamente importanti: quella più tosta, come ha detto la ministra Marta Cartabia, è che vadano definite e “approvate le leggi di delegazione per la riforma del processo civile, penale e del csm” . Tanto per dire di quelle della sola giustizia. E poi ci sono le altre.  Perché se questo non avvenisse sarebbero a rischio per “l’Italia non solo i 2,7 mld del pnrr destinati alla giustizia, ma i 191 mld destinati a tutta la rinascita economica e sociale italiana”.  E questo, per dirla con il D’alema Massimo, senz’altro non piacerebbe ai poteri forti. Poi la seconda: l’elezione del Presidente della Repubblica. Tostina anche questa, ma non in sé quanto per sé. Infatti questa è prodromica al terzo fondamentale passaggio il 2022. La scelta del prossimo Presidente della Repubblica, cade male poiché da un lato non dà al Vescovo Draghi di finire il suo lavoro, che va ben oltre anche il prossimo anno, e dall’altro di salire al soglio della Repubblica. E quindi? L’ideale, secondo alcuni, sarebbe avere due Draghi: uno alla Presidenza del Consiglio e un altro alla Presidenza della Repubblica. Il fatto è che due Draghi non ci sono però una soluzione potrebbe esserci:  unire le due posizioni. Si chiama presidenzialismo Questo è stato l’incubo. Per arrivare a una simile soluzione, che attenzione non è propriamente antidemocratica, Francia e Stati Uniti, per dirne due, la applicano e non sono dittature, ci vuole tempo e molto consenso. Allora le ipotesi potrebbero essere due: un secondo mandato a Sergio Mattarella, l’elezione di un “bollito” di lungo corso e in Parlamento c’è solo l’imbarazzo della scelta. In ogni caso chiunque sia il prescelto dovrà essere pronto a farsi da parte quando super Mario dovrà unificare le due cariche. C’è la questione del consenso, cosa non facile , ma non impossibile: i soldi non mancano. E, come ha mostrato la cronaca di qualche settimana fa, se basta la vittoria di uno scudetto per vedere scendere in piazza masse osannanti, masse fatte non solo da popolazzo bue, ma anche da non pochi sedicenti intellettuali sedicenti di sininistra,  Dunque se ai circensem aggiungiamo il panem il gioco è fatto. E il Covid? È in calo e comunque ce ne si farà una ragione soprattutto se si potrà andare al ristorante di sera, i centri commerciali saranno aperti nelle fine settimana e il coprifuoco o sarà diluito fino alle 24h. By the way il presidenzialismo piace a tutte le destre e temo anche a qualcuno del centrosinistra.

Come incubo non c’è male. L’importante è non farlo diventare realtà

Buona settimana e buona fortuna.

martedì 31 maggio 2016

Massimo Cacciari e Michele Serra non hanno la faccia per dire no.

Dice Cacciari: «Non abbiamo la faccia per dire no a una riforma dopo aver buttato via tutte le occasioni di questi quattro decenni.». Aggiunge Serra: «Ora la sola idea che qualcosa accada è più convincente dell’idea che quella cosa possa essere sbagliata.» Risponde Crozza: «Anche mettere il cesso in salotto è una novità, ma non è bello.» E soprattutto non ha senso.

Michele Serra l'amacante
Michele Serra, nella sua ondeggiante rubrica emblematicamente nominata L’amaca di qualche giorno addietro,  riporta una frase di Massimo Cacciari rilasciata durante un’intervista a Ezio Mauro di la Repubblica. La frase, terribile nel suo contenuto quanto quasi lieve nella sua forma, recita così: «Non abbiamo la faccia per dire no a una riforma dopo aver buttato via tutte le occasioni di questi quattro decenni.» Se non fosse che si sa averla proferita il filosofo Massimo Cacciari sembrerebbe una frase da flaneur, da Bellamì, da disincantato sciupatempo e cinico sciupafemmine francese di fine ottocento.  Poiché il senso, tradotto per il volgo, di quella striminzita righetta è come dire di essere ormai rassegnati a tutto dato che tanto si è sbagliato in passato. Peraltro lo stesso Cacciari in svariate occasioni televisive ha ben palesato con parole assai più precise e crude  («è una puttanata») il suo pensiero sulla riforma renziana della Costituzione. Il giudizio di Cacciari sulla riforma è ovviamente condivisibile. Più che condivisibile. È una riforma a tal punto pasticciata che anche uno studente ai primi anni di giurisprudenza è riuscito a mettere in buca quella sorta di madonna pellegrina che si è prestata ad essere Maria Elena Boschi nel suo tour elettorale.

Comunque, giusto per non perdere il filo, anche l’amacante Michele Serra ha colto il punto e si è subito sdraiato sulla linea di Cacciari ché, d’altra parte, cercarne una nuova richiederebbe un certo sforzo che non si può pretendere da chi ormai arrivato se ne sta comodo e sdraiato e ha deciso di tirare i remi in barca. Tirare a campare disse un tempo tale Andreotti Giulio. Infatti ammette il Serra Michele che gli viene difficile essere antirenziano. Un po’ a causa del riflusso degli anni ottanta, come son lunghe le radici della sconfitta, e un po’ perché vede il paggio fiorentino come il figlio naturale di quella sinistra parolaia ed inconcludente che l’ha preceduto.  Che Renzi Matteo sia il frutto avvelenato di D’Alema e di tutta quella genia di sinistra da terrazza (op.cit.  Ettore Scola) aspirante ad essere destra, non ultimi gli Speranza ed i Cuperlo politici dalla trista figura, è fatto straraccontato in molti pezzulli qui già apparsi.  E proprio per questo il Renzi Matteo dovrebbe essere combattuto ed abbattuto (politicamente) cogliendo così due piccioni con una sola fava: liberarsi una volta per tutte dei vecchi tromboni sedicenti di sinistra e rimandare in campeggio lo scout pataccaro. Il fatto è che chi è già satollo oltre che nella panza anche nell’intelletto si adegua a ripetere la giustificazione dell’ispettore Rock «Ho fatto, ho fatto, ma non ho visto niente.» L’ispettore Rock (interpretato da uno strepitoso Cesare Polacco) parlava di brillantina (Linetti) e non di politica. Perché in quella vera l’abbandono per stanchezza non s’è mai visto e magari chiederlo ai «partigiani veri» di Maria Elena Boschi potrebbe essere un’idea. E proprio perché il Renzi e la sua scardellata squadretta di arrampicatori sociali e aspiranti lobbisti, a cui si sono aggiunti non pochi ferrivecchi, son frutto di quella malintesa idea di sinistra, vale la pena di reagire con più forza. Non si copre un buco vecchio creandone uno nuovo e per giunta più largo. Questo è metodo da bancarottieri alla Sindona Michele. E in politica non paga. Si spera, almeno.

L’amacante Serra Michele finisce la sua fatica scrivendo: «Ora la sola idea che qualcosa accada è più convincente dell’idea che quella cosa possa essere sbagliata.» In anticipo di qualche settimana gli aveva già risposto Maurizio Crozza, a riprova che i comici sentono l’erba crescere, dicendo che: «Anche mettere il cesso in salotto è una novità, ma non è bello.» E verrebbe, debolmente, da aggiungere neanche ha tanto senso. Infine: l'alternativa a «che qualcosa accada.» non è che non accada nulla ma che accada la cosa giusta. Faticoso. Si sa.

La fortuna, se così la si vuol chiamare, è che lo stimato Massimo Cacciari e il qualche volta simpatico Michele Serra, non smuovono voti. Forse neanche quelli dei parenti. E allora si dia fiducia al popolo, qualche volta bue, ma qualche volta anche no. E ci si augura che sia la volta buona (che non è un ashtag)

mercoledì 11 maggio 2016

Verrà giorno che dovremo dire grazie a Matteo Renzi.

Al di là di quel che si può dire, non va taciuto che Renzi sta passando dieci insegnamenti fondamentali per la democrazia e la rinascita del Paese. Dopo questi tornare indietro sarà quasi impossibile. E così si sarà più felici e contenti che pria.

Come tutti i profeti visionari Matteo Renxi non è compreso dai suoi contemporanei. Come tutti i profeti visionari Matteo Renzi non è compreso neanche da sé stesso. Da che mondo è mondo è sempre successo così. Nell’impresa di capirsi e di farsi capire non c'è riuscito alcuno, neppure chi vantava ascendenze celesti e padri onnipotenti o simil tali. Però come quasi tutti i profeti visionari verrà un giorno in cui lo si dovrà ringraziare il Matteo Renzi, perché alla fine il suo passaggio su questa terra (si specifica detto in senso politico onde evitare turpi toccamenti) qualcosa ha insegnato. Qualcosa di molto importante che senz’altro lascerà il segno nell’animo politico dell’animale italico cioè: nell’animo dell’italico animale politico.

Il primo insegnamento del Renzi Matteo è che si può fare a meno di D’Alema Massimo. E per buttarlo giù dallo scranno ci ha messo veramente poco. Gli è riuscito quello che il Veltroni Walter cercava di realizzare da decenni. E questo non è poco. Gli ha ricordato che non si può disprezzare chi ti vota e che per essere un lìder non basta comportarsi come una vecchia zia, zitella e inacidita. Se il re passeggia nudo basta dirlo e tutti se ne accorgono.

Il secondo insegnamento è che il detto: “quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare” ha una sua ragion d’essere. Anche se lui l’ha dimostrato per prova contraria. Ossia quando il gioco si è fatto duro i vecchi (ancorché giovani in età) democristi e i vecchi (ancorché non ancora anziani) comunisti abituati ad essere spugne tra spugne invece che combattenti se la sono squagliata. Rinunciando alla lotta per davvero. Ogni riferimento al decotto Enrico Letta e al bollito Pierluigi Bersani, qui usati in veste di sineddoche,  è propriamente voluto.

Il terzo sta nel aver disvelato con nome e cognome quanti e chi siano i " tengo famiglia" nel giro della politica. L’elenco degli ex dalemiani, ex bersaniani, ex veltroniani, ex montiani, addirittura ex ingraiani e comunque ex di qualsiasi cosa, in centro come in periferia, che dalla sera alla mattina si sono trovati renziani è così lungo che l’elenco del telefono di qualsiasi grande città necessiterebbe di foliazione aggiuntiva. Adesso che li si conosce se ne terrà debita nota per quando si potrà scegliere, con comodo, il proprio rappresentante.

Il quarto insegnamento è, per paradosso dadaista, di forma opposto al secondo ed al terzo: se tutti quegli ex avessero tenuto la schiena almeno un po’ perpendicolare, se non proprio dritta, il Renzi Matteo non sarebbe dov’è.

Il quinto è che lo stalinismo non è morto con Stalin.

Il sesto è che lo stalinismo, come il renzismo, non è forte in quanto tale ma solo per l’acquiescenza di quaquaraquà. No quaquaraquà no stalinismo. E neanche renzismo.

Il settimo è che a forza di imbarcare mele marce o quantomeno bacate qualcuna di quelle sane o simil tali si contagia e allora persone sedicenti per bene si trovano a taroccar quel che gli capita sotto mano per il bene del Paese. E il loro.

L’ottavo insegnamento, ma questo lo si vedrà più avanti nel tempo, è che chi tradisce una volta tradisce sempre, per cui nulla di strano se gli ex di cui al punto tre torneranno all’ovile o si imbucheranno in qualche altro gregge. Quel giorno diranno che il vero traditore è Renzi Matteo.

Il nono insegnamento, ma questo è un desiderata che forse con ottobre si avvererà, è che si può imbrogliare uno tante volte, tanti una volta ma non tutti tutte le volte

Il decimo insegnamento in realtà non c’è perché non si vuole fare un decalogo che magari al Matteo Renzi gli vien la voglia di assimilarlo ad altri ben più seri e farsene vanto.

Se poi edotto da questi insegnamenti l’italico animale politico metterà la testa a posto allora si potrà dire grazie a Renzi Matteo. Che magari starà a rimembrar i bei giorni passati con Luca Loti e Maria Elena Boschi nel ridotto in Val di Chiana. Senz’altro meglio di quello da altri preconizzato in Valtellina.

martedì 5 aprile 2016

La Boschi come D’Alema, Alfano come Maroni e Renzi come Craxi. Poi ci sono anche gli italiani.

La Boschi si nasconde dietro i poteri forti, ma non dice (come D’Alema) chi siano. Angelino sulle orme di Maroni farà gettare 300 milioni, non sono ancora gli 800 a cui arrivò il leghista ma con l’esperienza si farà. Renzi invita all’astensione avendo davanti l’esempio di Craxi di cui sta imitando gli atteggiamenti. Come noto l’avventura politica di Bettino non finì bene.

La storia, ma più spesso la cronaca, ha talvolta il gusto amaro di ripetersi. Lo fa con la perfidia del piacere masochista: andare alla ricerca delle minchionate più trucide per periodicamente ripresentarle. Se han goduto i primi possono godere anche i secondi e magari pure altri a venire. Non c’è che fare è da sempre che si gira in questo modo e cambiare verso vien difficile. Soprattutto a quelli che han raccattato qualche beneficio proprio dal grido «cambiare verso.» Che poi il verso è rimasto lo stesso.

Maria Elena nel senso di Boschi e Massimo nel senso di D’Alema, a quando si dice, non si amano, anzi di detesticchiano. Uno con l’aria che vuol essere sprezzante ed è solo caricatura l’altra invece sempre in atteggiamento da secchiona. Hanno qualcosa però che li unisce: i poteri forti. Una minchionata. Logica ancor prima che politica. La dizione “potere forte” è una tautologia. Un potere se non è forte che potere è. Difficilmente si sono visti in giro poteri deboli. Passi per D’Alema, inventore dell’allocuzione, che non ha finito l’università e quindi mostra qualche lacuna, ma la Boschi laureata in giurisprudenza dovrebbe ben saperlo. Anche se, come ha tenuto a raccontare, della razza sua è la prima che ha studiato. Alla Guccini. Che ci siano questi poteri forti i due lo sbandierano ma chi siano e dove stiano non lo dicono. Praticamente come l’araba fenice. Anche perché la Boschi sta al governo come un pezzo da novanta della lega delle cooperative, fino all’altro giorno aveva come collega un’industriale, Confindustria è sdraiata sulla linea, che poi è la sua, i favori fatti ai manager delle banche sono millanta, sui petrolieri manco a dire e i media nella grande maggioranza sono renzincensanti. Quindi chi rimane fuori? Non che la situazione fosse diversa quando al governo c’era Massimo LeaderPd. In quell’epoca c’era chi diceva: «Se parlassero in inglese sembrerebbe di entrare in una merchant bank» che è stato un bel complimento, volendo, fatto da uno che di potere se ne intendeva.  Senza contare che qualche azienda, magari dell’orbita  Finmeccanica, chissà se rientra nei poteri forti, detestava al punto il Massimo da far pubblicità sulla rivista della sua fondazione. E nella foga della difesa la Maria Elema fa qualche scivolone. Come quando dice a La Stampa:«posso sbagliare, ma mai in malafede» Grave errore. Il concetto di sbaglio presuppone la buona fede altrimenti non si chiama sbaglio ma inganno o peggio truffa. Giusto per dirne due. Così come, più appropriatamente allo stesso modo. si definisce l’errore quando in malafede.

Angelino Alfano ha molte cose che lo differenziano da Roberto Maroni: è siciliano mentre l’altro è lombardo, è alto mentre l’altro è bassotto, è un ex democristiano mentre l’altro faceva l’extraparlamentare, si veste con un certo gusto mentre l’altro sembra sempre infilato in un sacco, è mancino e l’altro no. Poi i due hanno anche alcune cosucce in comune: sono stati alleati nel centro destra hanno scaricato il loro mentore, hanno occupato, in tempi diversi, e con la stessa qualità, il posto di ministro degli interni. Non ultimo amano sprecare i soldi degli italiani. Come? Moltiplicando le giornate elettorali. Il Maroni riuscì a far sprecare all’incirca 800 milioni facendo tenere due referendum (400 mio per volta) in giorni diversi da altre consultazioni elettorali che cadevo nello stesso periodo. La prima volta, nel 2009, il referendun sul Porcellum che non raggiunse il quorum , fu piazzato tra il primo ed il secondo turno delle amministrative. La seconda fu nel 2011, referendum su nucleare ed acqua, per timore del quorum non fu accorpato alle elezioni che coinvolgevano la metà dei comuni italici. Quella volta al Maroni e agli altri furbetti gli andò male: persero il referendum e pure le amministrative. Ora ci riprova l’Angelino la spesa pare sia inferiore, solo 300 milioni che magari potrebbero essere utilizzati per riparare scuole o strade o piccole infrastrutture, magari proprio in Sicilia. E invece no, quando uno ha inaugurato un filone di minchionate subito trova emuli.

Anche il giovine Matteo Renzi si è iscritto alla lista dei replicanti di minchionate. Ha preso come esempio nientepopodimenoche Bettino Craxi, per intenderci quello che invitò gli italiani ad andare al mare invece che votare sulla preferenza unica. Era il 9 giugno del 1991, l’inizio della fine del potere craxiano. Alleluja. Quella volta 27 milioni di elettori, il 62,6 per cento respinsero l’invito qualunquista e un po’ becerotto. 

Però la saggezza non è pianta stabile e  una volta germogliata non è detto che attecchisca. L’italico popolo è bizzarro e chissà mai che, solo per fare il bastian contrario, non decida d’esser saggio e vada a votare. In ogni caso ce ne si farà una ragione.

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http://ilvicarioimperiale.blogspot.it/2012/10/indovinello-ha-fatto-buttar-via-800.html

giovedì 3 settembre 2015

L’intervista di D’Alema a Cazzullo: piagnona.

Il Corriere della Sera regala a Massimo d’Alema una pagina per piagnucolarsi addosso. Gli fa da spalla Aldo Cazzullo. Si spazia dai viaggi in Arabia Saudita alla tomella (espressione bolognese) sull’arroganza e sulla rottura sentimentale tra partito ed elettori


Tra i giochi individuali, nel senso di uno contro uno, quando l’avversario manifesta una superiorità soverchiante, c’è l’opzione dell’abbandono.  Se il vocabolo suscita orticaria, per chissà quali ancestrali pulsioni, lo si può sostituire con ritiro. Succede nel pugilato, con il lancio della spugna, negli scacchi, facendo cadere il re, nel judo battendo la mano sul tatami e anche nel ciclismo, scendendo dalla bicicletta. Accade qualche volta anche in politica, ma solo all’estero. Si dirà che la politica non è un gioco, beata ingenuità: cos’altro è?

Qui da noi anche lo sconfitto più sconfitto, tipo D’Alema per l’appunto, continua tignosamente la sua battaglia sperando in chissà quale colpo di ventura che possa ribaltare la situazione. Poiché la sconfitta non la si attribuisce ai propri errori ma «al destino cinico e baro».  Come dire non voler considerare il contesto e le cause che l’hanno generata. Cioè la metafisica diventata realtà. L’intervista che Massimo D’Alema, con generosità gratuita, ha concesso ad Aldo Cazzullo ne è chiarissimo esempio. Al solito, con così tanto intervistato, la questione è stucchevolmente centrata sull’arroganza, sul modo spiccio di fare di Renzi e poi sui numeri che lasciano il tempo che trovano e sulla rottura sentimentale con gli elettori. Quest’ultima è nuova. Pochino pochino sulle sue scelte politiche. Dato che non è facile smentire platealmente quello che si sarebbe voluto fare e non si è fatto.

Dimentica il D’Alema che quando Renzi nel 2012 girava per le Case del Popolo se voleva un applauso facile facile bastava lo citasse e aggiungesse: «lo rottamo». Subito l’entusiasmo popolare saliva alle stelle. Che tradotto anche per non fini politici significa che il sé-dicente lìdermassimo aveva fatto il suo tempo e che anzi lui e gli altri come lui erano stati la vera causa del fenomeno Renzi. Diciamo. Il cosiddetto popolo del Pd dei vecchi politici e del loro modo di giocare la partita ne aveva le tasche piene per cui si provava a scommettere su un giovanotto che prometteva di buttarli fuori. Quella volta gli andò male, ma per quasi poco: perse contro Bersani per 60 a 40. Ovviamente per cento.  Il fiorentino attese con pazienza e al secondo tentativo, quello per la segreteria del partito, fece bingo a scapito di quanto disse il D’Alema: «sono sempre stati eletti segretari quelli che io ho appoggiato.» Profezia sbagliata C’era da chiedersi il perché ma il D’Alema non lo fece e anzi con fare saccente cercò di ammaestrare il pupo. Altro errore

L’attacco dell’intervista è decisamente dalemiano: «Sono appena tornato dall’Arabia Saudita e sono rimasto colpito  dalla percezione terribile dell’Europa.» Se lo dicesse un marziano ci sarebbe da credergli ma da uno che è partito l’altro ieri da Roma e che ha volato solo per qualche ora è l’ennesima dimostrazione di spocchia doppiata da un «Mi occupo di politica internazionale» che è come dire faccio cose e vedo gente. Insomma si direbbe il solito D’Alema se, dopo un fugace passaggio sui numeri di voti persi e  guadagnati, non attaccasse una tomella (espressione bolognese che sta per piagnisteo proungato e noioso) sull’arroganza e sul vittimismo: «Io coperto di insulti.Per ordine dall'alto è iniziato contro di me  un linciaggiodi tipo staliniano.»

Ammette di aver avuto modi sprezzanti (anche questa intervista lo è e neanche tanto tra le righe) e aggiunge: «Posso essere stato spigoloso,non sono cattivo né vendicativo» E porta ad esempi i casi di Veltroni e Prodi che sostenne per le posizioni di vicepresidente del consiglio e commissario europeo. Dimentica però di dire che lo fece per liberarsi della loro ingombrante presenza: promoveatur ut amoveatur.  Certamente mentre si autogiustifica piagnucolosamente dimentica anche quel simpatico siparietto che ebbe, nell'ottobre del 2012 con Giacchetti, suo segretario d’aula: «Ma è vero che tu stai con Renzi?» chiese «Sì è vero, sto con Renzi», gli rispose Giachetti «Allora da questo momento non ti rivolgerò più la parola» lo gelò D’Alema. E lo fece. Il che non vuol dire né essere cattivo, né vendicativo e neppure stalinista. Visto che a proposito di Renzi è saltato fuori anche il compagno Stalin. Con ciò dimenticando che lo stalinismo è anche un metodo, magari sgradevole, di governo, Che tutti, o quasi, quelli che gestiscono potere usano. E a ben vedere anche papa Francesco in certi suoi atteggiamenti ha un che di stalinista. Niente di grave. Normale amministrazione. Ci sta.

Infine gli ultimi due capoversi: i collaboratori fedifraghi e il cuore del popolo di sinistra.
Sui primi ha un moto di quasi assoluzione: «appartiene al metodo staliniano (e dai ndr) far attaccare i reprobi dai vecchi amici e dai familiari.» Come se i vecchi amici non se la fossero data a gambe dal suo gruppo per saltare sul carro del vincitore. Anzi sono stati anche loro e forse soprattutto loro a fare di Renzi il vincente. Che, è bene ricordarlo in Parlamento di veri renziani all’inizio ce ne erano pochini (avendo composte le liste Bersani) e se adesso se ne conta la maggioranza il merito non è del fiorentino ma delle folgorazioni avvenute sulla strada delle prossime liste elettorali. E poi questo è il Paese dei tengo-famiglia. Fa quindi venire un certo qual luccicor d’occhi leggere che tra partito ed elettori «è avvenuta una cosa più grave di una rottura politica: una rottura sentimentale.» Che sentir D’Alema parlare di sentimento (pubblico e politico ça va sans dire) è come immaginarsi il lupo di Cappuccetto Rosso dichiararsi vegetariano. Nessuno dei due sa esattamente di cosa si sta parlando.

martedì 16 giugno 2015

Matteo Renzi vuol tornare alle origini.

Il ritorno alle origini è il medicamento palliativo alle sconfitte. Nella maggioranza dei casi se i pensieri delle origini fossero stati applicati al potere non si sarebbe arrivati. Le origini di Renzi: il cambiamento o l’arroganza? Nel secondo caso dalle origini non s’è mai mosso.

Matteo Renzi vuole ritornare alle origini: non è una novità. Nel triste copione di ogni sconfitta le giustificazioni si sprecano e coprono le aree più diverse nei modi e nei toni. Ma c’è un refrain che è costante:  il ritorno alle origini. Che in realtà sta a significare «son stato troppo buono (con amici e nemici) non dovevo derogare dalla purezza dell’idea.» Il giusto medicamento o esorcismo che lenisce (per poco) le ferite e, magari, fa sperare nella volta prossima.

La storia del ritorno alle origini l’hanno usata tutti e gli esempi son facili. Lo dissero, per non andar troppo lontano, i quattro scardellati che volevano il ridotto in Valtellina: parlavano a Mussolini del ritorno allo spirito dei sansepolcristi.  Allo spirito del 1994 si sono appellati Brunetta, Gelmini e Santanché, giusto per dirne tre, dopo l’ultima scoppola berlusconiana. Adesso ne parla il Renzi.
Nella versione renziana, al di là della ovvia ilarità, le novità son due: la prima è che il richiamo venga dal capo e sia rivolto a sé stesso la seconda è che il tempo passato tra la sconfitta e le evocate origini si conti in mesi e non in decenni. Ma nel modo 2.0 tutto corre più veloce.

Nelle origini del Renzi c’era la rottamazione: si butta tutto il vecchio, si fa politica in modo nuovo e si ricostruisce tutto da capo. Come dire fare la rivoluzione. Ci han creduto un po’ tutti. Sia quelli che l’auspicavano e quando il Matteo diceva che voleva rottamare il D’Alema Massimo nelle case del popolo gli applausi facevan tremare i muri, sia quelli che la paventavano e infatti tutto l’establishement pidiino, salvo trascurabili eccezioni, eran lì a far muro. E infatti il primo assalto tutto origini e cuore non finì benissimo. Poi Bersani ed i suoi riuscirono a sbagliare tutto lo sbagliabile e allora il Renzi si rifece sotto, Sempre con lo spirito delle origini. I vecchi volponi d’apparato capirono che con la base una qualche chance il giovanotto ce l’aveva e allora, tutti o quasi, si precipitarono a soccorrerlo e questa seconda volta ce la fece.  Ma nel momento stesso, della accettazione del soccorso, lo spirito delle origini evaporava.

Un conto è rottamare D’Alema che oramai naviga nell’empireo suo, fatto da quel 5% di finanziatori di ItalaianiEuropei che voglion rimanere ignoti e un conto è rottamare Chiamparino, Fassino, De Luca, Franceschini, Burlando, Sereni, Pezzopane, Crocetta, Emiliano e tutti quegli altri che i voti nelle sezioni, nei regionali e in direzione nazionale, ce li hanno per davvero. E poi ci sono i signori che stanno nelle istituzioni, nelle finanziarie, e negli enti e nelle aziende di Stato. A cercare di rottamare tutti questi si corre il rischio di far la fine della prima volta. Che perdere con onore mentre le bandiere garriscono al vento e rullano i tamburi è nobile e romantico, ma è pur sempre perdere. E ci si fa male. Quindi a quali origini vuol tornare il Renzi?


Se, come dice al Corsera (16/o6/015), l’origine sta nel voler essere sé stesso e quindi nel non mediare ma nel barricarsi nel solipsismo dell’arroganza, allora, si tranquillizzi alle origini ci è già arrivato. Lo si vede a occhio nudo. Se invece le origini sono il cambiamento della politica e dei suoi modi è meglio che si armi di coraggio, molto coraggio che con l’arroganza c’entra per nulla. Dimostri coi fatti e non con i proclami. E magari si prepari a tornare a Courmayeur  in auto e con il portasii sul tettuccio.

martedì 11 novembre 2014

Rieccolo: è D’Alema.

Attacca un po’ l’Europa dei politici, ma anche le banche italiane che si sono domiciliate in Lussemburgo, come se lui venisse da un altro mondo. Rivendica di aver pensato a una donna per la presidenza della Repubblica prima di tutti. Minaccia la scissione ma poi si impapocchia. E ci si chiede perché c’è Renzi.

Si avvicina l’elezione del Presidente della Repubblica e forse, a stretto giro anche quelle politiche e quindi rieccolo: è D’Alema. 
L’idea di poter ancora una volta trafficare su qualcosa di importante, di manovrare dietro le quinte e di immergersi in estenuanti trattative talvolta fa resuscitare anche i (politicamente) morti e questo si presenta come uno dei casi da manuale  Da qualche settimana del D’Alema si erano perse le tracce e i più se ne stavano facendo seppure festosamente una ragione, quando si è diffusa la voce che Giorgio Napolitano potrebbe dimettersi nel giro di qualche mese ed eccolo allora rimettersi nuovamente in moto. Uomo senza pace.

Blocco di partenza questa volta è stata la trasmissione di Lilli Gruber graziando così il Corriere della Sera e l’ottimo Dario Di Vico impegnato  in una serie di assai interessanti articoli sul tema del lavoro.  Sparring partner un po’ annoiato e appena sottopelle anche un tantinello antipatizzante è Beppe Severgnini. L’intervento di quello che lo spiritoso Cossiga definiva il più intelligente è stato vacuo e, nella sostanza inutile. Impietosamente ripreso in campo lungo così da mostrarlo appollaiato sullo sgabello con i piedi a venti centimetri dal pavimento l’ex lìder massimo ha spaziato su quasi tutto: l’Europa mal gestita dai politici, Jeam-Claude Juncker che dovrebbe, forse, dimettersi e le banche che pagavano le tasse in Lussemburgo. Cose che non si fanno. Chissà lui dov’era: otto legislature (qualcuna per suo merito corta) in Italia ed una in Europa.

Comunque ha tenuto ha spiegare che:«Oggi giro il mondo e faccio un altro mestiere.» meno male. Però è sempre qua. Se viaggiare  era la sua aspirazione avrebbe potuto arruolarsi già diciottenne nella Marina Militare che proprio questo ha sempre promesso ai giovani di belle speranze: «Diventerai un tecnico e girerai il mondo.» Il mondo lui l’avrebbe girato prima e agli italiani sarebbero stati risparmiati altri giramenti. Peccato che il giovane D’Alema non abbia colto a suo tempo questa opportunità e si sia messo a seguire le orme del papà che fu deputato per cinque legislature che allora erano lunghe e quindi fa un totale di venticinque anni. Ma si sa che nel Belpaese i figli dei farmacisti fanno i farmacisti quelli degli avvocati si ritrovano avvocati e quelli dei politici non possono quasi mai scantonare: politici anche loro. Peccato.

Un po’ maliziosamente la Gruber ha fatto notare al suo ospite di aver perso l’occasione di diventare Mr. Pesc e che, pure in questa tornata, non ci sia per lui alcuna speranza di aspirare alla sostituzione di Napolitano. Il nostro sulla prima ha sorvolato mentre sulla seconda ha risposto:«Io penso che è tempo (per lui i congiuntivi sono sempre stati un optional) di eleggere  una donna.» La Gruber ha sottolineato che  è la stessa opinione della Boldrini e qui il vecchio leone ha reagito da par suo: lui l’aveva detto prima. Sottolineatura fondamentale da tramandare ai posteri. Così come, sempre grazie a lui, l’Italia ha avuto Ciampi e Napolitano perché il suo intervento in entrambe le elezioni è stato cruciale. Chi mai avrebbe potuto metterlo in dubbio.

Chicchetta (nel senso di piccola chicca) della trasmissione, il D’Alema prima ha minacciato la scissione «Se qualcuno pensa che la sinistra, lasciamo stare la generazione, abbia smobilitato si sbaglia. Fa un calcolo sbagliato e secondo me si troverà di fronte a qualche sorpresa.» Quale sorpresa? « Beh, che a un certo punto una parte di questo partito prenda un’attitudine più combattiva. Nel senso che la pazienza se sfidata oltre un certo limite potrebbe ….» Potrebbe cosa? «Sempre minoranza resta ma potrebbe alternarsi, maggioranza, minoranza si può tornare maggioranza dipende la vita politica è piena … anche qui non è finita la storia.» Proprio un bel discorsino sembrava di ascoltare Ferrero, il Presidente della Sampdoria. Il tutto condito dal solito armamentario: l’intercalare «Diciamo», lo sguardo talvolta perso nell’infinito, risatine solitarie e mossettine  alla Ridolini. E poi ci si domanda perché il partito prima e gli elettori poi abbiano scelto Matteo Renzi: non perché sia più bravo ma semplicemente perché è meno peggio. E la quantità di peggio che il fiorentino si è trovato di fronte era veramente tanta,troppa. Bastava di calare solo di un pochetto.

venerdì 7 marzo 2014

Che allegria gli ultimi 10 giorni. Ma si replicherà

Ci sono delle settimane ricche come non mai: è il caso di quella passata. Dove i fatti importanti non sono solo quelli che accadono ma anche quelli che non si danno la pena di succedere. È il caso del “monitoratore” nazionale che ha da dir su tutto meno che su quello che conta: gli inquisiti al governo, ad esempio. Poi ci anche i fatti internazionali che fan parere le cose di casa delle bagattelle da pediluvio. Che magari sarebbe pure il caso. Tutti in compagnia con Putin, Renzi, Civati, Barracciu, Ferrara, D’Alema e Fioroni. Che allegria.

Guai grossi in Ucraina
I russi quando decidono che per loro sei un fratello non ti mollano più. 
Loro hanno una vera passione per gli stati fratelli. Ce l’ebbero questa passione con l’Ungheria e poi con la Cecoslovacchia e anche con l’Afganistan. E per dimostrarla questa passione gli danno tutto: la solidarietà (ma quella concreta, mico come da noi), il cuore (vero e pulsante), magari anche soldi e poi li fanno giocare con i soldatini e i carrarmatini. Che poi questi ultimi li forniscono a dimensione reale e con tanto di proiettili,. Veri.  E Putin, ex agente Kgb, si diverte come un pazzo a giocare con i paesi fratelli. Diceva una nonna che i parenti sono come le scarpe più sono stretti e più ti fanno male. E i Paesi fratelli della Russia lo san bene.

Monitorare stanca
Il Presidente Napolitano che passa la vita a monitare, cioè a lanciare moniti e a controllare che tutto vada bene e a prendere a ceffoni i deputati che l’avevano appena eletto, s’è distratto un momento e tra i sotto segretari gli hanno infilato un calabrese, Gentile (che è il nome e non un aggettivo) che fa uscire i giornali e a suo piacimento, amico di Alfano e quattro indagati del Pd. Una sciocchezza. Poi la ministra Boschi ha detto che non chiederà loro di dimettersi perché il governo è garantista. Beato lui. E così a sciocchezza s’è sommata sciocchezza. Però il Presidente Napolitano sulla vicenda non ha detto neanche un et. Evidentemente monitorare stanca. E lui ha già monitorato abbastanza. Alleluja.  

Quanti begli inquisiti
Tra i quattro che sono inquisiti la meglio è Francesca Barracciu. Lei è indagata per certe spesucce fatte quando era in Regione Sardegna. Il suo partito, proprio il Pd, ha pensato che non fosse adatta come candidata alla presidenza della regione Sardegna: troppo inquisita, Metti mai che si trovasse a vincere, sarebbe stata dura spiegarlo al mondo. E se avesse perso tutti a dire che:«per forza, se mettono un’inquisita in lista!» Ma poiché non tutte le ciambelle escono col buco ecco che quella che non era adatta per la Regione sia ottima per fare la sottosegretaria nel governo nazionale ai beni culturali e al turismo. Boh! Ma è questione di poco e si dimetterà anche lei come gli altri. Almeno si spera. Certo che a far l’elenco dei sottosegretari devono aver chiamato il cappellaio matto e Renzi stava lì come Alice, con gli occhioni sgranati.

Pippo Civati: un po’ sì e un po’ no
Tra le chicche divertenti c’è ovviamente Pippo Civati. D’altra parte da uno che si fa chiamare come l’amico stralunato e anche un po’ sfigato di Topolino non ci si può aspettare nulla di meglio che non sia il non-sense. Prima ha detto che questo governo non gli piace poi ha convocato i suoi amici a Bologna quindi ha affermato che vuole restare nel Pd. Alla fine a votato la fiducia. Come volevasi dimostrare. Al confronto il cappellaio matto, quello che sceglie i sottosegretari, era uno dalla logica stringente.

Ancora su Pippo Civati.
Sempre lo stesso di prima: quello che si chiama come l’amico sfigato di Topolino. Se l’è presa con Renzi perché senza interpellarlo ha nominato Maria Carmela Lanzetta ministra agli affari regionali. Pippo voleva essere informato prima. Neanche fosse il padrone di quelli della sua corrente. In realtà avrebbe dovuto arrabbiarsi con la Lanzetta che zitta zitta si è presa il ministero. Che poi se la Carmela voleva rimanere civattiana, che gusto, poteva dire anche di no come ha fatto Fabrizio Barca. Che se deve fa pe campà.

Giuliano l'apostata Ferrara è innamorato, sempre  pazzo
“Per adesso sono l'uomo più felice del mondo. In attesa di Marina è arrivato il figlioccio – ha scritto Goiulianop l’apostata Ferrara sul suo giornaletto che ha vendite da bollettino parrocchiale - e ci vorrà uno sforzo notevole per indurlo a istronzirsi e appiattirsi sull'ideologia di Asor Rosa, Vendola o Scalfari". Certo lui ne sa qualcosa. Infatti lui, Giuliano ‘l’apostata’ Ferrara ha instronzirsi sull’ideologia di Berlusconi ci ha messo pochissimo. Uno zik. Poi per essere certo di mantenere il suo posizionamento s’è messo a cantare sull’aria del «siam tre piccoli porcellin» l’elogio a Renzi. Chissà se dietro c’è qualche messaggio. Forse magari anche sì. E per esser certo che tutti capissero bene il suo stato s’è fatto un cappello con la prima pagina de l’Osservatore Romano e se l’è piazzato sul capoccione.  Ah, professor Basaglia ch’hai fatto!

D’Alema e l’Ulivo
D’Alema ha ricevuto il giornalista Alan Friedman nella sua tenuta in Umbria. Gli ha fatto vedere le colline con i vigneti di uva bianca e poi quelli con l’uva rossa. Poi l’ha portato davanti ad un ulivo e, da signore qual è, ha detto al giornalista ed a tutti gli italiani che quell’ulivo (che non è pugliese) costa 1500€. Come un mese di salario di un operaio specializzato, magari metalmeccanico. Non contento gli ha pure presentato una affettatrice «è degli anni trenta,tutta restaurata e funzionante» ha detto, neanche l’avesse reatsurata lui. Poi si è definito un lavoratore della terra chissà se anche della mazza. Che detto da uno che non ha mai lavorato in vita sua è un bel dire. Chissà come saranno contenti i metalmeccanici che vedono chiudersi le fabbriche di essere rappresentati da questo lavoratore della terra. E, magari fosse, pure della mazza.,

Sturm und drang

Dopo l’adesione del Pd al Pse Fioroni ha detto non vuole morire socialdemocratico D’Alema che già ha comprato l’uliva da 1500€ ha detto che terrà un seminario  a fioroni per spiegargli che i socialdemocratici hanno gli stessi valori dei popolari. Renzi ha detto che comprerà pop corn per assistere allo spettacolo. D’Alema s’è irritato è ha detto che Renzi e sovrappeso. Certo che prendere un paio d’etti per vedere D’Alema sproloquiare non ne vale proprio la pena. Poi D’Alema è meglio che stia calmino altrimenti Renzi non gli dà la candidatura per le europee.

giovedì 27 febbraio 2014

Pierluigi ed Enrico: i due perdenti che si abbracciano

In Italia non c’è come morire o perdere perché si parli bene di qualcuno. Gli italici sono fatti così: prima aiutano a cadere e poi si prodigano in simpatia e pacche sulle spalle. Qui si tifa sempre per l’asticella. È successo anche il 25 di febbraio mentre la Camera (un po’ controvoglia) votava il governo Renzi. La regola vale per quasi tutti: non per D’Alema che è antipatico sempre, anche quando perde.





Se si nasce nel Paese del melodramma la scena madre ce la si deve aspettare e sorbire anche nella vita di tutti i giorni. Succede sempre. È un classico che non si può evitare. 
Il fatto di essere, millantandolo, un popolo di brava gente ha questo come effetto collaterale. E così non poteva non succedere che nel giorno del trionfo (anche se un po’ stitico) di Matteo Renzi si materializzasse il drammone strappa lacrime e strappa applausi. 
I protagonisti della sceneggiata, che di questo si è trattato, sono stati i due sconfitti: Pierluigi Bersani ed Enrico Letta. Entrambi conoscono troppo bene il copione e la parte quindi per loro è stato come bersi un caffè.

Il primo ad entrare in scena è stato Pierluigi che ha utilizzato  proprio il giorno della votazione della fiducia al rivale degli ultimi anni quale palcoscenico della sua rentrée. La notizia non era trapelata: grande colpo da maestro. È entrato zitto zitto e quatto quatto, secondo la l’adagio che «mi si nota di più se ci vado e non mi faccio notare» E infatti così è stato. L’hanno notato tutti, ovvio, e giù applausi. Ovvio. Che poi ad applaudire fossero proprio quelli che lui aveva messo in lista e soprattutto, nel listino dei nominati va da sé.  Erano proprio quelli che negli ultimi mesi si sono esercitati con grande successo nell’esercizio del salto della  quaglia. Quello che si sviluppa in tre step: bersaniano, ex bersaniano, renziano.  E nella squadra di governo di quelli ce n’è un tot e nel partito anche di più. La Marianna Madìa in questo è una campionessa e neanche fosse uno storione ha saputo risalire tutte le correnti fino ad arrivare a quella di Renzi. Ha saltato solo quella di Civati che tanto non conta una fava.

Comunque tutti erano dimentichi dei gravi errori commessi dal Pierluigi: aver accettato il governo Monti anziché imporsi per andare al voto, ma in quel caso la fifa aveva avuto il sopravvento perché per governare bisogna almeno avere l’idea, platonica, di esserne capaci. Poi ha scialacquato l’enorme vantaggio che aveva sulla destra facendo giochini scemi sulla smacchiatura del giaguaro. Quindi è andato a ripescare come presidente della repubblica uno che in lui non aveva nessuna fiducia, che farsi del male va bene ma insistere è un po’ da tarlucchi,  e infine anziché rivendicare il proprio ruolo di leader del primo partito si è fatto scavalcare dal suo vice. Che poi segretario del Pd diventasse Renzi stava nelle cose.L’aveva capito anche Gasparri.

Quando oramai la claque si era messa tranquilla è stata la volta di Enrico Letta. L’aria un po’ spaesata come di chi è lì per la prima volta s’è mutata nell’espressione, più intensa, di quello che sta per mandar giù un bel cucchiaio di olio di fegato di merluzzo. Che se poi glielo avessero dato per davvero quand’era piccolo gli avrebbero senz’altro fatto bene: così veniva su bello forte e poco democristiano. Ma non l’hanno fatto. Anche per lui grandi applausi da quelli che erano suoi amici e che, rimanendo amici, non l’hanno sostenuto fino in fondo. Probabilmente il buon Richetto stava ancora cercando di capire il senso di #enricostaisereno. Evidentemente deve aver saltato qualche ripetizione dallo zio Gianni. Evvabbé. 

Appena entrato il buon Richetto, che  a far l'elenco dei suoi errori non bastano le pagine, s’è guardato attorno spaesato e poi è andato da Pierluigi e si sono dati la mano e poi abbracciati e giù a darsi pacche sulle spalle come se questo bastasse a trasformare due perdenti in un mezzo vincente. Ma non è così che funziona. Un perdente è sempre un perdente. E due perdenti sono sempre due perdenti. E mentre andava in scena questa rappresentazione da libro cuore tutti di nuovo ad applaudire quasi a voler dire a Renzi «Lui sì altro che te» Renzi comunque non si è scomposto anche lui ha fatto clap-clap. Tanto non costa. E comunque il posto ormai è suo.

Strana razza gli italici che nella competizione sportiva tifano sempre per l’asticella e si dicono, sottovoce perché non sta bene, «adesso cade, adesso cade» e se succede subito a correre a consolare il perdente. I perdenti in questo paese sono simpatici e in qualche modo amati. Furono simpatici Veltroni e Prodi, lui addirittura tre volte, e anche Fini un pochetto, e adesso ovviamente il duo Pierluigi e Richetto.  Mentre i vincenti piacciono un po’ meno. Salvo naturalmente che non siano anche cialtroni: l’abbinata vincente-cialtrone invece piace. Guarda come è strano il mondo..


Come ogni regola che si rispetti anche questa gode della sua bella eccezione. Eccezione che ha alle spalle una lunga serie di sconfitte e ovviamente un nome ed un cognome. L’unico che non riesce simpatico neanche quando perde è D’Alema.


sabato 11 gennaio 2014

Piccoli peraccottari crescono.

Continua la battaglia generazionale. Il terreno di gioco è sempre lo stesso. I giovani crescono e sembrano imparare presto. Gli anziani si consolidano sulle antiche abitudini:quando si è preso il vizio non ce ne si libera più. Chi sta col peracottaro impara a peracottare. Sei pezzi facili: Enrico Letta, Renata Polverini, Massimo D'Alema, Nunzia De Girolamo, Mario Mauro e la Fornero.



De Girolamo, Saccomanni, Mauro.: il dream team
Settimana corta questa che comincia di martedì, 7 gennaio, ma ricca come non mai di dichiarazioni e di citazioni e di autocitazioni e di inopinata peracottagggine. 
Sarà che le vacanze natalizie sono state lunghe e hanno consentito ai gladiatori della politica di rinfrancarsi. Sarà che questi, i lupi perdono il pelo (c'è da dubitarne: non lasciano mai niente) ma il vizio lo conservano. Sarà che Mario Draghi ha confermato che la crisi terrà compagnia ai più anche nel 2014 e farà fatica a d andarsene anche nel 2015. Sarà tutto questo e anche un pochino del famigerato quant'altro ma alla fine nulla cambia nel panorama italiano.

Entico Letta che è sempre più determinato ad arrivare col suo governo a primavera 2015 chiede «Più responsabilità» e come non bastasse anche un «Cambiamento di passo.» Sembra proprio che lui passi lì per caso e non sia (quantunque in incognito) il capo del governo. Ma Enrico Letta è un umorista, deve aver preso dallo zio, e la sua verve si vede in ogni provvedimento. Infatti è da umoristi aumentare le tasse per aumentare, in contemporanea, le detrazioni Così come abolire una tassa e introdurne altre tre che si fondono in una neanche fossero delle sottilette in un toast. Neanche ai De Rege sarebbe venuto in mente lo sketch messo in scena da Saccomanni che prima si fa scappare gli aumenti d'anzianità agli insegnanti e poi cerca di farsi restituire. Altro che peracottari. E adesso oltre Saccomanni adesso c'è da difendere anche la De Girolamo come già fatto con Alfano e la Cancellieri. Più che il capo del governo Enrico Letta sembra Perry Mason redivivo. L'avvocato difensore per eccellenza. Anche se quello difendeva gli innocenti.

Renata Polverini confessa di non saper montare i mobili di Ikea.. Per questa formidabile operazione di outing la ex presidente della regione Lazio ha preso come scusa il job act (e vai con l'inglese) di Matteo Renzi. Ha detto che il piano, in realtà un semplice abbozzo, del neo segretario Pd assomiglia ai mobili Ikea: dopo averli spacchettati poi non si è capaci di montarli. In verità non se ne aveva alcun dubbio. Chissà perché le è sfrizzolato l'uzzolo di comunicare al mondo questa sua incapacità ai lavori manuali. I mobili Ikea sono semplici e le istruzioni sono a prova di bimbo. Per non dire altro. Chiunque ma proprio chiunque è in grado di montarli, verrebbe da dire tutti. Meno una: Renata Polverini. Così come chiunque ma proprio chiunque si sarebbe accorto di come andavano le cose alla regione Lazio. Tutti meno una: Renata Polverini.

Massimo D'Alema è uomo dal cuore traboccante generosità. Il fatto è noto a tutti. Specialmente agli avversari che sanno di poter contare su di lui nel momento del bisogno. Erano anni che non rivolgeva la parola a Pierluigi Bersani ma appena il vecchio compagno di marcia è stato male lui, il lìder maximo che non ne ha mai azzeccata una, gli è stato vicino ogni giorno. Almeno così racconta Tommaso Labate sul Corriere della Sera che, con sei sobrie colonnette, rende noto al globo terracqueo quanto già tutti sapevano e chi non ne era certo lo sospettava: Massimo D'Alema è come Garrone. Anzi è Garrone stesso , «l'anima nobile» della politica italiana. Anzi De Amicis quando scrisse Cuore per la figura di Garrone, «la testa grossa, le spalle larghe», si ispirò proprio a D'Alema. Allo schivo D'Alema che tiene i suoi sentimenti così gelosamente nascosti. Il pezzo di Tommaso Labate infatti comincia così: «S'è informato (D'Alema ndr) giorno per giorno. Con discrezione e soprattutto evitando doglianze a mezzo stampa.» Meno male. Che se fosse stato vanitoso la notizia sarebbe apparsa su tutti i giornali della ciociaria.

Nunzia De Girolamo è una signora tutti ne sono convinti anche se lei, con modestia ammette che: «Ho usato parole non esattamente consoni a una signora? E che ci posso fare? Stavo a casa mia, potrò parlare come mi pare a casa mia, si o no?» E ci mancherebbe, può anche mettersi le dita nel naso, già che c'è. Il fatto è che le frasi in questione suonano sgradevoli e da comitato d'affari più che da politica interessata al bene pubblico. Le registrazioni infatti recitano così: «Facciamogli capire che un minimo di comando ce l'abbiamo! Mandagli controlli ...e vaffan....» e quindi «È l'amico di Nunzia e mio amico … è un bravo ragazzo, Insomma!» Roba proprio che i bravi ragazzi amici di Scorzese si sentirebbero a casa. Ma certo non si possono estrapolare cinque minuti da una conversazione durata cinque ore. Che dopo questo antipasto vien proprio voglia di sentire le altre quattro ore e cinquantacinque minuti dell'allegra chiacchierata. E poi, comunque, Nunzia De Girolamo non vuole essere accostata a Clemente Mastella. Dice che per lei è squalificante. Vabbé.

Mario Mauro, ministro della difesa, è quello che a comando di papa Francesco ha digiunato per un intero giorno contro l'acquisto delle armi mentre compra 90 F35 che costano, a occhio e croce, circa 17miliardi di euro. Ed è quello che ha già speso circa 3,5 miliardi per ammodernare la portaerei Cavour senza sapere quando gli consegneranno gli aerei. Ed è sempre lui quello che ha affermato che ridurrà del 20% il personale delle Forze Armate. Ed è lo stesso che ha proposto di far fare il servizio militare agli extracomunitari in cambio della cittadinanza. Ecco lui, proprio lui, è intervenuto sul caso dei marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre dicendo che:«Sono sicuro che il governo italiano mostrerà la necessaria inflessibilità per gestire questa fase.» Che dire?

Last but not least è tornata la Fornero con una dichiarazione: «Faccio mia la job act di Matteo Renzi» e ha aggiunto «Alcune di queste cose avrei voluto farle io.» Inutile chiederle perché non le abbia fatte avrà senz'altro delle buone scuse da scaricare sulla situazione, i vincoli di bilancio ed altre pizzellacchere. Senz'altro dimenticherà di ricordare che «Non ero proprio ferratissima per fare il ministro.» E via peracottando.

Perché questo Paese deve avere proprio questi qui?

martedì 19 novembre 2013

In autunno spuntano i funghi e cadono le foglie. Anche in Parlamento

La politica italiana di questi mesi è in linea con la stagione meteo: l’autunno. Dagli alberi cadono foglie morte, dal governo la Cancellieri e dalle bocche della politica solo fesserie. Almeno ci fosse, come diceva Prévert,  il vento del nord a spazzarle via.




C’è una nebbia che non si vede da lì a qui, le foglie cadono che è un piacere, piove, tira vento, l’umidità impazza, nei boschi. i funghi spuntano che è un piacere, È l’autunno, bellezza. La politica italiana rispecchia la stagione.Non si vede da qui a lì: cioè non ci si capisce un accidente di quanto succede: il governo di balls of steel Letta (si traduce a beneficio di Gasparri: Letta “palle d’acciaio”) non sembra sapere dove voglia andare e soprattutto cosa voglia fare. In compenso rimanda qualsiasi decisione sia possibile rimandare ovvero tutte. 

Il ministro della Giustizia ondeggia come una larga foglia di ippocastano ed è lì lì per cadere, il vento, alimentato con grande forza dai quattro candidati alla segreteria del Pd, primo partito della coalizione è bene non dimenticarlo, è tutt’altro che rassicurante. 
Come tutto questo non bastasse ecco spuntare, neanche fossero funghi, altri gruppi politici. Che se funghi lo fossero per davvero sarebbe una manna per il Paese e soprattutto per i buongustai. In tutto ciò il Paese tira la cinghia ascoltando distrattamente quelli che dicono di vedere la luce in fondo al tunnel che se dicessero di aver visto la madonna sarebbero più credibili. Anche perché quelli che se ne stanno in Parlamento e campano di politica il tunnel non l’hanno mai visto e non sanno neppure dove sia.

Di nuovo non c’è nulla. È sempre la solita stucchevole zuppa che con nomi nuovi presenta ferri vecchi. E il Pd maestro fino ad ora ineguagliato in questo giochino di prestidigitazione anziché godere delle altrui sciagure (saranno poi vere?) si mette ad imitare la nuova moda dello scissionismo.  
Il primo a lanciare la moda è stato il Pdl che decide di tornare all’antico e di chiamarsi nuovamente Forza Italia che però è un contenitore adatto solo ai berlusconiani doc cioè quelli senza se e senza ma che purtroppo per loro sono rimasti all’asciutto di poltrone e strapuntini. Quelli che invece il posto l’hanno arraffato non lo vogliono mollare e quindi si dichiarano diversamente berlusconiani. E poiché sono diversi se ne vanno ma in realtà restano perché come dice Berlusconi «sono il nostro nuovo gruppo e in caso di elezioni correranno con noi sotto la stessa bandiera.» Che per essere differenti è un bel salto.

Nel frattempo, con mirabile fantasia, si autobattezzano (sono tutti cattolici) Il Nuovo Centrodestra che è un nome depositato da Bocchino (chi se lo ricorda più) e come facciano ad essere nuovi se sono quelli di prima è un vero mistero.                           Però palle d’acciaio Letta dice che è contento perché così, con meno voti in Parlamento, si sente più sicuro e meno ricattabile che se prima lo ricattava uno solo adesso lo possono fare in sette tanti sono i voti che gli consentono di galleggiare in senato. Che se poi qualcuno si becca il raffreddore … Comunque, contento lui.

Il partitino di Monti che nato con l’idea di raccogliere il 20% dei consensi non ne  ha raggiunto neanche la metà si sta sfarinando come le castagne lesse. Frutto di stagione. Se ne è andato Casini con i suoi dell’Udc e adesso quelli rimasti si dividono in montiani doc e popolari. Era il partito del rigore e del bon ton ma all’ultima riunione gli urli sono stati tanti ed è scappato pure qualche vaffa, neanche fossero grillini. Evidentemente i loden non fanno primavera. 
I popolari sono capitanati da Mario Mauro che nasce ciellino poi di osservanza berlusconiana e grazie a questo è stato parlamentare europeo nonché capo delegazione poi quando ha sentito aria di bruciato è saltato sul carrettino Monti credendolo una portaerei. S'è sbagliato ma la cosa non gli impedito di diventare ministro e poiché questo è il paese di Mascagni che musicò i Pagliacci s’è messo a digiunare contro le sue stesse decisioni. Mentre con la mano destra compra gli F35 con la sinistra respinge piatti di orecchiette  (è di san Giovanni Rotondo) e digiuna contro l’acquisto delle armi da guerra. Nebbia fitta in val padana. E anche in talune scatolette craniche.

In tutto ciò il Pd dovrebbe andare a nozze e gongolare e invece no. Ogni partito ha le sue croci e nel pd sono pure tante. Al momento due brillano più delle altre per acume politico: Beppe Fioroni e Massimo D’Alema. Come ti sbagli.
Il primo minaccia scissioni se il Pd  entra nel Partito socialista europeo. Lui è un cattolico tutto d’un pezzo e con i socialisti non ci sta. Che, a dirla tutta, per i socialisti è un gran bel vantaggio. Tutti a tremare per questa potenziale uscita che se Fioroni se ne andasse per davvero dal partito non se ne accorgerebbe neppure lui.  
Poi c’è D’Alema, il più intelligente come diceva Cossiga che era anche un gran battutista.
D’Alema ha passato una intera mattinata ad insultare Renzi definendolo: ignorante, mentitore, superficiale, giamburrasca, falso messia, e inadatto a diventare segretario del Pd. E questo solo perché Renzi gli ha larvatamente ricordato tutti i fallimenti brillantemente conseguiti. Dopo di che D’Alema il prode minaccia anche lui di abbandonare il partito e di fondarne un altro che magari chiamerà Partito della Rifondazione del Pd e per far numero si troverà pure accanto quelli che ha sempre schifato come Bertinotti, Diliberto, Paolo Ferrero e chissà chi altri.  E poiché il vice conte vaticano Massimo D’Alema è uomo tutto d’un pezzo e dal pensiero lineare  dopo aver detto peste e corna di Renzi sostiene che lo vede bene come candidato premier. Laddove non si capisce perché uno ritenuto inadatto a guidare un partitino di poche centinaia di migliaia di aderenti debba essere l’uomo giusto per guidare una nazione di sessanta milioni di abitanti che, nonostante tutto, è ancora una tra le dieci potenze economiche del pianeta. Però si sa che il labirinto di Dedalo al confronto con il pensiero di D’Alema è poco più di una linea retta.


«Le foglie morte cadono a mucchi – cantava Prévert – le foglie morte cadono a mucchi come i ricordi e i rimpianti e il vento del nord le porta via nella fredda notte dell’oblio.» Che se così fosse per il Belpaese sarebbe come fare Bingo. Vuoi mai dire.



mercoledì 10 ottobre 2012

Massimo D'Alema quasi come Silvio Berlusconi. Quasi.


Eh sì, perché talvolta i maestri sono irraggiungibili. E i discepoli non ce la fanno.
Massimo D'Alema nella sua sfrenata corsa all'inseguimento del maestro Silvio Berlusconi è sempre un passo indietro. La sua è una vera ossessione ma non riuscirà mai ad essere come il modello.
Silvio per lui è inarrivabile.
Berlusconi è già riuscito a dire: “si, mi ricandido come premier – no, non mi ricandido come premier - sì mi ricandido ma come semplice parlamentare - no non mi ricandido neanche come parlamentare” mentre il sè-dicente lider maximo del pd, quello che Francesco Cossiga, ghignando, definiva “il più intelligente di tutti” e poi righignava è riuscito a balbettare e solo oggi: “volevo lasciare ma ho deciso di restare”. Ma perché?
Ci ripensi onorevole D'Alema, pensi a noi, non ci faccia ancora del male. Per oltre vent'anni abbiamo avuto lei e Berlusconi: un'accoppiata che solo un popolo come il nostro poteva digerire. Magari con un po' di bicarbonato. Non a caso uno dei pochi prodotti in crescita di market share.
In fondo 23 anni di parlamento sono tanti. Lei ha già maturato la pensione, e magari gliela danno pure subito mica come quelli che hanno lavorato che la devono aspettare ancora a lungo e poi ha diritto anche a quella di giornalista e forse anche a quella di marittimo honoris causa e forse-forse è in attesa di maturare anche quella di coltivatore diretto. E come sovramercato può far conto sui diritti dei suoi libri. Ne vende di libri, vero?
E diciamola tutta di cose da fare ne ha: si occupi della sua fondazione, della sua nuova tenuta  agricola, della vendita di Ikarus (che nome più sfigato per una barca non si poteva trovare), lustri le onorificenze da mezzo conte che il Vaticano le ha elargito e magari, se proprio-proprio, si dedichi alle sue memorie. Non c'è molto da ricordare anche se lei il nulla lo sa descrivere benissimo e con ampia dovizia di particolari. Un vero maestro in questo.
Dicono che si voglia ricandidare a causa di Matteo Renzi. Di solito ci si candida per e non contro.Questo dovrebbe capirlo anche lei.  Comunque lasci perdere, in fondo il giovane sindaco di Firenze sta facendo quello che a lei sarebbe piaciuto fare ma non glie è venuto. Come al solito.
Finalmente avremo quelli di destra che votano per un partito del centro sinistra.
Non è quello che voleva fare anche lei? E poi  nella polemica politica, quella seria, non ci si attacca al jet privato e alle Mercedes, che altrimenti a qualcuno potrebbe tornare in mente dell'incarico avuto dalla sua signora per censire il patrimonio del partito. Sono argomenti di basso profilo. Da bar dello sport. Più da Vittorio Feltri che da politico scafato. Anche se nel suo caso più che scafato si tratta di politico naufragato. E a noi, comuni mortali, naufragare in questo mare non ci è affatto dolce.
“Poi deciderà il partito” lei dice. Ma quale partito, quello delle cariatidi che sono come lei a scaldare scranni da anni e anni. O quello che magari voterà per Renzi? O quello che forse seguirà Bersani nel liberarsi degli elefanti?
E' meglio ritirarsi in buon ordine prima di essere scaricato.
Lei ha ancora molto da imparare da Silvietto. E la prova è nei giornali: sulle mosse di Berlusconi, vado-non vado, si spendono paginate intere mentre lei si deve accontentare di striminzite intervistine. Irrilevanti.
A proposito delle sue memorie: eviti bilanci e partite dare e avere. Gli toccherebbe ricordare di tutte le volte che non l'ha azzeccata, giusto per citare le ultime: con Vendola, due volte, con Pisapia, con Zedda, con de Magistris, con Doria, o quando disse della carica rivoluzionaria di Fini. Senza parlare dei suoi governi e della bicamerale.
Si rilassi onorevole D'Alema. Venda la tenuta agricola, tenga la barca e si faccia un bel giro intorno al mondo. Magari anche lungo. Così lungo che quando tornerà saremo pure contenti di rivederla. Forse.

PS. non sono sicuro che Matteo Renzi mi piaccia ma vorrei avere motivazioni politiche per contrastarlo.