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sabato 11 gennaio 2014

Piccoli peraccottari crescono.

Continua la battaglia generazionale. Il terreno di gioco è sempre lo stesso. I giovani crescono e sembrano imparare presto. Gli anziani si consolidano sulle antiche abitudini:quando si è preso il vizio non ce ne si libera più. Chi sta col peracottaro impara a peracottare. Sei pezzi facili: Enrico Letta, Renata Polverini, Massimo D'Alema, Nunzia De Girolamo, Mario Mauro e la Fornero.



De Girolamo, Saccomanni, Mauro.: il dream team
Settimana corta questa che comincia di martedì, 7 gennaio, ma ricca come non mai di dichiarazioni e di citazioni e di autocitazioni e di inopinata peracottagggine. 
Sarà che le vacanze natalizie sono state lunghe e hanno consentito ai gladiatori della politica di rinfrancarsi. Sarà che questi, i lupi perdono il pelo (c'è da dubitarne: non lasciano mai niente) ma il vizio lo conservano. Sarà che Mario Draghi ha confermato che la crisi terrà compagnia ai più anche nel 2014 e farà fatica a d andarsene anche nel 2015. Sarà tutto questo e anche un pochino del famigerato quant'altro ma alla fine nulla cambia nel panorama italiano.

Entico Letta che è sempre più determinato ad arrivare col suo governo a primavera 2015 chiede «Più responsabilità» e come non bastasse anche un «Cambiamento di passo.» Sembra proprio che lui passi lì per caso e non sia (quantunque in incognito) il capo del governo. Ma Enrico Letta è un umorista, deve aver preso dallo zio, e la sua verve si vede in ogni provvedimento. Infatti è da umoristi aumentare le tasse per aumentare, in contemporanea, le detrazioni Così come abolire una tassa e introdurne altre tre che si fondono in una neanche fossero delle sottilette in un toast. Neanche ai De Rege sarebbe venuto in mente lo sketch messo in scena da Saccomanni che prima si fa scappare gli aumenti d'anzianità agli insegnanti e poi cerca di farsi restituire. Altro che peracottari. E adesso oltre Saccomanni adesso c'è da difendere anche la De Girolamo come già fatto con Alfano e la Cancellieri. Più che il capo del governo Enrico Letta sembra Perry Mason redivivo. L'avvocato difensore per eccellenza. Anche se quello difendeva gli innocenti.

Renata Polverini confessa di non saper montare i mobili di Ikea.. Per questa formidabile operazione di outing la ex presidente della regione Lazio ha preso come scusa il job act (e vai con l'inglese) di Matteo Renzi. Ha detto che il piano, in realtà un semplice abbozzo, del neo segretario Pd assomiglia ai mobili Ikea: dopo averli spacchettati poi non si è capaci di montarli. In verità non se ne aveva alcun dubbio. Chissà perché le è sfrizzolato l'uzzolo di comunicare al mondo questa sua incapacità ai lavori manuali. I mobili Ikea sono semplici e le istruzioni sono a prova di bimbo. Per non dire altro. Chiunque ma proprio chiunque è in grado di montarli, verrebbe da dire tutti. Meno una: Renata Polverini. Così come chiunque ma proprio chiunque si sarebbe accorto di come andavano le cose alla regione Lazio. Tutti meno una: Renata Polverini.

Massimo D'Alema è uomo dal cuore traboccante generosità. Il fatto è noto a tutti. Specialmente agli avversari che sanno di poter contare su di lui nel momento del bisogno. Erano anni che non rivolgeva la parola a Pierluigi Bersani ma appena il vecchio compagno di marcia è stato male lui, il lìder maximo che non ne ha mai azzeccata una, gli è stato vicino ogni giorno. Almeno così racconta Tommaso Labate sul Corriere della Sera che, con sei sobrie colonnette, rende noto al globo terracqueo quanto già tutti sapevano e chi non ne era certo lo sospettava: Massimo D'Alema è come Garrone. Anzi è Garrone stesso , «l'anima nobile» della politica italiana. Anzi De Amicis quando scrisse Cuore per la figura di Garrone, «la testa grossa, le spalle larghe», si ispirò proprio a D'Alema. Allo schivo D'Alema che tiene i suoi sentimenti così gelosamente nascosti. Il pezzo di Tommaso Labate infatti comincia così: «S'è informato (D'Alema ndr) giorno per giorno. Con discrezione e soprattutto evitando doglianze a mezzo stampa.» Meno male. Che se fosse stato vanitoso la notizia sarebbe apparsa su tutti i giornali della ciociaria.

Nunzia De Girolamo è una signora tutti ne sono convinti anche se lei, con modestia ammette che: «Ho usato parole non esattamente consoni a una signora? E che ci posso fare? Stavo a casa mia, potrò parlare come mi pare a casa mia, si o no?» E ci mancherebbe, può anche mettersi le dita nel naso, già che c'è. Il fatto è che le frasi in questione suonano sgradevoli e da comitato d'affari più che da politica interessata al bene pubblico. Le registrazioni infatti recitano così: «Facciamogli capire che un minimo di comando ce l'abbiamo! Mandagli controlli ...e vaffan....» e quindi «È l'amico di Nunzia e mio amico … è un bravo ragazzo, Insomma!» Roba proprio che i bravi ragazzi amici di Scorzese si sentirebbero a casa. Ma certo non si possono estrapolare cinque minuti da una conversazione durata cinque ore. Che dopo questo antipasto vien proprio voglia di sentire le altre quattro ore e cinquantacinque minuti dell'allegra chiacchierata. E poi, comunque, Nunzia De Girolamo non vuole essere accostata a Clemente Mastella. Dice che per lei è squalificante. Vabbé.

Mario Mauro, ministro della difesa, è quello che a comando di papa Francesco ha digiunato per un intero giorno contro l'acquisto delle armi mentre compra 90 F35 che costano, a occhio e croce, circa 17miliardi di euro. Ed è quello che ha già speso circa 3,5 miliardi per ammodernare la portaerei Cavour senza sapere quando gli consegneranno gli aerei. Ed è sempre lui quello che ha affermato che ridurrà del 20% il personale delle Forze Armate. Ed è lo stesso che ha proposto di far fare il servizio militare agli extracomunitari in cambio della cittadinanza. Ecco lui, proprio lui, è intervenuto sul caso dei marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre dicendo che:«Sono sicuro che il governo italiano mostrerà la necessaria inflessibilità per gestire questa fase.» Che dire?

Last but not least è tornata la Fornero con una dichiarazione: «Faccio mia la job act di Matteo Renzi» e ha aggiunto «Alcune di queste cose avrei voluto farle io.» Inutile chiederle perché non le abbia fatte avrà senz'altro delle buone scuse da scaricare sulla situazione, i vincoli di bilancio ed altre pizzellacchere. Senz'altro dimenticherà di ricordare che «Non ero proprio ferratissima per fare il ministro.» E via peracottando.

Perché questo Paese deve avere proprio questi qui?

martedì 19 novembre 2013

In autunno spuntano i funghi e cadono le foglie. Anche in Parlamento

La politica italiana di questi mesi è in linea con la stagione meteo: l’autunno. Dagli alberi cadono foglie morte, dal governo la Cancellieri e dalle bocche della politica solo fesserie. Almeno ci fosse, come diceva Prévert,  il vento del nord a spazzarle via.




C’è una nebbia che non si vede da lì a qui, le foglie cadono che è un piacere, piove, tira vento, l’umidità impazza, nei boschi. i funghi spuntano che è un piacere, È l’autunno, bellezza. La politica italiana rispecchia la stagione.Non si vede da qui a lì: cioè non ci si capisce un accidente di quanto succede: il governo di balls of steel Letta (si traduce a beneficio di Gasparri: Letta “palle d’acciaio”) non sembra sapere dove voglia andare e soprattutto cosa voglia fare. In compenso rimanda qualsiasi decisione sia possibile rimandare ovvero tutte. 

Il ministro della Giustizia ondeggia come una larga foglia di ippocastano ed è lì lì per cadere, il vento, alimentato con grande forza dai quattro candidati alla segreteria del Pd, primo partito della coalizione è bene non dimenticarlo, è tutt’altro che rassicurante. 
Come tutto questo non bastasse ecco spuntare, neanche fossero funghi, altri gruppi politici. Che se funghi lo fossero per davvero sarebbe una manna per il Paese e soprattutto per i buongustai. In tutto ciò il Paese tira la cinghia ascoltando distrattamente quelli che dicono di vedere la luce in fondo al tunnel che se dicessero di aver visto la madonna sarebbero più credibili. Anche perché quelli che se ne stanno in Parlamento e campano di politica il tunnel non l’hanno mai visto e non sanno neppure dove sia.

Di nuovo non c’è nulla. È sempre la solita stucchevole zuppa che con nomi nuovi presenta ferri vecchi. E il Pd maestro fino ad ora ineguagliato in questo giochino di prestidigitazione anziché godere delle altrui sciagure (saranno poi vere?) si mette ad imitare la nuova moda dello scissionismo.  
Il primo a lanciare la moda è stato il Pdl che decide di tornare all’antico e di chiamarsi nuovamente Forza Italia che però è un contenitore adatto solo ai berlusconiani doc cioè quelli senza se e senza ma che purtroppo per loro sono rimasti all’asciutto di poltrone e strapuntini. Quelli che invece il posto l’hanno arraffato non lo vogliono mollare e quindi si dichiarano diversamente berlusconiani. E poiché sono diversi se ne vanno ma in realtà restano perché come dice Berlusconi «sono il nostro nuovo gruppo e in caso di elezioni correranno con noi sotto la stessa bandiera.» Che per essere differenti è un bel salto.

Nel frattempo, con mirabile fantasia, si autobattezzano (sono tutti cattolici) Il Nuovo Centrodestra che è un nome depositato da Bocchino (chi se lo ricorda più) e come facciano ad essere nuovi se sono quelli di prima è un vero mistero.                           Però palle d’acciaio Letta dice che è contento perché così, con meno voti in Parlamento, si sente più sicuro e meno ricattabile che se prima lo ricattava uno solo adesso lo possono fare in sette tanti sono i voti che gli consentono di galleggiare in senato. Che se poi qualcuno si becca il raffreddore … Comunque, contento lui.

Il partitino di Monti che nato con l’idea di raccogliere il 20% dei consensi non ne  ha raggiunto neanche la metà si sta sfarinando come le castagne lesse. Frutto di stagione. Se ne è andato Casini con i suoi dell’Udc e adesso quelli rimasti si dividono in montiani doc e popolari. Era il partito del rigore e del bon ton ma all’ultima riunione gli urli sono stati tanti ed è scappato pure qualche vaffa, neanche fossero grillini. Evidentemente i loden non fanno primavera. 
I popolari sono capitanati da Mario Mauro che nasce ciellino poi di osservanza berlusconiana e grazie a questo è stato parlamentare europeo nonché capo delegazione poi quando ha sentito aria di bruciato è saltato sul carrettino Monti credendolo una portaerei. S'è sbagliato ma la cosa non gli impedito di diventare ministro e poiché questo è il paese di Mascagni che musicò i Pagliacci s’è messo a digiunare contro le sue stesse decisioni. Mentre con la mano destra compra gli F35 con la sinistra respinge piatti di orecchiette  (è di san Giovanni Rotondo) e digiuna contro l’acquisto delle armi da guerra. Nebbia fitta in val padana. E anche in talune scatolette craniche.

In tutto ciò il Pd dovrebbe andare a nozze e gongolare e invece no. Ogni partito ha le sue croci e nel pd sono pure tante. Al momento due brillano più delle altre per acume politico: Beppe Fioroni e Massimo D’Alema. Come ti sbagli.
Il primo minaccia scissioni se il Pd  entra nel Partito socialista europeo. Lui è un cattolico tutto d’un pezzo e con i socialisti non ci sta. Che, a dirla tutta, per i socialisti è un gran bel vantaggio. Tutti a tremare per questa potenziale uscita che se Fioroni se ne andasse per davvero dal partito non se ne accorgerebbe neppure lui.  
Poi c’è D’Alema, il più intelligente come diceva Cossiga che era anche un gran battutista.
D’Alema ha passato una intera mattinata ad insultare Renzi definendolo: ignorante, mentitore, superficiale, giamburrasca, falso messia, e inadatto a diventare segretario del Pd. E questo solo perché Renzi gli ha larvatamente ricordato tutti i fallimenti brillantemente conseguiti. Dopo di che D’Alema il prode minaccia anche lui di abbandonare il partito e di fondarne un altro che magari chiamerà Partito della Rifondazione del Pd e per far numero si troverà pure accanto quelli che ha sempre schifato come Bertinotti, Diliberto, Paolo Ferrero e chissà chi altri.  E poiché il vice conte vaticano Massimo D’Alema è uomo tutto d’un pezzo e dal pensiero lineare  dopo aver detto peste e corna di Renzi sostiene che lo vede bene come candidato premier. Laddove non si capisce perché uno ritenuto inadatto a guidare un partitino di poche centinaia di migliaia di aderenti debba essere l’uomo giusto per guidare una nazione di sessanta milioni di abitanti che, nonostante tutto, è ancora una tra le dieci potenze economiche del pianeta. Però si sa che il labirinto di Dedalo al confronto con il pensiero di D’Alema è poco più di una linea retta.


«Le foglie morte cadono a mucchi – cantava Prévert – le foglie morte cadono a mucchi come i ricordi e i rimpianti e il vento del nord le porta via nella fredda notte dell’oblio.» Che se così fosse per il Belpaese sarebbe come fare Bingo. Vuoi mai dire.



lunedì 9 settembre 2013

Papa Francesco, i digiunatori per la pace e la pagliuzza.

Grande successo di critica e di pubblico per il digiuno indetto da papa Francesco. Hanno digiunato tutti anche quelli che con la guerra ci mangiano, magari anche solo politicamente. Al solito si vede la pagliuzza nell’occhio dell’altro e non la trave nel proprio.



F35 il digiunatore Mario Mauro li vuole comprare.
Non c’è che dire Jorge Mario Bergoglio sa proprio fare il papa. L’avevano presentato come semplice, schivo, modesto e magari anche un po’ impacciato e invece si sta dimostrando un vero grintoso manager capace di gestire con grande abilità le leve della comunicazione della premiata ditta vaticana.
 L’idea del digiuno per la pace è stata semplice, geniale e grandiosa, come tutte le vere grandi idee. Ed ha in sé quel giusto pizzico di ovvietà e anche di banalità, che la fa accettare, almeno negli atteggiamenti, da tutti. Chi può dirsi contro? Nessuno. Sarebbe come gridare «viva la mamma», che notoriamente è sempre la mamma e aspettarsi che qualcuno si metta a contestare. Impossibile. E anche in questo caso tutti d’accordo anzi qualcuno addirittura ancor più d’accordo. Che tanto un conto è dire e un conto è fare.

Chissà se tra i digiunatori c’era anche il nuovo presidente dello Ior, Ernst von Freyberg, che in materia di armi ha una certa esperienziaccia essendo stato, chissà se lo è ancora, presidente dei cantieri navali Blohm+Voss Group di Amburgo. Forse pensava a lui Francesco mentre diceva che «le guerre si fanno per vendere le armi.» O forse magari anche no. Tutto dipende se ha creduto o meno a quello che disse padre Lombardi, anche lui gesuita, durante la presentazione di Herr von Freyberg nel febbraio 2013 quando descrisse Blohm+Voss GmbH affermando che:  «l’attività fondamentale (chissà quali sono quelle non fondamentali ndr) è oggi nella trasformazione e riparazione di navi da crociera, nell’attività per l’industria che opera in alto mare, nella costruzione di yacht» pure se «attualmente fa anche parte di un Consorzio che costruisce quattro fregate per la marina militare tedesca». Dopo di che il portavoce dell’azienda tedesca – riporta l’Avvenire quotidiano dei vescovi italiani (1) - ha spiegato che queste sono navi destinate ad aiutare la Germania e la Nato a combattere terroristi e pirati e che, comunque, è l’ultima commessa di questo genere.

Peraltro, combattere i terroristi è proprio quello che fanno tutte le navi da guerra. Perché i nemici da che mondo è mondo sono sempre terroristi. E comunque fa tenerezza leggere, sentirlo dire in tedesco deve essere stato uno spasso, che dopo di questa non ce ne saranno altre. Pare di avere di fronte quelli che si accendono una sigaretta dicendo che è l’ultima. Anche i tedeschi, come ha insegnato Ratzinger, hanno il senso dell’umorismo. Raffinato.

Peccato però che il portavoce di Blohm+Voss Group si sia dimenticato di passare la notizia alla capogruppo che di nome fa ThyssenKrupp Marine Systems (sì, proprio quellaThyssen) che produce solo ed esclusivamente navi da guerra: dai sommergibili alle portaelicotteri, dalle fregate alle navi appoggio tutte arredate con generosità di quei bei cannoncini che fanno tanto caccia ai terroristi. È istruttivo, infatti, fare un giro sul loro sito, www.thyssenkrupp-marinesystems.com , lo si raccomanda anche a Francesco, perché vi si può leggere, nella sezione prodotti e servizi, che: «ThiessenKrupp Marine Systems, con le sue business unit HDW, Blohm+Voss Navi e Servizi ha una lunga tradizione nella costruzione di navi che risale al diciannovesimo secolo. La compagnia è tra i leader nel fornire sistemi per sottomarini e navi di superficie.» Il tutto corredato da stupende fotografie, detto senza ironia, che mostrano simili gioielli in evoluzione. Chissà poi se lo Ior ha, in qualche dimenticato cassetto, delle azioni della premiata ditta ThyssenKrupp. Cosa lecita che peraltro non stupirebbe, tra uomini di mondo.

Tra i tanti politici italici che domenica hanno saltato i tre pasti (colazione, pranzo e cena) e si spera anche la merenda e lo spuntino di mezzanotte, c’era pure Mario Mauro, che nell’attuale governo è il ministro della difesa. Mario Mauro è cattolico, anzi un po’ di più poiché fa parte di Comunione e Liberazione (da talune male lingue definita Comunione e Fatturazione), aderente della prima ora a Forza Italia, che i principi sono gli stessi, e dal 1999 è deputato europeo. Quindi ha calcato quelle poltrone per tre volte cioè quindici anni e dal 2009 è stato addirittura capo delegazione del Popolo delle Libertà, poi come nelle migliori tradizioni ecco la folgorazione, non sulla via di Damasco, ma quasi: passa da Berlusconi a Mario Monti. Praticamente come Paolo di Tarso.In virtù dell’essere un montiano gli tocca un ministero e chissà per quali arcani motivi ha ricevuto in eredità quello che fu di Ignazio La Russa. Le vie del cielo sono imperscrutabili.

Comunque questo neodigiunatore è tra i più strenui difensori dell’acquisto dei famosi F35, che non sono maritozzi come potrebbe far supporre la sigla ma cacciabombardieri. Più nello specifico: sono quelli che non vuole più nessuno perché a quanto pare non funzionano. Più nessuno a parte, ovviamente, Mario Mauro e quasi tutti quelli, politici, che con lui si sono esercitati, per un solo giorno, nel salto dei pasti. Che piacerebbe fargli fare quattro chiacchiere con quelli che la stessa disciplina la praticano quasi tutti i giorni.

Una delle motivazioni che il ministro adduce per l’acquisto è che lo Stato abbia già speso tre miliardi e cinquecento milioni per adeguare la portaerei Cavour a quei giocattolini che invece non si è ancora capito quanto costino. Si vocifera 13-17 miliardi, che quattro miliardi in più o in meno sono bruscoli,  ma si tratta solo di voci tendenziose ed ottimistiche. È quasi certo che il saldo sarà più alto. Ora non bisogna aver la testa obnubilata dai digiuni per capire che spendere 17 per non buttar via 3,5 non è un gran risparmio. Tenuto conto che gli F35 costano come svariate rate Imu o il gettito di diversi anni di aumento dell’Iva.
Ci si augura che papa Francesco prima di lanciare una nuova campagna promozionale rifletta e chiami in primis i suoi a riflettere sulla questione della pagliuzza vista nell’occhio del vicino mentre non si vede la trave nel proprio. La comunicazione è importante ma non è tutto e come insegnano gli strateghi del marketing se il prodotto non è buono non c’è pubblicità che tenga. Che poi si corre il rischio di essere paragonati a certi populisti che hanno scambiato la televisione per la realtà. E questo non sarebbe bello.

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  1. http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/ernest-von-freyberg-nuovo-presidente-ior.aspx
  2. http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/07/31/f35-mauro-no-penali-per-ritiro-ma-abbiamo-gia-speso-35-miliardi/672293/
  3. http://www.internazionale.it/news/italia/2013/07/16/cosa-sono-gli-f-35-e-perche-costano-tanto/