Ciò che possiamo licenziare

venerdì 27 gennaio 2023

Sanremo: Zelensky nel panino

Le versioni divergono: è stato Zelensky a proporsi, no è stato invitato. La specializzazione italica è mettere delle toppe che sono peggio del buco e questo caso ne è l’ennesima prova. La mediazione. Zelensky in tarda serata, ma prima dell’esibizione dei finalisti.


Il Post del 26 gennaio ricorda quando Bruno Vespa, circa una decina di giorni addietro durante la trasmissione Domenica in, ha rivelato il desiderio del Presidente Zelensky di partecipare al Festival di Sanremo con un suo videomessaggio. Il giorno precedente, 25 gennaio, a Otto-e-Mezzo la versione raccontata è stata diversa: l’idea di avere il Presidente ucraino nella città dei fiori sarebbe nata nientepopodimenoche in viale Mazzini a Roma, sede RAI. Nel primo caso a dare l’ok sarebbe stato Amadeus mentre nel secondo lo Zelensky avrebbe semplicemente accettato un invito. In entrambe le ipotesi il senso del ridicolo è stato abbondantemente scavallato. Come possa essere venuto in mente a qualche testa d’uovo di mischiare la guerra con le canzonette del Festival.è uno dei tanti misteri gaudiosi di questo nostro bizzarro Paese. E poiché una delle caratteristiche italiche è mettere delle toppe peggiori del buco ecco uscita la proposta di mediazione: relegare, si fa per dire, l’intervento ucraino in tarda serata, ma prima dell’esibizione delle canzoni finaliste. In altre parole una specie di panino, come dicono gli esperti di comunicazione: prima canzoni in mezzo lo Zelensky e poi il gran finale. Provate a immaginare: i Cugini di Campagna con i loro pittoreschi costumi poi lo Zelensky con la sua maglietta verde e infine i Maneskin con calze a rete, seni al vento e tatuaggi a gogò. C’è da chiedersi con quale spirito e con che gioia e chissà quanta voglia avranno i finalisti di dimenarsi al ritmo delle loro canzoni. Canzoni che sez’altro parleranno di amore, cuore pace e… insomma la solita zuppa. E quale voglia avrà il pubblico di applaudire i canzonettieri dopo le parole facilmente immaginabili di doloroso strazio pronunciate dal capo di un popolo attaccato e martoriato dalla guerra sempre che, anche in quella situazioni non chieda cannoni, missile e chissà quali altre armi. Anche l’indecenza più indecente deve avere un limite al di là del quale non si può andare soprattutto se in nome dell’audience. A meno che non si voglia codificare, certificare, nero su bianco, prova provata di quanto avviene quotidianamente ogni volta l’umanità si trova dinnanzi a una tragedia: solidarietà come se piovesse, tanto costa niente, mentre il non detto suona limpidamente gridato così: «Siamo tutti veramente molto dispiaciuti, ma non ce ne frega rigorosamente un …»

Buona Settimana e Buona Fortuna

lunedì 23 gennaio 2023

Matteo Messina Denaro, Pollicino e i giornalisti.

Alcuni indizi fanno pensare che Matteo Messina Denaro abbia voluto farsi pendere. Il mainstream dice della chiusura dell’era delle canne mozze, ma quella  dei colletti bianchi è cominciata da anni. Ridicoli gli articoli di gossip, meglio sarebbe lavorare sulle cause della collusione tra società civile e mafia. E non solo in Sicilia.


A seguire Marco Lillo, giornalista d’inchiesta de Il Fatto Quotidiano (22 gennaio) e il Senatore M5S Roberto Scarpinato (In Onda 22 gennaio) il mafioso Matteo Messina Denaro è il nuovo Pollicino. Quello originale seminava sassolini bianchi per avere una qualche possibilità di tornare a casa mentre quello moderno li ha seminati per farsi prendere. Così Mattteo Messina Denaro negli ultimi mesi, forse un anno o forse addirittura di più, ha commesso errori macroscopici, ovvero ha buttato qua e là, come il personaggio di Charles Perrault, indizi di tutti i tipi che pari sono con i sassolini. Nell’analogia c’è solo un piccolo particolare: l’obiettivo. MMD voleva (avrebbe voluto) farsi prendere e ci è riuscito. Quindi la primula rossa che ha scorrazzato negli ultimi trent’anni, trenta anni, forse per qualche continente, con una certa qual probabilità per l’intero stivale e con sicura certezza per la Sicilia tutta, s’è fatto arrestare mentre era in fila per una seduta di chemioterapia in una clinica privata. Mediaticamente, per la sua figura di uomo d’onore, sarebbe stato meglio se l’avessero preso nell’ambulatorio di una ASL, ma non tutti dispongono di un ufficio immagine di livello. Dal 1993 MMD è entrato nella top ten dei criminali ricercati a livello mondiale, roba da far invidia a Virgil Starkwell, il protagonista di Prendi i soldi e scappa. Al dunque, come successo a Virgil, l’hanno preso il Matteo Messina Denaro e adesso, questa è la narrazione mainstream, la mafia non è sconfitta definitivamente, semplicemente si è chiusa un’era. Chiusa l’era delle canne mozze, anche se qualche pistolettata ancora si sente e si sentirà qua e là e si è aperta quella dei colletti bianchi: giocano in borsa, investono nell’energia pulita (questo lo faceva anche MMD), nella grande distribuzione (anche questo lo faceva MMD) e magari anche nel ricco mercato del turismo (e anche questo già lo faceva MMD). Quindi non molto di nuovo sotto il sole. E i giornalisti? Enrico Mentana nel suo tg del 20 gennaio ha detto: «i giornalisti non sono dei santi», mai verità fu più vera. Il non detto racconta quanto questi rappresentino il Paese e quindi ci sia una quota di onest*, cialtron*, farabutt* e peracottar*. E a ben guardare quanto viene scritto sul caso di Matteo Messina Denaro le categorie appaiono tutte nel loro splendore. E infatti c’è chi parla con lubrico godimento dei profilattici  e delle scatolette di Viagra, delle cinque fidanzate e dei numerosi flirt, chi riferisce della lettura della biografia di Putin, quindi anche putiniano oltre che mafioso, chissà quale delle due categorie è peggio, il manifesto di Marlon Brando e quello di Diabolik e poi la questione degli orologi, delle pietre preziose e dell’unica figlia naturale, peraltro mai riconosciuta. E sulla figlia qualcun* ha decisamente esagerato. Meglio sarebbe se quest* giornalist* ragionassero sulle cause delle collusioni tra la sedicente società civile e la mafia. E non solo in Sicilia, troppo facile, ma anche in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna per dire delle regioni forti dove gli industriali, grandi-medi-piccoli, se la tirano alla grande e via andando, laddove la mafia si insinua, chiamata?, nelle aziende, nei comuni e nelle regioni. E magari meglio ancora meno chiacchiere e più fatti e se i fatti non ci sono meglio tacere che tanto ormai della biografia del Matteo Messina Denaro già tutto o quasi si è scritto. E poi il dubbio amletico Matteo Messina Denaro parlerà? Se lo facesse con buona probabilità una bella fetta di di politica e di sedicenti servitori delle istituzione traslocherebbe nelle patrie galere. Difficile, ma mai perdere la speranza. Magari si ricordassero * giormalist* delle questioni vere del Paese a cominciare dall’evasione fiscale, quanta generata con la complicità della mafia?, della questione del lavoro sottopagato, quanto gestito con l’aiuto della mafia? e l’elenco si può allungare ad libitum . E questi sono fatti.

Buona Settimana e Buona fortuna.

venerdì 20 gennaio 2023

L’anno nuovo ha 19 giorni.

Ogni volta si spera nel cambiamento, ma nel Belpaese nulla cambia: peracottate, grandi risate e senza grandi disturbi qualcuno se ne va.

L’anno nuovo ha diciannove giorni e nulla di nuovo è successo: le solite peracottate, le solite risate e .. senza grandi disturbi qualcuno se ne è andato, con quel che segue. Il 2022 si è chiuso tra le risate suscitate dal migliore dei migliori: con l’aplomb dei veri cacciapalle ha dichiarato che sarebbe volentieri rimasto al suo posto, ma purtroppo i poteri deboli non hanno voluto. Sempre per le peracottate la ferma convinzione che la liberalizzazione del contante combatterà l’evasione e, come gadget, farà emergere ogni tipo di“nero”. Tra quanti hanno deciso di lasciare questo mondo anche un fine umorista definito in tutti i coccodrilli come un grande teologo e ancor di più un umile. E come umile, parola che gli piaceva tanto, ma di cui non aveva afferrato compiutamente il senso, ha espressamente richiesto un funerale solenne. Come capace di umiltà non c’era nulla da dire, ça va sans dire.  Chissà se fosse stato un egocentrico. Ed è mancata anche Elena Gianini Belotti, grande pedagogista: è stata per oltre vent’anni a dirigere la scuola Montessori e nel 1973, un’era geologica fa ha scritto Dalla parte delle bambine e ha posto un bel mattoncino per la liberazione delle donne. Una bazzecola. Qualche minuto al tg del 24 dicembre e dintorni e nient’altro. Cosa vogliono dire le differenze. Il 2023 è iniziato nello stesso modo: le solite peracottate, le solite risate e … senza grandi disturbi qualcuno se ne andrà, con quel che segue. Tra le peracottate la legge anti rave è stata limata e rilimata e non è improbabile presenti margini di incostituzionalità. Ma si vedrà. Poi c’è stato il tentativo dell’attuale governo di appropriarsi dell’arresto di Matteo Messina Denaro, dimenticando i trent’anni di latitanza, ma sono giovani e hanno poca pratica. In compenso quelli tra loro con più pratica sono inquisiti o sono dietro le sbarre e di questi nel partito della Presidente del Consiglio ce n’è un tot. Tra le risate il ruolo di king maker tocca al ministro della giustizia: aveva iniziato nell’anno precedente con la tomella delle intercettazioni che non servono, che i mafiosi non parlano dei loro fatti al telefono fino ad essere smentito, nell’anno nuovo, dal Matteo Messina Denaro in persona: di cellulari ne aveva due e grazie alle intercettazioni, dicono carabinieri e magistrati, l’hanno pescato. Un caso. I tg sul Messina Denaro ci vanno a nozze, servizi su servizi e in tutti la domanda delle cento pistole: parlerà? Fino ad adesso non ha spiccicato parola e non è probabile lo faccia nelle prossime settimane. Per adesso ci si limita a scovare covi, a ieri erano tre.  Comunque, basterà attendere e si vedrà. Tra le risate non va dimenticata la performance della Meloni Giorgia sul tema: “qui si fa l’Italia o si muore”, politicamente s’intende. Si parte con la citazione di Garibaldi e magari si arriva a “credere obbedire combattere”, “Roma doma” e “vincere”, questa come noto è una parola. Si tralascia la farsa con i gestori delle pompe di benzina per amor di patria. Oltre a tutto mancano le ultime puntate. Ha lasciato questo mondo la Signora Gina Lollobrigida, lei sì spiritosa. Diceva che la bellezza l’aveva aiutata e come ammissione non è poco. Ha fatto carriera senza sposare un produttore (alla sua epoca i produttori andavano di moda) ma semplicemente un medico. Inoltre ha saputo reinventarsi: è stata fotografa, ha ritratto Fidel Castro, è stata scultrice e si è presentata alle ultime elezioni Europee con un gruppo di sinistra, I Democratici, raccogliendo diecimila preferenze. Altro che umiltà d’accatto. Per i prossimi trecentoquarantasei giorni il programma non cambierà: peracottarate, risate e qualcuno se ne andrà. O forse no.

Buona Settimana e Buona Fortuna.