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lunedì 23 gennaio 2023

Matteo Messina Denaro, Pollicino e i giornalisti.

Alcuni indizi fanno pensare che Matteo Messina Denaro abbia voluto farsi pendere. Il mainstream dice della chiusura dell’era delle canne mozze, ma quella  dei colletti bianchi è cominciata da anni. Ridicoli gli articoli di gossip, meglio sarebbe lavorare sulle cause della collusione tra società civile e mafia. E non solo in Sicilia.


A seguire Marco Lillo, giornalista d’inchiesta de Il Fatto Quotidiano (22 gennaio) e il Senatore M5S Roberto Scarpinato (In Onda 22 gennaio) il mafioso Matteo Messina Denaro è il nuovo Pollicino. Quello originale seminava sassolini bianchi per avere una qualche possibilità di tornare a casa mentre quello moderno li ha seminati per farsi prendere. Così Mattteo Messina Denaro negli ultimi mesi, forse un anno o forse addirittura di più, ha commesso errori macroscopici, ovvero ha buttato qua e là, come il personaggio di Charles Perrault, indizi di tutti i tipi che pari sono con i sassolini. Nell’analogia c’è solo un piccolo particolare: l’obiettivo. MMD voleva (avrebbe voluto) farsi prendere e ci è riuscito. Quindi la primula rossa che ha scorrazzato negli ultimi trent’anni, trenta anni, forse per qualche continente, con una certa qual probabilità per l’intero stivale e con sicura certezza per la Sicilia tutta, s’è fatto arrestare mentre era in fila per una seduta di chemioterapia in una clinica privata. Mediaticamente, per la sua figura di uomo d’onore, sarebbe stato meglio se l’avessero preso nell’ambulatorio di una ASL, ma non tutti dispongono di un ufficio immagine di livello. Dal 1993 MMD è entrato nella top ten dei criminali ricercati a livello mondiale, roba da far invidia a Virgil Starkwell, il protagonista di Prendi i soldi e scappa. Al dunque, come successo a Virgil, l’hanno preso il Matteo Messina Denaro e adesso, questa è la narrazione mainstream, la mafia non è sconfitta definitivamente, semplicemente si è chiusa un’era. Chiusa l’era delle canne mozze, anche se qualche pistolettata ancora si sente e si sentirà qua e là e si è aperta quella dei colletti bianchi: giocano in borsa, investono nell’energia pulita (questo lo faceva anche MMD), nella grande distribuzione (anche questo lo faceva MMD) e magari anche nel ricco mercato del turismo (e anche questo già lo faceva MMD). Quindi non molto di nuovo sotto il sole. E i giornalisti? Enrico Mentana nel suo tg del 20 gennaio ha detto: «i giornalisti non sono dei santi», mai verità fu più vera. Il non detto racconta quanto questi rappresentino il Paese e quindi ci sia una quota di onest*, cialtron*, farabutt* e peracottar*. E a ben guardare quanto viene scritto sul caso di Matteo Messina Denaro le categorie appaiono tutte nel loro splendore. E infatti c’è chi parla con lubrico godimento dei profilattici  e delle scatolette di Viagra, delle cinque fidanzate e dei numerosi flirt, chi riferisce della lettura della biografia di Putin, quindi anche putiniano oltre che mafioso, chissà quale delle due categorie è peggio, il manifesto di Marlon Brando e quello di Diabolik e poi la questione degli orologi, delle pietre preziose e dell’unica figlia naturale, peraltro mai riconosciuta. E sulla figlia qualcun* ha decisamente esagerato. Meglio sarebbe se quest* giornalist* ragionassero sulle cause delle collusioni tra la sedicente società civile e la mafia. E non solo in Sicilia, troppo facile, ma anche in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna per dire delle regioni forti dove gli industriali, grandi-medi-piccoli, se la tirano alla grande e via andando, laddove la mafia si insinua, chiamata?, nelle aziende, nei comuni e nelle regioni. E magari meglio ancora meno chiacchiere e più fatti e se i fatti non ci sono meglio tacere che tanto ormai della biografia del Matteo Messina Denaro già tutto o quasi si è scritto. E poi il dubbio amletico Matteo Messina Denaro parlerà? Se lo facesse con buona probabilità una bella fetta di di politica e di sedicenti servitori delle istituzione traslocherebbe nelle patrie galere. Difficile, ma mai perdere la speranza. Magari si ricordassero * giormalist* delle questioni vere del Paese a cominciare dall’evasione fiscale, quanta generata con la complicità della mafia?, della questione del lavoro sottopagato, quanto gestito con l’aiuto della mafia? e l’elenco si può allungare ad libitum . E questi sono fatti.

Buona Settimana e Buona fortuna.

venerdì 29 aprile 2022

Che noia la guerra in TV

 A forza di malamente parlarne un fatto tragico sta diventando noioso. Quando si cerca di portare la questione su un piano storico, Luciano Canfora, c’è subito un altro, Sinibaldi Marino, che la butta in caciara. Avere incapaci ai vertici dell’Europa per gli europei è una iattura, per gli americani una manna.


A mo’ di premessa, prima che qualche idiota si scateni in accuse di putinismo, ribadisco quanto già detto e scritto in diverse occasioni: la Russia è l’aggressore e considero l’invasione della Ucraina un atto quanto mai spregevole. E questo è un fatto. Un altro fatto è dato dalle migliaia di morti civili. Un altro fatto ancora è che questa guerra, poiché  di guerra si tratta, può avere dei risvolti devastanti se non si trova in tempi rapidi una soluzione. E fin qui  siamo nel semplice buon senso. Dopo di che ci sono tutti i talk show, ce n’è praticamente uno al giorno, anzi uno a tutte le ore e qui iniziano i problemi. A forza di malamente parlarne da oltre sessanta giorni un fatto gravissimo sta diventando noioso. Noioso e banale. Si pensi alla maratona del Mentana Enrico con il Fabbri Dario a far da spalla: tutti i giorni, da due mesi a questa parte deve occupare ben tre ore di palinsesto o alla Gruber Lilli, anche lei a gestire il salottiero salotto di otto e mezzo dove ogni sera deve invitare ospiti diversi per sentirsi dire sempre le solite cose, dove al buon senso di Lucio Caracciolo (guerra per procura) fan da contraltare le tifoserie alla Severgnini Beppe o consimili (viva la Nato a prescindere). Quando poi qualche storico, Luciano Canfora, tenta di portare la conversazione su un piano storico inserendo la questione degli antefatti che, come insegnano Ernest Bloch e Fernand Braudel, spiegano la vicenda politica del momento ecco sgusciar fuori un Sinibaldi Marino che, come uno della curva, la butta in caciara dicendo: «Gli antefatti sono talmente tanti che ci paralizzano, non si può invocare la complessità per evitare di vedere la realtà. Io guarderei quello che sta accadendo». Come guardare le ultime due inquadrature di un film e dire di avere capito tutto. Una idiozia col botto. A volerci girare attorno. Chi assiste a una lite ha due possibilità: dividere i contendenti, bloccando a entrambi le mani, o incitarli e godersi lo spettacolo. La seconda situazione è quella a cui stiamo assistendo. Le continue minacce alla Russia non aiutano e pensare che tutto dipenda da una sola persona è una semplice ipocrita stupidità. L’uomo solo al comando non esiste e non è storicamente mai esistito, Alessandro Barbero docet. Intorno al cosiddetto leader c’è sempre un ricco corollario a suo  supporto, finché lo supportano. Anche Cesare aveva bisogno del supporto dei comandanti delle legioni come Napoleone dei generali e degli altri del suo governo, ad esempio Taillerand. Quindi dare la colpa a uno solo è stupido. Ovviamente. Mai qualcuno nel dotto cenacolo dell’Europa ha pensato ad una soluzione avente per lo meno la possibilità di fermare la mattanza. La minaccia di cercare fonti alternative al gas russo e di non volerlo più comprare, sbandierata ai quattro venti, è stata un’ottima idea, passata al Putin Vladimir. E quando il Putin Vladimir ha comunicato di volerla mettere in pratica chiudendo il rubinetto a Polonia e Bulgaria alti lai si sono innalzati al cielo.  E adesso si vedrà. Certo che avere una banda di incapaci e incompetenti al vertice dell’Europa per gli europei é imbarazzante, per gli americani una manna.

Buona settimana e buona fortuna.  


domenica 7 settembre 2014

Renato Farina, detto l’infame (da Mentana), torna nell’Ordine.

Due anni fa l’ordine rifiutava la riammissione. Oggi invece lo fa all’unanimità. Chissà cosa è cambiato. Il Corriere dà la notizia ma non commenta. Una volta la farina del diavola andava in crusca. Adesso non più.

E così, come nelle favole, anche nella vita di tutti i giorni qualche volta c’è un lieto fine. Lo sta vivendo Renato Farina, ex vicedirettore a il Giornale, ma anche a il Resto del Carlino, ma anche fondatore di Libero,  ma anche ex agente segreto del Sismi, questo i giornalisti non lo possono fare, con il vezzoso nomignolo di Betulla, ma anche giornalista dimissionario dall’Ordine,per non essere radiato, ma anche ex parlamentare Pdl, ma anche ex giornalista in incognito con il nom de plume di Dreyfus, che per poco, grazie ai suoi articoli, Sallusti Alessandro finiva in galera,  nonché definito da Enrico Mentana:«Infame.» Beato lui. 

Chissà come se lo gusta bene il suo lieto fine che se non fosse suo sembrerebbe scritto da Frank Capra.  Ai normali di questi tempi non succede spesso di andare a sbattere contro un lieto fine. Anzi, gli va bene se riescono a non cozzare contro una lettera di licenziamento o contro una riduzione del contratto o, in anticipo sui tempi, in una influenza.

La notizia della riammissione del dimissionario è stata data dal Corriere della Sera con una colonnina che più striminzita non si poteva (giovedì 4 settembre) a pagina 9. E senza una riga di commento. Così non si corrono rischi. Si potrebbe dire a voler essere maliziosi. Ma di malizia qui proprio non ce n’è. Nella colonnina, neanche troppo piena di testo, viene però riportata l’opinione di Farina Renato che per l’ennesima volta racconta di aver fatto tutto: «in buona fede con l’intenzione di salvare il mondo.» Evvabbé. La storia è piena di gente che voleva salvare il mondo che poi sono quelli che hanno fatto più danni. Anche perché ad avere questa idea si può essere solo o martiri o pazzi e in entrambi i casi si finisce poco bene. Così insegna la storia. Chi invece se la cava in genere appartiene ad altre categorie che con i termini “buona” e “fede” hanno scarsa dimestichezza. Comunque ognuno se la racconta come crede.

Una domanda di riammissione il Farina Renato l’aveva già presentata nel dicembre 2012 ma fu respinta. In quella occasione l’Ordine motivò la decisione con il comportamento tenuto dal Farina negli anni precedenti e in particolare ricordava una sentenza di patteggiamento per la sua collaborazione con i servizi segreti. Poi all’ordine non era andata giù la furbatina delle dimissioni per evitare la radiazione e, giusto per finire, che si era bellamente impippato del divieto di esercitare la professione.  Tre bei motivi non c’è che dire. Per questo Frank Capra non avrebbe girato questo finale.

Tre giorni fa, invece, tutto sparito e anzi il ritorno del figliol prodigo è stato salutato all’unanimità. Poiché a nessuno, proprio a nessuno è venuto neanche una puntina di dubbio. Quel tanto o poco  che può portare non a votare contro ma almeno ad astenersi. E invece no. Che se uno il coraggio non ce l’ha non se lo può dare, diceva il Manzoni. Magari un commentino, nel senso di piccolo commento, su tale repentino cambiamento di sentire a neanche due anni dalla precedente sentenza ce lo si sarebbe aspettato dai giornalisti del Corsera visto che lì dentro di moralizzatori, e con valore, ce n’è più d’uno. E invece no. Chissà se sarà data adeguata pubblicità alle motivazioni per il reintegro o se queste finiranno in altre colonnine sommerse da ben più importanti pezzi. Che a quanto pare il senso della morale non sempre ha spedito corso.

Che poi a ben vedere l’articolo a firma Dreyfus nel quale si accusava un magistrato di aver costretto una minorenne ad abortire aveva poco a che fare e con la buona fede e con il desiderio di salvare il mondo. E di questo si dovrebbe, in un Paese normale, tener conto anche per evitare che il commento popolare sia: can non mangia cane. Il che non è bello.

Una volta si diceva che la farina del diavolo va tutta in crusca, ma i tempi son cambiati e anche il diavolo e la farina non sono più come quelli di una volta.

mercoledì 27 agosto 2014

Mentana. l'Iva e la scuola di Cavezzo. Pura demagogia

Ogni limite ha la sua demagogia ma Mentana lo supera. Vuole sia tolta l’Iva dalle opere per la scuola di Cavezzo, costruita con i fondi raccolti da la7 con il Corsera. È illogico e pericoloso. Si tratta solo di vanità. Che gli italici pagherebbero cara.

Anche questa sera, con il solito cipiglio, Mentana Enrico, occhio fisso sul gobbo che gli scorre davanti, ci ha raccontato che è stata una giornata epocale e piena di significato. I fatti esteri e quelli italici sono stati oggi più importanti di quelli di ieri e lo saranno meno di quelli di domani. Lo fa tutte le sere. Gli spettatori de la7 oramai se ne sono fatta una ragione. Questa volta però ha voluto stupire e nel finale si è lanciato in una cruda critica sull’applicazione dell’Iva. Pareva quasi, detto senza alcun intendimento d’offendere, di sentire parlare Matteo Selvini, il leghista. Che solo il giorno prima in quel di Alzano Lombardo aveva piroettato sulla stessa pista anche se con minor garbo. Ma d’altra parte uno è un ruspante gallo-celta mentre l’altro viene dai piani alti del giornalismo.  

In soldoni, che proprio di soldoni si tratta, la faccenda si può riassumere così: la7 con il Corriere della Sera ha lanciato una sottoscrizione per aiutare le popolazioni terremotate dell’Emila e in totale hanno raccolto poco meno di 3 milioni. Importo senz’altro ragguardevole. Con questi denari in quel di Cavezzo, settemila anime nella bassa modenese tra Mirandola, Medolla e San Prospero, è stata costruita una scuola. Anzi due la scuola elementare e quella media. Un istituto comprensivo, come si dice adesso. Il progetto è stato curato dallo studio di Renzo Piano e si vede. Inoltre con la ricostruzione sono aumentati i servizi. Adesso c’è la palestra che prima non c’era, ci sono zone ricreative che prima non c’erano e il verde e i servizi di urbanizzazione. Insomma una meraviglia. Meglio che non ci fosse stato il terremoto ma già che ha voluto passare da queste parti s’è fatto di tutto per migliorare la situazione. All’ora qual è il problema? Il fatto è che s’è pagato l’Iva. Al 10%. Come tutti. Ma poiché l’importo della costruzione è alto, tre milioni appunto, l’Iva, mal contata è stata di 300.000 eurini. Bene, dov’è il problema?

Secondo il Mentana Enrico che nel dare la non-notizia sfoggiava occhi lacrimosi che neanche un vitello ne sarebbe capace, lo Stato dovrebbe rinunciare a quei trecentomila euro che a detta della signora sindaca, Lisa Luppi, potrebbero essere spesi per far cose ancora più belle. Il che oltre che ovvio è anche banale. In tutta questa bella pantomima si fa passare, come farebbe il Salvini leghista, lo Stato per una orrenda sanguisuga, vessatore di donne, vecchi e bambini nonché terremotati, specificatamente di Cavezzo. Però ogni demagogia dovrebbe, come la pazienza avere un limite. O meglio ogni limite dovrebbe avere la sua demagogia. E questa volta si è strabordato giocando malamente sui sentimenti della solidarietà e della generosità. E per essere certo di un qualche effetto il buon Mentana ha chiamato in causa prima Renzi e poi tutti i parlamentari della zona. C’è di che scatenare un bel polverone. A danno di tutti. Ma la demagogia, si sa, non guarda in faccia nessuno. E poi perché Cavezzo sì e l’Aquila no? E poi perché solo i terremoti e non anche le alluvioni. E poi perché le frane no? E l’acqua alta a Venezia? E le piogge torrenziali? E la lava dell'Etna? E le mareggiate? e scivolare su una buccia di banana, no?

Per rimettere le cose sui piedi anziché farle saltellare a testa in giù si può ripercorrere il tracciato della ricostruzione. Per il progetto si affida l’incarico ad uno studio professionale che studierà, progetterà, coordinerà ed alla fine emetterà parcella, con Iva. E lo stesso farà l’impresa di costruzione prescelta che a sua volta avrà comprato sabbia, cemento, cazzuole e betoniere e tutto il resto necessario da altri fornitori che avranno emesso debita fattura con Iva inclusa così come avranno ricevuto a loro volta dai loro fornitori analoghe fatture con Iva. Almeno si auspica.

Le imprese quando vendono sono “soggetti passivi” di Iva ovvero l’incassano ma la riversano allo Stato detratta quella che loro hanno pagato per realizzare la loro prestazione. L’Iva che per una azienda non è un costo perché va a compensazione, ovvero quella pagata viene compensata da quella incassata, se non la si riceve dal cliente lo diventa automaticamente. Quindi un danno economico e finanziario per l’azienda fornitrice. Ma non solo.

Bisogna anche capire quanto è lunga la catena del valore. Un esempio semplice semplice: il costruttore (che ha consegnato la scuola emettendo fattura con Iva) ha comprato il cemento da un cementificio (che ha emesso fattura con Iva) il quale a sua volta si è approvvigionato di materia prima da una cava (che ha fatturato con Iva) che a sua volta ha pagato un trasportatore per la consegna (che ha emesso la sua fattura con Iva). E un’impresa di costruzioni non ha un solo fornitore ma molte decine: impianti elettrici, sanitari, piastrelle, porte, finestre giusto per dirne alcuni, ciascuno dei quali se ne porta dietro altrettanti. E poi ci sono gli elementi di arredo: banchi, sedie, lavagne e magari anche computer e tutta la tecnologia per i laboratori di lingue. A che punto della filiera si deve interrompere il pagamento dell’Iva?

E  tutto questo al netto dell’italica furbizia sulla cui creatività c’è sempre da imparare. L’evasione dell’Iva nel 2013 è stata stimata in 52 miliardi. Che sorbole come commento da solo non basta. Non ultimo il fatto che se tutte le spese effettuate per il ripristino delle zone terremotate fossero Iva esenti quegli incassi mancati Stato non sparirebbero d’incanto ma, come già accade in virtù dei 52 miliardi di cui sopra, tutti gli italici se li ritroverebbero, senza parere, come costo aggiuntivo o sulle accise o sull’Irpef e o su qualche tassa regionale o magari comunale. E anche qui la fantasia dei tassatori è inimmaginabile. Per cui i cittadini di Cavezzo, signora sindaca in testa pagherebbero individualmente più tasse. Chi glielo va a spiegare che queste sarebbero le conseguenze della sparata di Mentana?

Magari Mentana, Enrico, che ha una bella redazione, avrebbe fatto meglio a chiedere lumi sul funzionamento dell’Iva ad un suo redattore esperto in materia e anche al Corsera suo partner in questa avventura che ne ha diversi o  magari anche al suo commercialista. Forse questo gli avrebbe fatto la consulenza gratis, senza fattura e senza Iva.  La demagogia è come il prezzemolo la si piazza in tutte le salse. Ma questo non è tempo di salse e neanche di demagogia.

giovedì 7 novembre 2013

Btp Italia, trecentomila formichine hanno comprato.

C’è chi dice che i denari finiti in Btp Italia siano tolti ai consumi e alla crescita. In realtà sono denari investiti nella sopravvivenza del Paese. La crescita passa prima di tutto dalla riduzione degli sprechi. Come ad esempio i 27.000€ spesi in hardware per ogni deputato.  



Un cronista de La7 ha chiamato “formichine” i titolari delle trecentomila sottoscrizioni che lo scorso martedì 5 novembre hanno acquistato l’emissione Btp Italia, scadenza 2017 per un totale di oltre 22 miliardi. Per l’esattezza 22,271 miliardi tondi tondi. In altre parole trecentomila italiani hanno deciso di scommettere sul Paese Italia e hanno deciso di acquistarne il debito. Il debito del proprio Paese. Un po’ come hanno fatto e fanno i giapponesi che sono proprietari di quasi il 100% del loro debito pubblico.  

Quando l’operazione la fanno i giapponesi chapeau. I commenti più che positivi sono entusiastici perché i figli del sol levante dimostrano attaccamento al loro Stato, fiducia in sé stessi e, forse soprattutto, sono disposti a sacrificarsi pur di non essere ricattati. Cosa quest’ultima che invece potrebbe accadere agli Usa che invece hanno quasi il 50% del loro debito statale nelle mani degli cinesi che, con la signorilità che li contraddistingue, di tanto in tanto glielo fanno ricordare. E in quei momenti gli americani inghiottono rospi perché un conto è spiare le telefonate del signor Zhuge Shang magari mentre parla con la sua fidanzata della elezione del nuovo sindaco di New York e altro è sapere che lo stesso signore può decidere di chiedere in rimborso del debito. Magari hic et nunc. Che forse è per questo che gli americani spiano i cinesi.  Però nel mondo globalizzato si fa finta di niente. In fondo è tutto un gioco.

Invece nel tono della voce del commentatore de La7 prima e di Enrico Mentana poi c’era un che di sgradevole sia mentre si pronunciava la parola formichine sia quando si commentava che quei oltre ventidue miliardi sono tolti dalla circolazione per quattro anni e non aiuteranno la crescita. E neppure saranno investiti in attività produttive. Che certo è vero che tutti quei miliardi non aiuteranno la crescita e che sono tolti ai consumi ma è altrettanto vero che faranno qualcosa di ugualmente importante: impediranno al Belpaese se non di fallire senz’altro di stare peggio di quanto già non stia ora. Quei denari probabilmente serviranno per pagare stipendi e magari pure saldare almeno una parte di quei creditori dello Stato (regioni, province e comuni) che da parecchi mesi, per non dire anni, stanno aspettando di veder retribuito il lavoro già fatto. E quindi sono soldi che andranno, almeno in parte, con un giro lungo e tortuoso nelle tasche di chi deve arrivare alla fine del mese. Solo in una parte però.

Per un’altra quota serviranno, purtroppo, a coprire una certa dose di scialacquo di spesa pubblica. Che mettersi qui a far la conta di quali e quanti siano i rivoli improduttivi e non meritevoli di denaro all’interno della cosa pubblica sarebbe lungo oltre che ripetitivo. Soprattutto in questi giorni dopo che il professor Roberto Perotti (1) ha raccontato al globo terracqueo che la Camera dei deputati non solo non ha risparmiato tretatre milioni (pari al 3%), spese del 2013 rapportate al 2012, ma ne ha sborsati in più circa 130/140, di milioni, pari ad + 12%. 
Addirittura, pare che per ogni deputato, per dire la più buffa, siano stati erogati ben 27.000 eurini in hardware. Il che è equivale a dire che ad ognuno siano stati dati in dotazione una cinquantina di pc portatili di buon livello. Che c’è da far felici oltre che i deputati anche le mogli, i figli, i nipoti, le amanti e pure le concubine. Almeno fino al terzo grado di parentela.

Per fortuna ci sono le formichine che, facendo la media del pollo, hanno investito nei Btp all’incirca 50.000€ a testa. Che c’è da chiedersi dove avrebbero dovuto mettere alternativamente questi denari? Avrebbero dovuto gettarsi a fare acquisti forsennati, tutti a cambiare l’auto o la cucina o il guardaroba o chissà cos’altro? O magari tutti al ristorante o a prenotare aerei avverando così quanto sosteneva, mentendo, anni fa uno scriteriato presidente del consiglio del quale il Paese fatica a liberarsi. Che non bisogna essere degli economisti particolarmente acuti per capire che le persone sono portate a spendere quando si sentono sicure del futuro e che in caso contrario risparmiano ancor più di prima. Soprattutto quando si hanno figli e nipoti con lavoro precario o addirittura senza lavoro.  E non bisogna neppure essere dei geni della finanza o degli sfegatati comunisti per capire che prima di aumentare le tasse varrebbe la pena di ridurre gli sprechi e che le rendite finanziarie dovrebbero far cumulo con il reddito da lavoro e sul totale dovrebbero essere pagate le tasse e che queste, udite udite, dovrebbero essere eque. Il che tradotto significa che chi più ha più paga. E anche che accumulare pensioni come fossero le figurine Panini oltre che non onesto non è neppure morale. 

Che magari non stupirebbe se si scoprisse che un gran politico di questi sventurati giorni incamera la pensione da deputato europeo oltre a quella di deputato nazionale e magari pure una qualche indennità come ex presidente della camera e perché no pure la pensione da giornalista. E on top al tutto lo stipendio per l’attuale funzione. E poi sentirlo parlare della sua comprensione della povertà e della ingiustizia qualche accenno di nausea la fa pure viene.
Magari a qualche brillante economista bocconiano si potrebbe consigliare la lettura de La favola delle api di Bernard de Mandeville, scritto nel 1705, per fargli capire chi deve spendere e perché.
Per fortuna ci sono queste formichine, per gran parte ceto medio che non vuol morire, che si ostinano a risparmiare e a credere, cocciutamente, nel Paese. Che se poi magari nel loro piccolo si incazzassero pure magari ce ne sarebbe di guadagno. Per tutti.



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giovedì 30 agosto 2012

Bersaglio mobile: noia fissa. C'è Giuliano Ferrara.

Il faccione perennemente sorridente di Enrico Mantana, chissà che avrà mai tanto da ridere, ha fatto da contorno all'ultima puntata di Bersaglio Mobile. La trasmissione era dedicata ad un tema leggerino, di quelli da prendere sotto gamba in una calda estate: la trattativa tra Stato e mafia e già che c'erano il ruolo giocato nei recenti sviluppi dal Presidente della Repubblica . Ospiti: Giuliano Ferrara, Antonio Di Pietro, Emanuele Macaluso e Marco Travaglio. Con l'intermezzo del deputato Francesco Boccia che per la verità ha avuto il grande merito di dare sostanza al proverbio: un bel tacer non fui mai detto.
Puntata noiosa oltre ogni dire e soprattutto un film già visto mille volte dove gli interpreti principali e sostanzialmente unici, sono Marco Travaglio e Giuliano Ferrara. Essendo Emanuele Macaluso, migliorista d'antan e simpatizzante craxiano nella parte della bella statuina mentre Antonio Di Pietro, al solito, minaccia d'andarsene ma resta e si fa bellamente insultare senza rispondere, al lato pratico, da quello che si firma elefantino. Chissà se i sindacati africani ed indiani dei pachidermi sono al corrente dell'indebita appropriazione. Ogni razza ha diritto a veder tutelata la sua dignità.
Le parti sono quindi assegnate: Marco Travaglio gioca il suo solito ruolo di snocciolatore di articoli della costituzione e del codice penale, di comunicati stampa, di dichiarazioni ufficiali e di sentenze di tribunali di vario grado nonché di documenti ufficiali e Ferrara, che di nome fa Giuliano come l'imperatore romano apostata (sarà il caso di nomen omen ?) fa il solito suo ovvero l'elefante nel negozio di porcellane. Unica novità l'abbigliamento di Giuliano Ferrara: scarpe da jogging, pantaloni color vinaccia (che in milanese si dice trasù de ciuc) camicia azzurrina, con lo sbottono d'ordinanza, e giacca azzurra, maldestro tentativo di imitazione del look di Oscar Giannino. Barba mefistofelica con pizzo sgangherato e fuori misura. Per il resto noia mortale.
Del tema, la trattativa tra Stato e mafia, nella sostanza non si è trattato, in compenso si sono sentiti i soliti mantra.
Giusto come nota di colore va detto che l'elefantino ha voluto dare un tocco di ulteriore volgarità al suo già ricco palmares con nuove espressioni. Peraltro non sempre originali.
Quindi nei suoi interventi, sempre prolissi, divagatori e quasi mai sul punto in questione come succede dal barbiere e nei bar, nell'ordine ha detto che: i magistrati sono fottuti carrieristi, (indicando nella fattispecie il presente Di Pietro, che ha iniziato ammuina (di andarsene), come capo partito, quindi Luigi de Magistris come sindaco di Napoli e Michele Emiliano come sindaco di Bari. Ha anche detto che qualche magistrato gioca pure a destra, dimenticando di citare il presidente del senato Renato Schifani. Ma vabbè. Poi su pressione di Mentana ha ritirato il fottuti ma ha lasciato il carrieristi. E Di Pietro si è ritenuto soddisfatto. Beato lui). Quindi ha definito gli interventi di Travaglio come comizi che gli hanno rotto i cogl … e dunque rivolto al sorridente Mentana l'ha apostrofato con ma che  caz.... di conduttore sei, poi inebriato del suo dire se ne è uscito con non esiste il reato di trattativa Stato-mafia. Oibò, forse nessuno aveva mai pensato che questo fatto potesse accadere, ma senz'altro qualcosa di poco legale in una simile relazione pericolosa senz'altro c'è. Quindi già che c'era ha aggiunto che la magistratura è pazzotica ma anche troppo furba, e che sarebbe disposto ad andare in vacanza con Stalin. Infine ha definito Il Fatto Quotdiano come il giornalino di Gianburrasca. Che detto da uno che dirige un giornale che tira 15000 copie (1) e ne vende effettivamente poche migliaia (roba che anche il giornaletto della parrocchia accanto ne vende di più) e che sopravvive grazie al contributo di 2.985.120,88€ (2) che lo Stato magnanimamente elargisce, è stato un tocco di involontario umorismo. By the way Il Foglio riceve questo importo sotto la voce “contributi ad imprese editrici di quotidiani o periodici organi di movimenti politici trasformatesi in cooperativa entro e non oltre il1° dicembre 2001 (3) E anche questo è umorismo.
Per completezza di informazione Il Fatto Quotidiano ha una tiratura media di 110.667 e un totale di copie vendute (e pagate) di 55.926. A occhio e croce più di dieci volte di quelle del il Foglio. E non gode di contributi.
Ora la domanda è: perché Giuliano Ferrara? Soprattutto se si vuol fare della televisione seria.

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(3) art.153 legge 388/2000