Ciò che possiamo licenziare

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domenica 7 settembre 2014

Renato Farina, detto l’infame (da Mentana), torna nell’Ordine.

Due anni fa l’ordine rifiutava la riammissione. Oggi invece lo fa all’unanimità. Chissà cosa è cambiato. Il Corriere dà la notizia ma non commenta. Una volta la farina del diavola andava in crusca. Adesso non più.

E così, come nelle favole, anche nella vita di tutti i giorni qualche volta c’è un lieto fine. Lo sta vivendo Renato Farina, ex vicedirettore a il Giornale, ma anche a il Resto del Carlino, ma anche fondatore di Libero,  ma anche ex agente segreto del Sismi, questo i giornalisti non lo possono fare, con il vezzoso nomignolo di Betulla, ma anche giornalista dimissionario dall’Ordine,per non essere radiato, ma anche ex parlamentare Pdl, ma anche ex giornalista in incognito con il nom de plume di Dreyfus, che per poco, grazie ai suoi articoli, Sallusti Alessandro finiva in galera,  nonché definito da Enrico Mentana:«Infame.» Beato lui. 

Chissà come se lo gusta bene il suo lieto fine che se non fosse suo sembrerebbe scritto da Frank Capra.  Ai normali di questi tempi non succede spesso di andare a sbattere contro un lieto fine. Anzi, gli va bene se riescono a non cozzare contro una lettera di licenziamento o contro una riduzione del contratto o, in anticipo sui tempi, in una influenza.

La notizia della riammissione del dimissionario è stata data dal Corriere della Sera con una colonnina che più striminzita non si poteva (giovedì 4 settembre) a pagina 9. E senza una riga di commento. Così non si corrono rischi. Si potrebbe dire a voler essere maliziosi. Ma di malizia qui proprio non ce n’è. Nella colonnina, neanche troppo piena di testo, viene però riportata l’opinione di Farina Renato che per l’ennesima volta racconta di aver fatto tutto: «in buona fede con l’intenzione di salvare il mondo.» Evvabbé. La storia è piena di gente che voleva salvare il mondo che poi sono quelli che hanno fatto più danni. Anche perché ad avere questa idea si può essere solo o martiri o pazzi e in entrambi i casi si finisce poco bene. Così insegna la storia. Chi invece se la cava in genere appartiene ad altre categorie che con i termini “buona” e “fede” hanno scarsa dimestichezza. Comunque ognuno se la racconta come crede.

Una domanda di riammissione il Farina Renato l’aveva già presentata nel dicembre 2012 ma fu respinta. In quella occasione l’Ordine motivò la decisione con il comportamento tenuto dal Farina negli anni precedenti e in particolare ricordava una sentenza di patteggiamento per la sua collaborazione con i servizi segreti. Poi all’ordine non era andata giù la furbatina delle dimissioni per evitare la radiazione e, giusto per finire, che si era bellamente impippato del divieto di esercitare la professione.  Tre bei motivi non c’è che dire. Per questo Frank Capra non avrebbe girato questo finale.

Tre giorni fa, invece, tutto sparito e anzi il ritorno del figliol prodigo è stato salutato all’unanimità. Poiché a nessuno, proprio a nessuno è venuto neanche una puntina di dubbio. Quel tanto o poco  che può portare non a votare contro ma almeno ad astenersi. E invece no. Che se uno il coraggio non ce l’ha non se lo può dare, diceva il Manzoni. Magari un commentino, nel senso di piccolo commento, su tale repentino cambiamento di sentire a neanche due anni dalla precedente sentenza ce lo si sarebbe aspettato dai giornalisti del Corsera visto che lì dentro di moralizzatori, e con valore, ce n’è più d’uno. E invece no. Chissà se sarà data adeguata pubblicità alle motivazioni per il reintegro o se queste finiranno in altre colonnine sommerse da ben più importanti pezzi. Che a quanto pare il senso della morale non sempre ha spedito corso.

Che poi a ben vedere l’articolo a firma Dreyfus nel quale si accusava un magistrato di aver costretto una minorenne ad abortire aveva poco a che fare e con la buona fede e con il desiderio di salvare il mondo. E di questo si dovrebbe, in un Paese normale, tener conto anche per evitare che il commento popolare sia: can non mangia cane. Il che non è bello.

Una volta si diceva che la farina del diavolo va tutta in crusca, ma i tempi son cambiati e anche il diavolo e la farina non sono più come quelli di una volta.

mercoledì 17 ottobre 2012

Sallusti, questa volta lei ha proprio ragione.





Che Sallusti Alessandro, ex direttore responsabile de il Giornale, non sia simpatico a chi è ghibellino-laico-dadaista è un dato di fatto testimoniato da non pochi scritti (1).
Però quando si è un ghibellino, laico e per giunta anche dadaista si tende ad essere (o per lo meno a sperare di essere) oggettivi e a guardare le cose con un certo distaccato interesse avendo la consapevolezza che gli avversari, nonostante tutto, non hanno il monopolio delle scemenze (per non dire in modo più crudo e senz'altro più esplicativo) ma qualcuna la lasciano fare anche ai nostri amici. E i nostri amici, spesso, anziché disdegnarla  abusano di questa disgraziata opportunità.
Come si sa il direttore Sallusti è stato condannato per diffamazione a 14 mesi di carcere e avendo già usufruito dei benefici di legge che toccano ad ogni imputato deve entrare in galera. Questo vuole il codice di procedura penale
Dopo la condanna alti lai si sono alzati da tutti o quasi i suoi colleghi e questo ci sta essendo anche quella dei giornalisti una bella corporazioncina. Altrettanti lai si sono levati dagli scranni di Montecitorio e di Palazzo Madama e anche dal colle del Quirinale si dice:“Il Presidente naturalmente segue il caso e si riserva di acquisire tutti gli elementi utili di valutazione”. E questo ci sta già un po' meno. Soprattutto quel “naturalmente” (2).
La casta dei politici, tutta intera - guarda cosa ti combina il Sallusti - ha tuonato da destra a sinistra passando pure per il centro, a suo favore e contro la sentenza di Cassazione che, a dir loro, mette in pericolo la libertà di stampa. Altri direbbero che finalmente s'è messa in mora la libertà d'insultare e di offendere, ma tant'è.
Dopo di che resisi consci gli esimi parlamentari e senatori che i poveri giudici nulla hanno fatto se non applicare la legge han subito giurato, che se non era un giuramento formale ne aveva tuttavia tutte le sembianze, che in quattro-e-quattro-otto avrebbero licenziato una nuova legge per derubricare da penale a civile il reato di diffamazione a mezzo stampa e come sopramercato avrebbero studiato qualcosa d'altro ancora per impedire a Sallusti Alessandro di andare ospite a San Vittore. Luogo già abbondantemente sovraffollato. Il tutto in nome della libertà di stampa e in difesa delle opinioni. Come se l'insulto e la diffamazione fossero parenti di concetti come stampa e libertà. Comunque siamo nel bel Paese e anche questo, ahinoi, ci sta.
Però i giorni e le settimane passano e nulla accade, a parte la scoperta delle ruberie alla regione Lazio e gli arresti in regione Lombardia e la conseguente fine dell'impero del Celeste Formigoni e le dimissioni (al momeento effettive) di Veltroni e quelle auspicate di D'Alema.
Sallusti si fa un po' nervoso perché va bene essere spavaldi e dire di non temere la gattabuia, sopratutto quando questa è lontana ma all'avvicinarsi del momento di varcarne la soglia qualche patema d'animo comincia a far capolino.
Quando poi sei senatori dichiarano che la commissione giustizia del Senato non è la sede adatta per licenziare il testo del ddl, "si tratta di una materia troppo complessa - dicono - ed è bene che il testo venga esaminato anche dall'aula" che poi tradotto significa che si allungano i tempi di decisione e si accorciano quelli dell'incontro con San Vittore, Sallusti sbotta.
“ E' successo quello che immaginavo. Questi politici cialtroni sono ipocriti e codardi. Ora la Procura renda esecutiva la pena e mi venga a prendere" (3). 
A questo replica il senatore Pd Gerardo D’Ambrosio, ex magistrato:“Sallusti adesso non va in galera neanche se bussa al portone di San Vittore. Se, come lui dice, l’ordine di carcerazione non è stato ancora notificato, allora vuol dire che il termine di trenta giorni per la richiesta dell’affidamento ai servizi sociali deve ancora cominciare a decorrere, perchè parte non dalla pronuncia della Corte, ma dalla notifica. C’è quindi tutto il tempo di approvare la legge prima che lui vada in galera” (4).
La ribattuta dell'ex direttore de il Giornale nel riconfermare che non chiederà l'affidamento ai servizi sociali suona così:“Io chiedo a questo punto alla Procura di trasmettermi l'ordine di carcerazione che non ho ancora ricevuto. Vorrei capire chi si prende la responsabilità di tenere questo ordine nel cassetto. Voglio che cessi questo trattamento anormale evidentemente non mi hanno mandato l'ordine perché non hanno il coraggio di renderlo esecutivo essendosi resi conto dell'errore che hanno fatto. Si vergognano. Non ho nessuna intenzione di restare appeso a questi politici ipocriti e codardi che non sono in grado di decidere nulla”.
Già, come dar torto ad Alessandro.
La questione a questo punto ancor prima che sul merito è sul metodo. Su quel “naturalmente” della presidenza della Repubblica e su tutte le dichiarazioni che sono seguite alla sentenza della Cassazione. Magari un po' di demagogia in meno, no?
Facile aprir la bocca e dargli fiato. Un po' più complicato far seguire i fatti alle parole. E sempre ragionando del metodo, si badi bene. Che sul merito della questione molto ci sarebbe da dire e questo a quanto pare non è ancora arrivato su alcun tavolo.
Che quando ci arriverà sarà da ridere perché mettere d'accordo insulti e diffamazione con libertà e stampa bisogna essere proprio bravi. E di così bravi in giro non se ne vedono proprio.
E quindi? Un altro pateracchio. Come al solito. Finché si avrà la voglia di sopportalo.


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(1) http://ilvicarioimperiale.blogspot.it/2011/03/una-colletta-per-alessandro.html
(2) http://www.ilvicarioimperiale.blogspot.it/2012/09/sallusti-ha-paura-della-galera-ma-non.html
(3) http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/politica/2012/10/16/Sallusti-Politica-cialtrona-ora-vengano-prendermi-_7639982.html
(4) http://www.clandestinoweb.com/home-archiviazione/italia/83794-reato-di-diffamazione-slitta-lapprovazione-della-norma-salva-sallusti/

domenica 23 settembre 2012

Sallusti ha paura della galera (come tutti). Ma non ci andrà. E la libertà di stampa sarà salva.


In Italia ci sono da un bel po' di tempo, per non dire da sempre, due strane associazioni, una  definita la casta che coinvolge tutti o quasi i politici  (e di tutti gli schieramenti) e un'altra, per il momento non ha nome, che è quella dei giornalisti. La si potrebbe definire degli impunibili.  Qualche tratto in comune queste due associazioni (o si possono chiamare corporazioni?) senz'altro ce l'hanno. Entrambi i gruppi si sentono degli unti del signore e quindi possono dire e fare ciò che vogliono senza tema di punizione. E anche nella pratica mica scherzano, non foss'altro che per quanto riguarda la reversibilità della pensione ai conviventi. Ne possono usufruire i consiglieri regionali, i deputati di camera e senato e, guarda il caso, i giornalisti. Tutti gli altri italiani no. Come si sa la legge è uguale per tutti ma per qualcuno è più uguale. Evvabbè. 
Una delle caratteristiche del Bel Paese è di vivere di luoghi comuni: se le auto entrano in centro i negozi vendono di più, le tasse si evadono perché sono troppo alte (che se fossero più basse invece...), alla larga dalla politica (lo diceva anche la mamma di Mario Monti, ma lui non ha seguito il consiglio), gli statali lavorano poco, i sindacati rovinano le aziende, i giornalisti difendono la libertà di stampa. Già la libertà di stampa. E quindi c'è il caso di Alessandro Sallusti.
Alessandro Sallusti da Como, sguardo torvo, 55 anni, oggettivamente mal portati, oggi direttore de Il Giornale e ieri, direttore di Libero. I fatti di cui si parla da un paio di giorni e che riguardano in  pratica la galera e in teoria la libertà di stampa, risalgono allo ieri: a quando era direttore di Libero.
La storia è nota: una tredicenne abortisce e tale Dreyfus, nome de plum, su Libero, per l'appunto, se ne esce scrivendo: “... se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice. Questo evento è specchio dei poteri che ci dominano.” Prosa vagamente forcaiola nei contenuti e nei toni.. Quel tanto che basta per eccitare bassi istinti senza, ovviamente, tener conto del contesto. Non è carino.
I genitori della ragazzina probabilmente avevano altro a cui pensare e magari di questo giornale non conoscevano neppure l'esistenza, mentre il giudice tutelare, invece, lesse l'articolo, si irritò quel tanto che basta per arrivare ad una denuncia per diffamazione aggravata il direttore di Libero.   Alessandro Sallusti, appunto. 
In primo grado Sallusti viene condannato a una pena pecuniaria di 5.000€ e ad un risarcimento di 30.000€. Nonostante abbia vinto la causa il giudice tutelare non si ritenne soddisfatto e quindi ricorse in appello.  In secondo grado rivince e questa volta, è storia dell'oggi, la pena è assai più pesante: 14 mesi. Ma c'è un dettaglio: Sallusti Alessandro non può usufruire della condizionale, se l'è già giocata tutta in un bel po' di precedenti processi, sempre per diffamazione, dove è risultato perdente.
Pare sia un suo vizietto quello di scrivere (o pubblicare) pezzi che fanno irritare qualcuno che, alla fine, risulta avere ragione. Non è una bella cosa. Avere questo vizio. Alla fine il conto viene presentato.
Quindi il giornalista dovrebbe varcare il portone di San Vittore o di Regina Coeli. 
Ha sbagliato, che paghi. Se la cosa capitasse ad un signore normale, chessò al vicino di casa o al tabaccaio, questa sarebbe la logica conclusione. Ma, per i luoghi comuni di cui sopra non è né così semplice né così facile. 
Vittorio Feltri, per intenderci quello dalla prosa elegante, evoluta e  raffinata che elabora sofisticate analisi politiche, che più o meno sono quelle che si sentono in tram, scrive che le mani gli tremano sulla tastiera al pensiero che la polizia venga ad arrestare il direttore de Il Giornale e si appella alla libertà di stampa. Sallusti stesso in un video piagnucoloso si richiama alla libertà di stampa e invoca l'intervento, niente-popò-di-meno-che del Presidente della Repubblica per risolvere il suo caso. Caso che peraltro è passato in Cassazione organismo che non entra nel merito della questione ma ne analizza il rito. Da subito i vari conduttori di tv e radio sono già schierati a difesa del povero Sallusti e il giorno dopo  tutti gli altri, fino ad arrivare a Veltroni. Di lui si sentiva l'evanescente mancanza.
“Condanna mostruosa” tuona la Federazione nazionale della stampa.. E ci si mette anche la Presidenza della Repubblica:  “Il Presidente naturalmente segue il caso e si riserva di acquisire tutti gli elementi utili di valutazione”.  Lo scrive Pasquale Cascella, portavoce del Presidente della Repubblica, su Twitter (1). Twitter: cosa vuol dire essere al passo coi tempi. Ma la domanda è: perché il Presidente della Repubblica segue “naturalmente” il caso? E' quel “naturalmente” che stona. 
E' forse questione che Sallusti, in quanto direttore di giornale è uno di quelli per i quali la legge è “più uguale”?
Finché  questa è la legge va applicata, così com'è. Quando cambierà i magistrati ne prenderanno atto.
Ma Sallusti potrebbe effettivamente andare in galera? Noooo. 
Stiamo scherzando, quando mai?
Intanto può avvalersi della legge 211 del 22 dicembre 2011, detta sfollacarceri. Questa legge  prevede gli ultimi 18 mesi di carcere ai domiciliari se il condannato dispone di un'abitazione e Sallusti una casa ce l'ha, e forse addirittura due. Se poi il suddetto  dispone di un lavoro, e anche questo Sallusti ce l'ha,  può continuare a farlo e rientrare a casa a sera. Come se nulla fosse. 
In alternativa potrebbe chiedere l'affidamento ai servizi sociali, da Mario Tanassi (2) in avanti la sfilza dei più uguali che hanno beneficiato di questo servizio è lunghetta. E anche un po' triste.
Comunque, obtorto collo, uno più uno meno non cambierà di certo il corso della storia.
Il tutto in omaggio alla libertà di stampa. Ma quale libertà: quella di mettere alle corde il buon gusto? Quella di essere grevi? Quella di offendere? Quella di insultare? Quella di fare giornalismo cialtrone? Via un po' di decoro anche se si è giornalisti. Che sarà pure una malattia ma in fondo curabile.
Per libertà di stampa si intende semplicemente di poter esprimere opinioni politiche e condurre battaglie d'opinione e sociali senza essere censurati. Tutto qui. Magari anche con buon gusto, decoro e pure un po' di fine humor, satira e ironia, che a recitare giaculatorie d'insulti e volgarità son capaci tutti.
Che poi sotto la foglia di fico della “libertà di stampa” passa di tutto, incluso l'elargizione di 114.926.793,61€  (3) distribuiti a giornali con pochi lettori e quindi, per deduzione logica, poco interessanti. Ma con alti stipendi per direttori e magari pure redattori. Quando Andrea Costa a Cesena fondò il primo Avanti! nel 1881 non ebbe finanziamenti da parte dello Stato e neppure li ebbe L'Avanti!  a tiratura nazionale quando sotto la direzione di Leonida Bissolati iniziò le pubblicazioni nel 1896. Raccolse 3000 abbonati, pare anche quello di Benedetto Croce, e con i denari degli abbonamenti e quelli delle vendite quotidiane si mantenne. A fatica, ma si mantenne.
Se si tornasse a quel sistema troppi grassi, pasciuti e non sempre eleganti (eufemismo) direttori di giornali scoprirebbero il senso vero della parola “precario” o “disoccupato”. Che non gli farebbe male.
Si tranquillizzi Sallusti, quei tempi non torneranno. E la galera è lontana.

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(1) Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/1013io
(2) Mario Tanassi  è stato un politico italiano, aderente al psdi (partito socialdemocratico italiano), più volte Ministro della Repubblica. Nel 1979 fu condannato dalla Corte Costituzionale per corruzione.
(3) http://www.governo.it/DIE/normativa/decreto_risorse_editoria_20120716.pdf

sabato 19 novembre 2011

I Savi di Sion tornano di moda

Copertina prima edizione 1903

I Savi di Sion (in russo: Протоколы сионских мудрецов, che si pronuncia Protokoly Sionskich Mudrecov) con i loro corrosivi protocolli stanno tornando in circolazione.
Era da un bel pò che nelle nostre vicinanze non se ne sentiva più parlare, con esclusione di Damasco dove il volumetto viene dato come resto a chi compra due confezioni di chewingum. Ma Damasco non fa parte del mondo occidentale e in quelle zone l’idea del complotto ebraico per la conquista del mondo fa quasi parte del panorama.
Noi, in occidente, ci siamo evoluti dal 1903, data della prima pubblicazione dei Protocolli e apparentemente ancora di più dagli anni 30 durante i quali ci si imbesuiva terrorizzati al solo sentire il rombo del complotto demoplutocraticogiudaicomassonico. Che quando si finiva di pronunciarlo veniva addirittura sete per la fatica.
Recentemente dalle nostre parti l’idea del complotto (senza aggettivi mi raccomando) è stata tirata fuori episodicamente, solo in ambiti locali e più con l’aria di provarci che con non quella di crederci per davvero. In genere se ne è trovata traccia più sui campi di calcio che altrove. Qualche bello spirito ci ha provato anche in politica, come ad esempio Massimo vice conte D’Alema che ha parlato di poteri forti. Ovviamente senza meglio specificare. Che poi si tratta di una allitterazione concettuale: un potere o è forte o non è, ma d’altra parte D’Alema è quello più intelligente. Sob! Anche Silvio poer nano Berlusconi ci ha provato qualche volta ma, 1) non è intelligente come D’Alema, 2) non conosce la parola “allitterazione”, 3) gli scappava da ridere solo all’idea del complotto.
Quindi a parte quelli di Luciano Moggi, Adriano Galliani, Massimo Moratti e di qualche altra decina di presidenti di squadre di provincia, complotti planetari in giro se ne vedevano pochi. Questo fino a sabato 12 novembre.
Quel giorno Alessandro Nosferatu Sallusti si è fatto forza, che ce ne è vuluta tanta e ha squarciato il velo: ha tuonato con tutta la voce che ha in corpo contro il complotto mondiale delle banche.
Che poi sotto sotto ancora di Sion si sta parlando visto che i grandi banchieri hanno cognomi come Goldman, Sachs o Lehmann che suonano poco celtici. Oggettivamente.
Eh già, perché ci voleva un complotto planetario per far cadere Silvio poer nano Berlusconi. Ma va là, chioserebbe l'avvocatissimo Ghedini, che di complotti, complottini e complottoni, per professione ovviamente, ha magari qualche vaga conoscenza.
Poi si sa che per eccitare menti deboli non c'è nulla di meglio che prospettare qualche nemico intangibile, misconosciuto, magari anche virtuale sull'esempio degli anticristi o degli untori. Come ci ha raccontato negli anni del liceo quel tal Sandro autor di un romanzetto ove si tratta di promessi sposi*. Ma tant'è.
E quindi adesso via libera all'etichettatura di “poteri” che, di volta in volta, diventano opachi, occulti, criminali, esoterici, paranormali, trasparenti, in attesa di aggiungere altri qualificativi tipo deboli, filiformi, basculanti, telescopici o anche diversamente nascosti.
Alessandro Sallusti in posa da odalisca
Vita dura nei prossimi mesi per i novelli Savi di Sion costretti a ripetere un mai stanco copione che li vedrà raffigurati con unghie aguzze, pance strabordanti e perchè no nasi adunchi tanto per non discostarsi dagli originali,o secondo la moda del momento pronti ad infilar le mani nelle tasche degli italiani. Gesto e concetto di per sé ambiguo che oltre che rapinatorio sa anche di  lubrico.. Come nello stile del suo inventore.
Che invece se si uscisse dal vago e dalla denuncia anonima e si facessero nomi e cognomi, con tanto di prove, ovviamente, sarebbe di gran lunga meglio. Ma questo esporrebbe a rischi,
La voglia di innocenza “senza se e senza ma” che si accompagna con lo scaricare le proprie incapacità sull'ignoto altro è tipica dei vili che spesso sono anche adulatori e lusingatori e che, per la pena che loro inflisse Dante, di solito hanno un disgustoso odore**.
D'altra parte il ritorno alle origini è oltre che normale anche auspicabile.

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* Giusto per il Trota, il padre ruttatore, e gli amici di porcate, si tratta di una strofa tratta dalla poesia Sant'Ambrogio di Giuseppe Giusti (1809-1850)

** Adulatori e lusingatori Dante li piazza, sempre ad uso esclusivo del Trota e parenti ed affini, nella seconda bolgia dell'inferno immersi nello sterco.

domenica 13 novembre 2011

Sabato 12 novembre il giorno più concentrato

Il 12 novembre 2011 passerà alle cronache del bel paese come il giorno  “ più concentrato”.
Giuliano apostata Ferrara
 in performance
Tutto quello che si paventava sarebbe durato mesi (forse anni) è successo sì ma in poche ore e tutto quello che non è stato fatto per mesi (forse anni) si è materializzato, anche questo, in poche ore.
Andiamo con ordine.
Il duo Nosferatu Sallusti e Daniela
"plastica" Santanchè
Ci si aspettava che i pavoliniani di Berlusconi si ritirassero nel loro “ridotto in Valtellina” per inscenare le Termopili del berlusconismo. Contrariamente a Pavolini loro, tanto per dire Giuliano apostata Ferrara, Vittorio gentilezza Feltri, Alessandro Nosferatu Sallusti e naturalmente Daniela plastica Santanchè a cui si è aggiunto inopinatamente il democristiano avellinese Gianfranco Rotondi, ci sono riusciti.
L'hanno fatto.
Il “ridottto” è stato identificato in un teatro del centro di Milano, fucili pistole e cannoni sono stati sostituiti da roboanti, talvolta bolsi, interventi gonfi di retorica che hanno avuto come unici scopi quello di far sudare Ferrara, che buttare un po' d'acqua gli fa bene alla salute, dimostrare a tutti che Feltri ha la stessa carica vitale di un sacchetto della spesa e che Sallusti è meglio che non parli, che se poi neanche scrivesse sarebbe perfetto.
Il falco-ridente Gianfranco Rotondi
Chi ha stupito è stato il, fra brevissimo. ex ministro (peraltro senza portafoglio) Rotondi. Lui sempre così compassato e con l'aria del gaudente battutista campano con tanto di evve moscia proprio lì non ce lo si aspettava. Eppure che grinta.
Fosse stato nel '45 con Pavolini e gli altri di Salò non si sa proprio come sarebbe finita. Per sfortuna loro e nostra è nato nel 1960 e quel che è peggio è che ha voluto occuparsi di politica. Comunque nel giro di poche ore i quasi mille del “ridotto” berlusconiano hanno consumato il rito e se ne sono tornati a casa per pranzo. Stanchi ma felici.
Contemporaneamente a Roma Scilipoti rivendicava per sé il ruolo di Leonida, che se lo sapessero gli spartani sarebbero mazzate. E che mazzate.
Poi finalmente dopo qualche altra battuta nell'aula del Parlamento, neanche fosse il palcoscenico di Zelig, si vota e passa la legge distabilità. Prima cosa sensata della giornata.
A seguire e con la rapidità che Batman e il figlio della Moratti si sognano: dimissioni-consultazioni-incarico. Berlusconi non è più primo ministro. Zac.
Praticamente una intra-muscolo.
Certo Napolitano non ha usato un ago pic-indolor ma diciassette anni di comparsate da Vespa un qualche pegno doveva essere pagato.
La gente in piazza balla ride e si diverte. Una festa. Scene tratte da antico diario. Succede sempre così quando cascano i populisti. Non c'è da meravigliarsi. Sic transeat gloria mundi. 
Domenica 13 novembre si formerà un nuovo governo. Per giunta autorevole. Anche in Europa.
Da lunedì 14 sarà ancora dura ma almeno Monti e suoi non si accompagnano con Apicella.
Tra i preoccupati Crozza: teme di essere licenziato da la7. Far satira non sarà più così facile.