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domenica 13 dicembre 2015

Caso Cucchi: e adesso le scuse di Giovanardi. E degli altri come lui

Per sei anni Carlo Giovanardi ha esternato sul caso Cucchi. Mai un dubbio od un ripensamento. Neppure una minima attenzione all’evidenza. Ora dovrà rivedere molte delle sue affermazioni. E soprattutto chiedere scusa, abbassare gli occhi e vergognarsi e con lui molti altri.

Il senatore Carlo Giovanardi è nato a Modena il 15 gennaio 1950 e quindi fra poco più di un mese compirà 66 anni. Chi vuole può fargli gli auguri, magari con la formula 1.000 di questi giorni. Che senz’altro questi giorni se li ricorderà per un bel pezzo. Di Carlo Giovanardi si può dire che stazioni con alterne fortune in Parlamento da ben 24 anni. Nel suo personale medagliere stanno cinque legislature alla Camera e due al Senato. Urca! È stato presidente della Giunta per le autorizzazioni, ministro (senza portafoglio) per i rapporti con il Parlamento nonché vicepresidente della Camera e poi sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Di quest’ultimo ruolo pochi conoscevano l’esistenza ed ancora meno l’utilità. Eppure Carlo Giovanardi l’ha ricoperto con coscienza e ardore. Il suo attivismo è stato particolarmente vivace nel cambio di casacca: nasce Dc poi diventa Ccd quindi Udc ovviamente Pdl e per conseguenza Forza Italia e quindi Ncd. Adesso è in momento di pausa, come succede a tutti i gladiatori. Di lui si ricordano le posizioni di retroguardia per non dire retrive su qualsiasi tema di valenza civile come eutanasia, omosessualità, adozioni da parte di coppie gay, droga, antiproibizionismo, unioni civili, sfruttamento degli animali. Poi, ovviamente, non potevano mancare i casi Aldrovandi e Cucchi. Insomma un’opinione su tutto e pure di più. Sulla sensatezza delle sue posizioni massima libertà di giudizio: a quelli de Il Giornale e de Il Foglio sono sempre piaciute e le hanno sostenute con vigore.  Giuliano Ferrara parlò con una certa ironia e sprezzo di Giornalismo Collettivo. Ad altri quelle opinioni parvero, per restare nel politicamente corretto, quantomeno azzardate per non dire delle colossali sciocchezze che erano tali poiché negavano l’evidenza.

Stefano Cucchi fu arrestato il 15 ottobre del 2009 e morì dopo sette giorni: il 22 dello stesso mese. Le fotografie del suo cadavere mostravano il volto tumefatto come può avere solo chi è stato sottoposto ad un duro pestaggio. Visitato all’ospedale Fatebenefratelli di Roma vennero messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al viso (fattura della mascella), all'addome con emorragia alla vescica e al torace (incluse due fratture alla colonna vertebrale). In altre parole scoppiava di salute. Ciò nonostante la morte fece capolino e però nessuno si fece alcuna domanda, come invece magari, vista la situazione oggettiva, qualcosa ci si poteva pure chiedere. Ma il Giovanardi che è uomo d’azione, sul pensiero meglio sorvolare, dopo neanche quindici giorni (9 novembre 2009) se ne uscì con la vera verità: «Stefano Cucchi era in carcere perché era uno spacciatore abituale. Poveretto, è morto, e la verità verrà fuori, soprattutto perché pesava 42 chili. La droga ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente... sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così». A fare queste affermazioni c’era da vergognarsi anche se fosse stata la verità. Ma Giovanardi non ha mai conosciuto vergogna e quindi dopo solo tre giorni (12 novembre 2009) ha ribadito che non c’era:« relazione fra le lesioni e la morte.»  Data l’autorevolezza del personaggio non si poteva che prendere l’affermazione come oro colato. Ovviamente. E poiché come a teatro quando una recita ha successo non si fa che reiterarla eccolo ritornare sul tema grazie a Stefano Zurlo che lo dipinge come il cavaliere senza macchia né paura che aveva visto giusto fin dall’inizio. Nel pezzo pubblicato da Il Giornale del 10 aprile del 2013 il Giovanardi afferma:«Cucchi non può essere impugnato, così come s'impugna una bandiera, per sventolare la cattiva coscienza degli apparati di potere. Mi spiace dirlo, ma non è andata come ci hanno fatto credere. Io sono stato linciato per aver detto la verità» E verità per verità parlando a Radio Città Futura di droga, come ti sbagli, ritorna sull’argomento: «Stefano Cucchi era un grosso spacciatore, non solo un consumatore, basta vedere cosa hanno trovato nella perquisizione a casa». Succedeva pochi mesi fa, il 13 febbraio 2015.

Ora che le indagini, portate innanzi anche sotto la pressione dell’opinione pubblica, quel Giornalismo Collettivo irriso da Giuliano Ferrara e dall’eroica (senza retorica) battaglia di Ilaria Cucchi, hanno fatto emergere le responsabilità di tre carabinieri cosa vorrà esternare il senatore Carlo Giovanardi? Che lo faccia con la sua solita irruenza, questa volta sarà tollerata, magari anche riflettendo sui fatti. Adesso, dopo oltre sei anni di corbellerie potrà cominciare con lo scusarsi con la famiglia Cucchi e da ex carabiniere censurare con decisione i picchiatori e tutti quegli altri che vergognosamente hanno cercato di coprire quell’infamità. Se ne sarà capace.

lunedì 12 gennaio 2015

Perché riesumare la Fallaci quando c’è Giuliano Ferrara?

Il Corriere lancia una nuova rubrica «Le parole di Oriana» Titolo vagamente messianico che forse non è proprio quello di cui si ha necessità di questi tempi. Le argomentazioni della Fallaci di allora sono le stesse del Ferrara di oggi. Paragone ardito quello tra Ferrara e Fallaci? Non tanto. L’elefantino ha il pregio dell’attualità, ma è l’unico.

Da sabato 10 gennaio, dopo i terribili fatti di Parigi, il Corriere della Sera ha deciso lanciare una rubrica quotidiana dal messianico titolo: «Le parole di Oriana». La Oriana in questione è Oriana Fallaci. Naturalmente, data la titolazione della rubrica, si intende che al Corriere ritengano che le parole della Fallaci non possano assolutamente essere state fallaci. Beati loro.

In tre giorni, sabato e domenica e lunedì, tre pezzi, Ovviamente sono riedizioni, del 1979 e del 2002. Il primo, ripubblicato anche nel volume Intervista con il potere, (magari la Rizzoli spera in un rilancio, business is business) è per l’appunto una intervista. Intervistata è una giovane terrorista, così viene definita Rascida Abhedo, la quale sostiene con feroce durezza, riporta la Fallaci, che per lei anche i bambini israeliani sono nemici. 

Domanda: «Anche se è un bambino Rascida? Anche se è un neonato?» La risposta: «Mi ordinai: Rascida loro (gli israeliani ndr) ammazzano i nostri bambini e tu ammazzerai i loro» Che se si chiede ad un lupo, metaforicamente inteso, cosa ne pensi degli agnelli, viene difficile immaginarsi una risposta differente. Quindi domanda banale ancor prima che stupida. Il secondo, quello di domenica, invece è un articolo megalomanico, in cui la Fallaci racconta con una ampia e noiosa introduzione, che il suo libro «La Rage e l’Orgueil» in Francia (e nel resto del mondo) sia un grande successo editoriale. Anche se non di critica visto che, la stessa dichiara come il novantacinque  per cento della stampa parigina la attacchi. Ma, scriveva Hannah Arendt, non basta avere la maggioranza dei consensi per avere ragione. Il che vale per entrambi i casi.  E in aggiunta non basta difendere un solo popolo per essere immuni dal morbo del razzismo. Il terzo pezzo, quello di lunedì 12, manco a dirlo, è l’intervista a Khomeini. Ovviamente in risalto la frase topica: «L’islam è tutto la democrazia è equivoca.» Sul fatto che la democrazia sia equivoca si è esercitato il fior fore dell’intellighenzia liberale dell’orbe terraqueo. Però senza riuscire a darsi risposta.  

Domenica, giusto per santificare la festa e dare un buon viatico alla manifestazione di Parigi e a quella più modesta organizzata dal consolato francese a Milano, Pierluigi Battista chiacchiera con Giuliano Ferrara. Il posizionamento dell’intervista è, come per caso nella pagina a fianco di quella fallaciana. Una mano data all’elefantino così riesce a raggiungere qualche lettore in più rispetto ai quattro gatti che riesce a mettere insieme quotidianamente. Nell’intervista Ferrara mette insieme il suo solito armamentario, confuso quanto basta, sulla guerra di civiltà. Frasi fatte, masticate e rimasticate che lasciano pure poco spazio alla fantasia. Sentito una volta sentite tutte.  Solo il duo Salvini-Borghezio riesce a fare di peggio.  Come novità aggiunge che lui piuttosto che andare con Holande e il resto dell’Europa preferirebbe accompagnarsi alla manifestazione dei Le Pen anche se li trova un pochetto antisemiti. Però il fatto che questi ce l’abbiano, forse, un po’ di più con gli islamici gli fa mandar giù il rospo. De gustibus. Come dire piazza un elefantino in una cristalleria ed otterrai lo stesso risultato.

A questo punto vien da chiedersi perché si debba riesumare la fallace Oriana avendo a disposizione, anche se non meno fallace, Ferrara. Almeno questo ha il pregio dell’attualità. Sempre che alla fine non si scopra che l’ideuzza editoriale ha come unico fine di piazzare qualche copia in più. Che magari sarebbe bello fosse conquistata con argomentazioni che coinvolgano la testa piuttosto che mettere in agitazione lo stomaco. Anche perché quanto può andare avanti la rubrica di Oriana?  Fra un po’ come successo per l’11 settembre anche questa notizia perderà il suo appeal editoriale e a quel punto le parole di Oriana non serviranno più. E il giochetto sarà scoperto.


giovedì 18 settembre 2014

A Giuliano Ferrara piace il triangolo in amore (politico)

Gli amori (politici) di Ferrara da Craxi in incognito a Berlusconi con dichiarazioni pubbliche e ora Renzi. Continuando ad amare Silvietto. E' come tifare Roma e Lazio in contemporanea e nel giorno del derby. Magari vuol forzare la geometria e farsi un harem (politico).


Giuliano (l'apostata) Ferrara continua a stra-amare. Prima Craxi, senza dichiarazioni esplicite, quasi in incognito, che il Bettino non era tipo da prendere per gioco certe affermazioni e poi lasciarle impunite. Poi Berlusconi con infuocate dichiarazioni d'amore mandate a mezzo stampa. Che neanche Romeo ci avrebbe mai pensato per Giulietta.Ma il Silvio è un dadaista che ha iniziato suonando il piano sulle navi da crociera e stare al centro del palcoscenico anche solo per interposta citazione gli piace. E poi lui, il Silvietto, è uno che ama le barzellette e il Giuliano ha tutto per essere il tipo giusto per raccontarle. E adesso Renzi. Sempre con attestati pubblici da far arrossire anche la più scatenata delle valchirie berlusconiane. Ma non si pensi che il nuovo amor renziano scacci quello antico. Anzi, la passione per Renzi rinfocola quella berlusconiana. Che a sua volta fa più vigoroso il trasporto d'amorosi sensi per il fiorentino. Perché i due, Berlusconi e Renzi, sono amati dal Ferrara in contemporanea e di eguale passione. E ciascuno  sa dell'altro e un pochino i due si piaciucchiano. Insomma un triangolo bello e buono. Forse dei più perfetti e forse dei più forsennati. Che al confronto la storia di Jules e Jim con Catherine pare un bigino per le suore Clarisse.

Difficile però rimane impassibili di fronte a tanta travolgente passione e non essere anche un po' spiazzati. Va bene che l'amore supera gli ostacoli più ardui e travolge le barriere più spesse ma come si possono amare i due campioni di schieramenti avversi? Avversi almeno nella teoria visto l'attuale triste gioco politico. Sarebbe come mettere il sale nel caffè o lo zucchero nella pastasciutta o come, contemporaneamente, tifare per la Roma e per la Lazio. E magari durante il derby. O, nei tempi andati, essere bartaliano e contemporaneamente coppiano. Una volta Bartali passò la borraccia a Coppi, sorta di larghe intese ciclistica, ma fu cosa di un momento finì lì. Insomma, come vedere destra e sinistra votare insieme per eleggere il capo dello stato. Per una volta ci stà.

Va bene che i due, il vecchio tronco ed il giovane virgulto, amano smodatamente sia l'apparire sia il potere ma hanno fini politici (almeno in teoria) diversi: uno oltre impegnarsi a schivare gli articoli del codice penale pensa a come togliere regole su tutto mentre l'altro, per fare un esempio, non vuole consumare  suolo e quindi mettere(rebbe) quindi regole più dure. Almeno per le concessioni edilizie.
Ecco: come si fa ad amare, anche pubblicamente, due così diversi?

Forse la voglia smodata di dare amore del Giuliano gli deriva da un antico desiderio insoddisfatto: la brama bulimica di essere amato che senz'altro la manciata di lettori de il foglio non soddisfa. E la poca autorevolezza ne va di conseguenza: un editoriale sul il foglio ad un governo o ad un politico non riesce a procurare neanche un raffredore in autunno. E mettere al vento mutande o pitturarsi siccome immagina debbano fare le meretrici certo non aiuta. E allora? Non resta che amare smodatamente e soprattutto pubblicamente un capo per sperare in un poco d'amore di ritorno. Forse tanta passione risponde ad un trauma d'adolescenza: quando a soli 22 anni fu  spedito dalla direzione del Pci a Torino, ad assumere la carica di responsabile del coordinamento proviciale Fiat. Uno shock che deve avere devastato il suo tenero ed acerbo cuore così tanto da farlo diventare un assetato d'amore. Perché un conto era giocare nel grasso ventre del partitone comunista dell'epoca vivendo al Testaccio nel palazzone definito il Cremlino romano, bozzolo tutto amore, coccole e inni dell'armata rossa e altro battere i denti a Mirafiori. Per il suo bene, dissero, e per fare carriera. 

A Torino il giovane Ferrara scoprì l'esistenza degli operai e anche cosa vuol dire avere a che fare con due padroni duri: la Fiat e il partito. E allora lui piccolo (lo è sempre stato), fragile (forse quando era infante) e senza padre politico accanto s'è messo alla ricerca del suo surrogato. E quindi via alla sarrabanda: dai miglioristi a Craxi, da Craxi a Berlusconi e da questo al duo Berlusconi-Renzi. Si spera non voglia ulteriormente forzare la geometria inserendo altri (teorici) opposti: magari tirando nel partouze (politico) anche D'Alema. Giusto per fare un esempio. Salvo che l'obiettivo del Giulianone non sia di costruirsi un harem. Nel qual caso: auguri.

lunedì 12 maggio 2014

12 maggio: "buon compleanno, divorzio"

Grande nostalgia per il 12 maggio 1974. Non solo si vinse una battaglia di civiltà ma ci fu grande partecipazione di popolo. Andarono ai seggi l’87,7% degli aventi diritto. A esser contro allora come ora sono quelli che di famiglie ne hanno due e qualche volta anche tre. Giuliano Ferrara soffre. Ce ne si farà una ragione.

Loris Fortuna
Quaranta anni fa, proprio domenica 12 maggio, si tenne il referendum per l’abrogazione della legge sul divorzio che fu vinto in maniera schiacciante da chi sosteneva questa scelta di libertà e anche di civiltà. 
La legge che introduceva  il divorzio in Italia risaliva a ben quattro anni prima, fu infatti approvata dalle Camere il 1 dicembre 1970 ed era nota, come molto spesso accade, con i nomi dei due relatori: Loris Fortuna (socialista) e Antonio Baslini (liberale). Ci fu grande battaglia in Parlamento e gli schieramenti era assai ben definiti: da un lato, contrari al provvedimento, la Democrazia cristiana e neo fascisti del Movimento sociale mentre a favore erano tutti gli altri. Il buffo era che proprio il segretario del Msi fosse un divorziato ante litteram avendo ottenuto l’annullamento del precedente matrimonio per convolare ad altre nozze che non si sa quanto giuste vista la posizione politica. Comunque, così girava il mondo anche allora. Perché anche in quegli anni come in quelli più vicini sono i granitici sostenitori della famiglia quelli che di famiglie ne collezionano a iosa. Che quando sono solo due gli paiono poche. 
Antonio Baslini

Per questi si potrebbe dire con un aforisma che:«amano così tanto la famiglia che preferiscono averne due se non addirittura tre.» Che tanto quelli i denari per mantenerle entrambe ce li hanno, pure con poca o nulla fatica, anche se a volte si dimostrano un po’ tirchi con la famiglia prima che poi considerano vecchia.

Con i tempi che corrono si guarda con grande nostalgia a quel 12 maggio non solo perché si vinse una grande battaglia di civiltà ma soprattutto perché ci su grandissima partecipazione popolare. A favore del divorzio si schierò il 59,3% degli votanti. Votarono no all'abolizione tredici regioni su venti, contro furono solo Veneto, Trentino alto Adige, Molise, Puglia, Campania, Basilicata e Calabria.  Spiccarono per il voto a favore la Sardegna, l’Abruzzo e la Sicilia. Fu un gran giorno. La partecipazione al voto fu quasi bulgara: 87,7% degli aventi diritto. Percentuale che oggi per sognarla ci vuole ben più di un aiutino.

Con quel referendum si visse nel Paese un grande fermento di innovazione e di partecipazione. Nelle seguenti amministrative entrò nei vari consigli locali una grande aria di freschezza e con quella anche un bel po’ di innovazione. Poi come sempre accade, anche e soprattutto in politica, i bimbi crescono e da educati, gentili e rispettosi diventano adulti cafoni, arroganti e pure un po’ mariuoli. A tal punto maruioli da entrare nelle sacre stanze senza un soldo e poi uscirne con case, barche, cavalli e chissà che altro. Nei recenti parlamenti hanno riposato non pochi dei giovanotti di quella bella primavera. A riprova che dopo un paio di mandati è meglio ritornare a casa a far vita normale così ci si depura delle tossine. Ma forse è speranza vana.

Ad oggi solo due stati non hanno il divorzio: le Filippine e la Città del Vaticano. Anche se quest’ultimo ha coscienza elastica sul tema della separazione: dipende della posizione sociale, dal reddito e dalla capacità di esibire faccia di palta. Più sono posseduti ed alti questi requisiti più si ha possibilità di annullare il matrimonio. Chissà se papa Francesco anche su questo tema vorrà ripetere:«Chi sono io per giudicare.» Sarebbe carino.


Chi invece oggi soffre, come tutte le volte che c’è progresso culturale, civile e sociale, è Giuliano Ferrara, l’apostata. Non il suo capo che di mogli ne ha già avute due e che se si da una mossa rioesce a mettere in cantiere anche la terza. Comunque se proprio si vuol considerare l’opinione di Ferrara ce ne si farà una ragione. Prosit

giovedì 8 maggio 2014

Le fesserie impazzano ma per fortuna ci sono Nice e Malala

Ferrara Giuliano firma un libro che ha scrittto in minima parte. Fassino reclama il diritto al dissenso. Alfano non tratta con Genny ’a carogna e il badante di Cesano Boscone perde il pelo ma non il vizio. La ministra Boschi impara l’arte delle finte dimissioni.  Ma per fortuna ci sono Nice e Malala due ragazze che si battono per cause serie e di civiltà.

Maggio che è un bellissimo mese. I romantici lo chiamano il mese delle rose mentre i rudi Navajo di Aquila della Notte, noto anche come Tex Willer, lo chiamavano il mese nel quale i cavalli perdono il pelo. Provate a strigliare un cavallo in questo periodo e scoprirete quanto pelo vi rimane sulla spazzola. Roba che tanti peli così non li mette insieme neanche Giuliano l’apostata Ferrara.

Giuliano Ferrara e papa Francesco.
E quindi a malincuore si dice di Giuliano Ferrara che presenta il libro “Questo papa piace troppo” Ovviamente il riferimento è a papa Francesco. Il libro in realtà è stato scritto in grandissima parte da Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro ma a campeggiare è nome di Ferrara, più noto degli altri due  e quindi con più possibilità da fare vendite.  Nell’epoca dei piazzisti anche questo ci sta. Ovviamente a Giuliano l’ateo devoto che autodefinizione più fessa non si poteva trovare  questo papa non piace. Evvabbé. Francesco se ne farà una ragione. D’altra parte va tenuto conto che Giuliano l’apostata se ne va matto per Berlusconi, che non è male. Mentre in ambito ecclesiastico prima gli piaceva Wojtyla e poi Ratzinger quindi anche questo ci sta.  A fare il bastian contrario al barbuto e cappelluto Ferrara ci piace da morire, finché c’è gente disposta ad ascoltarlo e pure chi a mettere mano al portafoglio per mantenere  il suo foglietto parrocchiale. Certo piacerebbe ai più riferirgli la battuta che, per analoghe ragioni di peli, fu appiccicata a Nicola Bombacci. Ma per dirla bisogna essere Ferrara.

L’aplomb di Fassino Piero
Da Giuliano Ferrara a Piero Fassino il passo è breve: due ex comunisti fintamente pentiti e con la rude scorza degli stalinisti nascosta nel taschino. Piero Fassino passerà alla storia (delle barzellette ovviamente) per due motivi: per aver detto durante una delle sue tante sedute a Porta a Porta: «Grillo, fondi un partito, prenda dei voti se ne è capace e poi venga a discutere.» E infatti Grillo ha fondato un movimento,  ha preso i voti ma di discutere con Fassino non ci pensa nemmeno.  By the way pare, dai sondaggi, che il M5S sia il secondo partito in Italia avendo superato di un tocco il partitino del badante di Cesano Boscone. Il secondo motivo è dovuto ai recenti fatti di Torino. Dove l’ imbecillità si è sommata alla coglionaggine. Fassino, in qualità di sindaco di Torino va al vecchio stadio Filadelfia nell’anniversario della sciagura di Superga per dire che si impegnerà a ricostruirlo. Dei torinisti  assai citrulli anziché plaudire all’iniziativa lo insultano perché juventino. Che verrebbe da dire «e che ve ne frega se vi rifà lo stadio nuovo.» Ma gli idioti è notorio non pensano. Lui, il Fassino, si offende e per calmare gli animi mostra il dito medio. I torinisti  denunciano la cosa. Fassino prima nega (sembra Berlusconi) poi di fronte all’evidenza ammette e rivendica il fatto, lui lo chiama diritto al dissenso. (sembra sempre Berlusconi). Ma un po’ di buon senso no? Giusto per non assomigliare a Berlusconi.

Genny ’a carogna il dialogante e Alfano il negante
Grazie al calcio è salito agli onori della cronaca anche Gennaro De Tomaso detto Genny ’a carogna. Che per i non partenopei sta per Gennaro la carogna. Simpatico. Grazie al suo assenso si è potuto giocare la finale di coppa Italia. Dopo trattativa con le forze dell’ordine. Povera Italia. Il ministro Alfano nega al di là di ogni ragionevole dubbio. Le televisioni confermano e anche il rapporto degli osservatori della Figc.  Tra Alfano e quelli della Figc a chi credere? A nessuno dei due ovviamente ma ai propri occhi sì. Comunque il Presidente Napolitano ha detto che «non si tratta con i facinorosi.» ma non pare che si sia scaldato tanto quando funzionari dello Stato e ministri  trattavano con la mafia. I facinorosi forse sono più pericolosi e hanno pure meno soldi e amici in parlamento.

Il badante di Cesano Boscone
A proposito di pericolosi è sempre in circolazione il Berlusconi Silvio .  Che tra il cambio di un bavagliolo e l’altro in quel di Cesano Boscone trova il modo di fare dichiarazioni e poi smentirle. Alla mattina ha detto che è disposto ad entrare al governo poi a sera ha smentito. Ha anche detto che  vuole passare alla storia (e quando mai) come il padre della Patria che ad essere orfani ci sono anche dei vantaggi. E poi ha insistito: lui vuole essere il Mandela Italiano. E allora c’è chi, conoscendo la storia,  ha applaudito dicendo: «bene, allora cominciamo con 27 anni di carcere.» Brillante.

Maria Elena Boschi ha già capito tutto: minaccia di andarsene.
Dal governo invece pareva se ne volesse andare Maria Elena Boschi. Non intendevano approvare la sua versione del senato. Poi però tutto è rientrato. In commissione hanno dato il via libera. Probabilmente è stato per compassione. I senatori avranno pensato alla povera Maria Elena che torna a casa la sera e sola soletta si beve una tazza di latte prima di infilarsi a letto. Già, come lei stessa ha raccontato a Vanity fair, fa una vitaccia solitaria e poco divertente. Se le tolgono anche il posto al governo che le resta?
Le
Le cose serie: Nice e Malala
Per finire un paio di notizie serie, in questa rubrica dadaista. Due parole su Nice. Il suo nome per intero suona: Nice Nailantei Leng'ete e ha 23 anni ed è una ragazza Masai. da una decina combatte contro una ferocissima barbarie: la circoncisione delle donne. Taglio del clitoride e infibulazione. Lo fa nella sua terra parlando con i vecchi dei villaggi e anche girando il mondo per raccogliere fondi che serviranno per formare infermiere e personale sanitario locale Un’altra ragazza che sta facendo molto per l’emancipazione delle donne del terzo mondo è Malala. Ha rischiato la vita per poter andare a scuola ed istruirsi. Un fanatico pakistano le ha sparato ma lei ha voluto comunque vivere e dopo molti interventi chirurgici è riuscita a tornare alla normalità. Adesso si sta battendo per far liberare le ragazze e le giovani donne nigeriane che sono state rapite qualche giorno fa dai pazzi di Boko Haram.  Il bello in queste due ultime storie è che a lavorare per la liberazione non sono due star occidentali ma due persone normali, due donne, due ragazze che sono originarie di quei luoghi. Queste due ragazze dimostrano che le vere rivoluzioni non possono essere esportate ma devono nascere e svilupparsi nei luoghi che devono essere cambiati.



mercoledì 9 aprile 2014

Arrestato don Giovanni Desio detto Johnny ed altre storie.

In Curia nessuno si accorge mai di nulla neanche davanti all’evidenza. L’arma segreta è una fissazione dei perdenti. Il posto in banca non è più tranquillo come una volta. Lo stile è tutto, come le raccomandazioni delle vecchie zie. Anche la politica a volte è precaria. Gianna Nannini: presunte evasioni. Il talento giustifica tutto?

Giovanni Desio detto Johnny.  
Di nome fa Giovanni, Giovanni Desio ma si faceva chiamare Johnny. Di professione faceva il parroco a Casal Borsetti in provincia di Ravenna. Che fosse un po’ bizzarro lo si vedeva ad occhio nudo: guidava un suv da 35.000€, si vestiva casual-tamarro con la camicia sbottonata e dopo un incidente d’auto hanno trovato il suo tasso alcolico 4 volte oltre il limite. Era anche direttore del settimanale diocesano. E scriveva poesie sexy. Tutto normale per la Curia di Ravenna. Bisogna essere moderni. Qualche giorno fa Johnny ha ricevuto la visita della polizia. L’hanno portato dentro, Johnny. L’accusa è di sodomia. Avrebbe abusato di adolescenti maschi di 14/15 anni. Adesso in Curia cadono dalle nuvole. Ma come? Il servizio segreto più efficiente della storia non si è reso conto di nulla? Allora è meglio che cambino mestiere. Si prevedono quarti d’ora amari per il vescovo di Ravenna. Francesco, il papa, non ha l’aria di essere tenero su simili questioni.

Dudù non è un cane, è un’arma
Domandone: chi è Dudù? Il cane della Pascale state per rispondere. No, sbagliato è la nuova arma segreta di Berlusconi per vincere le prossime elezioni europee. Per intero il nome della nuova proposta è Dudù act. Anche un po’ per fare il verso a “rullo compressore” Renzi. Il domiciliato di Arcore ha pensato che chi ama i cani e un poco anche i gatti non può non votare Forza Italia. Evidentemente ci vede delle affinità.
Ambasciatore del Dudù pensiero è stato naturalmente Brunetta Renato il bulldog di Forza Italia. Lui in verità vorrebbe essere un alano ma gli hanno spiegato che non è cosa. Brunetta ha subito rilasciato una intervista a Uno Mattina e ovviamente come nelle più belle favole non poteva mancare il pezzo strappa core: Brunetta si è commosso quasi fino alle lacrime raccontando di quando ha perso il suo cane e della sua felicità quando l’ha ritrovato.  Però non si è sentita la versione del cane.

Il banchiere è un mestiere pericoloso.
I banchieri in questo momento non godono di grande popolarità e senz’altro nel mondo qualche accidente gli è stato mandato. Ma adesso si sta esagerando almeno come efficacia: nei primi 3 mesi dell’anno sono già morti 13 banchieri. Nessuno per malattia. Sono tutti deceduti per incidenti o suicidi o drammi familiari che non si sa cosa voglia dire ma suona bene. Ben 6 di questi hanno lavorato in JP Morgan. Da quelle parti evidentemente non deve tirare una buon aria. I soliti complottari diranno che c’è sotto qualcosa che senz’altro non sarà ma anche i giornali inglesi cominciano ad essere preoccupati. Che sia la sindrome dei 10 piccoli indiani di Agatha Christie?

Lo stile è tutto
«In Italia si chiudono molte aziende perché non hanno stile. Le tasse sono solo una scusa.» Chi l’ha detto? Lapo Elkan. Probabilmente stava pensando a Marchionne e ai suoi maglioncini con tanto di forfora sul collo. In effetti come stile è piuttosto down. E anche suo fratello John è scarsuccio in fatto di stile. Forse è per questo che Fiat riduce la produzione e chiude stabilimenti. Mancano di stile.  A saperlo gli si potevano proporre le lezioni in dvd di donna Letizia.

Le raccomandazioni di Ferrara                                                                                
Avanti con le frasi epocali Questa l’ha detta Giuliano l’apostata Ferrara con il suo stile da lord inglese:  «Siccome voglio bene al cavaliere gli dico di non fare cazzate. Di riflettere sulla sua situazione e mantenere il sangue freddo.» Ormai  Giulianone si comporta nei confronti di Berlusconi come se fosse sua zia. Ma non poteva darglielo nel ’94 questo consiglio? Ci saremmo risparmiati 20 anni di trituramento e, per dirla alla Ferrara, una montagna di cazzate di meno.

Tonino cerca un posto.                                                                                         
Antonio Di Pietro è disoccupato e allora che fa? Come tutti manda in giro il suo curriculum . L’ultimo l’ha mandato a Infrastrutture Lombarde la società che si deve occupare per l’appunto delle infrastrutture per l’Expo. Il vecchio direttore generale è finito in galera per maneggi vari. Di Pietro vuole disperatamente rientrare nel giro. Adesso non se lo fila nessuno e oggettivamente fa un po’ pena. Ma poi si ripensa a quando, all’inviata di Report, disse:«Ma tu un podere non ce l’hai?» E allora viene la mosca la naso. No, Di Pietro, si è in tanti a non avere un podere. Lei e D’Alema ce l’avete, perché non ve ne occupate e lasciate in pace gli italiani. Avete già dato. Accontentatevi.

Presunte evasioni                                                                                                    
Alla lista degli evasori eccellenti, dopo Valentino Rossi (ha patteggiato 43 milioni) Tiziano Ferro (3 milioni) e Pavarotti (25 milioni)  si aggiunge la presunta evasione di Gianna Nannini, quasi 4 milioni di €. Lei dice di essere innocente, ma tutti sono innocenti fino a condanna, come ben si sa. L’avvocato Bongiorno, che spazia da casi di divorzio ad omicidi fino all’evasione fiscale, dice che ci sono degli errori. Si vedrà. Per ora alla Nannini hanno sequestrato preventivamente la villa con magazzini e stalle. Si spera che non sia il solito giochino: belli e buoni sul palco e truffaldini nella vita.

Il talento e l’abilità possono giustificare tutto?                                                            
In Mozilla, che è un’impresa liberal e filantropica nonché proprietaria del browser Firefox, c’è stato un licenziamento eccellente. Hanno costretto alle dimissioni Brendan Eich che ne è stato il co-fondatore e ora ne era l’amministratore delegato. Brendan è un genietto del software anzi molto di più: ha disegnato Java script.  E’ stato cacciato perché 5 anni fa ha dato un contributo 1000$ a sostegno di una campagna anti-gay. In passato nel 1993 era stato supporter di  Pat Buchanan un isolazionista conservatore e antisemita che ambiva alla presidenza degli Usa. In Mozilla pensano che uno così non possa stare con loro che sono liberal e progressisti. Hanno fatto bene a cacciarlo? I convincimenti personali, vengono prima delle abilità tecniche o queste giustificano tutto?

giovedì 21 marzo 2013

Ineleggibilità di Silvio Berlusconi? Noia e inefficacia

Nella attuale situazione politica e sociale ritirare fuori la questione della ineleggibilità è un po' banale. E anche noioso. Bisognava farlo subito, venti anni fa e non lasciar passare il tempo. E tutte le occasioni che si sono sprecate. Adesso più che mai bisogna vincere con le armi della politica.

Berlusconi con Alfano e Brunetta in uscita da Napolitano
E così si è scoperto (per l'ennesima volta) che Silvio Berlusconi non poteva, non può e non potrebbe essere eletto.
C'è una legge che racconta, più o meno, come non sia eleggibile chi è titolare di concessioni pubbliche. E, guarda il caso, colui che il ruvido Giuliano Ferrara chiama, forse unico caso della sua vita, con trasporto di amorosi sensi, il Cav risulta essere, nei fatti, titolare di concessione. In verità si tratta di concessioni, poiché sono tre, e tutte televisive. By the way la legge in questione è stata varata nel 1957. Cosa vuol dire essere aggiornati e stare costantemente sul pezzo. E già tre volte ne è stata chiesta l'applicazione: nel 1994 nel 1996 e nel 2001. Magari qualcuno esperto in storia e matematica ricorderà che le legislature, nel lasso di tempo che va dalla prima elezione del Caimano ad oggi, siano state sei inclusa quella appena varata. Dunque solo tre volte il problema è stato posto. 

Due volte con maggioranza di centrodestra e una volta, nel 1996, con maggioranza di centrosinistra. Che i deputati di centrodestra abbiano considerato quella legge non applicabile al loro capo è più che normale. Immaginare il contrario sarebbe come aspettarsi che Renato Brunetta confessi di amare gli statali. Ovviamente, non ci sta. Nel 2001 invece la maggioranza era di centrosinistra ma anche quella volta la questione non andò in porto. Come mai? Mistero. O meglio le solite machiavelliche peracottate degli strateghi del centrosinistra. Pare addirittura che D'Alema (1) abbia detto che il voto della Giunta nel 1996 sia stato «una finzione». Complimenti. Poi ci si domanda come si faccia a perdere sempre. Anche quando si parte con un bel gruzzolo di vantaggio. E Bersani insegna. Essere dei fresconi, evidentemente, non basta. per farsi del male ci vuole anche una bella dose di qualcosa d'altro. A scelta.

Nel 2006 e nel 2008 pare che la questione non sia stata nellure sollevata. Forse se ne erano dimenticati, la memoria vacilla con l'età, oppure ci avevano messo una pietra sopra, come ha fatto l'inflessibile Alfano con le primarie. Anche se nel 2006 il centro sinistra aveva la maggioranza. Scarsa, ma comunque sempre maggioranza. E soprattutto all'inizio della legislatura non avevano ancora cominciato a litigare. Nel 2008 neanche a pensarci, Berlusconi disponeva di grandi numeri. Anche se poi gli si sono squagliati tra le dita. 


Meloni, Carfagna, Gelmini e Prestigiacomo, tra le altre,
cantano facendo corona a Silvio Berlusconi
Un po' come è successo alla sua amicizia con il commercialista Tremonti. Intanto gli anni e le legislature sono,per così dire, tranquillamente passati e riproporre il problema oggi, a distanza di quasi vent'anni e sei votazioni è un po' ridicolo. Così come mettere sul tavolo 220.000 firme. Ché queste rappresentano una percentuale da prefisso telefonico internazionale, considerando tutti quelli che hanno votato “contro” Berlusconi: oltre il 70% del totale. Con la banale aggiunta che la situazione attuale è un tantinello complicata e il peggior dispetto che si possa fare a Berlusconi è tenerlo fuori dai giochi. Magari lasciandolo da solo all'opposizione. Che per lui sarebbe come essere un diabetico davanti ad una sachertorte. Senza contare che il cappelluto mister B. va battuto politicamente se si vuol avere credibilità e spuntare le unghie delle valchirie di Arcore. Che vedere Biancofiore, De Girolamo, Prestigiacomo, Gelmini, Comi e Santanché, giusto per citare quelle più note nelle vesti delle inconsolabili vedove (politicamente parlando) sarebbe piatto indigesto anche per Bonaiuti o l'ex radicale Capezzone.

A screditarlo agli occhi dei suoi elettori non sono state sufficienti neppure le notti bunga-bunga o gli sms di Sara Tommasi. Figurarsi una legge inapplicata per oltre vent'anni. Magari ci si provasse con una seria azione politica capace di tener conto delle necessità degli italiani e si uscisse una buona volta dagli angusti spazi del politichese.
Magari così si convincerebbe anche il trio La Russa-Crosetto-Meloni. Che vogliono essere fratelli d'Italia, come non bastasse essere cugini.
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(1) http://www.ilpost.it/2013/03/20/silvio-berlusconi-ineleggibile/2/

venerdì 2 novembre 2012

Evviva, abbiamo i marxisti ratzingeriani. Ci mancavano.




Se Charles Darwin avesse potuto leggere l'Avvenire (quotidiano dei vescovi italiani) del 31 ottobre corrente anno ne sarebbe stato contento. La sua teoria della evoluzione della specie si sarebbe arricchita di una nuova tipologia di filosofi: i marxisti retzingeriani. Oggettivamente ci mancavano nuovi marziani del pensiero.

 Ma la natura sa mettere pezze alle sue mancanze. E voilà, eccoli.
Questa corrente ultima nata è composta da pensatori raffinati, di spessore e di grande cultura che  surclassano per storia, conoscenza e sapere i più rudi atei devoti.  Da una parte Mario Tronti e Giuseppe Vacca e dall'altra Giuliano Ferrara. La differenza di peso e di finezza è evidente.
Certo che la capacità di sviluppare nuove scuole e, di conseguenza, coniare definizioni si sta muovendo in un crescendo rossiniano. Piccola pecca, ma con qualche sforzo rimediabile, è che questi nuovi filoni di pensiero siano, come dire, a senso unico. Sono sempre gli atei che diventano devoti o i marxisti che diventano ratzingeriani. Insomma la solita storia della caduta da cavallo con  trauma cranico e  conseguente conversione. Che da Saulo in avanti ce ne sono state anche troppe.
Adesso si attende fiduciosi che si sviluppi anche una corrente di pensiero se non proprio contraria almeno parallela. Che pure converga, parallelamente.
Il Bel Paese  negli ultimi tempi ha perso un po' d'allenamento ma è stato abituato per molti anni  alle elaborate convergenze parallele di morotea memoria (1) che averne una anche più moderna certo non spaventa. E non spiacerebbe di vedere materializzarsi al contrario la corrente dei credenti razionalisti o dei cattolici evoluzionisti  o addirittura dei vaticani gramsciani. Visto che già Marx e Ratzinger sono stati occupati dagli altri. Ma non si può mai dire. Magari i cardinali Camillo Ruini o Angelo Scola già ci stanno pensando e radunano frotte di ciellini evoluti e seminaristi rivoluzionari. Quelli del tipo che vogliono veder chiaro nei conti dello IOR e che pure pensano che devono farsi carico dell'IMU anche quelle simpatiche congreghe che gestiscono alberghi, pensioni e ristoranti. A Roma, tra i tanti, ce n'è uno assai interessante, francese ed esclusivissimo. L'Eau vive, che senz'altro è in regola, ça va sans dire.
Mario Tronti filosofo
neo marxista-ratzingeriao
Il primo a prender la parola tra i marxisti ratzingeriani è Mario Tronti che imputa “alle forme più spinte di secolarizzazione, che hanno abbandonato l’uomo a se stesso e prodotto il deterioramento delle relazioni personali.” Che come frase suona bene e che non stupisce possa piacere ai ratzingeriani che vedono sempre in qualcosa d'altro, in genere poco tangibile e attendibile, il povero diavolo ad esempio, il responsabile dei guai quotidiani del mondo. E lui che non c'entra per nulla è dannato a vita. Che non è bello.  Dunque, come se ne esce?
Ma nel modo più semplice: “Tornando a intrecciare culture e sensibilità diverse, e più che altro spostando l’attenzione su questi temi dall’ambito cattolico, dove hanno da tempo una centralità riconosciuta, a quello della sinistra, che invece li ha troppo a lungo trascurati.” Perbacco, come non pensarci? .  Che per essere un esercizio di ariafrittismo non è proprio male non foss'altro per questo suo viaggiare tra le nuvole della metafisica e non sui piedi della storia.
Ché  della storia piace avere un senso diverso ovvero vedere i cambiamenti altalenanti della coscienza collettiva e saper capire quando si è in senso evolutivo e quando in quello involutivo.
L'umanità si gestisce in conto proprio, non demandando e non delegando, se non per finta. Poiché alla fine, come ben dimostrato, sa sempre uscirne al meglio scaricando l'asserito manipolatore e simil dicendo.
Che magari questi neoratzingeriani  e i loro repentini cambiamenti siano tali solo per timore della profezia Maya? Bhè tranquilli devoti ratzingeriani, Marx non ci avrebbe creduto. E neanche Gramsci. Loro non erano superstiziosi.



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(1) morotea sta per corrente di Aldo Moro, per i più giovani.
(2) Mario Tronti, filosofo,e teorico dell'operaismo. Fu fondatore delle riviste Quaderni Rossi e Classe Operaia.

lunedì 29 ottobre 2012

La magistratura rovina l'Italia. Crozza però....

Insomma digiamolo, come direbbe Ignazio Benito Maria La Russa, in modo forte e chiaro Silvio Berlusconi  ha ragione. Manco a dirlo. Ha straragione. Anzi ha ragione da vendere. E se vogliamo pure da comprare. Che non si sa mai. Coi tempi che corrono.




La magistratura, questa magistratura rovina l'Italia.
E' vero. Verissimo.
Ogni volta che il Paese sta per risollevarsi ecco che interviene qualche giudice che con un'alzata d'ingegno distrugge il lavoro pazientemente fatto fino a quel momento. 
In questi mesi la nazione ha cercato con grande sforzo e con grande fatica di  togliersi dai guai nei quali si trovava. E nei quali era stata cacciata a forza da politici quanto meno inadeguati. Per non dire pure un po' fresconi e festaioli. Lazio e non solo, docet.
Pezzo dopo pezzo, come fanno i bimbi quando con diligenza piazzano i loro mattoncini di legno, uno sull'altro, per innalzare le loro piccole casette o carta dopo carta, come fanno i nonni quando con quelle da ramino costruiscono bellissimi e complicatissimi castelli, si stava ricostruendo il Paese. Quand'ecco che t'arriva l'uomo nero. Nero per via della toga s'intende.
Bhè quest'uomo nero vede  bimbini e nonnini tutti intenti nei loro lavorini e che ti fa? Una cosa da nulla. Dà un semplice colpetto allo spigolo del tavolo e la casetta di mattoncini di legno ed il castello di carte cadono, neanche fossero incappati nel tornado Caterina. 
Ma signori giudici vi rendete conto di quello che avete fatto? Aveva deciso di ritirarsi  e voi grazie al vostro colpo d'ingegno lo ributtate tra i piedi del Paese. Ma questa è cattiveria. Cattiveria vera. E c'è anche un po' masochismo.
Avete voluto strappare un padre a cinque figli e un nonno a sei nipoti, che questi sono veramente suoi e non di Mubarak, per ributtarlo addosso a sessanta milioni di italiani, che con lui non hanno nessun grado di parentela, senza considerare gli extracomunitari regolari e clandestini e i turisti. Pensate anche ai turisti.  Forse quegli undici, tra figli e nipoti, se lo volevano tenere ben stretto, vicino vicino, tutto per loro e non intendevano più dividerlo con altri. E quasi tutti gli italiani, che c'è sempre qualche bastinan contrario, glielo avrebbero lasciato pure volentieri.
E invece, arriva il solito giudice e zac, con una sentenza rovina tutto. Eh sì che bastava essere un po' più clementi e Silvio, s'intende Berlusconi, sarebbe quasi scomparso. L'aveva già detto che si sarebbe ritirato. L'aveva detto contro voglia e si capiva, ma oramai l'aveva detto e, come sanno anche i nipoti suoi, glielo insegnano all'asilo, la parola data non si cambia. Quando mai! Alla faccia di Ferrara Giuliano che ha passato notti e notti a scrivergli il discorso della ritirata e di Angelino Alfano che non ne può più di avere uno zio aggiunto. Non gli potevate dare solo tre anni? Così con gli indulti vari finiva quasi con un pareggio. Condannato ma indultato. E tutti si tirava un sospiro di sollievo. Forse.
Adesso invece tutti gli italiani dovranno sorbirsi altri mesi di sproloqui a base di “mi consenta” e “per fortuna che Silvio c'è” e “le serate di Arcore erano di classe”, che con gli ospiti che c'erano non c'è da dubitarne  e “i comunisti mangiano i bambini” che adesso c'è Renzi il primo bambino a mangiare i comunisti e “togliamo questa tagliamo quello” e “abbasso le tasse che non vanno pagate” e “l'IMU … e l'euro”. Insomma le solite robette da dilettanti allo sbaraglio.  Che Merkel e Sarkozy, che erano amici suoi, e il resto dell'Europa già ci hanno (de)riso sopra.  
Si pensava di essere felicemente usciti dalle quattro fasi infantili (mai così appropriate pensando a questi anni) e di essere entrati in quella della maturità. E invece forse no. E' vero che si nasce per soffrire e ai nati di questo periodo gli tocca Silvio Berlusconi.
Ovviamente non tutti soffrono. Qualcuno brinda. Per esempio Alessandro Sallusti e Daniela Santanchè e forse anche Vittorio Feltri e senz'altro la Mussolini e la De Gerolamo e la Brambilla e quella manciata di deputate che si definisce le amazzoni azzurre. Queste sono ferme al tempo di quando giocavano coi puffi. Che se avessero continuato a giocarci e ci giocassero ancora oggi sarebbe pure meglio. Per dire dei suoi amici.
 E senz'altro brinderà anche qualcuno di insospettabile come  Crozza e Vergassola. Giusto per dirne due, che qualcun altro c'è senz'altro. Avranno ancora di che scrivere per far ridere gli abitanti del Bel Paese. Ma per loro è lavoro: sono pagati un tot a risata.



giovedì 30 agosto 2012

Bersaglio mobile: noia fissa. C'è Giuliano Ferrara.

Il faccione perennemente sorridente di Enrico Mantana, chissà che avrà mai tanto da ridere, ha fatto da contorno all'ultima puntata di Bersaglio Mobile. La trasmissione era dedicata ad un tema leggerino, di quelli da prendere sotto gamba in una calda estate: la trattativa tra Stato e mafia e già che c'erano il ruolo giocato nei recenti sviluppi dal Presidente della Repubblica . Ospiti: Giuliano Ferrara, Antonio Di Pietro, Emanuele Macaluso e Marco Travaglio. Con l'intermezzo del deputato Francesco Boccia che per la verità ha avuto il grande merito di dare sostanza al proverbio: un bel tacer non fui mai detto.
Puntata noiosa oltre ogni dire e soprattutto un film già visto mille volte dove gli interpreti principali e sostanzialmente unici, sono Marco Travaglio e Giuliano Ferrara. Essendo Emanuele Macaluso, migliorista d'antan e simpatizzante craxiano nella parte della bella statuina mentre Antonio Di Pietro, al solito, minaccia d'andarsene ma resta e si fa bellamente insultare senza rispondere, al lato pratico, da quello che si firma elefantino. Chissà se i sindacati africani ed indiani dei pachidermi sono al corrente dell'indebita appropriazione. Ogni razza ha diritto a veder tutelata la sua dignità.
Le parti sono quindi assegnate: Marco Travaglio gioca il suo solito ruolo di snocciolatore di articoli della costituzione e del codice penale, di comunicati stampa, di dichiarazioni ufficiali e di sentenze di tribunali di vario grado nonché di documenti ufficiali e Ferrara, che di nome fa Giuliano come l'imperatore romano apostata (sarà il caso di nomen omen ?) fa il solito suo ovvero l'elefante nel negozio di porcellane. Unica novità l'abbigliamento di Giuliano Ferrara: scarpe da jogging, pantaloni color vinaccia (che in milanese si dice trasù de ciuc) camicia azzurrina, con lo sbottono d'ordinanza, e giacca azzurra, maldestro tentativo di imitazione del look di Oscar Giannino. Barba mefistofelica con pizzo sgangherato e fuori misura. Per il resto noia mortale.
Del tema, la trattativa tra Stato e mafia, nella sostanza non si è trattato, in compenso si sono sentiti i soliti mantra.
Giusto come nota di colore va detto che l'elefantino ha voluto dare un tocco di ulteriore volgarità al suo già ricco palmares con nuove espressioni. Peraltro non sempre originali.
Quindi nei suoi interventi, sempre prolissi, divagatori e quasi mai sul punto in questione come succede dal barbiere e nei bar, nell'ordine ha detto che: i magistrati sono fottuti carrieristi, (indicando nella fattispecie il presente Di Pietro, che ha iniziato ammuina (di andarsene), come capo partito, quindi Luigi de Magistris come sindaco di Napoli e Michele Emiliano come sindaco di Bari. Ha anche detto che qualche magistrato gioca pure a destra, dimenticando di citare il presidente del senato Renato Schifani. Ma vabbè. Poi su pressione di Mentana ha ritirato il fottuti ma ha lasciato il carrieristi. E Di Pietro si è ritenuto soddisfatto. Beato lui). Quindi ha definito gli interventi di Travaglio come comizi che gli hanno rotto i cogl … e dunque rivolto al sorridente Mentana l'ha apostrofato con ma che  caz.... di conduttore sei, poi inebriato del suo dire se ne è uscito con non esiste il reato di trattativa Stato-mafia. Oibò, forse nessuno aveva mai pensato che questo fatto potesse accadere, ma senz'altro qualcosa di poco legale in una simile relazione pericolosa senz'altro c'è. Quindi già che c'era ha aggiunto che la magistratura è pazzotica ma anche troppo furba, e che sarebbe disposto ad andare in vacanza con Stalin. Infine ha definito Il Fatto Quotdiano come il giornalino di Gianburrasca. Che detto da uno che dirige un giornale che tira 15000 copie (1) e ne vende effettivamente poche migliaia (roba che anche il giornaletto della parrocchia accanto ne vende di più) e che sopravvive grazie al contributo di 2.985.120,88€ (2) che lo Stato magnanimamente elargisce, è stato un tocco di involontario umorismo. By the way Il Foglio riceve questo importo sotto la voce “contributi ad imprese editrici di quotidiani o periodici organi di movimenti politici trasformatesi in cooperativa entro e non oltre il1° dicembre 2001 (3) E anche questo è umorismo.
Per completezza di informazione Il Fatto Quotidiano ha una tiratura media di 110.667 e un totale di copie vendute (e pagate) di 55.926. A occhio e croce più di dieci volte di quelle del il Foglio. E non gode di contributi.
Ora la domanda è: perché Giuliano Ferrara? Soprattutto se si vuol fare della televisione seria.

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(3) art.153 legge 388/2000


domenica 3 giugno 2012

Zio Benny, o perbacco, come la mettiamo con le parole di Cristo?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: "Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli. Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà."

Il pezzo va avanti dicendo poi degli ipocriti che pregano  ritti nelle sinagoighe (intendendo le chiese) e dei digiunatori un tanto al chilo, che smaniano dalla voglia di farsi notare  ma queste due citazioni ci torneranno utili per intero in altre prossime occasioni. Più che certo. Con l'aria che tira  oltre Tevere. 
Incredibile dictu (questa volta non c'è bisogno di traduzione poiché l'intera Bossi family è fuori gioco) la citazione ci viene pari-pari dal Vangelo secondo Matteo 6,1-6.16-18. Ovviamente non deve essere uno dei pezzi più gettonati  in quel del Vaticano se Benedetto XVI ha sentito la necessità di far comunicare che elargirà una vera elemosina (nel senso che è una miseria) alle popolazioni terremotate dell'Emila-Romagna.  
Mons. Erminio De Scalzi 
Benedetto XVI, con simpatia chiamato zio Benny anche se non facciamo parte dei giro degli atei devoti di Giuliano l'apostata Ferrara, nel compiere l'atto della elargizione non ha voluto davanti a sé alcuna tromba, si è molto più modestamente accontentato di monsignor Erminio De Scalzi (cosa vuol dire il destino nel nome) che di lavoro fa il vicario episcopale a Milano. Cosa ciò voglia dire non è ben chiaro poiché Milano è sede di curia, arcidiocesi e dispone niente-popò-di-meno che di cardinale che è anche arcivescovo, che è come dire un vescovo che vale il doppio. Sciambola. A proposito di cumulo delle cariche. 
E sopratutto di fiducia: tra controllati e controllori. Per l'occasione sarebbero da citare altri versetti dei vangeli ma tant'è...
Il conquibus che zio Benny devolverà traendolo dalle donazioni per la sua beneficenza personale è, udite udite di 500 mila euro.a orecchio il valore di un appartamento di quattro  stanze con cucina abitabile, due bagni e cantina, in zona semi centrale a Milano. Che rapportato al disastro di cui si parla lascia a bocca aperta. Un po' tiratino, zio Benny.
Anche perché la cospicua somma sarà distribuita ai vescovi di ben cinque, diconsi cinque, città: Mantova, Modena, Ferrara, Carpi e Bologna (1). Speriamo che non sia troppo.
E' vero che un vecchio popolare adagio emiliano-romagnolo recita: piutost che nient s'è mei piutost (piuttosto che niente è meglio piuttosto). Ma dato che l'annuncio è stato dato con paterna e clericale modestia davanti a una gran folla di fedeli (850mila/1milione a seconda delle fonti) e, sopratutto, a beneficio di innumerevoli media nazionali ed esteri, il piutost avrebbe dovuto essere mediaticamente più interessante.

ps. zio Benny Santità, anche a Lei, gratis, lo stesso consiglio dato a Formigoni: cambi consulente di comunicazione. Per 2000 anni avete comunicato bene (ahinoi), vi state disunendo sul finale?

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(1) il messaggero http://www.ilmessaggero.it/flashnews.php?file=2012-06-03_103780250.txt del 3 giugno 2012 alle ore 14,16 

lunedì 16 gennaio 2012

Giuliano Ferrara: innamorato pazzo.

Nel 1981 Castellano e Pipolo curarono la regia, ma anche il soggetto e la sceneggiatura, di un filmino leggero leggero dal banalotto titolo di “innamorato pazzo”. Per poter aspirare a un qualche successo arruolarono Adriano Celentano e Ornella Muti.
Nel film Adriano è follemente innamorato di Ornella e per lei fa pazzie come andare in giro con un bizzarro costume da bagno, lanciarsi in iperbolici tuffi(1) e già che c'è straparla dicendo cose del tipo: “ … No, ma il ragionamento tante volte mi coinvolge anche in cose che non dovrei sapere, e così ragionando scopro che capisco meglio di quelli che ne sanno di più, che però in questo caso ne saprebbero meno, in quanto io ne so il doppio.”
Il nome del personaggio è Barnaba Cecchini.
A poco più di trent'anni di distanza Giuliano apostata Ferrara ha deciso di imitare Barnaba Cecchini. Strafacendo e straparlando.
Già una volta, ballando, s'è messo in mutande, per fortuna nostra, solo metaforicamente, altre volte ha straragionando parlando del suo incommensurabile “amore”.Certo il suo amore non ha le chiome fluenti di Ornella Muti e neppure le sue lunghe gambe e neppure gli occhi azzurri e neppure tutto il resto. Anzi a ben guardarlo l'amore di Giuliano apostata Ferrara è piuttosto bruttarello: bassino, orecchie enormi, gran nasone, bocca sproporzionata, capelli trapiantati e soprattutto si chiama Silvio Berlusconi.
D'accordo che nessuno è perfetto ma qui si esagera un tantinello.
L'ultima prova del suo folle innamoramento Giuliano l'ha dimostrata due giorni fa (2) su “il foglio”, quotidiano che ha la tiratura di un giornaletto parrocchiale e un numero di lettori pari a quello di chi legge gli ingredienti, la composizione e le calorie della cedrata ma, in compenso, sovvenzionamenti statali che superano i tre, diconsi tre, milioni di euro l'anno. (3)
Nell'articolo di fondo, firmato con la sagoma di un elefantino colorato di rosso, probabilmente in omaggio alla familiare tradizione comunista (4), l'amato bene è stato fatto segno di parole infuocate. E, come accade agli innamorati, senza senso.
Già il titolo la dice lunga: “Il cavaliere torni a stupire l'Italia”. Ma come? Non ci ha già stupiti e in taluni casi addirittura instupiditi, abbastanza?
Nei quasi vent'anni, non ha saputo battere neanche questo record a cui teneva tanto, non è stato capace di mantenere una, che sia una, promessa che avesse un qualche vago senso per il paese. Se si scorre il contratto con gli italiani, quello firmato da Bruno scalda-lato-b Vespa, c'è da rimanere a bocca aperta tra il velleitarismo delle affermazioni e la pochezza del realizzato.
Ma dato che gli innamorati non hanno freni inibitori voilà il giulianone lanciarsi a scrivere: “Ecco che Berlusconi qualcosa potrebbe fare in una situazione come questa: non la minaccia di staccare la spina ma far correre una ventata di energia politica nuova, decisiva, necessaria”
Sbalordimento: ma se tutta la sua energia politica nuova è consistita nel fare cu-cù alla canceliera Merkel e nell'esercitarsi in elaborate prestazioni in quel dell'olgettina, che altro potrebbe immaginare?
E quindi l'amoroso prosegue con un “... (Berlusconi dovrebbe) dare un orizzonte alla politica democratica: parlare, dire la verità ...” Ma se il cavaliere, con qualche macchia e probabilmente anche qualche paura, dicesse la verità, ve l'immaginate voi dove lo si troverebbe?
E poiché le fesserie degli innamorati sono come le ciliege e vanno due a due eccone un altro paio: step 1: “(Berlusconi dovrebbe) impegnarsi per un patto di riforma seria del sistema sollecitarlo e costruire un orizzonte credibile e responsabile per la ripresa e il rilancio della democrazia offuscata.” Ma chi? Lui, l'autore dell'editto bulgaro contro Biagi, Luttazzi e Santoro vederlo nelle vesti del rilanciatore credibile (sì credibile) e resposnsabile (sì responsabile) della democrazia offuscata proprio non ce lo vediamo. E se qualcuno di voi se lo immagina merita l'oscar dell'allucinazione a secco.
Step 2: “Può diventare il padre nobile e forte di una nuova e definitiva stabilizzazione proporre lui una fase di coesione nazionale e praticarla in nome di riforme di sistema e di un progetto per il futuro”. Questa è veramente sublime .
Immaginare Berlusconi nelle vesti di padre nobile sarebbe come vedere Tex Willer bere una birra con Mefisto o Eva Kent che tradisce Diabolik con l'ispettore Ginko. Inimmagibabile.
Per l'appunto.
Eccetto che per un innamorato pazzo.

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(1) per chi volesse vedere il film http://www.youtube.com/watch?v=15I0OqCAmT8
(2) Il foglio 15 gennaio 2012
(4) Giuliano è figlio di Maurizio Ferrara storico direttore dell'Unità e parlamentare comunista, la madre, Marcella De Francesco, fu partigiana gappista e segretaria gappista di Palmiro Togliatti