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lunedì 8 gennaio 2018

Elezioni 4 marzo: rodomonte Salvini se ne andrà a braccetto con Mastella.



Prima non voleva essere l’arca di Noè del centrodestra. Ha insultato tutto e tutti, ma poi le elezioni si vincono coi voti e chiunque porti voti è ben accetto, anche Lupi, anche Zanetti. Tutto fa brodo: anche Mastella.

Mastella all'opera sui banchi di un governo qualsiasi
Non è certo che tutti se lo ricordino, ma il segretario della Lega, Salvini Matteo, ha passato diversi mesi a dir male dell’ex alleato e ora acerrimo avversario, Angelimo Alfano. E con lui di tutta la sua truppa: Lupi, Formigoni, Barbara Saltamartini e Pietro Langella che però ha fatto una ulteriore capriola carpiata doppia per finire con Verdini. Cosa vuol dire quando si ha il fisico. Oltre a dirne male aggiungeva anche che mai si sarebbe accompagnato a simili personaggi. Si intende che non si parla di persone ma di politica. 
Quando a Berlusconi venne l’idea della cosiddetta quarta gamba, dopo Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia al Matteo scoppiò l’orticaria e subito schernì l’idea: «Un conto è la quarta gamba, ma qui l’alleanza sta diventando un millepiedi.» Anche se l’idea di lanciare bordate contro qualcun altro che non fosse il solito Renzi lo stimolava. Poteva fare il Savonarola anche in casa sua. Un po’ di verginità nuova non fa mai male. E quindi agli alfaniani ormai privi di Alfano disse che la coalizione di centrodestra «non era l’arca di Noè » A cui il Lupi rispose con due battute una peggio dell’altra. La prima:«a Salvini ricordo che Noè sull'arca accolse solo animali» Facile immaginare le sghignazzate private e semipubbliche. Che doppiò con un altrettanto infelice: «Stia tranquillo, non appartenendo alla categoria, anche se mi chiamo Lupi, noi sulla sua di arca non abbiamo nessuna intenzione di salire. Anche perché non c'è nessun diluvio e lui non è certamente Noè.» Mentre invece tutti sapevano (e sanno) che quello di salire, arca o non arca, per garantirsi almeno uno strapuntino in corridoio, era (ed è) l’ambizione massima di tutta quella schiera. 
Trattandosi non di gamba ma di millepiedi ecco saltar fuori tra altri allegri personaggi della prima repubblica, uno che a vederlo mette subito simpatia: Clemente Mastella, quello che si definì il Moggi del parlamento, forse per via di deputati comprati e venduti. Quello che dopo aver fatto cadere un governo di centrosinistra di cui faceva parte ed essersi fatto un po’ di purgatorio, è tornato in corsa riuscendo a farsi eleggere sindaco di Benevento con 7416 voti. E al disprezzo salviniano rispondeva:«sei un mezzo leader, Ma chi te vole, hai perso anche a Varese “ – e aggiungeva -  Mai con Salvini.»  Anche se mai è parola ardua da dire.
Comunque per mettere una pietra tombale sull’argomento il Salvini ha dichiarato: «non c'è un progetto di Italia condivisa. Lupi è una bravissima persona, così come Zanetti di Scelta Civica, ma sono portatori di idee diverse dalle nostra.» Vero e dunque? 
E dunque le questioni serie si discutono a tavola, con un menu leggero leggero studiato apposta per convalescenti (tortelli di zucca, brasato, tortino al cioccolato) e dopo il caffè e l’ammazzacaffè che succede? Che la quarta gamba, nel frattempo ha cambiato nome e si chiama quarto polo, viene accettata da tutti anche dal rodomonte Salvini. Con un pannicello sulle pudenda: i tre del pranzo decideranno sulle candidature del quarto polo. Bah. Il fatto al dunque si risolve con Salvini che si  troverà seduti accanto pezzi di prima repubblica, ex sostenitori del governo di centrosinistra e saltimbanchi vari. 
Eggià perché c’è forse qualcuno che vuole rinunciare ai settemila e briscola voti di Mastella a Benevento? E a quelli dei simpatici fanciullini di Comunione e Liberazione e magari anche a quei due o tre che sono rimasti impigliati con Scelta Civica? La risposta è semplice: no. Aggiungendo sottovoce: non è conveniente. E allora avanti come se nulla fosse perché la convenienza è importante: è il maggior plus dei supermercati.

domenica 19 marzo 2017

18 Marzo 2017: muore Chuck Berry, Alfano fonda Alleanza Popolare, la nazionale di rugby perde.

Con Chuck si sono shakerati nel ballo milioni di ragazze e ragazzi (e adesso anche di vecchietti). Era una leggenda da vivo lo sarà di più da morto? Alfano chiude il Nuovo Centro Destra ed apre Alleanza Popolare neanche fosse una pizzeria però non sarà “nuova gestione”. La nazionale italiana di rugby conquista con sudore e fatica il suo dodicesimo cucchiaio di legno e la settima Whitewash
 (imbiancata).


Il 18 marzo di quest’anno è caduto di sabato che a dire di Giacomo Leopardi è la più bella giornata della settimana pregna com’è delle tante aspettative per il dì di festa. Dal cilindro delle tante notizie quotidiane ne spuntano tre che di bello hanno poco e in comune ancora meno: Angelino Alfano fonda un nuovo partito, la nazionale di rugby chiude la sua partecipazione al Sei Nazioni all’ultimo posto e al di là dell’oceano muore Chuck Berry. Non necessariamente si deve vedere una correlazione tra i tre fatti anche se, per le note considerazioni sulla complessità, il battito d’ali di una farfalla sul mar della Cina può scatenare un tornado nel middle west americano. Con questo non si vuol considerare la fondazione del nuovo partito di Angelino Alfano alla stregua di  battito d’ali di farfalla. Si farebbe torto alla farfalla e sarebbe irrispettoso ancor prima che imperdonabile.

La notizia più seria  e importante è la morte di Chuck Berry. Di nome in verità faceva Charles Edward Anderson per l’abitudine che hanno quelli del sud di rimpinzare i nuovi nati di tanti nomi che poi condensano in un brevissimo funny name.  Accadde così anche a Jean-Louise Finch detta Scout protagonista di Il buio oltre la siepe. Chuck aveva novanta anni, che non sono pochi, e ha suonato e composto fino all’ultimo. Non ne aveva bisogno poiché già da vivo era una leggenda, ma lo faceva lo stesso. Con Jerry Lee Lewis ed altri è stato tra i padri fondatori del roch ‘n’ roll vera rivoluzione da cui derivano tutte le correnti della musica pop. Senza di lui non ci sarebbero stati gli Animals, gli Stones, i Beatles e tutti gli altri a seguire. Emozionanti i suoi duetti con Tina Turner, Keith Richards, John Lennon, Eric Clapton. Come talvolta succede ai mortali ha avuto diverse disavventure giudiziarie e, come si fa negli Usa, le pagò tutte con il carcere e multe salate. Roba da non credersi per gli italici parlamentari. Comunque con la sua musica milioni di ragazze e ragazzi si sono shakerati nei più disperati balli e si sono divertiti come pazzi. Adesso lo fanno ancora, ma da vecchietti. Many thanks Chuck.

Al dunque Angelino ha chiuso Ncd (nuovo centro destra) ed ha aperto Ap che sta per Alternativa Popolare. Un semplice cambio di insegna, come qualche volta si fa con le pizzerie, dove però si aggiunge anche un adesivo con la scritta “nuova gestione”. Nel caso di Alternativa Popolare invece neanche quella è nuova. Oltre ad Alfano ci saranno i soliti dioscuri, gli ex Forza Italia che non hanno voluto mollare il posto di ministro o sottosegretario quando i berluscones sono usciti dal governo, non uno di più ma, considerando quelli tornati all’ovile di Arcore, qualcuno di meno. Eminenza grigia dell’operazione Maurizio Lupi, che la sa lunga avendo studiato dai preti e frequentato l’oratorio. Ex demo(ne)cristiano. È lui che, orologio alla mano, detta i tempi della fondazione. Il nuovo partito non sarà di destra e neanche di sinistra ma solo di centro. Non andrà a sinistra, ma neanche a destra: resterà fermo dov’è. Nel vuoto pneumatico. È così sgombro di contenuti il nuovo partitino che i grafici, per connotarlo in un modo purchessia, nel logo ci hanno infilato un cuore. Il che è come dire che Alleanza Popolare ama sè stessa.   Almeno lei.


La nazionale italiana di rugby, su diciassette partecipazioni al 6 nazioni ha conquistato il suo dodicesimo cucchiaio di legno, trofeo appannaggio della squadra ultima classificata e settima Whitewash (imbiancata) che si merita chi arriva ultimo senza aver vinto neanche una partita. Alleluya. Un cronista del Corsera ha scritto che andare a vedere la nazionale italiana di rugby è come andare all’opera: si sa già come finisce ma si vuol solo vedere come cantano. Il risultato è quasi scontato e quindi, talvolta, la consolazione è sapere che contro i big di questa disciplina si possa solo contare sul “miglior peggior risultato”. Espressione che può nascere solo nella nazione dei Moro e dei Rumor, ahinoi. Il rugby evidentemente non è sport italico: si deve vincere tutti insieme e non uno solo, la palla va sempre lanciata indietro e alla conquista della meta partecipa tutta la squadra. Di filosofia italica non c’è quasi niente. Però ci si ostina a partecipare e questa è la sola buona notizia.

martedì 15 novembre 2016

Berlusconi si mangia Parisi

Svergognamento pubblico di Parisi da parte di Berlusconi. Nello scontro Parisi-Salvini solo questioni personali. Alla domanda:«Compreresti un’auto usata da quest’uomo?» Parisi ha risposto sì. Da chi ha passsato trentadue anni passati ad occupare poltrone ci si aspetta più comprensione del contesto. Ha iniziato nel centro studi della Cgil. In quota socialista.


E così il vecchio caimano si è pappato anche l’ultimo ovetto della sua nidiata: Stefano Parisi. Oddio i caimani dovrebbero cibarsi di anfibi, uccelli marini e pesci, specialmente di boccaloni, ma al caimano andare a caccia fuori dal suo ben protetto territorio non è mai piaciuto e poi per dirla tutta non ne è neanche capace. Quando l’ha fatto per poco non ci ha lasciato le penne. Pardon le squame.

Ad occhio e croce il caimano si è già sbaffato altri tre aspiranti caimanini, nell’ordine: Casini, Fini e Alfano, i primi due volevano fargli le scarpe mentre al terzo mancava il quid e con Parisi arriva al quarto. Come dire che non c’è due senza tre e il quattro vien da sé. Senza contare tutti quegli altri minori che con mirabili giochi di sponda ha, di volta in volta, innalzato e affossato nelle stanzette delle cene eleganti. Ma non si può tenere la contabilità di tutto.

Il Parisi Stefano è stato liquidato in diretta durante la trasmissione Radio anch’io, con una frasetta tanto maligna quanto vigliacca che d’altra parte questo è lo stile. In sostanza il Berlusconi Silvio s’è limitato a registrare con fare notarile: «Non ci sono rotture definitive ma scontri personali Parisi sta cercando di avere un ruolo nel centro destra ma avendo questa posizione di contrasto con Salvini credo che questo ruolo non possa averlo.» Dove nell’ordine ha detto che, primo: non si tratta di politica e tanto meno di visioni strategiche sul futuro dell’umanità o più modestamente del mondo, quanto poi a weltanschauung neanche a parlarne. Che poi per spiegarne e soprattutto farne capire il senso ci vorrebbe la pazienza di Giobbe. Quindi come dire baruffe da comari per obiettivi, ad essere leggeri, miserabili. Secondo: il Berlusconi la mette come se il Parisi si fosse autocandidato ad avere un ruolo nel centrodestra. Che tanto valeva dire che il Berlusconi ha dovuto patire le insistenze del Parisi cui ha accondisceso solo per pura bontà d’animo. Raccontano in verità le cronache che invece sia accaduto il contrario: che il Berlusconi abbia condotto una serrata corte al manager, ex sinistra socialista, finché questi non ha ceduto correndo per la poltrona di sindaco a Milano . E, terzo ed ultimo: da oggi il dottor Parisi può con certezza sentirsi scaricato. Il tutto raccontato con l’aria del vecchio nonno che guarda l’evolversi di un mondo che non ha mai frequentato né conosciuto.  In altre parole lui, il Berlusconi si presenta come innocente anima candida. Come ha sempre fatto ogni volta che ha dovuto giustificare fallimenti: la colpa è sempre degli altri. Come ti sbagli.

E fin qui da stupirsi, per dirla con onestà, c’è poco, il Berluconi ha abituato gli italici a vederlo giocare su tavoli diversi e sempre con l’aria di quello che è capitato lì per caso e che per bontà d’animo si assume la responsabilità di salvare l’umanità tutta. Quindi su questo versante sorpresa zero. Poco perplette anche il fatto che scafati politici, Casini, Fini ed Alfano ci siano cascati: l’ambizione chiude gli occhi anche ai più smaliziati. Mentre invece fa restare allibiti che abbia abboccato come un pesce uno dell’esperienza di Parisi che da quando aveva 28 anni, era il 1984, non ha fatto altro che occupare ruoli apicali passando da una segreteria all’altra di Ministeri (Lavoro, Esteri, Poste) e di Dipartimenti (prima Affari Economici  e poi Informazione ed Editoria della Presidenza del Consiglio e via dicendo) e del collegio sindacale della RAI. E come non bastasse è stato City Manager a Milano e poi Direttore Generale in Confindustria dove si battè (ex sinistra socialista, nota bene) per l’abrogazione dell’articolo 18 e quindi AD in Fastweb, advisor in Royal Bank of Scotland e Ceo in Chili Tv. Il tutto in solo una trentina d’anni. Ha del miracoloso.

E allora tutto sommato al Parisi lo svergognamento pubblico (altro termine più appropriato ma meno educato sarebbe da usare) gli sta anche bene perché pare proprio che quei trenta e briscola anni passati a ballare  da una poltrona all’altra sempre con il grado di “capo” non gli abbiano insegnato granché. E quando gli han fatto la domanda: compreresti un’auto usata da quest’uomo, ha dato la risposta sbagliata. Verrebbe da dire "lo sventurato rispose". A capire che la proposta di fare il federatore era una fregatura ci voleva poco. Così come ci vuol poco a capire che Forza Italia non è una monarchia assoluta ma la sommatoria di baronie che si bilanciano tra loro. E il monarca è tale non per forza propria ma per la sommatoria di debolezze altrui.


Quasi ci si dimenticava di un dettaglio: Stefano Parisi ha iniziato nel centro studi della Cgil, in quota socialista. Ovviamente. Cigliegina sulla torta.

sabato 25 giugno 2016

La Corte Costituzionale dice sì alla bambina con due mamme. Bene per adesso ma quando sarà adolescente?

Va bene l’interesse del minore nella fase dell’infanzia e della pubertà, ma questo interesse sarà lo stesso in quella dell’adolescenza? Avere due mamme può essere uno svantaggio per una ragazza. Chi se la sente di affrontare due suocere?L’adozione a tempo potrebbe essere una soluzione. Bene comunque che abbia trionfato il buon senso con buona pace di Alfano e company.

Una bambina con due mamme
E così la Corte Costituzionale ha stabilito in modo inequivoco che in una coppia dello stesso sesso la figlia o il figlio biologico di uno dei due partner può essere adottato anche dall’altro.  L’ha fatto, ovviamente, da par suo e cioè in punta di diritto considerando e ponzando sia sulla legge cosiddetta Cirinnà sia su quanto precedentemente la giurisprudenza aveva già fatto suo e , a fortiori ratione, rientra addirittura nel senso comune. Che proprio perché comune questo senso sfugge alla comprensione di Angelino Alfano e della sua piccola congrega, così come a personaggi di indubbia levatura e caratura come il Gasparri Maurizio o il Giovanardi Carlo, giusto per portare ad esempio due dall’acuminato sapere. 

Il senso comune vuole che in una disputa che veda coinvolto un minore il giudizio debba tener conto dell’interesse di questo e di null’altro. Ora detto così può parere fin troppo facile ed ecco allora la motivazione, orpellata come si conviene, che la Consulta, mai così benemerita, ha scritto: «Si rileva che la legge del 20 maggio 2016, numero76 (regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze) entrata in vigore il 5 giugno, non si applica, ratione temporis, ed in mancanza di disciplina transitoria, alla fattispecie, dedotta in giudizio.» Il che, chiarissimo per il Gasparri ed il Giovanardi, tradotto per i comuni mortali, significa che la legge sulle unioni civili non c’entra in modo alcuno con la decisione se far adottare un bimbo oppure meno alla compagna (nel caso specifico) della mamma o al compagno del papà. E questo in base alla legge 184 del 1983 che disciplina le adozioni in generale. La qual legge 184 stabilisce che nel processo adottivo va tenuto conto dell’interesse del minore che è prevalente rispetto a quello degli adulti. E fin qui a parte quelli dall’acuminato sapere ci si poteva arrivare facilmente. E quindi evviva che anche la Consulta ci sia arrivata. Evviva Evviva.

Però, come in tutte le grandi questioni che toccano la summa del pensiero e della vita c’è anche un però. In termini pratici l’interesse del minore non è dato una volta per tutte, come sempre, non è che la briscola sia la stessa ad ogni partita. Il minore evolve nel tempo e il suo interesse, che deve prevalere sempre su quello dell’adulto, può anche cambiare di segno. Ed arrivare pure al suo opposto. Quindi se è lecito oltre che ragionevole, pensare che una bimbina, intesa qui come sineddoche,  di tre, ma pure di quattro e foss’anche nove anni abituata a vivere con due mamme veda nel suo interesse essere adottata da quella che non l’ha partorita, la stessa cosa con uguale facilità non può essere data per assodata nel momento in cui questa passa dalla pubertà all’adolescenza. Poiché l’interesse di una adolescente è di molto diverso da quello della bimbina che fu. L’adolescenza è quella fase della vita nella qualle all’affermazione «Di mamma ce n’è una sola» di solito risponde «E meno male»

Una adolescente già soffre di suo la presenza di una sola mamma, asfissiante, impicciona e ficcanaso quanto basta, figurarsi cosa significhi per lei combattere e difendersi da due dello stesso genere che per definizione hanno le stesse caratteristiche essendo ambedue mamme. Si provi un po’ a ricordare il risveglio del mattino e la ciabatta “educativa” e si moltiplichi il tutto pr due. Se già è difficile nascondere il diario ad una, che al confronto Sherlock Holmes è un pivello, diventa  missione impossibile, nasconderlo a due. Senza contare poi il controllo pre uscita fatto doppio, il dover mostrare d’avere indossata la condottiera due volte, nonché sottostare al doppio interrogatorio in fase di rientro. E il doppio controllo sulle date fatidiche. E anche la doppia spiegazione del perché piaccia quel ragazzo e non quell’altro e alla fine doversi sorbirsi il doppio predicozzo sui fatti della vita. Per non dire del doppio racconto e del doppio pianto per le pene d’amore. Uno strazio. Che se si passa la vita stressate dai genitori e angariate dai figli (se ci saranno) la prima parte con due mamme deve essere assolutamente mortale. 

Senza dire degli effetti collaterali che colpiscono chi per sua ventura si trova a gravitare intorno a questa bizzarra famiglia e che magari di mamma ne ha una sola (beato). Questo non si capaciterà di dover sottostare allo sguardo indagatore delle due mamme della fidanzata. E delle doppie critiche. Problema mica da ridere. Quanti in coscienza avrebbero l’ardire di affrontare due suocere? E dover trangugiare la famosa zuppa della suocera che poi sono due? Cioè anche due zuppe? E magari essere costretto a chiamare entrambe mamma con l’incredibile situazione di averne addirittura tre? Detto seriamente potrebbe essere addirittura causa di divorzio per crudeltà mentale. Senza contare che: quanto può essere viziato un bambino con tre nonne?
Tutto ciò considerato varrebbe la pena che qualcuno dei sonnolenti parlamentari considerasse con la dovuta serietà la questione e sollevasse le fondamentali obiezioni di merito fino alla proposta di  legiferare sul fatto che l’interesse del minore con due mamme lo si debba considerare “a tempo”.  E dunque vada rinegoziato, come il debito di Roma, considerandolo variabile dipendente dall’età dell’adottato.
Comunque bene che la Corte Costituzionale sia intervenuta per rendere il buon senso parte integrante del diritto con tanto di sentenza. Non capita spesso.


martedì 5 aprile 2016

La Boschi come D’Alema, Alfano come Maroni e Renzi come Craxi. Poi ci sono anche gli italiani.

La Boschi si nasconde dietro i poteri forti, ma non dice (come D’Alema) chi siano. Angelino sulle orme di Maroni farà gettare 300 milioni, non sono ancora gli 800 a cui arrivò il leghista ma con l’esperienza si farà. Renzi invita all’astensione avendo davanti l’esempio di Craxi di cui sta imitando gli atteggiamenti. Come noto l’avventura politica di Bettino non finì bene.

La storia, ma più spesso la cronaca, ha talvolta il gusto amaro di ripetersi. Lo fa con la perfidia del piacere masochista: andare alla ricerca delle minchionate più trucide per periodicamente ripresentarle. Se han goduto i primi possono godere anche i secondi e magari pure altri a venire. Non c’è che fare è da sempre che si gira in questo modo e cambiare verso vien difficile. Soprattutto a quelli che han raccattato qualche beneficio proprio dal grido «cambiare verso.» Che poi il verso è rimasto lo stesso.

Maria Elena nel senso di Boschi e Massimo nel senso di D’Alema, a quando si dice, non si amano, anzi di detesticchiano. Uno con l’aria che vuol essere sprezzante ed è solo caricatura l’altra invece sempre in atteggiamento da secchiona. Hanno qualcosa però che li unisce: i poteri forti. Una minchionata. Logica ancor prima che politica. La dizione “potere forte” è una tautologia. Un potere se non è forte che potere è. Difficilmente si sono visti in giro poteri deboli. Passi per D’Alema, inventore dell’allocuzione, che non ha finito l’università e quindi mostra qualche lacuna, ma la Boschi laureata in giurisprudenza dovrebbe ben saperlo. Anche se, come ha tenuto a raccontare, della razza sua è la prima che ha studiato. Alla Guccini. Che ci siano questi poteri forti i due lo sbandierano ma chi siano e dove stiano non lo dicono. Praticamente come l’araba fenice. Anche perché la Boschi sta al governo come un pezzo da novanta della lega delle cooperative, fino all’altro giorno aveva come collega un’industriale, Confindustria è sdraiata sulla linea, che poi è la sua, i favori fatti ai manager delle banche sono millanta, sui petrolieri manco a dire e i media nella grande maggioranza sono renzincensanti. Quindi chi rimane fuori? Non che la situazione fosse diversa quando al governo c’era Massimo LeaderPd. In quell’epoca c’era chi diceva: «Se parlassero in inglese sembrerebbe di entrare in una merchant bank» che è stato un bel complimento, volendo, fatto da uno che di potere se ne intendeva.  Senza contare che qualche azienda, magari dell’orbita  Finmeccanica, chissà se rientra nei poteri forti, detestava al punto il Massimo da far pubblicità sulla rivista della sua fondazione. E nella foga della difesa la Maria Elema fa qualche scivolone. Come quando dice a La Stampa:«posso sbagliare, ma mai in malafede» Grave errore. Il concetto di sbaglio presuppone la buona fede altrimenti non si chiama sbaglio ma inganno o peggio truffa. Giusto per dirne due. Così come, più appropriatamente allo stesso modo. si definisce l’errore quando in malafede.

Angelino Alfano ha molte cose che lo differenziano da Roberto Maroni: è siciliano mentre l’altro è lombardo, è alto mentre l’altro è bassotto, è un ex democristiano mentre l’altro faceva l’extraparlamentare, si veste con un certo gusto mentre l’altro sembra sempre infilato in un sacco, è mancino e l’altro no. Poi i due hanno anche alcune cosucce in comune: sono stati alleati nel centro destra hanno scaricato il loro mentore, hanno occupato, in tempi diversi, e con la stessa qualità, il posto di ministro degli interni. Non ultimo amano sprecare i soldi degli italiani. Come? Moltiplicando le giornate elettorali. Il Maroni riuscì a far sprecare all’incirca 800 milioni facendo tenere due referendum (400 mio per volta) in giorni diversi da altre consultazioni elettorali che cadevo nello stesso periodo. La prima volta, nel 2009, il referendun sul Porcellum che non raggiunse il quorum , fu piazzato tra il primo ed il secondo turno delle amministrative. La seconda fu nel 2011, referendum su nucleare ed acqua, per timore del quorum non fu accorpato alle elezioni che coinvolgevano la metà dei comuni italici. Quella volta al Maroni e agli altri furbetti gli andò male: persero il referendum e pure le amministrative. Ora ci riprova l’Angelino la spesa pare sia inferiore, solo 300 milioni che magari potrebbero essere utilizzati per riparare scuole o strade o piccole infrastrutture, magari proprio in Sicilia. E invece no, quando uno ha inaugurato un filone di minchionate subito trova emuli.

Anche il giovine Matteo Renzi si è iscritto alla lista dei replicanti di minchionate. Ha preso come esempio nientepopodimenoche Bettino Craxi, per intenderci quello che invitò gli italiani ad andare al mare invece che votare sulla preferenza unica. Era il 9 giugno del 1991, l’inizio della fine del potere craxiano. Alleluja. Quella volta 27 milioni di elettori, il 62,6 per cento respinsero l’invito qualunquista e un po’ becerotto. 

Però la saggezza non è pianta stabile e  una volta germogliata non è detto che attecchisca. L’italico popolo è bizzarro e chissà mai che, solo per fare il bastian contrario, non decida d’esser saggio e vada a votare. In ogni caso ce ne si farà una ragione.

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http://ilvicarioimperiale.blogspot.it/2012/10/indovinello-ha-fatto-buttar-via-800.html

venerdì 25 marzo 2016

Twitter monopolizzato da politici e giornalisti

Politici e giornalisti sono i maggiori utilizzatori di Twitter. Spesso sbroccano con affermazioni maschiliste Zucconi e Feltri , altre volte sono esegeti di banalità Maroni e Alfano, altre ancora non sono che i ritweet di messaggi di altri che hanno il solo pregio di essere per loro elogiativi Veltroni.

Vittorio Zucconi: Virginia Raggi espone in tv argomenti ai quali 
Giachetti difficilmente potrà rispondere. Non c'è partita.
A voler fare una stima si direbbe che la stragrande maggioranza degli utenti italiani di Twitter siano politici e giornalisti. Almeno in termini ponderati ovvero di quantità di tweet per singolo cranio. Ci potrebbe anche stare se i tweet dicessero qualcosa di interessante e non si limitassero a ricicciare sempre le solite banalità, ovviamente ben condite di retorica. Sarebbe bello se scrivessero cose di peso e soprattutto di pensiero. Taluni, per non dire quasi tutti, ritengono che disporre solo di centoquaranta caratteri implichi il fatto che cervello e mani sulla tastiera non debbano necessariamente essere collegati. Evvabbé. La mancanza di fantasia impera sovrana
A prendere un giorno a caso , come dire gli ultimi due o tre giorni, c’è da mettersi le mani nei capelli. In questa breve carrellata si può partire con un Vittorio Zucconi d’annata. Lui ce l’ha con i grillini, a prescindere. A leggere il nome di un esponente del M5S perde il senso della ragione e talvolta anche del ridicolo e carica a testa bassa, neanche fosse un toro davanti al capote. Eccolo allore commentare la foto (a fianco) di Virginia Raggi  con un classico del pensiero trucido maschilista: «Virginia Raggi espone in tv argomenti ai quali @bobogiac Giachetti difficilmente potrà rispondere. Non c'è partita» Al confronto Guido Bertolaso sembra un estremista del femminismo. Poi sempre per rimanere sul suo argomento preferito twitta «Accelera la normalizzazione del M5S guidato da Casaleggio, sempre più una DC con lo sconto. Al centro, grillini!» Viene normale pensare che quando al centro volevano andarci D’Alema e Veltroni e Napolitano e adesso Renzi i suoi alti lay non si levarono. Ma la coerenza non è di questi giorni. Ammesso che sia mai stata.
Anche i giornalisti non scherzano, ad esmpio Myrta Merlino: «Uno dei kamikaze di #Bruxelles era stato arrestato, ma poi liberato. Aggiungere un commento sulla magistratura belga. Io allibisco.» Evidentemente  non ha memoria di quando i gendarmi nostrani dopo l’arresto di Riina dimenticarono di perquisirne il covo. Per fortuna non abbiamo il monopolio dei poliziotti tarlucchi, qualcuno lo lasciamo anche agli altri. Quindi che dire di Roberto Maroni: «Ho incontrato oggi il nuovo questore di Milano Antonio De Jesu. Gli ho garantitola massima collaborazione per la sicurezza dei cittadini» E che gli voleva dire? Che l’avrebbe boicottato? Per rimanere in ambito partiti ecco un fulgido esempio del Partito Democratico: «#Roma @orfini 'Difendiamo i poteri forti? E' vero, per noi poteri forti sono i cittadini romani' #RaggiAmari» I cittadini romani, dice? Quelli che sono invitati a disertare il prossimo referendum?
Naturalmente non può mancare un frizzante Angelino Alfano:  «A #Bruxelles la reazione, la decisione, la commozione»  L’anacoluto è il suo pane e burro quotidiano. Ben accompagnato dalla sua ex compagna di partito Deborah Bergamini che digita l’originale:«Regeni, governo deve pretendere la verità» Un twiter alla viva la mamma, che se ne sente la mancanza. Ci sono anche i ritwittatori seriali come Walter Veltroni e Erasmo D’Angeli che sembrano sappiano leggere ma non scrivere il che, data la situazione, probabilmente è un vantaggio. Mentre Vittorio Feltri scrive in proprio e con la consueta leggerezza twitta: «Urge equo canone su uteri in affitto» Questo si commenta da solo. Naturalmente non può mancare Mario Adinolfi: con un tonante «Estirpare le colonie del male» cioè: viva la mamma.
Oltre alle categorie banalità-volgarità-niente-da-dire c’è anche quella dei presenzialisti: twittano solo per raccontare all’universo mondo che saranno da qualche parte in televisione a dire qualche cosa.
Qui mancano i fondamentali twit di Maurizio Gasparri, Fabrizio Rondolino, Alessandra Mussolini, Renata Polverini, MassimoLeaderPD (D’Alema) e altri del loro tipo, solo  perché sono molto selettivi e spesso bloccano la lettura dei loro twitter ai  follower quando si dimostrano irriverenti. E questo la dice lunga sulla loro agilità mentale.



sabato 21 marzo 2015

Per Lupi è l’ora, se ne va, ma non molto lontano.

Ripete di non essere inquisito il che è vero. Però alcune cose non si fanno solo perché non si devono fare. Lo si spiega ai bambini quando si mettono le dita nel naso. Certi regali poi, direbbe Holiday Golightly fanno un po’ cafone. Quanto a competenza: pochina.

E così Maurizio Lupi, il terrone di Baggio come si autodefinisce, ha dato le dimissioni. Per prendere questa epocale decisione ci ha messo solo 72 ore, ha tenuto a precisare, omettendo però di fare il puntuale computo del numero degli spintoni che si son resi necessari per convincerlo. Ma giunti a una certa età si è soggetti ad amnesie, e questo ci sta. Unici suoi difensori sono stati un’altra dimissionaria da ministro, la De Girolamo nota per la famosa frase: «Fagli capire chi comanda, mandagli i controlli …» e un vecchio ex socialista di sinistra, otto legislature e un passaggio attraverso la P2, cioè Fabrizio Cicchitto. Volendo o potendo si poteva scegliere di meglio.

Comunque, ha tenuto a dire Lupi, «Me ne vado a testa alta». E' una battuta retorica buona come qualsiasi altra di quella fatta in quelle circostanze. Oggettivamente si poteva cercare qualcosa di un filino più originale, ma è anche vero che ad ascoltarlo non c’era quasi nessuno. Quindi inutile sprecare le energie e il costo di un buon ghostwriter. Ciò che maggiormente colpisce è come il protagonista non colga gli elementi portanti sia sotto l’aspetto formale che sostanziale dell’intera vicenda. Che per il conseguimento della laurea un ragazzo riceva un orologio è normale, se a regalarlo sono i nonni che di solito per i nipoti stravedono. Ci sta anche che sia un amico di famiglia, basta che non appartenga al gruppo di quelli che ricevono dal papà tanti e ben remunerati,incarichi di lavoro e soprattutto  che il papà non sia un amministratore di cosa pubblica. Che poi il regalino sia un pataccone d’oro che Holiday Golightly, protagonista di Colazione da Tiffany, bollerebbe come  «un po’ cafone» è nello stile della storia. E solo per non far demagogia si omette di dire che per pagarlo ci vogliono otto o dieci mesi del salario di un laureato precario. I figli si sa sono piezz e core e chi non si darebbe dà da fare per loro? Ma per il combinato disposto di cui sopra meglio non chiedere a chi vive degli appalti del ministero di papà. Trincerarsi poi come unico dato di bravura del giovane virgulto dietro il 110 e lode lo espone solo a perfide ironie.. Così come val poco ripetere a mo’ di mantra: «Non sono inquisito», che magari per scaramanzia si dovrebbe aggiungere, almeno sottovoce, un bel «per il momento». Anche perché mettere dei blocchi al corso della storia o alla provvidenza, non è prudente.

D’altra parte il Lupi Maurizio non ha capito che, come spiega Wittgenstein, alcune azioni non si fanno semplicemente perché non vanno fatte. È come quando si dice ad un bambino che non si deve mettere le dita nel naso: perché? Perché non è bello. Tutto qui. Ma forse è un azzardo pensare che Lupi abbia mai sfogliato qualcosa del filosofo austriaco troppo preso a leggere Tempi, il settimanale di Comunione e Liberazione di cui peraltro detiene quote azionarie.  Eppure qualche campanello avrebbe dovuto sentirlo suonare come quando, nel febbraio del 2014,assieme ad altri cinquecento parlamentari, c’era pure Gasparri che pare sbadigliasse, papa Francesco tenne un sermone lungo il giusto sui sepolcri imbiancati i farisei e la corruzione. Con la scusa di essere un prete che viene da dove finisce il mondo e con qualche difficoltà con l’italiano Francesco ha mischiando passato e presente lanciando più di un avvertimento. Chissà che in Vaticano già non si sapesse qualcosa. Si sa mai. C’è chi su quelle parole ci scherzò sopra e adesso ha tempo di meditarle stando al fresco.  E qualcosa di simile Francesco ha ripetuto quando ha incontrato (5 marzo 2015) gli ottantamila di CL dove invitava «ad essere liberi».

Però per essere liberi bisogna sapere e a dar ascolto alle registrazioni Lupi Maurizio pare non avesse idea di dove stesse lavorando, si fa per dire, e cosa stesse facendo: non distinguere una strada da una ferrovia vien difficile anche alla signora Maria. Per non dire della sua più completa ignoranza sui costi che invece la signora Maria di solito ha sulla punta delle dita.

Ha finito il suo discorso l’ex ministro Lupi Maurizio dicendo che la politica si può fare anche stando dai banchi del parlamento e la cosa è suonata vagamente minacciosa poi ha aggiunto che andandosene rafforza il governo. E magari qualche perfido avrà pensato che se lo imitassero anche Madia, Boschi, Alfano e Orlando, tanto per i dire i primi quattro che vengono in mente questo sarebbe un governo fortissimo. Vuoi mai mettere che qualcuno non ci pensi.

In ogni caso Lupi Maurizio se ne va, sì, ma solo un poco più in là. Pare sia già pronto per lui il posto di capo dei deputati di Ncd spostando Nunzia De Girolamo a chissà che. In fondo per fare il capogruppo la competenza necessaria è minima. Prudenza però vorrebbe di attendere lo sviluppo e magari anche la fine dell’evento. Se qualche filo del sistema Incalza verrà a scucirsi, che ci si spera proprio, si avrà ad un bel rimescolamento di carte e quando questo dovesse accadere verrà poi difficile chiamarsi fuori.  Che dimettersi due volte di fila sarebbe sì originale ma anche bruciante.

venerdì 28 novembre 2014

Chi contro Renzi? Nessuno, uno, centomila.

Le ricerche dicono che l’approccio personalistico venga vissuto come concretezza. Ma lo affermavano prima delle ultime elezioni regionali. Adesso, sembra, che il leader lontano sia più debole del leader vicino. Se Renzi non sembra avere un avversario tra i big nazionali degli altri partiti forse ne può trovare centomila tra quelli locali.

Pirandello senz’altro apprezzerà il titolo. già di suo amava il paradosso e perdonerà pure che sia utilizzato, un po’ stiracchiato, per una questione non così importante e filosofica come la comprensione del proprio essere.  Al dunque questa è la domanda che attanaglia la stragrande maggioranza dei commentatori politici, giornalisti, conduttori di talk show e magari anche qualcuno degli elettori. Che trovarli in questi giorni diventa pure difficile.

Chi contro Renzi? Fino ad oggi la risposta sembra essere:«nessuno» Non viene in mente alcun nome nell’attuale panorama politico che sembri in grado di contrastare l’asfaltatore. Anche i più giovani come Fitto o come Alfano o come Cattaneo, sembrano non vecchi ma addirittura decrepiti: sono lì già da una vita. Da troppo tempo girano nel fantastico mondo della politica. Gli altri fanno parte del paleolitico. E Renzi di tutto questo se ne fa una ragione come peraltro  del dissenso del sindacato e anche della scarsa affluenza alle urne. E probabilmente si è fatto una ragione anche che il suo governo esista e che i sondaggi dicano che se si votasse adesso lui, nonostante il calo di consensi, vincerebbe alla grande. Quindi chi contro? Nessuno.

Però qualcuno episodicamente ci prova a lanciare una candidatura. Magari a titolo personale. E qui entra in ballo l’uno pirandelliano. «Uno» è Salvini e «uno» è Passera. Qualche settimana addietro ha fatto una fugace apparizione come «uno» anche Diego Della Valle. Adesso è in ombra ma magari poi riappare. Cuperlo, Civati e Fassina forse hanno il buon senso di non considerarsi un «uno» che poi a stare a strascico se ne guadagna. Però, però. c'è Salvini, è come Bossi tutta demagogia nazionalpopolare o, lui lo preferirebbe, federalpopolare. E le sue cento felpe sono lì a dimostrarlo. E’ un Bossi in formato giovane, sguaiatello, senza competenze, già bollato in Europa come «assenteista» e definito da Maurizio Ferrara semplicemente  «un attaccamanifesti.» E Ferrara è uno che di patacche se ne intende non foss’altro per quelle che sostiene da trentanni e più. Data dalla sua conversione a Craxi

C’è anche Corrado Passera  che, lo ha dichiarato ufficialmente, si candiderà come aspirante premier per il centrodestra o i moderati o comunque per quelli non di sinistra. Si porta dietro, ahilui, non pochi “peccati mortali”: essere stato ministro del governo Monti e prima ancora amministratore delegato di banche che di loro non hanno un bel posizionamento nell’immaginario collettivo. Ma non solo: ha passeggiato anche con i capitani coraggiosi che hanno affossato Alitalia, facendola pagare ai contribuenti. Precedenti pesanti per presentarsi come il garante del bene comune. Forse se ne possono trovare di meglio. Ma si vedrà.

Le ricerche, però, dicono che nell’attuale contesto l’approccio “personalistico” pare funzionare e che sia anche considerato un elemento di concretezza. Ma le ultime elezioni in Emilia-Romagna suonano diversamente: non si va a votare per il leader regionale, lontano,  ma ci si sposta per quello locale:il sindaco. Lui lo si conosce e si sa cosa può fare e cosa no. Come dire che i centomila del territorio possono sparigliare. Che senz’altro è cosa che piacerebbe a Pirandello. Potrebbero i «centomila», se i singoli territori ne avessero la voglia e magari anche un po’ di capacità, connettersi e fare rete. E allora magari ogni singolo potrebbe mandare a Roma il politico che conosce meglio e di cui si fida. Che poi sarebbe un vincere facile: centomila contro uno solo. Si vince a mani basse. Lo dice anche la pubblicità.
La domanda è: chi si candida a fare da federatore dei centomila?


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venerdì 29 novembre 2013

I governi passano e i peracottari restano.

Nulla di nuovo sotto il sole del Belpaese. Se prima a ricattare il governo era uno solo adesso sono in sette. Le tasse cambiano di nome ma sono sempre loro. Chi ha tanti debiti con fisco viene esentato dal pagare le multe mentre chi è alla canna del gas viene perseguitato. E poi c'è Roberto Cota ha il dono dell'ubiquità. Che non riesce neanche a papa Francesco.


Chissà perché ridono.


E così Silvio Berlusconi ha lasciato, insalutato ospite dopo vent'anni, il Parlamento della Repubblica e se ne è tornato ad Arcore. Non potrà più fregiarsi del titolo di senatore e neanche di quello di onorevole pure se qualcuno sostiene che una volta ottenuto lo si mantiene per sempre. A vita. Neanche fosse un marchio indelebile come quello che i cowboy stampavano sulle cosce dei vitelli. Ma questo sarà solo il primo dei titoli che perderà infatti a ruota non potrà più dirsi neanche cavaliere, lo era del lavoro. Questo titolo Berlusconi Silvio, l'aveva acquisito col “sudore della sua fronte”, come dice Daniela Santanchè. Cosa vuol dire l'umorismo. Da oggi Berlusconi Silvio è solo presidente: del A.C. Milan e di Forza Italia che poi è come dire la stessa cosa. Lui è il padrone di entrambi. Sic transeat gloria mundi.
A seguito di questo fatto, che non avrebbe potuto che accadere in Italia (altrove i politici per molto meno si sono dimessi), il partito di Forza Italia ha lasciato la maggioranza ed è passato all'opposizione. Ovviamente chiedono l'apertura della crisi di governo.
Per Enrico Letta non è un problema. Anzi aver perso una maggioranza quasi bulgara a favore di una risicata che al senato si regge su soli sette voti fa il suo governo più forte. Lui dice. Se prima era ricattato da uno solo con tanto di nome e cognome, Silvio Berluconi ora invece lo è da sette picchi qualsiasi che potranno giocare col governo ai quattro cantoni. In ogni caso perché il messaggio sia chiaro il Vicepresidente del Consiglio, Angelino Alfano, il segretario «a cui manca il quid », la definizione è di Berlusconi, ha ricordato che «Abbiamo parlamentari sufficienti per tenere in vita il governo, ma anche per farlo cadere.» Neanche a dirlo. Nel frattempo Napolitano che è stato la levatrice di questa bella idea delle larghe intese ha ricevuto i falchi di Forza Italia e pare abbia convenuto che una qualche discontinuità c'è stata e che questa deve essere ratificata dal parlamento. E tutto questo dopo soli sette mesi. Il prossimo lunedì Enrico Letta salirà al Quirinale per fare due chiacchere con Napolitano. Conditeor deo onnipotenti
By the way i sottosegretari di Forza Italia, Micciché a parte dato che lui prende ordini solo da Dell'Utri, per ora stanno ancora ai loro posti di governo poi si vedrà. Magari anche loro passano al Nuovo centrodestra o si fingono tecnici. Kirieleisson
Per rendere la storia più appetitosa ci sono i fatti che riguardano il Paese. Tanto per cominciare l'Imu che non si chiama più Imu ma Iuc, sembra il nome di un chewingum, nel 2014 si pagherà anche sulla prima casa. Anzi la pagheranno anche i più poveracci che fino ad ora non l'avevano mai pagata. Quindi le due rate di Imu non pagate nel 2013 saranno in parte saldate surrettiziamente sotto mentite spoglie e in parte palesemente. Habemus papa.
Ma poiché lo sceriffo di Nottingham ha fatto storia ecco che il governo, che è sempre a caccia di denari che i monaci cercanti al confronto sembrano degli scialacquatori, decide di rottamare i ruoli di Equitalia che tradotto in soldoni significa che chi ha grandi debiti con lo Stato non pagherà gli interessi. E c'è da scommettere che non pagherà neppure i debiti. Pare si tratti di poche persone e di poche aziende ma non si dice quante e neppure quanto debbano nel complesso. Maradona, nel senso di Diego Armando è tra questi deve una bazzecola: 40 milioni di cui all'incirca 34 milioni di interesse. Naturalmente la soluzione del contenzioso con i gestori del gioco d'azzardo è di là da venire. Deo gratias.
Poi per fortuna c'è il Pd. Sia Renzi che Cuperlo hanno deciso di incalzare il governo:«deve fare di più.» lo dicono come se loro passassero di Lì per caso e non fossero parte in causa. Complimenti. A Renzi che chiede una maggiore aderenza dell'esecutivo all'agenda del Pd risponde Fassina Stefano, ex dalemiano e poi ex bersaniano e poi giovane turco fino ad essere cuperliano, dicendo che non si può perché questo è un governo di coalizione. E quindi per logica conseguenza si adotta l'agenda degli altri. Gloria in excelsisi deo.
Se Roma sta male non è che le periferie godano, Nel consiglio di comunale di Roma si menano e lo stesso accade in quello della regione Piemonte dove si scopre che il digrignante Roberto Cota ha una passionaccia per il Bar Francia, capita che ci vada anche tre volte al giorno. E una volta ha pure offerto il caffè alla scorta spendendo 5€ e qualche centesimi. Crepi l'avarizia. Altre volte prendeva il caffè lì e poii subito dopo di corsa a Bruxelles. Insomma, sostiene la Guardia di Finanza, pare che abbia anche il dono dell'ubiquità. Cosa questa che non riesce neanche a papa Francesco. Forse Roberto Cota è Nembo Kid travestito.
In compenso saltano i risarcimenti per la strage di Bologna e il processo per i fatti di Viareggio dopo quattro anni è finalmente approdato alla seconda udienza. Velocità supersonica. Naturalmente Enrico Letta sparge solidarietà a piene mani, tanto non costa ed è vicino alle vittime di quella insensata strage, ovviamente stando ben lontano. Per soprammercato il governo non si costituisce come parte civile. Che volere di più dalla vita. Ite missa est



lunedì 7 ottobre 2013

Letta ed Epifani: l'’irresistibile voglia di perdere del Pd.

Epifani e Letta: come dare una mano a Berlusconi. Invece di fare quelli che godono quando gli avversari litigano pensano bene di metterci pure il dito. Che non si fa mai tra moglie e marito. Evidentemente hanno dimenticato gli insegnamenti delle loro nonne. O non li hanno mai capiti. Ipotesi più facile. Poi ci si mette anche il diavolo che fa le pentole e talvolta anche i cuperli. 


 I proverbi, si sa, sono da sempre la saggezza dei popoli e un partito che si definisce democratico e con velleità di essere pure popolare della saggezza dei proverbi dovrebbe fare tesoro. Magari per trarne ispirazione per vincere qualche elezione politica qua e là e per sconfiggere, come si usa dire, politicamente il terribile Silvietto Berlusconi.
Che poi sarebbe quel rodomente invincibile che nell’ultima settimana se l’è passata proprio brutta e che se non fosse per la sua spregiudicata abilità di piazzista che gli consente di cambiar faccia come la gente normale si cambia i pedalini non oserebbe più uscire di casa.

Nel contesto dell’ultima settimana, per intenderci quella nella quale Angelino Alfano e i suoi prodi hanno racimolato il coraggio per ribellarsi al padre padrone del Pdl, due sono i proverbi a cui avrebbero dovuto indirizzarsi e prendere ispirazioni i dirigenti del Pd. Il primo tra quelli individuati e suggeriti, che magari ce ne sono anche di meglio, suona così: «tra i due litiganti il terzo gode». Il proverbio che di suo è vecchissimo e dice, per renderlo esplicito a quelle raffinate teste d’uovo del Pd che magari con simili antiche arguzie non hanno dimestichezza che a trarre vantaggi quando due persone litigano assai spesso è un estraneo. E questa era proprio la situazione perché rispetto ai litiganti, intendendosi con ciò identificare le due, che poi sotto traccia sono di più, fazioni che si sono combattute così ferocemente nel partito berlusconiano, il Pd è proprio estraneo. Pure se evidenti tracce di berlusconismo albergano anche all’interno di questo che più che un partito assomiglia ad accrocchio di ex partiti, Pci e Dc in primis poi seguiti da rimasugli di altri, dove la gente, per non chiamarle correnti, stanno insieme solo perché sanno che singoli varrebbero assai meno di un bel niente. Ma questa è un'altra storia.

Il secondo proverbio recita: «tra moglie e marito non mettere il dito» che in soldoni sta a significare che non è bello e nemmeno facile entrare nelle dinamiche tra due persone (schieramenti in questo caso il che rende la cosa ancor più problematica) che si vogliono bene, o tale si son voluti. Anzi è auspicabile non entrarci proprio e lasciare che le cose se le sistemino tra loro. Quindi zitti e mosca. Meglio ancora girare la testa dall’altra parte e fare, almeno, finta di non sentire e di non ascoltare.

Quindi, in sintesi, che c’è di preferibile che guardare sornioni e soprattutto senza proferir parola mentre nella parte avversa se le danno di santa ragione e sono proprio lì lì per arrivare ad una rottura clamorosa che nell’immediato sarebbe devastante e sul futuro metterebbe, per loro, delle belle ipoteche al peggio? E invece no. Ecco che con più che intempestiva alzata d’ingegno nella giornata di domenica sia il Presidente del Consiglio sia il segretario, pro tempore, del Pd, nell’ordine sono Richetto Letta e Guglielmo Epifani, per chi non se ne fosse accorto, hanno deciso di mettere lingua. Che invece avrebbero fatto bene a mordersela. E magari anche tanto. E quindi quasi l’avessero preparata, nel giro di brevissimo se ne escono dicendo che «sì sarebbe proprio giusto e bello se quelli del Pdl si dividessero e formassero diversi gruppi parlamentari per dare ancor più ,marcatamente sostegno al governo». Quel governo che il capo del Pdl voleva far cadere per sperare se non di salvarsi le terga almeno di dilazionarne l’abbrustolimento.

Già perché gli interventi che nelle intenzioni dei due, ma dove li vanno a prendere i leaders quelli del Pd?, dovevano essere un endorsement, cioè un sostegno, si è trasformato in un boomerang. Infatti in quattro e quattro otto ecco ricompattarsi, anche se poi è solo cosa formale questo è chiaro, il fronte avverso. Con tutti, da Gaetano Quagliariello a Fabrizio Ciccchitto, a dire che le cose interne al Pdl se le gestiscono quelli del Pdl e che non c’è nessuna necessità di rompere alcunché. E che quindi quelli del Pd pensassero ai casi loro, che ne hanno a sufficienza, e non si intromettessero che il centrodestra sa da sé come si fa il centrodestra. E che pure la smettessero perché quello operato da Alfano and company non è stato un tradimento e non voleva esserlo ma un atto svolto per il bene del Paese. Eccoli quelli del Pd serviti di barba e capelli. Che in verità non hanno ne gli uni ne gli altri.

Ma poiché il diavolo fa le pentole e qualche volta anche i cuperli ecco Gianni Cuperlo, che forse a causa dell'essere dalemiano ha strette relazioni con le scempiaggini, uscirsene di lunedì mattina, quindi a reazioni Pdl già esposte ed acclarate, a ripetere la stessa tiritera. Che se si fosse stati all'asilo Mariuccia anche i più tardi tra i pulcini avrebbero capito che sarebbe stato meglio lasciar cadere l’argomento ed occuparsi d’altro. Magari dello scambio delle figurine dei parlamentari non inquisiti. A questo punto è stato necessario l’intervento di Franceschini Dario, neanche fosse Talleyrand, per metterci una pezza. A che punto si è ridotti.
Matteo Renzi sul tema è stato zitto con ciò dimostrando che talvolta i boy scout sanno quando sfregare i bastoncini per fare il fuoco e quando invece no.