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mercoledì 15 gennaio 2020

Craxi: santo subito


Preparata da anni è in atto la beatificazione del cinghialone Bettino Craxi. Da Martelli passando per Berlusconi fino ad arrivare a Renzi. Dibattiti, reportage e anche film. Coas di meglio.



E dai e dai e dai alla fine ci si sta riuscendo: il processo per la beatificazione di Craxi è partito alla grande: reportage, articoli, iniziative varie. Presto l’avremo sugli altari laici della toponomastica. Quindi aspettatevi piazza Craxi . Viale Craxi e magari, in un impeto di modestia anche qualche vicolo Craxi. Così va il mondo.

Condannato per finanziamento illecito e corruzione ha tentato di difendersi con la puerile giustificazione del “così fan tutti”. Come dire: reato comune mezzo gaudio o mezza assoluzione. Non sempre i proverbi l’azzeccano.

Adesso tutti a dire che grande politico sia stato e tra gli agiografi  nientepopodimeno che un maĵtre a penser del livello di Silvio Berlusconi che il cinghialone, come lo definì il Feltri Vittorio, lo ha     ben beneficiato con tre decreti legge sulle televisioni ricevendone in cambio, si dice, si mormora, si bisbiglia, ma la calunnia si sa è un venticello, ci sia stata una bella tangente miliardari. Così come fu, dicono sempre le malelingue, anche per il mega affare edilizio di Milano2 e seguenti. PierPaolo Pasolini direbbe “io so ma non ho le prove”. Ma Pasolini non c’è più. E poi ovviamente il Martelli Claudio, come ti sbagli, delfino o trota ante litteram. E giù giù fino all’ultimo acquisto in questo campo: il Renzi Matteo che per arrivare fin lì è partito dalla Margherita e transitato per la segreteria del Pd   Adesso tutti a dire che grande statista fosse il Craxi Benedetto in arte Bettino. Quello che  tagliò di tre punti la scala mobile guarda caso proprio nella notte di San Valentino, una piccola strage contro le buste paga dei lavoratori. Ma tant’è. Ci vollero poi quattro anni per recuperare quel taglio. Del cinghialone, così lo appellava il Feltri Vittorio  si ricorda con soddisfazione il nuovo Concordato in cui il Vaticano rinunciava a che quella cattolica continuasse ad essere religione di Stato in cambio dell’8 per mille sulle dichiarazioni IRPEF. L’8 per mille, si sa, val bene una rinuncia. Ovviamente. By the way alla Chiesa Cattolica vanno non solo gli importi liberamente assegnati dargli, ma anche quelli che non vengono conferiti ad alcuno;  questi anziché essere un risparmio per lo Stato diventano un ulteriore costo. Sic transeat glori a mundi. 

E si ricorda anche la buona situazione economica, che peraltro era favorevole a livello internazionale, ma si tende a raccontare, sottovoce, che in quegli anni decollò anche la spesa pubblica. I guai di oggi partirono anche da lì.  E ci fu la Milano che era da bere ovvero corruzione a go-go e il mariuolo Mario Chiesa non era solo anzi. Poco si parla del conto protezione che, si dice, per la gran parte serviva a mantenere l’apparato del partito anche se qualcosa, e si trattava di miliardi di lire, rimaneva attaccato a qualche mano e di solito quelle del padrone ne afferra la più parte. Craxi ammise il finanziamento illecito, ma non la corruzione: che è come dire che i finanziatori illeciti altri non erano che buoni samaritani che elargivano in cambio di nulla. Una bella favola, ma che agli smaliziati vien difficile credere. Peraltro l’associazione partito socialista uguale ladri era di sentire comune. Riempì il partito di nani e ballerine e le scenografie dei suoi congressi erano sempre più megalomaniche. 

Il vignettista Forattini lo disegnava con la camicia nera e gli stivaloni di Mussolini cui talvolta negli atteggiamenti assomigliava. Per il Craxi Bettino si inventò i termine decisionismo, che nello scontro con gli americani funzionò almeno nella base di Sigonella. In seguito verrà il celodurismo di Bossi. Anche lui condannato per truffa ai danni dello Stato e, guarda il caso, parte di quei denari sono finiti per spese personali della famiglia del senatore.  Se non è zuppa è pan bagnato. Adesso non resta che attendere l’uscita del film Hammamet e le prossime puntate del processo di beatificazione per cui buona settimana e buona fortuna.

venerdì 25 marzo 2016

Twitter monopolizzato da politici e giornalisti

Politici e giornalisti sono i maggiori utilizzatori di Twitter. Spesso sbroccano con affermazioni maschiliste Zucconi e Feltri , altre volte sono esegeti di banalità Maroni e Alfano, altre ancora non sono che i ritweet di messaggi di altri che hanno il solo pregio di essere per loro elogiativi Veltroni.

Vittorio Zucconi: Virginia Raggi espone in tv argomenti ai quali 
Giachetti difficilmente potrà rispondere. Non c'è partita.
A voler fare una stima si direbbe che la stragrande maggioranza degli utenti italiani di Twitter siano politici e giornalisti. Almeno in termini ponderati ovvero di quantità di tweet per singolo cranio. Ci potrebbe anche stare se i tweet dicessero qualcosa di interessante e non si limitassero a ricicciare sempre le solite banalità, ovviamente ben condite di retorica. Sarebbe bello se scrivessero cose di peso e soprattutto di pensiero. Taluni, per non dire quasi tutti, ritengono che disporre solo di centoquaranta caratteri implichi il fatto che cervello e mani sulla tastiera non debbano necessariamente essere collegati. Evvabbé. La mancanza di fantasia impera sovrana
A prendere un giorno a caso , come dire gli ultimi due o tre giorni, c’è da mettersi le mani nei capelli. In questa breve carrellata si può partire con un Vittorio Zucconi d’annata. Lui ce l’ha con i grillini, a prescindere. A leggere il nome di un esponente del M5S perde il senso della ragione e talvolta anche del ridicolo e carica a testa bassa, neanche fosse un toro davanti al capote. Eccolo allore commentare la foto (a fianco) di Virginia Raggi  con un classico del pensiero trucido maschilista: «Virginia Raggi espone in tv argomenti ai quali @bobogiac Giachetti difficilmente potrà rispondere. Non c'è partita» Al confronto Guido Bertolaso sembra un estremista del femminismo. Poi sempre per rimanere sul suo argomento preferito twitta «Accelera la normalizzazione del M5S guidato da Casaleggio, sempre più una DC con lo sconto. Al centro, grillini!» Viene normale pensare che quando al centro volevano andarci D’Alema e Veltroni e Napolitano e adesso Renzi i suoi alti lay non si levarono. Ma la coerenza non è di questi giorni. Ammesso che sia mai stata.
Anche i giornalisti non scherzano, ad esmpio Myrta Merlino: «Uno dei kamikaze di #Bruxelles era stato arrestato, ma poi liberato. Aggiungere un commento sulla magistratura belga. Io allibisco.» Evidentemente  non ha memoria di quando i gendarmi nostrani dopo l’arresto di Riina dimenticarono di perquisirne il covo. Per fortuna non abbiamo il monopolio dei poliziotti tarlucchi, qualcuno lo lasciamo anche agli altri. Quindi che dire di Roberto Maroni: «Ho incontrato oggi il nuovo questore di Milano Antonio De Jesu. Gli ho garantitola massima collaborazione per la sicurezza dei cittadini» E che gli voleva dire? Che l’avrebbe boicottato? Per rimanere in ambito partiti ecco un fulgido esempio del Partito Democratico: «#Roma @orfini 'Difendiamo i poteri forti? E' vero, per noi poteri forti sono i cittadini romani' #RaggiAmari» I cittadini romani, dice? Quelli che sono invitati a disertare il prossimo referendum?
Naturalmente non può mancare un frizzante Angelino Alfano:  «A #Bruxelles la reazione, la decisione, la commozione»  L’anacoluto è il suo pane e burro quotidiano. Ben accompagnato dalla sua ex compagna di partito Deborah Bergamini che digita l’originale:«Regeni, governo deve pretendere la verità» Un twiter alla viva la mamma, che se ne sente la mancanza. Ci sono anche i ritwittatori seriali come Walter Veltroni e Erasmo D’Angeli che sembrano sappiano leggere ma non scrivere il che, data la situazione, probabilmente è un vantaggio. Mentre Vittorio Feltri scrive in proprio e con la consueta leggerezza twitta: «Urge equo canone su uteri in affitto» Questo si commenta da solo. Naturalmente non può mancare Mario Adinolfi: con un tonante «Estirpare le colonie del male» cioè: viva la mamma.
Oltre alle categorie banalità-volgarità-niente-da-dire c’è anche quella dei presenzialisti: twittano solo per raccontare all’universo mondo che saranno da qualche parte in televisione a dire qualche cosa.
Qui mancano i fondamentali twit di Maurizio Gasparri, Fabrizio Rondolino, Alessandra Mussolini, Renata Polverini, MassimoLeaderPD (D’Alema) e altri del loro tipo, solo  perché sono molto selettivi e spesso bloccano la lettura dei loro twitter ai  follower quando si dimostrano irriverenti. E questo la dice lunga sulla loro agilità mentale.



martedì 25 agosto 2015

Agosto da mese rosso a rosa pallido.

Monsignor Galantino dà fuoco (metaforico) alle polveri e il Feltri Vittorio ci butta benzina agosto si presenta come un mese rosso, rivoluzionario. A tuonare ci si mette anche il plurimiracolato ministro Martina. Poi Bagnasco (omen nomen) annacqua tutto.

C’è una convenzione, non scritta, che nel mix tempo-evento stabilisce che  i colori da usarsi siano solo due: il nero e il rosso.  Il nero si usa per le tragedie: settembre nero, per il massacro dei palestinesi in Giordania, lunedì nero, giovedì nero, venerdì nero, per il crollo di qualche borsa in giro per il mondo. Il rosso invece si usa per i moti rivoluzionari: settimana rossa, la prima che si ricordi in Italia data 7-14 giugno 1914 partì da Ancona e dalle Marche all’Emilia-Romagna alla Toscana e via a correre per lo stivale. Poi ce ne sono state molte altre negli anni a seguire e nelle località più varie. Altri colori non se ne sono usati ma mai dire mai: questo agosto offre la possibilità di ampliare la tavolozza dei colori al rosa pallido.

In verità questo afoso agosto 2015 era partito benissimo per classificarsi nella categoria dei rossi, le parole di fuoco spese a favore dei migranti e quelle al calor bianco contro i politici e poi quelle contro i prelati erano un ottimo segnale. Oddio quel che lasciava un po’ perplessi erano gli oratori. Sentire il segretario della CEI monsignor Nunzio Galantino lanciarsi in feroci e sanguinolenti affondi contro i politici che barattano manciate di voti con vite umane sferzandoli come piazzisti faceva sobbalzare. Che il segretario CEI fosse seguito a ruota dal cardinal Bagnasco, della stessa organizzazione è il presidente, che se la prende addirittura con l'ONU non faceva che rafforzare l’idea di imminente ribaltamento delle istituzioni. Ribaltamento 2.0. cioè solo virtuale. Peraltro l’anticiclone con i suoi gadget di caldo e umidità, i piedi ben piantati nella battigia e le mani occupate da bomboloni e granite o l’aria simil pura delle montagne poco invitano all’eroismo e alla voglia di descamisarsi. Meglio aspettare le mezze stagioni.

Quindi a partire col metaforico cerino pronto a far saltare la santabarbara sono stati i big della Chiesa, ovviamente questo non poteva essere e quindi ecco scendere in campo un campione della destra conservatrice, qualche volta anche bigotta, come il Feltri Vittorio. Chi l’avrebbe mai detto eccolo attaccare frontalmente il Galantino ribaltando su di lui l’insulto sanguinoso. Galantino diceva di «piazzisti da quattro soldi» e Feltri ribatte con «piazzisti da sacrestia». Una rivoluzione.

A dar manforte all’evento rivoluzionario si lancia anche il plurimiracolato Maurizio Martina che come ministro dell’agricoltura scopre l’esistenza del caporalato nelle campagne del sud Italia. Avesse guardato un po’ più la televisione almeno dal lunedì al  martedì e dato una scorsa ai giornali se ne sarebbe accorto prima senza aspettare la morte di una donna, peraltro avvenuta in luglio. Ma tant’è, ai miracolati non è chiesto molto oltre la semplice presenza.

Al dunque fino all’altro ieri c’erano le premesse per far passare questo mese d’agosto tra quelli rossi, ancorché virtuale, ma ecco il rientro nella norma: il cardinal Bagnasco (omen nomen) annacqua tutto con un’uscita prevedibile, immaginabile, ipotizzabile, possibile e probabile, riporta la barra dritta. La questione è, quasi ovviamente, quella dei diritti delle coppie omosessuali e tutto rientra nella norma.  Basta rivoluzioni evviva la conservazione. Chissà se Feltri vorrà scagliarsi contro o abbozzerà. Il Pd, al solito, si spacca tra cattolici e non, l’ex radicale ora Ncd Quagliariello (che strana fine han fatto gli ex libertari) plaude. Il mese rosso sfuma e diventa rosa pallido.

domenica 31 maggio 2015

Matrimonio gay: mons. Parolin fa la faccia cattiva della Chiesa. È gioco vecchio.

Per essere cattolici, cioè universali, bisogna saper coprire tutti gli spazi. La Chiesa di Roma in questo è maestra ha cominciato a farlo da subito: con i quattro evangelisti. E poi con Pietro e Paolo e con Francesco e Ignazio. Oggi ci sono la giustizia di padre Dolan e la sconfitta per l’umanità del cardinal Parolin.

Con la vittoria in Irlanda dei sì al matrimonio gay rispuntano nella Chiesa le doppie o triple o fors’anche le quadruple posizioni.  Da una parte don Martin Dolan e dall’altra il cardinal Parolin, Il buono e il cattivo. Il progressista e il conservatore Il primo a dire che si sia sanata «una situazione di grave ingiustizia» mentre il secondo in modo apocalittico parla di una «sconfitta dell’umanità» Come se la burocrazia degli uomini fosse di interesse per il cielo. Ma con la Chiesa questo e ben altro ancora, ci sta. Né potrebbe essere diversamente.

Il parroco, Martin Dolan, che finalmente, dopo lungo travaglio, si dichiara omosessuale e sono fatti suoi su come si relazioni con il voto di castità e il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin, che si presume sia etero e anche lui si gestirà a modo suo il suo voto, viaggiamo sotto le stese bandiere e nella stessa istituzione. E non è una contraddizione. Per lo meno in Vaticano.

Cosi come si conviene ad ogni azienda (mica solo il Pd è una ditta) per stare nel mercato con successo è necessario avere tanti prodotti quanti sono i target di consumatori che si vogliono raggiungere. La Chiesa cattolica (καθολικός significa universale) si è posta come obbiettivo primigenio di attirare a sé tutti gli uomini e le donne di qualsiasi classe e censo sociale e di ogni parte del mondo. Obbiettivo ambizioso, ma date le ascendenze vantate ci può pure stare.

Ora il punto è che gli abitanti dell’universo mondo non sono tutti uguali. Non solo per usi, costumi, eventualmente latitudine e longitudine, ma anche per senso del buon senso. Il colore della pelle qui non si cita solo perché farlo è solo stupido. Anzi le maggiori differenze si trovano proprio tra quelli che più stanno vicini e condividono praticamente tutto. Si prenda ad esempio il gruppo dei giornalisti italici, dentro c’è di tutto. Dal sulfureo Travaglio al cerchiobottista Battista, al ruvido Feltri, al fazioso Belpietro, all’ecumenico Cazzullo, al disincantato Mieli. Va da sé che per tutti questi una sola idea di Chiesa non può andare: bisogna segmentare target e offerta di prodotto. Non che per la Chiesa questa sia una novità: lo fa da sempre. All’incirca da duemila anni e spiccioli.

Ha cominciato addirittura con i quattro che hanno scritto i vangeli, segmentandoli per target: da quello esoterico di Giovanni a quello aneddotico di Marco, a quello sociale di Luca, a quello continuista, con il senso biblico,, di Matteo. E poi avanti con Pietro e Paolo: uno a far la parte del buonista mentre l’altro quella del tecnocrate. Poi a salire nel tempo ci ha riprovato con Francesco e Ignazio di Loyola fino ad arrivare ai giorni correnti con il cardinal Romero e  il cardinal Bertone. Belle differenze.

Monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, sì come si conviene ha tirato dalla papalina, con poca originalità, la posizione mediana: «non arroccarsi ma neppure accettazione acritica» che ricopia il né aderire né sabotare di socialista memoria. Di tutt’altra fatta la posizione riportata dal Corsera  di padre Brian O’Fearraigh: «Il referendum è una questione civile non religiosa e lo Stato ha il dovere di avere cura dei cittadini a prescindere dai loro orientamenti sessuali.» E che ci vuole a buttare sul tavolo un po’ di buon senso?

Senza contare che si parte sempre da quel «chi sono io per giudicare» pronunciato da papa Francesco mentre era in volo a qualche migliaio di piedi dalla terra e perciò fisicamente oltre che idealmente più vicino al suo sentimento.Insomma come dal giorno alla notte. Che se visto in sequenza alla fine non fa contraddizione. Ed è  soddisfatta l’esigenza di ogni segmento di mercato basta non guardare la cosa unitariamente ma solo a spicchi. E su questo la Chiesa ci gioca. Che lo sanno anche al di là del Tevere che la vita è un gioco.

domenica 26 aprile 2015

Vittorio Feltri e i giovani d’oggi.

La verifica delle fonti è una delle prime regole che insegnano alla scuola di giornalismo. Sarebbe ora di finirla con l’astiosa guerra di vecchi arrivati contro giovani che stanno iniziando. Anzianità e gioventù non sono valori. Qualche volta capita di sposare la figlia del capo. Aiuta.

Il 22 aprile, corrente anno, si è sparsa la notizia che molti giovani già assunti da Expo avrebbero rinunciato all’incarico nonostante una ricca paga. Cosa che in tempi di disoccupazione galoppante è quasi peggio che svuotare la cassetta delle elemosine in chiesa. I renitenti al lavoro sarebbero stati nella misura dell’80% e molti, vergogna delle vergogne, avrebbero rinunciato all’ultimo minuto. Piatto ricco per un giornalista fustigatore di costumi (altrui) e grande moralizzatore (conto terzi) nonché salace critico delle abitudini dei giovani. Indovinato: si tratta di Feltri Vittorio.

Infatti il 23 aprile, puntuale come la varicella nei bimbi tra i 5 e i 10 anni, ecco apparire su Il Giornale il giusto editoriale del succitato Feltri Vittorio. Il titolo del pezzo è quasi neutro: «Se i giovani rifiutano il lavoro e poi si lamentano» ma d’altra parte i titoli non li fa lui mentre l’incipit suona già più feltriano: «Voglia di lavorare saltami addosso.» Il prosieguo dello scritto, inutilmente lungo, riprende i soliti temi d’attacco ai giovani d’oggi.  Il tutto può essere riassunto con poche parole, ancorché non citate nell’articolo, ma al nostro piace essere originale, che suonano come bamboccioni, choosy, fanigottoni, espressione lombarda che può fare il paio con quella romana di fancazzisti, e via dicendo.

Ad aver voglia di perdere tempo e a leggere una riga sì e una no, tanto il senso non cambia, non si può non sentire ribollire il sangue nelle vene. Questi giovani moderni sono proprio degli sciagurati. Anzi, ancora di più se solo la decenza non trattenesse dal dare libero sfogo agli impulsi che agitano le tenui viscere. Poi il colpo di fulmine: i dati su cui era fondato l’articolo non sono veritieri.
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Già, nel giro di sole 24 ore è emerso un quadro totalmente nuovo. Innanzi tutto a rinunciare «sono stati il 46% non di tutti i ragazzi ma solo di due specifiche figure»,  mentre l’80% a cui il Feltri Vittorio faceva riferimento «sono le persone che non hanno superato i test o non abbiano potuto andare avanti» Come è stato chiarito l’agenzia di lavoro interinale Manpower.

Certo che per un giornalista famoso e dal sontuoso stipendio non verificare le fonti è un peccatuccio da ridere. Lo facesse un aspirante scribacchino verrebbe cacciato con ignominia facendolo ruzzolare dalle scale. Giusto pour gouter. Quella della verifica delle fonti è una nozione passata tra le prime alla scuola di giornalismo, ma tant’è.

Da sempre per i giovani farsi strada non è  facile, oltre a competenze ed abilità occorre anche un poco di fortuna che se poi, per soprammercato,  il caso ci mette una mano tutto fila più liscio. Magari farsi amare e poi sposare la figlia del capo aiuta ma è un fatto che succede raramente: non sempre infatti i capi hanno figlie e non sempre queste sono libere e non sempre s’incapricciano di un sottoposto. Però capita ed è capitato. Certo c’è anche il caso che uno zio si trovi a dirigere l'azienda o un giornale ma anche questa non è opzione di ordinario corso. Poi c’è la voglia di capire quel che succede intorno e questo è quello che dovrebbe fare un giornalista. Nel senso di un vero giornalista. Di anziani sciabolatori astiosi contro la gioventù ne son pieni i bar di ogni quartiere e di ogni paese. Da sempre. 

Si dice che in una piramide dell’antico Egitto sia stato trovato un antichissimo papiro, quasi di tremila anni fa, su cui è scritto: «i giovani d’oggi non sono più come quelli di una volta.» Quindi a ripeterlo oggi non c’è neppure il pregio della originalità. Magari ricordare che né l’anzianità né la gioventù sono dei valori ma semplicemente tappe della vita sarebbe più trasgressivo. Si sa di vecchi stolti e di giovani allocchi. In entrambi i casi non si tratta di novità.
 Per finire: comodo parlare di disoccupazione quando si sta con i piedi al caldo, la pipa in bocca e il grappino accanto.

domenica 7 settembre 2014

Renato Farina, detto l’infame (da Mentana), torna nell’Ordine.

Due anni fa l’ordine rifiutava la riammissione. Oggi invece lo fa all’unanimità. Chissà cosa è cambiato. Il Corriere dà la notizia ma non commenta. Una volta la farina del diavola andava in crusca. Adesso non più.

E così, come nelle favole, anche nella vita di tutti i giorni qualche volta c’è un lieto fine. Lo sta vivendo Renato Farina, ex vicedirettore a il Giornale, ma anche a il Resto del Carlino, ma anche fondatore di Libero,  ma anche ex agente segreto del Sismi, questo i giornalisti non lo possono fare, con il vezzoso nomignolo di Betulla, ma anche giornalista dimissionario dall’Ordine,per non essere radiato, ma anche ex parlamentare Pdl, ma anche ex giornalista in incognito con il nom de plume di Dreyfus, che per poco, grazie ai suoi articoli, Sallusti Alessandro finiva in galera,  nonché definito da Enrico Mentana:«Infame.» Beato lui. 

Chissà come se lo gusta bene il suo lieto fine che se non fosse suo sembrerebbe scritto da Frank Capra.  Ai normali di questi tempi non succede spesso di andare a sbattere contro un lieto fine. Anzi, gli va bene se riescono a non cozzare contro una lettera di licenziamento o contro una riduzione del contratto o, in anticipo sui tempi, in una influenza.

La notizia della riammissione del dimissionario è stata data dal Corriere della Sera con una colonnina che più striminzita non si poteva (giovedì 4 settembre) a pagina 9. E senza una riga di commento. Così non si corrono rischi. Si potrebbe dire a voler essere maliziosi. Ma di malizia qui proprio non ce n’è. Nella colonnina, neanche troppo piena di testo, viene però riportata l’opinione di Farina Renato che per l’ennesima volta racconta di aver fatto tutto: «in buona fede con l’intenzione di salvare il mondo.» Evvabbé. La storia è piena di gente che voleva salvare il mondo che poi sono quelli che hanno fatto più danni. Anche perché ad avere questa idea si può essere solo o martiri o pazzi e in entrambi i casi si finisce poco bene. Così insegna la storia. Chi invece se la cava in genere appartiene ad altre categorie che con i termini “buona” e “fede” hanno scarsa dimestichezza. Comunque ognuno se la racconta come crede.

Una domanda di riammissione il Farina Renato l’aveva già presentata nel dicembre 2012 ma fu respinta. In quella occasione l’Ordine motivò la decisione con il comportamento tenuto dal Farina negli anni precedenti e in particolare ricordava una sentenza di patteggiamento per la sua collaborazione con i servizi segreti. Poi all’ordine non era andata giù la furbatina delle dimissioni per evitare la radiazione e, giusto per finire, che si era bellamente impippato del divieto di esercitare la professione.  Tre bei motivi non c’è che dire. Per questo Frank Capra non avrebbe girato questo finale.

Tre giorni fa, invece, tutto sparito e anzi il ritorno del figliol prodigo è stato salutato all’unanimità. Poiché a nessuno, proprio a nessuno è venuto neanche una puntina di dubbio. Quel tanto o poco  che può portare non a votare contro ma almeno ad astenersi. E invece no. Che se uno il coraggio non ce l’ha non se lo può dare, diceva il Manzoni. Magari un commentino, nel senso di piccolo commento, su tale repentino cambiamento di sentire a neanche due anni dalla precedente sentenza ce lo si sarebbe aspettato dai giornalisti del Corsera visto che lì dentro di moralizzatori, e con valore, ce n’è più d’uno. E invece no. Chissà se sarà data adeguata pubblicità alle motivazioni per il reintegro o se queste finiranno in altre colonnine sommerse da ben più importanti pezzi. Che a quanto pare il senso della morale non sempre ha spedito corso.

Che poi a ben vedere l’articolo a firma Dreyfus nel quale si accusava un magistrato di aver costretto una minorenne ad abortire aveva poco a che fare e con la buona fede e con il desiderio di salvare il mondo. E di questo si dovrebbe, in un Paese normale, tener conto anche per evitare che il commento popolare sia: can non mangia cane. Il che non è bello.

Una volta si diceva che la farina del diavolo va tutta in crusca, ma i tempi son cambiati e anche il diavolo e la farina non sono più come quelli di una volta.