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domenica 1 novembre 2015

Il Vaticano e il caso Ignazio Marino

L’Osservatore Romano commenta con sarcasmo i recenti fatti di Roma ma non ha usato la stessa misura per quanto successo Oltretevere durante il Sinodo. Anche in quella settimana non sono mancate le farse. La solita storia dei due pesi e due misure. Ci si mette anche il cardinal Bagnasco.

Scrive l’evangelista Matteo (guarda il caso nel gioco dei nomi) a 7, 3-5 che venne raccontata una parabola su una pagliuzza e una trave. Sono passati un paio di migliaia d’anni da che la parabola fu riportata e quindi ci sta che qualcuno se ne sia dimenticato. Ci sta un po’ meno che non se la rammentino quelli che si dicono assidui lettori, nonché esegeti, del libro su cui questa è riportata. Ma, al solito, né la sincerità, vedi parabola, ne lo spezzo del ridicolo la fanno da monopolisti in questo mondo.Ne hanno data ampia prova sia l’Osservatore Romano, che avrà poi da osservare di così originale fuori dai confini dello Stato vaticano che già non sia accaduto al suo interno, sia il cardinal Bagnasco. Ma come s’è detto lo spezzo del ridicolo non la fa da monopolista in questo mondo e segnatamente nella povera Italia. Vaticano incluso.

L’Osservatore Romano ha scrittoSta assumendo i contorni di una farsa la vicenda legata alle dimissioni del sindaco di Roma, Ignazio Marino. Al di là di ogni altra valutazione resta il danno, anche di immagine, arrecato a una città abituata nella sua storia a vederne di tutti i colori, ma raramente esposta a simili vicende.» Gli ha fatto eco, come sbagliarsi, il capo della CEI, cardinal Bagnasco che spera «in una soluzione adeguata perché il Giubileo è alle porte.»

Certo analoghe parole e toni avrebbero potuto essere usati anche per commentare i fatti della settimana del Sinodo. Per esempio quando s’è sparsa la voce delle lettera firmata dai 13 cardinali o l’outing tutto mediatico del teologo ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede,. Che assomigliava più allo spot per il lancio di un nuovo libro che ad una cosa seria. Per non dire di quella simpatica chicca sul preteso tumore di Papa Francesco. Tutti sketch scritti e messi  in scena nella Città del Vaticano. L’ultimo poi è stato particolarmente esilarante: scomodare un tumore benigno, chissà perché poi benigno?, al cervello per dire che il vescovo di Roma sta andando fuori di cotenna. Queste son farse queste da fare inviadia a Groucho Marx. Che poi tutto il pacchetto possa essere di buon viatico per il Giubileo alle porte è tutto da vedere. E magari non tutti i giaculanti fedeli hanno apprezzato i lavori del parlamentino ecclesiastico che alla fine ha visto la mozione vincente prevalere per un solo voto.  Il che fa ben intendere come correnti, sottocorrenti e camarille vivano alla grande all’ombra del cupolone e quanto a mollarsi sganassoni i cardinali non siano secondi a nessuno. Con buona pace dello spirito santo che di solito si dice aleggi su quelle berrette porporate.  Altro che le minuzie che succedono nel Parlamento nazionale.


Ovviamente nulla in contrario a che la stampa estera giudichi le vicende italiche ma se lo facesse con un certo gusto la cosa non guasterebbe, Ciò che invece stupisce, ma poi neanche tanto, è che la stampa nostrana non abbia rilevato la palese scortesia e non se ne sia adombrata come qualche volta, rara, ha fatto con giornali tedeschi e inglesi. Non sarà mica il timore di perdere indulgenze a bloccare le sapide penne italiche?

martedì 25 agosto 2015

Agosto da mese rosso a rosa pallido.

Monsignor Galantino dà fuoco (metaforico) alle polveri e il Feltri Vittorio ci butta benzina agosto si presenta come un mese rosso, rivoluzionario. A tuonare ci si mette anche il plurimiracolato ministro Martina. Poi Bagnasco (omen nomen) annacqua tutto.

C’è una convenzione, non scritta, che nel mix tempo-evento stabilisce che  i colori da usarsi siano solo due: il nero e il rosso.  Il nero si usa per le tragedie: settembre nero, per il massacro dei palestinesi in Giordania, lunedì nero, giovedì nero, venerdì nero, per il crollo di qualche borsa in giro per il mondo. Il rosso invece si usa per i moti rivoluzionari: settimana rossa, la prima che si ricordi in Italia data 7-14 giugno 1914 partì da Ancona e dalle Marche all’Emilia-Romagna alla Toscana e via a correre per lo stivale. Poi ce ne sono state molte altre negli anni a seguire e nelle località più varie. Altri colori non se ne sono usati ma mai dire mai: questo agosto offre la possibilità di ampliare la tavolozza dei colori al rosa pallido.

In verità questo afoso agosto 2015 era partito benissimo per classificarsi nella categoria dei rossi, le parole di fuoco spese a favore dei migranti e quelle al calor bianco contro i politici e poi quelle contro i prelati erano un ottimo segnale. Oddio quel che lasciava un po’ perplessi erano gli oratori. Sentire il segretario della CEI monsignor Nunzio Galantino lanciarsi in feroci e sanguinolenti affondi contro i politici che barattano manciate di voti con vite umane sferzandoli come piazzisti faceva sobbalzare. Che il segretario CEI fosse seguito a ruota dal cardinal Bagnasco, della stessa organizzazione è il presidente, che se la prende addirittura con l'ONU non faceva che rafforzare l’idea di imminente ribaltamento delle istituzioni. Ribaltamento 2.0. cioè solo virtuale. Peraltro l’anticiclone con i suoi gadget di caldo e umidità, i piedi ben piantati nella battigia e le mani occupate da bomboloni e granite o l’aria simil pura delle montagne poco invitano all’eroismo e alla voglia di descamisarsi. Meglio aspettare le mezze stagioni.

Quindi a partire col metaforico cerino pronto a far saltare la santabarbara sono stati i big della Chiesa, ovviamente questo non poteva essere e quindi ecco scendere in campo un campione della destra conservatrice, qualche volta anche bigotta, come il Feltri Vittorio. Chi l’avrebbe mai detto eccolo attaccare frontalmente il Galantino ribaltando su di lui l’insulto sanguinoso. Galantino diceva di «piazzisti da quattro soldi» e Feltri ribatte con «piazzisti da sacrestia». Una rivoluzione.

A dar manforte all’evento rivoluzionario si lancia anche il plurimiracolato Maurizio Martina che come ministro dell’agricoltura scopre l’esistenza del caporalato nelle campagne del sud Italia. Avesse guardato un po’ più la televisione almeno dal lunedì al  martedì e dato una scorsa ai giornali se ne sarebbe accorto prima senza aspettare la morte di una donna, peraltro avvenuta in luglio. Ma tant’è, ai miracolati non è chiesto molto oltre la semplice presenza.

Al dunque fino all’altro ieri c’erano le premesse per far passare questo mese d’agosto tra quelli rossi, ancorché virtuale, ma ecco il rientro nella norma: il cardinal Bagnasco (omen nomen) annacqua tutto con un’uscita prevedibile, immaginabile, ipotizzabile, possibile e probabile, riporta la barra dritta. La questione è, quasi ovviamente, quella dei diritti delle coppie omosessuali e tutto rientra nella norma.  Basta rivoluzioni evviva la conservazione. Chissà se Feltri vorrà scagliarsi contro o abbozzerà. Il Pd, al solito, si spacca tra cattolici e non, l’ex radicale ora Ncd Quagliariello (che strana fine han fatto gli ex libertari) plaude. Il mese rosso sfuma e diventa rosa pallido.

domenica 26 luglio 2015

Papa Francesco può finalmente abbracciare l’ICI

Era l’11 novenbre 2013 quando Francesco disse che la Chiesa non vuole il sostegno di chi non paga le tasse. Monsignor Galantino e gli altri della Cei non erano presenti all’omelia. Viene il sospetto che Francesco e Galantino stiano giocando a il poliziotto buono e quello cattivo. L’unico dubbio è capire chi sia l’uno e chi l’altro.

Chissà che si stanno dicendo.
Sembra passato un secolo, metaforicamente detto, da quando papa Francesco sommessamente tuonò contro gli uomini dalla doppia vita e invece sono neanche due anni. Giusto per evitare fraintendimenti: quando il Papa parlava degli uomini dalla doppia vita, quelli che meritano, non lo dice Francesco ma lo dice Gesù, «gli si metta al collo una macina da mulino e siano gettati in mare» sono quelli che fanno finta di essere cristiani, i corrotti, i sepolcri imbiancati. Non c’è che dire quando Francesco ci si mette sa essere molto persuasivo.  

Era l’11 novembre 2013, quando Francesco durante una, a suo modo, veemente omelia mattutina alla Domus Santa Marta ebbe a dire che:«la Chiesa non vuole il sostegno di chi non paga le tasse e i dipendenti.» Parole sante, due volte sante: una volta perché veritiere e una seconda perché pronunciate da chi viene considerato padre santo. Magari, ma non si vuole dar troppo spazio alla malizia, Francesco stava facendo riferimento ad alcune istituzioni, potrebbero essere anche scuole, che hanno qualche difficoltà con i salari degli operatori e che svicolando tra le pieghe interpretative della italica legge si sentono esenti dal pagamento delle tasse. Quella dell’Ici.tanto per dirne una.

Quel che è certo è che a quella predica non hanno assistito né  monsignor Galantino, segretario generale della Cei, né alcuno dei tanti vescovi che di quella Conferenza fanno parte. Peccato, si sono persi una bella lezione ed una chiara e piana spiegazione di un intrigante passo del Vangelo, che da quelle parti dovrebbe essere un bestseller. Però, come si sa, un conto è comprarli, i libri, ed altro leggerli, quanto a capirli è tutto un altro film.. A metterli in pratica poi ci vuol dell’eroismo che notoriamente è moneta di scarso corso in questo mondo.

Certo è che monsignor Galantino fa tenerezza anche ai più feroci anticlericali: sempre ad affannarsi com’è a rimediare in chiave conservatrice, se non reazionaria, a quel che dice il Papa. Se Francesco apre ai gay Galantino subito corre a chiudere la porta, se invece dice che le tasse van pagate eccolo affannarsi a ribattere, da sofista, che sì è giusto pagar le tasse ma che quelle sulle scuole dei preti sono ingiuste e come tali sono da scavallare. Gli argomenti non mancano mai anche quando i fatti o le leggi  oltre che palesi son cristalline. Recita l’articolo 33 della Costituzione italiana: «la repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istitutivi educazione senza oneri per lo Stato.» È semplice, non è da legulei, si potrebbe quasi dire che è un testo a prova di prelato.  

Quel che è certo è che ora, dopo tanto predicar rivoluzionario, papa Francesco ha la concreta possibilità di trasformare le parole in fatti e con la stessa innocenza candida – a volerla considerare tale – con cui si rivolge ai disperati del mondo affermare che sì, la Corte di Cassazione ha emesso una sentenza e che questa va rispettata. Volesse poi aggiungere che ha anche qualche ragione sarebbe razionale ancor prima che meritorio. Lo farà?

Il dubbio che si stia assistendo alla solita rappresentazione, vecchiotta e un po’ scontata, del poliziotto buono e di quello cattivo, soprattutto a sentir parare Galantino, viene spesso. Che se così fosse sarebbe ben triste vedere che certi vezzi italici sono stati esportati fin nel sud del mondo e che un Papa che viene da quelle parti ce li abbia riportati indietro, come se quelli che si hanno qui non siano più che sufficienti.

sabato 16 agosto 2014

Monsignor Galantino: basta lobby. Da che pulpito.

Passano le interviste ma il Galantino-pensiero non si sposta di una virgola. In sintesi lo si può tradurre nell'antica massima ecclesiale cara a molti parroci: fate quel che dico e non guardate quel che faccio. Niente di nuovo nella Cei. Se questa è la nuova Chiesa tanto valeva tenersi la vecchia.

Nell'intervista rilasciata al Corsera (15 agosto) monsignor Galantino cardinaleggia (che talvolta è sinonimo di giogioneggia) sui temi politici del giorno con frasi fatte e, come ovvio, evita accuratamente di toccare i punti di chiara pertinenza della Chiesa. Forse perché non ha da mettere sul tavolo esempi di buon agire, cioè fatti concreti, che abbiano fatto seguito ai roboanti proclami d'occasione. Che quelli son capaci tutti di farli: magari anche Gasparri e pure Razzi e pure D'Alema. Come dire: massima omertà (nel senso letterale del termine: conservare il silenzio su un fatto per interesse) sulle cose sue e ditino puntato su quelle degli altri. Questa volta nel mirino del segretario della Cei (Conferenza episcopale italiana) sono finite nell'ordine: i casi medio orientali, la politica estera italiana, le riforme (sempre italiane) e poi l'ecomomia e le lobby, con una spolveratina su mafia e n'drangheta. Naturalmente non manca il passaggio d'obbligo sulla famiglia e per finire una fumosa frasetta sul ruolo della Chiesa. D'altra parte come potrebbe essere diversamente?

Sulle questioni di politica estera se la cava con il più classico dei “... ma anche” mentre sulle cose di casa Italia, d'altra parte anche la Cei è italiana, ha idee più precise. Per quanto possano essere precise le idee di un cardinale. Per lui, due sono i fatti paradigmatici: «lo scandalo dei mancati pagamenti dei debiti della Pubblica amministrazione» e «che troppe riforme si bloccano per l'ostilità di singole lobby.» Roba forte che se non l'avesse raccontata chiara-chiara il segretario della Cei difficilmente ci si sarebbe arrivarti.

Dal neo segretario sui due temi oltre all'enunciazione del problema ci si sarebbe aspettati un qualche suggerimento di soluzione. Invece niente. E dire che da quelle vaticane parti una qualche esperienziaccia in merito ce l'hanno non foss'altro per l'abilità con cui riescono a non pagare le tasse sugli esercizi commerciali, che sono tanti e di norma ben remunerativi e su come siano riusciti a farsi costruire un brillante marchingegno sulla ripartizione del 8 per mille che li vede risucchiare come un'idrovora la stragrande maggioranza del denaro disponibile ivi incluso quello di chi decide di non stabilire a chi dare il proprio obolo. E anche sulle lobby una qualche idea di come debellarle dovrebbero avercela dato che sanno tenerne in piedi di vigorose. Una per tutte quella che difende le scuole parificate, che dire private pare sia poco fine. Sono quelle belle scuoline dove si paga per entrarci e frequentarle. Il caso recente di Bologna è stato emblematico: si organizza un referendum cittadino per stabilire se il Comune debba sovvenzionare le scuole private e poi se ne ignora il risultato. Aveva vinto la mozione contro l'esborso pubblico. Guarda il caso. E sempre, il caso ha voluto che l'elargizione (non era un debito) della Pubblica amministrazione avvenisse pronta cassa grazie all'intervento delle lobby. Che poi è come vedere la pagliuzza nell'occhio del vicino e non la trave nel proprio. Ma tutto questo monsignor Galantino non lo sa e magari un ripasso non gli farebbe male. Lui e con lui la Chiesa tutta, è interessato a «chiedere responsabilità, trasparenza, onestà» e aggiunge «bisogna riformare anche la burocrazia della mente e del cuore.» Ma come parla bene monsignor Galantino. E i fatti?
Forse al prelato sfugge che responsabilità, trasparenza ed onestà è quella che praticano la gran parte dei contribuenti italici, come ad esempio tutti i dipendenti sia privati sia pubblici. La Chiesa, Ior a parte che lì sarebbe come sparare sulla Croce Rossa, può dire altrettanto?
L'intervista finisce, come d'altra parte tutto il suo sviluppo, con la più classica delle fumosità. Alla domanda sull'attuale poco interventismo della Chiesa sulle italiche cose (si fa per dire) la risposta suona così: «Semplicemente cambiano le condizioni sociali e politiche, nella Chiesa stessa cresce una consapevolezza nuova della sua missione: il bello della Chiesa è che non va avanti per schemi ma, appunto, per crescita.» Bello. Ma che vor dì? Nulla di trascendentale. Semplicemente che la Chiesa è sempre la Chiesa: pragmatica sui fatti terreni, di cui per statuto dovrebbe poco occuparsi e dogmatica su quelli spirituali, dato che hanno poco tempo da dedicarci.
Da non dimenticare: monsignor Galantino è lo stesso Galantino che sostenne: «non tocca al vescovo denunciare il prete pedofilo perché il vescovo non è né un pubblico ufficiale né un pubblico ministero» e a lui, il vescovo, spetta «far emergere la verità in campo ecclesiale». Come frase quest'ultima, al solito, suona bene, ma non significa granché. Se questa è la nuova Chiesa tanto valeva tenersi la vecchia. Per una questione di economia.


sabato 27 aprile 2013

Adesso si corre in soccorso del perdente. In Italia vacillano le certezze

Ormai il mondo è cambiato: non si corre più in soccorso del vincitore ma del perdente. Ci voleva un ex comunista migliorista per prendere la decisione più dadaista del momento. Anche se resta pur sempre valido il detto che tutto cambi perché nulla cambi.

Fino a poco tempo fa in Italia c'erano poche ma ben salde certezze. 
Ad esempio che la madre dei cretini sia sempre incinta, che esistessero le convergenze parallele, che è meglio tirare a campare piuttosto che tirare le cuoia, e poi anche che fin che la barca va lasciala andare e anche che a non pochi l'insuccesso gli ha dato alla testa.
A quest'ultimo aforisma molti devono aver pensato quando hanno visto danzare con sfrenata passione il fard che ricopre il faccione di Silvio Berlusconi. Raggiante ed entusiasta per aver perso più di dieci milioni (diconsi dieci milioni) di voti. Ma tant'é. 
Se con simil risultati son felici lui e la Santanché perché disilluderli.

Certo, si saran detti i più, adesso bisogna correre in soccorso del vincitore. Che anche questa è un' altra italica fondamentale certezza. Peraltro praticata con pervicace ostinazione e bronzea faccia da diverse centinaia d'anni. Certo che se gli aforismi si potessero commercializzare, l'Italia avrebbe il bilancio più florido di tutto il pianeta. E di tutti i tempi. Record ineguagliabile. Con la sicurezza che neanche i cinesi, che pure qualche esperienza in questo campo ce l'hanno, potrebbero raggiungere per quantità e valore il fatturato del Belpaese.
Però il 25 febbraio ultimo scorso accade un fatto nuovo, inaspettato, rivoluzionario, sovvertitore del senso fino a quel momento ritenuto comune : si può arrivare primi ma non vincere. Pierluigi Bersani docet. Scoramento nelle masse. Scoramento nei poteri forti. Scoramento, ma meno, nella Cei. I vescovi, che hanno alle spalle storia lunga e occhio ancor più lungo per il futuro, non si sono mai fatti impressionare dalla cartella degli imprevisti. 
Forse il Monopoli l'ha inventato uno di loro e deve aver introdotto il blocchetto delle probabilità solo per aiutare i novizi. E poi scoramento anche tra i clienti dell'ortolano dietro casa. Forse gli unici sinceramente scorati.
Sull'onda dell'emotività il giovane vicesegretario del Pd e attuale presidente del Consiglio incaricato, Enrico Letta, parla di immediato ritorno alle urne (1), poi,rimbrottato dai maggiorenti del partito, twitta che no. Meglio aspettare. E questo, con altri simil carini episodi, la dice lunga sulla sua credibilità ed autorevolezza. Sic transeat.

Così di attesa in attesa, che come ridere sono passati cinquanta e più giorni (definiti drammatici, non a caso il melodramma è nato da queste parti) e di fesseria in fesseria, che la dirigenza del Pd in materia potrebbe tenere un master pluriennale al Mit di Boston, si arriva al redde rationem.
Quindi che fare? Giorgio Napolitano che fin da piccolo ha studiato Lenin, e forse addirittura in lingua originale, ha un soprassalto di rivoluzionarietà e lancia la parola d'ordine che sovverte una delle poche certezze della nazione: correre in soccorso del perdente. E lasciar cadere quello che è arrivato primo. Da queste parti non s'è mai visto. Ci voleva proprio un ex comunista, per giunta migliorista, per prendere una decisione che più dadaista non si può. Rivoluzionari, quando lo si è stati una volta, anche se solo per cinque minuti, lo si rimane per sempre.
 aiutare i perdenti e gli ultimoi
Certo aiutare i perdenti e gli ultimi è da buoni socialisti (figurarsi se ex comunisti) e anche da cristiani. Il buon samaritano questo ha fatto. E anche san Martino non ha forse diviso il suo mantello con il povero? E di là dal Tevere non c'è un nuovo papa che si rifà a san Francesco di cui ha preso il nome? D'altra parte come non sentirsi il cuore struggere per chi dopo aver avuto tutto o quasi ha perso tutto o quasi. Sono i casi di questo tipo quelli più gravi e difficili da sopportare. Se uno passa da un piccolo stipendio a nulla certo ne ha un trauma ma da poco a nulla il passo è breve. Mentre invece il salto è grande per chi ha disposto di tanto potere e poi si trova a non averlo più ed essere considerato marginale. È un trauma. Da almeno un migliaio di  sedute psicanalitiche. Come non pensare a tutto questo. E quindi di corsa ad aiutare il perdente.
Per questo a metà dell'800 furono fondate le società di mutuo soccorso: aiutare i perdenti. Ovvio
E così quello che ha perso più di tutti, sia in percentuale sia in numeri assoluti e che ha visto ridursi drasticamente la sua pattuglia di deputati e senatori, che ha dovuto lasciare a casa avvocati e vecchi collaboratori, quello che temeva di essere finito in un angolo e che era disposto addirittura ad accettare il governo presieduto dall'avversario più avversario (almeno a parole) è quello che adesso mena la danza. E lo fa con cipiglio e man mano che le ore e i giorni passano riprende coraggio e si fa anche arrogante e detta condizioni. E molti a gongolare. Per alcuni, addirittura, si riapre l'opportunità di riprendersi il solito strapuntino in politica. L'importante è che la sera tornando non si mettano a picchiare il loro orsacchiotto. Questo non sarebbe bello, pure se qualche sospetto su qualcuno c'è.
Comunque almeno una piccola certezza rimane: bisogna che tutto cambi perché nulla cambi. E se ne ha l'ennesima riprova.

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lunedì 4 marzo 2013

Governo Tecnico: da Mario Monti a Corrado Passera e i cocci sono nostri.

E adesso a chi tocca? Grillo dice che Pd e Pdl zitti zitti quatti quatti si stanno accordando per un altro tecnico. Potrebbe essere Corrado Passera che non stava nella pelle già qualche mese fa. Attenzione però qualcosina dovrà essere fatta per cambiare la situazione. O agli italici alla fine rimarranno solo i cocci.

Grillo riuscirà a "spaventare" Pd e Pdl?
E così sembra che toccherà a Corrado Passera. Almeno questo è quello che sostiene Beppe Grillo. Che qualche cosa, di tanto in tanto, ci azzecca. Sarà anche un comico ma a un altro comico, italiano peraltro, è stato assegnato il Nobel, inoltre da quando ha deciso di accettare la sfida che il supponente Piero Fassino gli lanciò tra i piedi di strada ne ha fatta parecchia. 
E adesso, giusto pour goûter, lui che è cicciottello di costituzione si trova a capo di un movimento che risulta anch'esso un filino sovrappeso. Rispetto alle aspettative.
Il fatto che questo comico si trovi a battagliare con politici scafati e piazzisti di lungo corso e la spunti portando avanti questioni che adesso sono diventate un bene comune, neanche fosse l'acqua, qualcosa dovrebbe far pensare Così come dovrebbe dare spunti di meditazione il fatto che gli schizzinosi che prima neanche se lo filavano, tra gli altri D'Alema e i vecchi tromboni del Pd nonché gli ex socialisti (ma questi sono un caso disperato) ed ex democristiani del Pdl, che anzi lo bollavano come antipolitica, adesso lo rincorrano neanche fosse la lepre di cui parlava Bersani. E talvolta addirittura mendichino. Ma questo è un altro discorso.

Rimanendo sul punto, Passera for president, si può senz'altro affermare che nel bel Paese c'è spazio per tutto e anche per tutti. Che qui l'America l'han trovata in tanti e qui hanno realizzato per l'appunto il sogno “ammmerigano”. Comunque, quello che frega gli italiani è la loro smaccata passione per il melodramma e per l'umorismo. E poi, soprattutto, la generosità: un posto da primo ministro, nel bel Paese, non lo si nega a nessuno.
Gianni Brera lo soprannominerebbe l'abatino?
E Corrado Passera è qualcuno fin da quando era piccolo. Quindi, figurarsi adesso.
Il nostro giovane ex ministro dell'Industria era già in pista di decollo quando, nelle vesti di Alice (per intenderci quella con gli occhioni grandi e blu del paese delle meraviglie) chiedeva ai petrolieri, quelli noti nella business community per essere agnellini facili da tosare, di rinunciare al 4% del loro fatturato. Euro più euro meno.
Lo chiese con passione e questa è la parte melodrammatica e soprattutto sembrava credere di aver ottenuto il risultato e questa è la parte umoristica. Perfetto: pronto, a tutti gli effetti, per diventare anche lui primo ministro. E inoltre è anche indagato per reati fiscali, guarda il caso. Ma anche questo è normale: un primo ministro con bagatelle penali non sarebbe la prima volta. Anche se il precedente sarà difficile eguagliare. Immaginarsi superare.
Finalmente si avrà un primo ministro con gli occhioni: grandemente grandi, innocentemente innocenti e ingenuamente ingenui e comunque sempre pronti ad essere sgranati dalla sorpresa.

Corrado Passera peraltro ha molte altre carte nella sua manica.
E' partito come tecnocrate (e questo senz'altro piace ai mercati) poi è sembrato vicino ai cattolici di comunione&liberazione, deinde si è spostato un pochino per essere nei pressi di quelli del forum di Todi, anche se i cattolici in politica (in particolare quelli amici di Dismas il ladrone buono del Golgota) di tanto in tanto dimostrano di avere un cuore, quindi qualche vicinanza con la Cei (il Vaticano apprezza sempre questi movimenti perché di solito sono forieri di quattrini) e infine, penultima tappa, è stato sostenitore dell'operazione Monti dalla quale si è dissociato senza tante spiegazioni.
Passera e Monti: soluzioni o cocci?
Si dice che volesse una lista unica con Casini e Fini, anziché le tre che si sono presentate, che se l'avesse spuntata lui avremmo ancora il secondo in parlamento e il primo a fare il galletto. Mentre invece adesso, uno non c'è più e l'altro è un po' malconcio.
Gli ultimi due mesi Corrado Passera li ha passati sottotraccia, apparentemente, in riposo. Anche se il telefono cellulare e internet riescono a far sentire vicini anche quelli più lontani.
Comunque adesso pare essere in pole position per una nuova avventura tecnica. E questa volta in proprio, di facciata, e conto terzi, di sostanza. Che nel bel Paese se ogni fesseria non viene replicata almeno un paio di volte non si è contenti.
E nei due blocchi, ché quello di Monti conta come il due di coppe quando la briscola è bastoni, hanno bisogno di tempo per capire il che fare, rimescolare le carte e provare a logorare, secondo vecchi schemi, o cercare di comprare, secondo pratiche più recenti ma da sempre ben note, alcuni del Movimento 5 Stelle.
Questa volta però sarà un po' più difficile. Non perché quelli del M5S siano tutti dei Saint-Just, che magari qualche amico della palude lo si troverà anche lì ma semplicemente perché qualcosa si dovrà pur cedere e qualche riformuccia sarà da fare poiché il solo spauracchio delle questioni euroeconomiche con il loro strascico di tasse e tagli non saranno sufficienti a tenere tranquilli gli italici. Che hanno paura, dopo tanti sacrifici di doversi tenere pure i cocci lasciati di una classe politica disastrata. Che neanche pagherà il danno.
Che Corrado Passera pensi bene alle sue ambizioni anche perché un nuovo seggio da senatore a vita questa volta proprio non c'è.