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mercoledì 20 gennaio 2016

L’anno nuovo ha solo venti giorni ed è già vecchio.

Renzi fa Renzi, i catto-dem fanno i catto-dem, il cardinal Bagnasco fa il cardinal Bagnasco, Grillo fa Grillo. Giachetti e Sala vogliono fare i sindaci, non l’hanno ancora fatto. Checco Zalone sbanca e le analisi socio-demenziali anche. Le parti in commedia sono assegnate e il finale è scontato. A meno che…


Tutti si immaginano che l’anno nuovo sarà spumeggiante, meglio del precedente e che, se non sarà proprio ricco, porterà almeno delle novità. In fondo è detto nuovo proprio in alternativa a quello vecchio. Il 2016, da questo punto di vista e non solo, parte male. Dopo venti giorni di vita non s’è registrata una novità che sia una. Tutta roba vecchia e pure rimasticata. La somiglianza con il 2015 è tragica. All’idea che tocchino altri 346 giorni, che poi ce n’è pure uno in più essendo questo bisestile, come quelli già passati l’anno scorso verrebbe il mal di mare pure a Cristoforo Colombo. 

Matteo Renzi insiste pervicacemente a fare la parte di Matteo Renzi. Ormai avrebbe dovuto venire a noia anche a lui. Sempre gli stessi discorsi sempre la stessa annuncite seguita dalla solita ritrattite. Questa volta ha ritrattato sul reato di clandestinità. Ha ammesso che è un reato fesso, come avevano già detto magistrati e forse di polizia, ma non ha varato il provvedimento perché «gli italiani non avrebbero capito, dato il tasso di insicurezza percepita.» Che se voleva dire che gli italici son fessi poteva essere più spiccio. E poi assomiglia viepiù a Renato Brunetta: se non ha qualcuno con cui litigare si sente poco bene. Probabilmente quando non ha altri con cui litigare lo fa con sé stesso. 
Matteo Salvini, ben calato nella parte dell'oxfordiano parla di «cani e porci» dimostrando straordinaria competenza in materia. A ciascuno il suo e qui di novità neanche l'ombra.
Roberto Giachetti, ex radicale, da un tocco in parlamento con il Pd ha confermato che si presenterà alle primarie per la carica di sindaco. Al momento è l’unico candidato. Alla domanda se si dimetterà da parlamentare ha risposto che lo farà se eletto. Cioè si lancia con il paracadute. Non c’è novità. 

Ogni volta che si parla di diritti omosessuali rispuntano i cattodem. Nel Pd ce n’è una caterva che sono progressiste sì, ma poi neanche tanto. Nessuna novità. Renzi ha lasciato libertà di coscienza alle sue truppe. Questa volta non ha chiesto lealtà. Quando c’è aria grama sull’esito dei voti diventa democratico. Nella compagnia di giro per la famiglia etero non poteva mancare monsignor Bagnasco che non ha perso l’occasione per dire che il Parlamento sciupa il suo tempo a discutere di queste cose quando c’è da risolvere il problema del lavoro. Giusto. Non ha accennato però all’evasione fiscale e alle tasse non pagate da Vaticano spa. Dimenticanza solita. 

Papa Francesco, tra l’abbraccio di un bambino e l’altro, ha fatto una scappata in Sinagoga. Anche lì baci und abbracci. C’è andato con la sua Ford, chissà dove ha parcheggiato. Comunque mai che ebrei e mussulmani entrino in San Pietro che sarebbe carino vederli li dentro. Ma sarebbe una novità. 

Anche Grillo continua a fare Grillo e si va di espulsioni. Prima o poi qualcuna gli spiegherà che selezionare è meglio di espellere. Ma sarà una novità. 

Nel giro delle banche è rispuntato il nome di Flavio Carboni. Lui ha un sacco di amici che lo presentano a tutti, ma nessuno di quelli che ha (o avrebbe) incontrato si ricorda di lui. Come collaterale: tutti a dire che la ministra Maria Elena Boschi ha raccomandato il padre, a nessuno che venga il sospetto che lei sia lì, nel giglio magico, proprio in virtù del padre e del fratello. Che sia la solita storia del dito e della luna? 

Berlusconi, chi era costui?, è ancora in circolo, «per obbligo di servizio» e aggiunge che con lui si raggiunge il 40% . L’ha sempre detto ma non è mai successo. 

È morto David Bowie e tutti sono diventati Bowie. Anche Giuseppe Sala, aspirante sindaco di Milano, che vorrebbe una città alla Bowie. È evidente che non sa quel che dice. Rientra nella norma. Che sia stato di centro destra fino all’altro ieri e ora si professi di sinistra non è una novità: «todo modo para buscar» diceva qualcuno. E la frase non ha bisogno di traduzione. Chissà se tutti si diranno Gasparri quando toccherà a Gasparri. 

Checco Zalone ha sbancato il botteghino e le analisi socio-demenziali si sprecano. Come sempre. Insomma le parti in commedia sono assegnate, gli attori gli stessi e la trama quella di sempre (niente di nuovo sotto il sole) e il finale scontato. A meno che ….

venerdì 30 maggio 2014

Tutti per Renzi. Renzi per tutti.

Da Fassino a Chiamparino passando per La Torre. E poi Moretti, Speranza e financo Stumpo, Zoggia e D’Attorre. Tutti renziani. Poi a rivendicare paternità ci si mettono anche Letta Enrico e Monti Mario. Ultimo arriva anche Fassina Stefano. Renzi si può guardare dai nemici ma dagli amici chi lo guarda?

Zoggia e D'Attorre: due new entry tra i renziani
Non c’è come vincere per scoprire di essere molto popolari e soprattutto di avere degli insospettati estimatori. E di averne anche in quantità industriale. Amici, poi? Come se piovesse. Anzi quelli che fino a ieri erano più nemici che non si può si stanno scoprendo oggi, a vittoria raggiunta, tra i più amici.  Che poi amici è parola riduttiva sono amicissimi. E da quando? Praticamente da sempre. Anzi a ben pensarci addirittura da prima che il bravissimo Matteo partecipasse alla Ruota della Fortuna. Eh sì, perché gli amici veri quelli dei quali ti puoi fidare ad occhi chiusi, come disse Cleopatra accarezzando l’aspide, sono lungimiranti e possono dimostrare con chiarissima evidenza di quanto vedessero lontano. Sensazione irripetibile per i più, ma non per Renzi. 

Già dopo il trionfetto delle primarie, Matteo aveva scoperto che vecchi elefanti del Pd gli si erano accodati. Roba da non credersi. Prima l’avevano tacciato di tutto e adesso lì a scodinzolare. Prendi uno come Fassino e capisci come gira il mondo. Uomo dall’occhio lungo il longilineo Piero che in tempi per nulla sospetti aveva detto: «la politica del tutti a casa non serve, è un atteggiamento populista e una manifestazione di rabbia.» E si stava riferendo non al canuto Grillo Beppe ma al giovane rampante Renzi Matteo. E da abile stratega qual è lo faceva solo per nascondere le sue vere intenzioni. E con lui anche Latorre, ex fedelissimo dalemiano doc, Chiamparino e poi Veltroni e compagnia cantante e suonante. Alcuni dell’ormai sparuto gruppo di minoranza, all’interno del Pd speravano in un tonfetto (piccolo tonfo) alle europee ma ahiloro non c’è stato. Così dopo l’eclatante vittoria anche D’Attorre e Zoggia sono diventati neorenziani che a dire della Moretti (ex portavoce di Bersani) e di Speranza (ex bersaniano ma tuttora capogruppo alla Camera) si cade nel banale. Loro avevano già annusato l’aria. 

La sera dei risultati elettorali si è visto in bilico anche il prode Stumpo (che più bersaniano non si poteva). D’Alema, che è sempre stato per la doppia linea, se ne sta schiscio (espressione dialettale per dire tranquillo ma rende più efficacemente il concetto) perché spera in una nomina alla Commissione Europea. Posto peraltro ambito anche da Letta Enrico che qualche settimana addietro ha timidamente rivendicato che alcune impostazioni dell’attuale governo altro non sono che il proseguimento del suo lavoro. Più sfacciato il loden che cammina in arte Monti Mario, anche perché garantito da un posto da senatore a vita.  Il Monti, che non dichiarava da lunga pezza, né d’altra parte se ne è sentita la mancanza,  finalmente ha fatto conoscere il suo pensiero, debole, e senza arrossire ha dichiarato:«Matteo Renzi sta riaffermando la linea politica del mio governo.»  e poiché le bischerate sono come le ciliege e viaggiano in coppia ha aggiunto: «Non è di sinistra né di destra.» Perché se è vero che un tombino è un tombino il dove lo si mette e a vantaggio di chi fa la differenza e questa si chiama politica. Che è fatta da una destra e da una sinistra. Ma spiegarlo a lui è tempo sprecato.

Le sorprese migliori sono quelle (teoricamente) inaspettate è a questo ha posto rimedio Fassina Sterfano dichiarando:«Su Matteo ho sbagliato è l’uomo giusto al posto giusto.» e poi ha aggiunto: «Non salgo sul carro del vincitore e non voglio poltrone.» Excusation non petita accusatio manifesta, i romani in materia la sapevano lunga.

Unico a difendere la posizione di un tempo è rimasto Bersani Pierluigi che durante una di quelle pippose trasmissioni del mattino s’è posto retoricamente l’amletica domanda: «Cosa sarebbe Renzi senza il Pd?» Dimostrando una volta di non aver capito una cippa. Espressione dialettale (questa è la seconda nel pezzo) che tradotta in inglese suona: «you can’t teach an old dog new tricks». Così la capisce anche Severgnini. Perché la domanda vera è: cosa sarebbe oggi il Pd senza Renzi?
A Renzi un solo suggerimento, ripassi il vecchio adagio: dagli amici (soprattutto quelli nuovi) mi guardi iddio che dai nemici mi guardo io. A capirlo, aiuta.


  

martedì 9 luglio 2013

Papa Bergoglio: la globalizzazione dell'indifferenza.

«Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare» recita uno degli adagi popolare che come noto rappresentano la saggezza dei popoli. C'è una certa somiglianza tra papa Francesco e Beppe Grillo: proclami a gogò ma fatti pochini. Un conto sono i gesti della retorica e altro quelli della concretezza.

Ancora una volta, in quel di Lampedusa papa Brgoglio ha fatto centro. E l'ha fatto due volte con un sol colpo, neanche fosse Wild Bill Hickok. (1) 
La corona di fiori lanciata in mare da Francesco
E Wild Hickok, raccontano le cronache, è stato l'unico uomo a bucare con un sol colpo due dollari lanciati nell'aria. Poi è venuto Bergoglio. Adesso le pistole non sono più di moda e i nuovi tiratori si misurano con le parole che, come si sa, a volte fan più male delle pallottole ma possono schizzare nel cielo figure che nessun fuoco d'artificio è in grado di disegnare. L'obbiettivo è sempre lo stesso: stupire lo spettatore. E più uno stupisce, più spettatori attrae e più spettatori ci sono più grande è lo stupore. È indubbio che in questo papa Francesco abbia spiccata predisposizione. Come i grandi sceneggiatori sa cogliere di sorpresa il pubblico con gesti semplici, spiazzanti. 

Il suo «Buonasera» al momento dell'elezione è stato semplicemente grandioso. Doppiato poi dall'invito a pregare insieme a lui e per lui quando di norma è il Papa che prega per gli altri. Aver fatto comunicare che non avrebbe calzato le scarpette rosse, di cui pochissimi si erano accorti e ancor meno ne conoscevano la ragione, che indossato pantaloni neri e non bianchi o che la sua croce sarebbe stata di ferro e non d'oro ha colpito una gran parte dell'immaginario collettivo. Così come la notizia che avrebbe lavorato e dormito a santa Giulia e non in Vaticano per alcuni è stato un atto rivoluzionario mentre per altri, più prosaicamente, un atto di prudenza. I gesuiti, nonostante tutto, non sempre si sono sentiti tranquilli dentro la Chiesa.

La scelta di Lampedusa come primo viaggio pastorale ha avuto il suo fascino ed anche il suo perché all'interno di una strategia di comunicazione dai forti toni pauperistici e ben si coniuga con la scelta di muoversi su una campagnola di proprietà, si dice, di un turista, senza paratie antiproiettile ma stranamente, guarda il caso, con la carrozzeria di colore bianco. Come tutti i grandi copywriter anche Francesco sa che uno slogan tanto più è semplice, sintetico e gravido di contenuti tanto più sarà efficace e memorabile. «La globalizzazione dell'indifferenza» è stato un vero colpo da maestro che probabilmente anche Jerry Della Femmina (2) gli invidierebbe.
Anche se i passaggi precedenti e quelli a seguire la frase clou: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo? … Siamo una società che ha dimenticato l'esperienza del piangere» e poi «Oggi nessuno si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna» lasciano qualche perplessità e sembrano di dubbia efficacia. 

Non si ha successo quando si colpevolizza il proprio uditorio. Soprattutto perché ai proclami che Francesco ha lanciato in questi mesi non sono ancora seguiti fatti concreti, tali da poter far dire che si sta mettendo in pratica quel che si va predicando. C'è in questo continuo dire ma non fare una certa somiglianza con Beppe Grillo (tono di voce e linguaggio a parte). Entrambi fanno intendere impellenti rivoluzioni che tuttavia sono allontanate nel loro svolgersi e nel tempo dalla successiva affermazione ancor più rivoluzionaria: le suore che guidano fuori serie fanno il paio con il parlamento da aprire come una scatoletta di tonno. Si alza l'asticella ma nessuno salta. E anche la corona di fiori lanciata in mare rientra in queste categorie e richiama alla mente il vecchio adagio che recita «Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare». Per l'appunto. Senza contare che il mare soffre già abbastanza di inquinamento e aggiungerne altro, pure per una giusta causa non sembra bello. Qui, magari, una preghierina ci sarebbe stata meglio.

Quindi nel gioco a chi è più rivoluzionario ci si fermi e si vada adesso avanti con i fatti. Per esempio si aprano le chiese alla preghiera del venerdì dei mussulmani invece di lasciarli nei prati e ci si adoperi insieme a loro perché retrivi sindaci diano il permesso per la costruzione di moschee. O si rimuovano monsignori doppio pesisti alla Fisichella, citato a mo' di sineddoche. O si applichi quanto appena scritto nella prima enciclica «La fede non è intransigente ma cresce nella convivenza che rispetta l'altro. Il credente non è arrogante.» (3) Bene, si inizi a mettere in pratica il principio lavorando per i diritti civili dei gay.. E magari, più materialmente, si incominci a saldare le tasse dovute. I fatti devono seguire le parole a stretto giro altrimenti queste lasciano il retrogusto amaro della retorica pasticciona degli aspiranti rivoluzionari. 

A voler essere maliziosi si potrebbe far notare che tutte quelle belle, toccanti e abrasive parole Francesco le ha pronunciate in località Salina, nome che rimanda la memoria a quel principe laico che con feroce cinismo fece dire ad uno dei suoi personaggi: «Bisogna che tutto cambi perché nulla cambi.»
Magari anche no.

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  1. Wild Bill Hickok soprannome di James Butler Hickok (Troy Grove, 7 maggio 1837 – Deadwood 2 agosto 1876), fu reso leggendario dalla sua fama di pistolero infallibile
  2. Jerry Della Femmina, Gennaro Tomas Della Femmina, Brooklin 22 giugno 1936, pubblicitario, copywriter, di grande successo. Ha la stessa età di Bergoglio e come lui è figlio di emigrti italiani
  3. Lumen fidei – la prima eniclcica di Francesco

lunedì 3 giugno 2013

Vittorio Feltri: «I ladri fanno schifo gli incapaci di più»

Il nuovo disegno di legge sul finanziamento ai partiti non piace a nessuno, Oltre Feltri insorgono anche altri giornalisti sovversivi come Panebianco e Ricolfi. Il fatto buffo è che pure i tesorieri dei partiti sono contro, E c'è chi come Antonio Misiani del Pd, chiede “intelligenza e non demagogia”.

«I ladri fanno schifo gli incapaci di più» così, con l'usuale tocco di fioretto, inizia l'odierno editoriale (3 giugno2013) di Vittorio feltri su il Giornale a proposito della nuova proposta del governo per trovare una soluzione alla questione del finanziamento ai partiti. 
E poiché Feltri, che piaccia o meno, ha il pregio di non mandarle a dire prosegue scrivendo: «Anche un tonto capisce che si tratta di una presa in giro.» A lui, noto rivoluzionario e campione dell'antipolitica, a cui Beppe Grillo si è sempre ispirato, fanno eco altri giornalisti assai noti per gli articoli antisistema e carichi di fuoco rivoluzionario che scrivono su clandestini fogli sovversivi distribuiti unicamente nei centri sociali come il Corriere della Sera e la Stampa. Uno è Angelo Panebianco che, sul CorSera nella stessa giornata, propone al governo ed ai partiti che lo sorreggono di «ricorrere a formule vere e non truffaldine per i rimborsi. » E un altro è Luca Ricolfi che, su la Stampa, scrive «Come cittadino ho trovato offensiva per non dire beffarda l'impostazione del disegno di legge proposta dal governo.» In particolare Ricolfi lamenta il fatto che gli estensori della legge dimostrino di avere poca dimestichezza con la lingua italiana e nello specifico non abbiano ben chiaro il significato del verbo 'abolire'. Perché, fa rilevare Ricolfi, quando si dice che qualcosa «È abolito», soprattutto se non ci sono altre specificazioni di tempo e di spazio si intende che questo lo sia hic et nunc e non dopo tre anni come surrettiziamente e senza parere prevede il disegno di legge.

A tutto ciò si aggiunga il fatto che dal 1994 al 2008 i partiti abbiano incassato qualcosa come 2.253.000.000€ (che se è difficile da leggere in numero la traduzione in lettere è: due miliardi e duecentocinquantatre milioni ovviamente di euro che lo lo si portasse nelle vecchie lire ci sarebbe da svenire) mentre hanno avuto spese documentate per soli, si fa per dire, 579 milioni, sempre di euro. 
«Una bella plusvalenza.» direbbe il più scardellato direttore finanziario della più scardellata azienda. Per i tesorieri dei partiti un nulla del quale neppure arrossire.
Plusvalenza di cui peraltro non si conosce la fine. Ma i tesorieri dei partiti che, si sa, son gente che la sa lunga e si dice, siano a parte di non pochi segreti, si stracciano le vesti e addirittura minacciano il licenziamento per i fattorini. Ma, per fortuna, c'è la cassa integrazione guadagni che pensata per gli operai delle aziende in crisi ora diviene utilizzabile anche per i dipendenti dei partiti. E i partiti si sa non sono delle aziende. Un segno del cambiamento dei tempi.

Altri sono contro il disegno di legge del governo e declamano, come Antonio Misiani, tesoriere del Pd che «La riforma del finanziamento va fatta ma con intelligenza e senza demagogia.» Che bello sarebbe capire che tipo di intelligenza serva per portare a termine questa indecente pratica che, val sempre la pena di ricordarlo, il 90% degli italiani decise di cancellare con un referendum nel 1993. Otto mesi dopo quel clamoroso risultato grande intelligenza fu spesa per far rientrare dalla finestra quello che è stato cacciato dalla porta. Quella riforma fu fatta con intelligenza e senza demagogia? O forse la parola intelligenza non è la più appropriata per dire di questa vicenda,
E dire che lo stesso Sposetti il 5 d'aprile dello scorso anno ammise su L'Espresso che se non ci fossero stati dei cambiamenti nel metodo di finanziamento dei partiti questi sarebbero stati spazzati via: «L'ho detto a Gianfranco Fini, con Massimo D'Alema ne parlo tutti i giorni, gli faccio una testa così. Lo capite o no che tra sei mesi i partiti non ci saranno più? Finiti!» (1).E per fortuna che della cosa ne parlava tutti i giorni con D'Alema. E si son visti i risultati. Salvo poi il giorno dopo, stesso mese e stesso anno, su Sette sostenere che: «negare risorse alla politica significa colpire al cuore la democrazia» »
Magari un po' meno demagogia e un po' più di serietà non guasterebbe.
Nella poesia Basta la mossa Trilussa scrive di una scimmia che vuol fare il cinematografo ma ma non sa dire mezza parola allora il fotografo (nel 1916 i registi ancora non c'erano) suggerisce:
Fingi, presempio, d'esse una bestiola
in una posa un po' sentimentale,
che pensa all'ideale
senza che sappia di' mezza parola …
La Scimmia, con un'aria d'importanza,
se mise a sede, fece la svenevole,
guardò er soffitto e se grattò la panza.
- Brava! - strillò er fotografo - Benone
Questo pe' fa' carriera basta e avanza:
sei nata proprio co' la vocazione.
Che dover dare ragione a Vittorio Feltri vien proprio difficile, ma quando ce vo' ce vo'

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  1. 5 aprile 2012 L'espresso - “Sposetti: qui ci mandano tutti a casa”

lunedì 18 marzo 2013

L'evoluzione della specie: da Grillo (parlante) a Gufo (saggio).

In natura non sopravvivono i migliori, né i più intelligenti ,né i più forti ma solo le specie che sanno evolvere con il mutare del contesto. Se Grillo evolvesse in gufo sarebbe un gran bel cambiamento.  Distruggersi con le proprie mani è un attimo. Sarebbe un vero peccato, oggi,  perdere tutto il già fatto.

Il Grillo parlante


Quando nel 1798 Thomas Malthus scrisse il “Saggio sul principio di popolazione” avrebbe tratto senz'altro grande lusinga dal sapere che alcune sue intuizioni sarebbero state riprese, nel 1855 da Alfred Russel Wallace e quattro anni dopo, da Charles Robert Darwin per chiarire a sé stessi e al mondo intero quando, come e perché le specie evolvono. 
Che poi queste stesse categorie siano utilizzate,154 anni dopo i due grandi naturalisti, da un blogger polemico-dadaista per cercar di chiarire a sé stesso e ad altri quattro gatti l'evoluzione della politica in questo sciagurato Paese l'avrebbe incuriosito per qualche minuto o forse l'avrebbe lasciato indifferente.
L'intuizione di Malthus e dei due geni che lo seguirono si sintetizza in: «Sopravvivono le specie che hanno capacità di adattamento. E hanno l'abilità di evolvere con il contesto. Magari trasformandosi morfologicamente».
Se Grillo Giuseppe, in arte Beppe, e il suo amico Casaleggio Gianroberto, riflettessero qualche minuto e su queste tre semplici frasette probabilmente, essendo intelligenti e vispi come pochi nell'attuale panorama politico, ne trarrebbero di guadagno.

Laura Boldrini Presidente dellaCamera
Loro grande merito è stato di aver capito e sentito più di ogni altro la voglia di cambiamento. In quattro-e-quattro-otto, alla faccia di politici consumati, nel senso di usurati, hanno costruito un grande movimento di popolo. Semplicemente con il loro esserci hanno posto al centro della politica italiana questioni che altrimenti sarebbero state marginali o al più parte della tradizionale giaculatoria politica. Chi non rammenta la vecchissima vignetta di Altan con la donna che dice: «Non mi ricordo più se veniamo prima dei disoccupati e dopo i giovani o tra il mezzogiorno e i pensionati”. 
Ambiente, spesa pubblica, legge elettorale, conflitto di interesse,leggi antimafia, costi della politica non sono più disegni di fumo ma sono già diventate questioni pratiche. In questo parlamento i tentativi di mercato delle vacche o di inciucio abortiscono ancor prima che il solito D'Alema riesca a pensarli. Stanziali della politica sono costretti a neppure provare a salire sugli alti banchi delle istituzioni. Avere come presidente del Senato Piero Grasso e della Camera Laura Boldrini è già un bel salto di qualità rispetto ai precedenti. Uno spariglio l'hanno chiamato quelli che ne capiscono di giochi di carte. Bersani ed il Pd se vogliono sopravvivere saranno sempre più costretti a sparigliare e questo significa per loro fare altro rispetto a quanto hanno praticato fino ad ora. E tutto questo è indubbio merito del Movimento 5 Stelle. Non ci fosse stato la zuppa sarebbe stata sempre la stessa. Semplicemente viepiù irrancidita.

Thomas Malthus
Ora l'abilità consiste, e questo è il riferimento al trio Malthus-Wallace-Darwin nel capire che non si può essere monocordi. Aver passato anni nei panni del grillo parlante ha pagato e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Anche se qualcuno un po' sordo d'orecchio non ha sentito nessun boom questo c'è stato. E per d'avvero. Avere occupato i banchi alti per “star sul collo” ai vecchi politici è stata una bella mossa. Non solo simbolica. Che poi sono i simboli a smuovere le montagne. 
E adesso ancor più che simbolicamente la specie grillo deve evolvere e passare allo stato di gufo. 
I gufi hanno un udito finissimo, caratteristica già dimostrata nel recentissimo passato, sa ruotare la testa di 270°, così vede ovunque senza sforzo, si mimetizza benissimo e si nutre di topi, altri uccelli e anche, fatto non strano, di insetti.
Inoltre nel periodo marzo maggio, guarda caso, nidifica, la femmina può fare due covate da 3 a 10 uova. Che suona bene, per chi vuol capire la metafora.
Nella cultura popolare, che di solito ci azzecca, il gufo è rappresentato come portatore di saggezza ed erudizione. Nonché portatore di cultura. Ha il piccolo difetto di essere un filino permaloso. Ma questo anche il grillo. Però nessuna tradizione racconta che il grillo o il gufo abbiano deliri di onnipotenza. Che distruggersi con le proprie mani è un attimo.
By the way: insultare le donne tunisine non porta grandi vantaggi ma solo sgradevolezze. Nessun paese ha il monopolio delle peripatetiche o, come dicono in Francia, les mademoiselles che fanno dei free-lance sur le trottoir. E' professione ampiamente distribuita e qualche volta viene esercitata anche a corte.



domenica 10 marzo 2013

Gli intellettuali italiani scrivono a Beppe Grillo.

Stendere lettere politiche non è come scrivere saggi e trattati. Oltre che le idee ci vuole tatto e capacità politica. Sei intellettuali italiani ci hanno provato. Buone le intenzioni. Pessima la forma. E la risposta è stata irridente. Come ci si poteva aspettare.



E così gli intellettuali italiani hanno scoperto Grillo e il suo movimento. Bene. Bravi.
Quindi per essere in linea con la loro missione hanno preso carta e penna e gli hanno scritto. A lui e a tutti i suoi aderenti. Si sono accorti del “nuovo soggetto politico” forse a causa del boom. Che non è quello economico, come già sagacemente ha ben ricordato il Presidente Napolitano, ma quello elettorale.
Certo è che se gli intellettuali avessero frequentato di più il cinema e il teatro o si fossero scatenati in qualche concerto rock o anche solo mischiati con quelli che vanno allo stadio si sarebbero accorti che qualcosa bolliva in pentola. Ma gli intellettuali italiani, per la più parte, sono schivi e timidi e soprattutto non vogliosi di ribalta. E così si sono fatti sopravanzare da cantanti, calciatori, teatranti e anche un Nobel che avevano capito tutto con anticipo. Qualcuno anche con largo anticipo, e ora ne rivendica la primogenitura. . Ma attenzione, mica tutti questi artisti e sportivi sono giovani e underground, i più sono cresciutelli e viaggiano oltre i quaranta, con anche qualcuno che potrebbe essere pure nonno se non addirittura bisnonno dei neoeletti . Ma in fondo è stato meglio così.
Per gli intellettuali più loquaci e intervistati è stata una fortuna non essersi accorti di niente che magari qualcuno se ne usciva con qualche battuta alla Fassino, che è un sabaudo dall'acido e filiforme umorismo. E che poi il mestiere di profeta non è proprio nelle sue corde.

Comunque alla fine anche loro, gli intellettuali, hanno visto che nel triste panorama politico qualcosa pur si muove. E, almeno questa volta, nelle intenzioni, han deciso di non essere di parte ma di svolgere un ruolo ecumenico. Fatto che, oltre non essere così usuale, è anche strano. Sarà mica l'influenza di quel che sta succedendo a Roma? Dove la voglia di ecumenismo, con tutti quei bei cardinali è addirittura palpabile. Tra uno scontro e l'altro. Che da quelle parti ci vanno pesanti ma sempre con l'aria che non sia successo nulla. e che comunque la responsabilità è di uno spirito, ancorché santo, che sia aggira per li palazzi.

La moda è moda e anche gli intellettuali ne van soggetti. L'idea dell'inconsueto affascina. E talvolta dà pure alla testa. E quindi anche gli intellettuali che ambirebbero essere i cardinali della laicità, si sono impegnati a svolgere un ruolo ecumenico.
Quindi cosa di meglio di una bella lettera, magari aperta, come nei ruggenti anni '70?
La parte più difficile deve senz'altro essere stata l'intestazione. L'inizio è sempre terribile quando ci si trova davanti al foglio bianco che guarda lo scrittore con fare beffardo e sembra dire:”e adesso come cominci?”
S'immaginano i dibattiti, e la quantità di fogli appallottolati che sono stati gettati nel cestino e quelli che invece, battendo sul bordo, ne son cascati fuori. E dopo ore di discussioni e di metafisica applicata ecco l'idea: il classico “caro”.
Già, ma “caro Beppe” deve esser parso un po' troppo ammiccante e oggettivamente un po' fa anche ridere. E quindi, ideona, l'hanno doppiato con il cognome: “caro Beppe Grillo”. Che suona un po' come scrivere al vecchio collega d'ufficio (avranno mica pensato a Fantozzi, anche lui genovese, quando si rivolgeva al ragionier Filini?). Oppure fa pensare alle cene dei reduci del liceo che ci si da del tu ma col cognome: “come va Gomarasca? Mi passi il sale Incorvaia”.
Comunque, superato il primo scoglio l'idea di chiamare “amici” i militanti e gli eletti gli sarà parso naturale. Come accarezzare vigorosamente la testa dei figli piccoli degli amici. Che sopportano la tortura per amore (timore) di papà e pensano a quali pene infliggere al maniaco accarezzatore di teste.

Quindi preso l'abbrivio, lo schema successivo è semplice: 1) omaggio al vincitore 2) premessa alla proposta del mittente, 3) proposta 4) chiusa con mozione degli affetti. Il punto 4) di solito si porta appresso sempre un po' di retorica che nei comizi fa scattare l'applauso. Così è da sempre. Fin dai tempi del politburo. E oggi forse non c'è neanche più la voglia di cambiare.
L'omaggio al vincitore è presto reso: «Una grande occasione si apre, con la vostra vittoria ...». Semplice, stringato e preciso. Perfetto.
Anche la premessa è chiara. Peccato sembri un dito cacciato nell'occhio dell'interlocutore. 
Perché, anziché cercare i punti di unione (prendano esempio dai cardinali, quelli veri, i vaticani), subito si incardinano su una questione che è divaricante: «Non potete aspettare di divenire ancora più forti (magari un partito-movimento unico) di quel che già siete, perché gli italiani che vi hanno votato vi hanno anche chiamato: esigono alcuni risultati molto concreti, nell’immediato, che concernano lo Stato di diritto e l’economia e l’Europa». 
Ma chi l'ha detto? E se gli italiani fossero d'accordo? E poi con tutti gli argomenti che son sul tavolo proprio questo è da sollevare? Che non è neanche uno dei più interessanti. Concettualmente parlando.
Che poi è la risposta in negativo ad uno dei desiderata di Grillo peraltro estrapolata dal contesto. Ma comunque perché porre già alla terza riga un elemento di disunione?
Poi la proposta che viene esposta con il rude tatto attribuito, a volte a torto, agli abitanti della montagna: «Ma dire no a un governo che facesse propri alcuni punti fondamentali della vostra battaglia sarebbe a nostro avviso una forma di suicidio: gli orizzonti che avete aperto si chiuderebbero, non sappiamo per quanto tempo. Le speranze pure. Non otterremmo quelle misure di estrema urgenza che solo con una maggioranza che vi includa diventano possibili». Il tono brutale, intimativo e ultimativo della proposta inficia ogni possibilità di risposta positiva. E poi sembra che l'accordo proposto sia più strumentale che sincero. Non si fa così.
La chiusa è ugualmente surreale e si divide in due parti.
Parte uno: «Non sappiamo quale possa essere la via che vi permetta di dire sì a questi punti di programma». Ma come? Si fa una proposta senza sapere come possa essere accettata? Ma in che film può succedere questo? Al di là di un bizzarro utilizzo della consecutio temporum. Che da tante belle menti abituate a scrivere qualcosina di più corretto nell'uso della lingua ci si poteva pure aspettare.
Parte due, quella di solito dedicata alla mozione degli affetti: «Avete detto: “Lo Stato siamo noi”. Avete svegliato in Italia una cittadinanza che vuole essere attiva e contare, non più delegando ai partiti tradizionali le proprie aspirazioni. Vale per voi, per noi tutti, la parola con cui questa cittadinanza attiva si è alzata e ha cominciato a camminare, nell’era Berlusconi: Se non ora, quando?». Ma come?
Utilizzare lo slogan di un altro per convincere qualcuno è quanto di peggio si possa fare in comunicazione. Chwe è un po' come dire alla fidanzata che l'amica è più elegante.  Paul Watzlawick, La pragmatica della comunicazione, insegna.

Peccato. A firmar quella lettera c'è gente di vaglia, come Salvatore Settis e Barbara Spinelli.
Chissà che gli è preso.
Questo è uno dei casi in cui s'è pezo el tacon del buso. 
E infatti Grillo Beppe ha avuto buon gioco nella risposta citando addirittura quello che, in un certo tempo della sua carriera, fu un'icona dell' artista militante: Giorgio Gaber
Agli intellettuali (e anche ai politici, ad esclusione di Berlusconi e del M5S che la comunicazione la conoscono) due consigli:farsi consigliare dei seri consulenti di comunicazione. Di buoni ce ne sono, anche se pochi. Che un conto è pensare e un altro è comunicare.




lunedì 4 marzo 2013

Governo Tecnico: da Mario Monti a Corrado Passera e i cocci sono nostri.

E adesso a chi tocca? Grillo dice che Pd e Pdl zitti zitti quatti quatti si stanno accordando per un altro tecnico. Potrebbe essere Corrado Passera che non stava nella pelle già qualche mese fa. Attenzione però qualcosina dovrà essere fatta per cambiare la situazione. O agli italici alla fine rimarranno solo i cocci.

Grillo riuscirà a "spaventare" Pd e Pdl?
E così sembra che toccherà a Corrado Passera. Almeno questo è quello che sostiene Beppe Grillo. Che qualche cosa, di tanto in tanto, ci azzecca. Sarà anche un comico ma a un altro comico, italiano peraltro, è stato assegnato il Nobel, inoltre da quando ha deciso di accettare la sfida che il supponente Piero Fassino gli lanciò tra i piedi di strada ne ha fatta parecchia. 
E adesso, giusto pour goûter, lui che è cicciottello di costituzione si trova a capo di un movimento che risulta anch'esso un filino sovrappeso. Rispetto alle aspettative.
Il fatto che questo comico si trovi a battagliare con politici scafati e piazzisti di lungo corso e la spunti portando avanti questioni che adesso sono diventate un bene comune, neanche fosse l'acqua, qualcosa dovrebbe far pensare Così come dovrebbe dare spunti di meditazione il fatto che gli schizzinosi che prima neanche se lo filavano, tra gli altri D'Alema e i vecchi tromboni del Pd nonché gli ex socialisti (ma questi sono un caso disperato) ed ex democristiani del Pdl, che anzi lo bollavano come antipolitica, adesso lo rincorrano neanche fosse la lepre di cui parlava Bersani. E talvolta addirittura mendichino. Ma questo è un altro discorso.

Rimanendo sul punto, Passera for president, si può senz'altro affermare che nel bel Paese c'è spazio per tutto e anche per tutti. Che qui l'America l'han trovata in tanti e qui hanno realizzato per l'appunto il sogno “ammmerigano”. Comunque, quello che frega gli italiani è la loro smaccata passione per il melodramma e per l'umorismo. E poi, soprattutto, la generosità: un posto da primo ministro, nel bel Paese, non lo si nega a nessuno.
Gianni Brera lo soprannominerebbe l'abatino?
E Corrado Passera è qualcuno fin da quando era piccolo. Quindi, figurarsi adesso.
Il nostro giovane ex ministro dell'Industria era già in pista di decollo quando, nelle vesti di Alice (per intenderci quella con gli occhioni grandi e blu del paese delle meraviglie) chiedeva ai petrolieri, quelli noti nella business community per essere agnellini facili da tosare, di rinunciare al 4% del loro fatturato. Euro più euro meno.
Lo chiese con passione e questa è la parte melodrammatica e soprattutto sembrava credere di aver ottenuto il risultato e questa è la parte umoristica. Perfetto: pronto, a tutti gli effetti, per diventare anche lui primo ministro. E inoltre è anche indagato per reati fiscali, guarda il caso. Ma anche questo è normale: un primo ministro con bagatelle penali non sarebbe la prima volta. Anche se il precedente sarà difficile eguagliare. Immaginarsi superare.
Finalmente si avrà un primo ministro con gli occhioni: grandemente grandi, innocentemente innocenti e ingenuamente ingenui e comunque sempre pronti ad essere sgranati dalla sorpresa.

Corrado Passera peraltro ha molte altre carte nella sua manica.
E' partito come tecnocrate (e questo senz'altro piace ai mercati) poi è sembrato vicino ai cattolici di comunione&liberazione, deinde si è spostato un pochino per essere nei pressi di quelli del forum di Todi, anche se i cattolici in politica (in particolare quelli amici di Dismas il ladrone buono del Golgota) di tanto in tanto dimostrano di avere un cuore, quindi qualche vicinanza con la Cei (il Vaticano apprezza sempre questi movimenti perché di solito sono forieri di quattrini) e infine, penultima tappa, è stato sostenitore dell'operazione Monti dalla quale si è dissociato senza tante spiegazioni.
Passera e Monti: soluzioni o cocci?
Si dice che volesse una lista unica con Casini e Fini, anziché le tre che si sono presentate, che se l'avesse spuntata lui avremmo ancora il secondo in parlamento e il primo a fare il galletto. Mentre invece adesso, uno non c'è più e l'altro è un po' malconcio.
Gli ultimi due mesi Corrado Passera li ha passati sottotraccia, apparentemente, in riposo. Anche se il telefono cellulare e internet riescono a far sentire vicini anche quelli più lontani.
Comunque adesso pare essere in pole position per una nuova avventura tecnica. E questa volta in proprio, di facciata, e conto terzi, di sostanza. Che nel bel Paese se ogni fesseria non viene replicata almeno un paio di volte non si è contenti.
E nei due blocchi, ché quello di Monti conta come il due di coppe quando la briscola è bastoni, hanno bisogno di tempo per capire il che fare, rimescolare le carte e provare a logorare, secondo vecchi schemi, o cercare di comprare, secondo pratiche più recenti ma da sempre ben note, alcuni del Movimento 5 Stelle.
Questa volta però sarà un po' più difficile. Non perché quelli del M5S siano tutti dei Saint-Just, che magari qualche amico della palude lo si troverà anche lì ma semplicemente perché qualcosa si dovrà pur cedere e qualche riformuccia sarà da fare poiché il solo spauracchio delle questioni euroeconomiche con il loro strascico di tasse e tagli non saranno sufficienti a tenere tranquilli gli italici. Che hanno paura, dopo tanti sacrifici di doversi tenere pure i cocci lasciati di una classe politica disastrata. Che neanche pagherà il danno.
Che Corrado Passera pensi bene alle sue ambizioni anche perché un nuovo seggio da senatore a vita questa volta proprio non c'è.

sabato 16 giugno 2012

Siamo un Paese per orfani


La storia del nostro Paese è quasi tutta all'insegna della orfanilità. Da sempre.
All'inizio furono Romolo e Remo che si avvalsero dei servigi di una lupa per supplire alla  infausta situazione e i risultati di tanto nutrimento si son visti nei secoli a venire. Poi, sempre in epoca romana, si trovarono in simile ambascia  i due Gracchi, Tiberio e Gaio, di cui la madre Cornelia disse  «haec ornamenta mea» (1), mentre di tutt'altro tenore furono le parole usate da Agrippina nei confronti del figlio Nerone, anche lui orfano. E pure le epoche successive non hanno proprio scherzato. Furono orfani Dante, Caravaggio, Alfieri e Giovanni Pascoli che con la poesia della cavallina storna ha incattivito e sfranto intere generazioni di liceali.  In epoca  unitaria, poi il libro Cuore  ha celebrato l'apoteosi del piccolo eroe orfano: la piccola vedetta lombarda, il tamburino sardo, il piccolo Marco che va dagli appennini alle ande, tutti orfani. Un vero disastro. Ai giorni nostri, che per fortuna il fenomeno si è ridotto drasticamente, pare sia subentrato un certo qual piacere nel dichiararsi “orfani”, virtuali.
E così Mario occhi di ghiaccio Monti (che quasi quasi neanche Paul Newman) si è dichiarato orfano dei poteri forti (che subito si sono affrettati a smentire sia la forza che la genitorialità), mentre già da tempo l'intera nazione si sentiva orfana di tutti quei geniali cervelli che son fuggiti per andare a cercar fortuna altrove. E' tornato il mito deamicissiano di viaggiare senza genitori al seguito.  Questa condizione di “senza famiglia” è ovvio che ci pesi e che ci renda anche un pochino tristi. Soprattutto se pensiamo alle altre nazioni, giusto per dire la Germania , il Regno Unito e anche la Francia, che sembrano invece famigliole così unite allegre sorridenti e felici. E sopratutto con tutti i loro gradi di parentela, genitori inclusi, al loro santo posto. E lo scoramento della nazione senz'altro è aumentato quando ci si è messo di mezzo anche Flavio Briatore. Sì, l'ha detto e l'ha confermato: lui ci renderà orfani del Billionaire e di sé stesso. Dramma.
Flavio Briatore cervello in fuga
Ha deciso infatti, così di punto in bianco di chiudere il suo locale (ammesso che non sia una sparata per attirare clienti in periodo di magra) che non investirà più in Italia ma solo all'estero. Questo nostro Paese non gli piace più. Il triste evento, si domandano in pochi, avrà come effetto collaterale che l'italico popolo dovra fare a meno anche di Elisabetta Gregoraci e dell'innocente Nathan Falco? Se sì, sarà un duro colpo. Doppio.
Il Paese tutto vacillerà, piegherà le ginocchia, sarà sul punto di cadere ma l'afflato per la crescita e per la ripresa probabilmente l'aiuterà a sopravvivere.
Anzi. sopravviverà:“più felice e più gioioso che pria. Bravo. Grazie”. Come ghignava Petrolini.
E se, si fa tanto per dire, l'esempio di Flavio da Cuneo (dove Totò fece per tre anni il militare) fosse seguito anche da altri? E se altri cervelli del suo stesso calibro decidessero di abbandonare il paese?
Ve l'immaginate un'Italia resa orfana (sempre metaforicamente parlando, s'intende), di Daniela Guarnero, in arte Santanchè, di Ignazio digiamolo La Russa magari anche, di Maurizio Gasparri (finalmente un dibattito televisivo senza interruzioni e con ragionamenti filati e chiari?), e anche di Massimo D'Alema, (così si potrebbe sbagliare in santa pace senza sentirsi dire ogni tre per due che “sarebbe un grave errore...”),  e senza Giovanna Melandri, che un pensierino ce l'aveva pure fatto ma poi è rimasta (2) e senza Vittorio Feltri e Belpietro e l'intera tribù dei Bossi, da Umberto al più giovane Eridanio-Sirio?  E orfana anche di  Borghezio che potrebbe andare ad arringare i Lapponi che sono gentili e fingono di ascoltare tutti, e senza Castelli e Maroni e senza cerchio magico e senza Belsito e senza Alfano e magari anche senza la Binetti e il suo (dicono) cilicio e senza Renato Brunetta (che potrebbe  trasferirsi tra i Semang della Malesia) e senza  Rutelli che gli soffiano i milioni di sotto il naso e non se ne accorge e senza Giulio Tremonti (insegnante di tappologia applicata in Jacuzia) magari anche senza la Fornero che a quanto dice Bonanni non sa far di conto e ha anche un rapporto un tantinello controverso con la verità
Daniela Guarnero Santanchè 
Bhè, certo sarebbe un Paese forse-forse-forse un po', ma solo un po', meno effervescente perché tanto alcuni ci resterebbero che mica possiamo rimane senza del tutto. E quindi in attesa del successivo abbandono ci dovremo tenere Beppe Grillo e Matteo Renzi e anche Gianluigi Bersani e, con grande felicità, Crozza e con un pochino di meno Casini e Fini e suo cognato e anche Giorgio Clelio Straquadanio e Marco Pannella. Sarebbe bellissimo. E si potrebbe dire (per finta) di quanto ci mancherebbero i dipartiti e poi tutti a cantare in coro che questo è un Paese per orfani. Felici.

PS. Non si è detto di Silvio Berlusconi e di Mariano Apicella. Loro si danno per già andati.

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(1) "Questi sono i miei gioielli" disse Cornelia mostrando i propri figli ad una matrona che frequentava il Billionaire dell'epoca.
(2) http://www.ilvicarioimperiale.blogspot.it/2012/02/ecco-giovanna-melandri-il-ritorno.html