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mercoledì 5 febbraio 2020

Bonaccini: vittoria tossica.


Vince Bonaccini, felici a Bologna e problemi a Roma. Il vice segretario Pd Andrea Orlando viene illuminato da Pietro Micca. L’incapibilità della sinistra.

Stefano Bonaccini il vincitore dell'Emilia-Romagna
Dopo oltre una settimana di decantazione dal voto emiliano-romagnolo si può finalmente cominciare a ragionare con una certa qual serenità. Ovviamente questo significa  lasciare perdere la mancata telefonata di congratulazioni al vincitore da parte della Borgonzoni Lucia, la classe è come il coraggio: chi non ce l’ha non se la può dare. E anche sorvolare sulla mancata stravittoria del Salvini Matteo che, pure se fosse arrivato primo non avrebbe vinto. Copywriter Pierluigi Bersani.
Al dunque ha vinto e con largo margine, il Bonaccini Stefano che, nulla voluntate sua,  ha trascinato, il Pd, proprio trascinato e tirato per i capelli, ad essere il primo partito della regione.  Gli emiliano-romagnoli avranno la regione amministrata secondo tradizione. Che poi sia di sinistra è tutto da vedere. Peraltro pare che un imprenditore dopo un incontro con la Borgonzoni le abbia detto “mi raccomando, se vincerete, non cambiate troppo”. Appunto. Insomma il tradizionale moderato quasi comunismo  di Peppone.
Per il governo invece sembra che la vittoria bonacciniana sia un po’ tossica, Forse anche troppo. Al Nazzareno, nonostante lo scampato pericolo, non si è festeggiato granché. Pare che il vicesegretario Orlando Andrea sia andato a letto presto e in sogno gli sia apparso Pietro Micca, come se ad accendere micce sotto il governo il Renzi Matteo non bastasse. E così, proprio quelli del Pd, hanno cominciato a dare a questo voto tutte le valenze politiche che fino a sabato 18 gennaio avevano aborrito. Adesso l’Orlando Andrea, nei panni del furioso, chiede di tutto, a partire dal riequilibrio, “l’asse del governo cambia”  reclama stentoreo rivolto ai poveretti del M5S che sono usciti dalle urne regionali con le ossa rotte. E poi, sempre lui che per tre anni è stato il pungiball del Renzi,Matteo tuona: “dopo debacle M5S, rivedere i decreti sicurezza” come se in caso di buona riuscita dei grillini quei decreti dovessero stare in piedi. E quindi ancora: rivedere il reddito di cittadinanza e quota cento e la questione della prescrizione il tutto definito “armamentario che non paga elettoralmente”. Dimenticando che proprio quell’armamentario, solo due anni fa, pagò  in modo esagerato. Al confronto Maramaldo si era dimostrato un signore.
Naturalmente il vicesegretario Orlando nella sua furia non tiene conto né degli attuali rapporti di forza in Parlamento e neppure che per cambiarli sono necessarie nuove elezioni nazionali che non è detto vadano come in Emilia-Romagna. Il premier Conte avrà il suo bel daffare per smorzare le paturnie di risvegliati avventuristi e dei guastatori della corrente renziana rimasti sotto copertura nei gruppi parlamentari del Pd.
Diceva Checco Zalone che il peggior difetto della sinistra è l’incapibilità. E infatti capire dove voglia andare il Pd e chi voglia rappresentare è proprio di difficile capibilità. Comunque si vedrà.
Buona settimana e buona fortuna.

mercoledì 20 gennaio 2016

L’anno nuovo ha solo venti giorni ed è già vecchio.

Renzi fa Renzi, i catto-dem fanno i catto-dem, il cardinal Bagnasco fa il cardinal Bagnasco, Grillo fa Grillo. Giachetti e Sala vogliono fare i sindaci, non l’hanno ancora fatto. Checco Zalone sbanca e le analisi socio-demenziali anche. Le parti in commedia sono assegnate e il finale è scontato. A meno che…


Tutti si immaginano che l’anno nuovo sarà spumeggiante, meglio del precedente e che, se non sarà proprio ricco, porterà almeno delle novità. In fondo è detto nuovo proprio in alternativa a quello vecchio. Il 2016, da questo punto di vista e non solo, parte male. Dopo venti giorni di vita non s’è registrata una novità che sia una. Tutta roba vecchia e pure rimasticata. La somiglianza con il 2015 è tragica. All’idea che tocchino altri 346 giorni, che poi ce n’è pure uno in più essendo questo bisestile, come quelli già passati l’anno scorso verrebbe il mal di mare pure a Cristoforo Colombo. 

Matteo Renzi insiste pervicacemente a fare la parte di Matteo Renzi. Ormai avrebbe dovuto venire a noia anche a lui. Sempre gli stessi discorsi sempre la stessa annuncite seguita dalla solita ritrattite. Questa volta ha ritrattato sul reato di clandestinità. Ha ammesso che è un reato fesso, come avevano già detto magistrati e forse di polizia, ma non ha varato il provvedimento perché «gli italiani non avrebbero capito, dato il tasso di insicurezza percepita.» Che se voleva dire che gli italici son fessi poteva essere più spiccio. E poi assomiglia viepiù a Renato Brunetta: se non ha qualcuno con cui litigare si sente poco bene. Probabilmente quando non ha altri con cui litigare lo fa con sé stesso. 
Matteo Salvini, ben calato nella parte dell'oxfordiano parla di «cani e porci» dimostrando straordinaria competenza in materia. A ciascuno il suo e qui di novità neanche l'ombra.
Roberto Giachetti, ex radicale, da un tocco in parlamento con il Pd ha confermato che si presenterà alle primarie per la carica di sindaco. Al momento è l’unico candidato. Alla domanda se si dimetterà da parlamentare ha risposto che lo farà se eletto. Cioè si lancia con il paracadute. Non c’è novità. 

Ogni volta che si parla di diritti omosessuali rispuntano i cattodem. Nel Pd ce n’è una caterva che sono progressiste sì, ma poi neanche tanto. Nessuna novità. Renzi ha lasciato libertà di coscienza alle sue truppe. Questa volta non ha chiesto lealtà. Quando c’è aria grama sull’esito dei voti diventa democratico. Nella compagnia di giro per la famiglia etero non poteva mancare monsignor Bagnasco che non ha perso l’occasione per dire che il Parlamento sciupa il suo tempo a discutere di queste cose quando c’è da risolvere il problema del lavoro. Giusto. Non ha accennato però all’evasione fiscale e alle tasse non pagate da Vaticano spa. Dimenticanza solita. 

Papa Francesco, tra l’abbraccio di un bambino e l’altro, ha fatto una scappata in Sinagoga. Anche lì baci und abbracci. C’è andato con la sua Ford, chissà dove ha parcheggiato. Comunque mai che ebrei e mussulmani entrino in San Pietro che sarebbe carino vederli li dentro. Ma sarebbe una novità. 

Anche Grillo continua a fare Grillo e si va di espulsioni. Prima o poi qualcuna gli spiegherà che selezionare è meglio di espellere. Ma sarà una novità. 

Nel giro delle banche è rispuntato il nome di Flavio Carboni. Lui ha un sacco di amici che lo presentano a tutti, ma nessuno di quelli che ha (o avrebbe) incontrato si ricorda di lui. Come collaterale: tutti a dire che la ministra Maria Elena Boschi ha raccomandato il padre, a nessuno che venga il sospetto che lei sia lì, nel giglio magico, proprio in virtù del padre e del fratello. Che sia la solita storia del dito e della luna? 

Berlusconi, chi era costui?, è ancora in circolo, «per obbligo di servizio» e aggiunge che con lui si raggiunge il 40% . L’ha sempre detto ma non è mai successo. 

È morto David Bowie e tutti sono diventati Bowie. Anche Giuseppe Sala, aspirante sindaco di Milano, che vorrebbe una città alla Bowie. È evidente che non sa quel che dice. Rientra nella norma. Che sia stato di centro destra fino all’altro ieri e ora si professi di sinistra non è una novità: «todo modo para buscar» diceva qualcuno. E la frase non ha bisogno di traduzione. Chissà se tutti si diranno Gasparri quando toccherà a Gasparri. 

Checco Zalone ha sbancato il botteghino e le analisi socio-demenziali si sprecano. Come sempre. Insomma le parti in commedia sono assegnate, gli attori gli stessi e la trama quella di sempre (niente di nuovo sotto il sole) e il finale scontato. A meno che ….