Ciò che possiamo licenziare

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mercoledì 11 maggio 2016

Verrà giorno che dovremo dire grazie a Matteo Renzi.

Al di là di quel che si può dire, non va taciuto che Renzi sta passando dieci insegnamenti fondamentali per la democrazia e la rinascita del Paese. Dopo questi tornare indietro sarà quasi impossibile. E così si sarà più felici e contenti che pria.

Come tutti i profeti visionari Matteo Renxi non è compreso dai suoi contemporanei. Come tutti i profeti visionari Matteo Renzi non è compreso neanche da sé stesso. Da che mondo è mondo è sempre successo così. Nell’impresa di capirsi e di farsi capire non c'è riuscito alcuno, neppure chi vantava ascendenze celesti e padri onnipotenti o simil tali. Però come quasi tutti i profeti visionari verrà un giorno in cui lo si dovrà ringraziare il Matteo Renzi, perché alla fine il suo passaggio su questa terra (si specifica detto in senso politico onde evitare turpi toccamenti) qualcosa ha insegnato. Qualcosa di molto importante che senz’altro lascerà il segno nell’animo politico dell’animale italico cioè: nell’animo dell’italico animale politico.

Il primo insegnamento del Renzi Matteo è che si può fare a meno di D’Alema Massimo. E per buttarlo giù dallo scranno ci ha messo veramente poco. Gli è riuscito quello che il Veltroni Walter cercava di realizzare da decenni. E questo non è poco. Gli ha ricordato che non si può disprezzare chi ti vota e che per essere un lìder non basta comportarsi come una vecchia zia, zitella e inacidita. Se il re passeggia nudo basta dirlo e tutti se ne accorgono.

Il secondo insegnamento è che il detto: “quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare” ha una sua ragion d’essere. Anche se lui l’ha dimostrato per prova contraria. Ossia quando il gioco si è fatto duro i vecchi (ancorché giovani in età) democristi e i vecchi (ancorché non ancora anziani) comunisti abituati ad essere spugne tra spugne invece che combattenti se la sono squagliata. Rinunciando alla lotta per davvero. Ogni riferimento al decotto Enrico Letta e al bollito Pierluigi Bersani, qui usati in veste di sineddoche,  è propriamente voluto.

Il terzo sta nel aver disvelato con nome e cognome quanti e chi siano i " tengo famiglia" nel giro della politica. L’elenco degli ex dalemiani, ex bersaniani, ex veltroniani, ex montiani, addirittura ex ingraiani e comunque ex di qualsiasi cosa, in centro come in periferia, che dalla sera alla mattina si sono trovati renziani è così lungo che l’elenco del telefono di qualsiasi grande città necessiterebbe di foliazione aggiuntiva. Adesso che li si conosce se ne terrà debita nota per quando si potrà scegliere, con comodo, il proprio rappresentante.

Il quarto insegnamento è, per paradosso dadaista, di forma opposto al secondo ed al terzo: se tutti quegli ex avessero tenuto la schiena almeno un po’ perpendicolare, se non proprio dritta, il Renzi Matteo non sarebbe dov’è.

Il quinto è che lo stalinismo non è morto con Stalin.

Il sesto è che lo stalinismo, come il renzismo, non è forte in quanto tale ma solo per l’acquiescenza di quaquaraquà. No quaquaraquà no stalinismo. E neanche renzismo.

Il settimo è che a forza di imbarcare mele marce o quantomeno bacate qualcuna di quelle sane o simil tali si contagia e allora persone sedicenti per bene si trovano a taroccar quel che gli capita sotto mano per il bene del Paese. E il loro.

L’ottavo insegnamento, ma questo lo si vedrà più avanti nel tempo, è che chi tradisce una volta tradisce sempre, per cui nulla di strano se gli ex di cui al punto tre torneranno all’ovile o si imbucheranno in qualche altro gregge. Quel giorno diranno che il vero traditore è Renzi Matteo.

Il nono insegnamento, ma questo è un desiderata che forse con ottobre si avvererà, è che si può imbrogliare uno tante volte, tanti una volta ma non tutti tutte le volte

Il decimo insegnamento in realtà non c’è perché non si vuole fare un decalogo che magari al Matteo Renzi gli vien la voglia di assimilarlo ad altri ben più seri e farsene vanto.

Se poi edotto da questi insegnamenti l’italico animale politico metterà la testa a posto allora si potrà dire grazie a Renzi Matteo. Che magari starà a rimembrar i bei giorni passati con Luca Loti e Maria Elena Boschi nel ridotto in Val di Chiana. Senz’altro meglio di quello da altri preconizzato in Valtellina.

venerdì 1 aprile 2016

Cardinal Bertone e Federica Guidi alla ribalta. È il 1° di aprile

A guardarla da lontano sembra un bel pesce d’aprile invece è tutto vero. Il cardinale Bertone tira in ballo altri 30 colleghi con case più belle. La Guidi viene elogiata per le dimissioni fulminee. A nessuno nel Pd viene in mente che il merito sta nel non doversi dimettere. Sullo sfondo Maria Elena Boschi. Il 1° aprile è ancora lungo

Per il 1° aprile gli italiani avrebbero preferito il classico pesce e invece no. Anche questa volta è stata la solita allegra palettata di organico. Per l'occasione, come da titolo sono stati coinvolti un cardinale e una ministra. L’abbinata potrebbe essere rubricata sotto la voce eccezionalità. Il cardinale di cognome fa Bertone, ex segretario CEI e comunque non nuovo alle cronache, mentre la ministra è Federica Guidi di cui invece in questi due anni di governo si è sentito parlare poco. Preferiva l’understatement. Se il suo viaggio in Egitto con una sessantina di imprenditori italici non fosse caduto in concomitanza con l’affare Regeni probabilmente sarebbe passato sotto silenzio. E invece per entrambi, in questo 1° aprile, si sono aperti i riflettori della cronaca. Cronaca brutta.


Del cardinale e del suo mega appartamento con ultra ristrutturazione s’è già scritto, sul fatto dei costi, belli altini, a orecchio quasi una mezzomilionata, invece pure. Così come s’è scritto che il cardinale colto da improvviso raptus di prodigalità, del tutto fuori dagli schemi per il ruolo, aveva poi deciso di regalere (i maligni dicono restituire) centocinquantamila eurini all’ospedale Bambin Gesù, di Roma. Però questa generosità si è manifestata a rate. Cosa che non è di tutti i giorni e, in ogni caso, al momento non è dato sapere a quale rata si sia arrivati. Comunque per adesso il cardinale non risulta essere indagato come invece lo sono due ex manager dell’ospedale. Peculato, appropriazione e uso illecito di denaro i reati contestati. Però non è detto. La giornata del 1° aprile è ancora lunga e soprattutto dovrebbe ricordare il cardinale che «Dio non paga il sabato.» Nel senso comune sta a significare che la punizione di Dio anche se tarda a giungere è immancabile e inevitabile. Primi passaggi del catechismo che don Tarcisio dovrebbe ben conoscere.  Nel frattempo, giusto per mettere un po’ di miele sulla torta, Emiliano Fittipaldi ha scovato un paio di lettere dalle quali si evincerebbe che il don ben sapeva che i denari necessari e sufficienti alla ristrutturazione sarebbero usciti da altre tasche, da terzi si dice, e transitati in qualche modo per i fondi dell’ospedale. Che poi non è chiaro perché un terzo debba versare denaro all’ospedale con l’intenzione di contribuire alla ristrutturazione dell’appartamento di un cardinale. Misteri della fede. Meno misteriosa sembra invece la dichiarazione di don Tarcisio quando afferma che:«Non me ne vado. Trenta cardinali hanno case più belle» Che sarebbe come dire, nell’ordine, che il vezzo è ben distribuito, che mal comune è mezzo gaudio, tradotto se son tutti colpevoli non c’è alcun colpevole e che, infine, ci sono altri trenta su cui indagare. Che trenta siano i cardinali come i denari di Giuda è solo un caso. A questo punto l’autorità papalina dovrebbe procedere con un interrogatorio del cardinale, persona informata dei fatti, e predisporsi a compilare una nuova lista. Tempi duri per i magistrati di ogni Paese.

Altra storia, anche se poi al fondo sempre di soldi si tratta, la questione della ministra Guidi che si è dimessa a causa di una intercettazione telefonica dalla quale si evincerebbe il suo interessamento per un emendamento prima bocciato e poi approvato che avrebbe favorito il suo fidanzato, Gianluca Gemelli, indagato per traffico d’influenze, ed il suo cliente Total. Sul fatto che le dimissioni fossero opportune non ha eccepito neppure Andrea Romano, il che è tutto dire. Come tutti i neofiti anche lui è più realista del re. Le dimissioni sono state fulminee ed hanno fatto la gioia di Fabrizio Rondolino che con un tweeter ha commentato «Brava Guidi e Bravo Renzi»  L’incenso a Renzi viene di default, in ogni pezzo, neanche fosse una clausola del contratto. Quel «Brava Guidi» invece è un po’ ambiguo: brava per essere riuscita a recuperare l’emendamento o brava per le dimissioni? Perché dimettersi in quella situazione più che un merito le dimissioni sono l’atto, al minimo, dovuto per un precedente demerito. E che demerito. Il merito non sta nel dimettersi velocemente ma nel non doversi dimettere per nulla di politicamente sgradevole se non addirittura di illecito. Ma forse il ragionamento  è troppo complesso e il fatto che ci si debba confrontare con la complessità non fa parte del contratto. Nel paciugo è in qualche modo coinvolta anche Maria Elena Boschi che, dalle telefonate, risulta aver detto sì al ripescaggio dell’emendamento: dopo banca Etruria la questione del petrolio. Non male. Anche per lei 1° aprile è ancora lungo.

mercoledì 20 gennaio 2016

L’anno nuovo ha solo venti giorni ed è già vecchio.

Renzi fa Renzi, i catto-dem fanno i catto-dem, il cardinal Bagnasco fa il cardinal Bagnasco, Grillo fa Grillo. Giachetti e Sala vogliono fare i sindaci, non l’hanno ancora fatto. Checco Zalone sbanca e le analisi socio-demenziali anche. Le parti in commedia sono assegnate e il finale è scontato. A meno che…


Tutti si immaginano che l’anno nuovo sarà spumeggiante, meglio del precedente e che, se non sarà proprio ricco, porterà almeno delle novità. In fondo è detto nuovo proprio in alternativa a quello vecchio. Il 2016, da questo punto di vista e non solo, parte male. Dopo venti giorni di vita non s’è registrata una novità che sia una. Tutta roba vecchia e pure rimasticata. La somiglianza con il 2015 è tragica. All’idea che tocchino altri 346 giorni, che poi ce n’è pure uno in più essendo questo bisestile, come quelli già passati l’anno scorso verrebbe il mal di mare pure a Cristoforo Colombo. 

Matteo Renzi insiste pervicacemente a fare la parte di Matteo Renzi. Ormai avrebbe dovuto venire a noia anche a lui. Sempre gli stessi discorsi sempre la stessa annuncite seguita dalla solita ritrattite. Questa volta ha ritrattato sul reato di clandestinità. Ha ammesso che è un reato fesso, come avevano già detto magistrati e forse di polizia, ma non ha varato il provvedimento perché «gli italiani non avrebbero capito, dato il tasso di insicurezza percepita.» Che se voleva dire che gli italici son fessi poteva essere più spiccio. E poi assomiglia viepiù a Renato Brunetta: se non ha qualcuno con cui litigare si sente poco bene. Probabilmente quando non ha altri con cui litigare lo fa con sé stesso. 
Matteo Salvini, ben calato nella parte dell'oxfordiano parla di «cani e porci» dimostrando straordinaria competenza in materia. A ciascuno il suo e qui di novità neanche l'ombra.
Roberto Giachetti, ex radicale, da un tocco in parlamento con il Pd ha confermato che si presenterà alle primarie per la carica di sindaco. Al momento è l’unico candidato. Alla domanda se si dimetterà da parlamentare ha risposto che lo farà se eletto. Cioè si lancia con il paracadute. Non c’è novità. 

Ogni volta che si parla di diritti omosessuali rispuntano i cattodem. Nel Pd ce n’è una caterva che sono progressiste sì, ma poi neanche tanto. Nessuna novità. Renzi ha lasciato libertà di coscienza alle sue truppe. Questa volta non ha chiesto lealtà. Quando c’è aria grama sull’esito dei voti diventa democratico. Nella compagnia di giro per la famiglia etero non poteva mancare monsignor Bagnasco che non ha perso l’occasione per dire che il Parlamento sciupa il suo tempo a discutere di queste cose quando c’è da risolvere il problema del lavoro. Giusto. Non ha accennato però all’evasione fiscale e alle tasse non pagate da Vaticano spa. Dimenticanza solita. 

Papa Francesco, tra l’abbraccio di un bambino e l’altro, ha fatto una scappata in Sinagoga. Anche lì baci und abbracci. C’è andato con la sua Ford, chissà dove ha parcheggiato. Comunque mai che ebrei e mussulmani entrino in San Pietro che sarebbe carino vederli li dentro. Ma sarebbe una novità. 

Anche Grillo continua a fare Grillo e si va di espulsioni. Prima o poi qualcuna gli spiegherà che selezionare è meglio di espellere. Ma sarà una novità. 

Nel giro delle banche è rispuntato il nome di Flavio Carboni. Lui ha un sacco di amici che lo presentano a tutti, ma nessuno di quelli che ha (o avrebbe) incontrato si ricorda di lui. Come collaterale: tutti a dire che la ministra Maria Elena Boschi ha raccomandato il padre, a nessuno che venga il sospetto che lei sia lì, nel giglio magico, proprio in virtù del padre e del fratello. Che sia la solita storia del dito e della luna? 

Berlusconi, chi era costui?, è ancora in circolo, «per obbligo di servizio» e aggiunge che con lui si raggiunge il 40% . L’ha sempre detto ma non è mai successo. 

È morto David Bowie e tutti sono diventati Bowie. Anche Giuseppe Sala, aspirante sindaco di Milano, che vorrebbe una città alla Bowie. È evidente che non sa quel che dice. Rientra nella norma. Che sia stato di centro destra fino all’altro ieri e ora si professi di sinistra non è una novità: «todo modo para buscar» diceva qualcuno. E la frase non ha bisogno di traduzione. Chissà se tutti si diranno Gasparri quando toccherà a Gasparri. 

Checco Zalone ha sbancato il botteghino e le analisi socio-demenziali si sprecano. Come sempre. Insomma le parti in commedia sono assegnate, gli attori gli stessi e la trama quella di sempre (niente di nuovo sotto il sole) e il finale scontato. A meno che ….

giovedì 17 settembre 2015

Renzi, il Senato e la commedia all’italiana.

Sul Senato la Boschi ha i numeri. Renzi fa il ganassa e minaccia di trasformarlo in un museo. Nel frattempo Gotor vota a favore di Calderoli per disciplina di partito. Dopo l’uscita di Padoan non si sa più a chi togliere tasse. E ci si mette anche Squinzi. Dall’Italia se ne vanno solo quelli che non hanno senso dell’umorismo altro che cervelli in fuga.

In realtà il titolo avrebbe potuto essere Renzi più la riforma del Senato uguale la commedia all’italiana. Dato che ogni giorno questa mirabile vicenda mostra lati imprevisti. Comicamente imprevisti. La ministra Boschi sostiene che il governo ha i numeri come gli illusionisti dicono di avere i magici poteri. Il fatto è che se per davvero la ministra ha i numeri avrà modo di mostrarli senza necessariamente sfrangere l’italico popolo con le sue comparsate e battute del tipo: «È l’Europa che lo vuole» Come se all’Europa importi molto il fatto che l’Italia abbia un sistema bicamerale paritario. Eventualmente sarà più interessata al conto economico. Al fatto che i comuni comprino prodotti e servizi senza passare dall’ufficio acquisti centralizzato. Che la corruzione balli senza freni ogni volta che c’è una gara pubblica. Che si pensi a potenziare il Freccia Rossa e non i treni dei pendolari. Che la politica costi un badalucco e i partiti si facciano leggine su misura. E si potrebbe andar di lungo, ma son temi che tutti conoscono. 

Poiché il governo è ben sicuro di farcela Renzi fa il ganassa (espressione lombarda per dire chi vuol fare il di più e si atteggia a genio della lampada) e minaccia:«Chiudo il Senato e lo trasformo in un museo» Forse il fiorentino non lo sa ma ha, involontariamente?, riecheggiato chi voleva trasformare «quell’aula sordida e buia in un bivacco di manipoli.» Renzi per fortuna non ha i manipoli, quel tipo di manipoli. Anche perché vien difficile immaginare Luca Lotti come marciatore. In verità dà l’impressione fare come quei bambini che al buio urlano e cantano per far vedere che non hanno paura. Comunque la provocazione c’è tutta. Un solo dubbio: chi glieli dà in Senato i voti per abolire il Senato? Magari meglio procedere cpn il metodo Verdini, fiorentino anche lui e con un lunga esperienza in materia. Ecco allora che il Calderoli Roberto ritira inopinatamente cinquecentomila emendamenti dopo che il Senato ha deciso che gli insulti alla ex ministra Kyengé (assomiglia a un orango) sono solo diffamazione e non istigazione all’odio razziale. Forse si intende che per accendere il secondo reato avrebbe dovuto metterla in gabbia. con una catena al collo.

Naturalmente la sedicente sinistra del Pd, Gotor in testa, ha votato a favore della vergogna. «Per disciplina di partito» dice Miguel. Avrebbe potuto chiosare.:«Non per disciplina ma per lealtà e senso di responsabilità» Avrebbe fatto contento Renzi Almeno una volta. Ha mancato anche questa occasione. E comunque l’ex rottamatore fa affidamento sull’esperienza ella vecchia guardia ora tutta innovazione tecnologia e segnatamente su Anna Finocchiaro, una  che, secondo il regolamento del Pd, neanche dovrebbe essere in Senato dove è entrata come derogata. E chissà che la lettura dell’articolo 104 del  regolamento non sia una specie di uovo di pasqua con dentro allegre sorprese per il futuro prossimo venturo. 

Nell’allegra compagnia di giro ha voluto avere una parte anche il ministro Padoan che vuol eliminare la Tasi agli inquilini. Fra un po’ non si saprà più a chi togliere le tasse: le categorie cominciano a scarseggiare.. Quindi meglio affrettarsi con le dichiarazioni d’intenti. Poi si vedrà. Rimane il dubbio su chi le debba pagare e qualcuno fa il nome di Pantalone. Naturalmente delle pensioni, che magari potrebbero dare un po’ dii ossigeno ai consumi non parla nessuno. Troppo facile. 

Poteva rimaner fuori dalla commedia la Confindustria ritagliandosi uno spazio serio ed autorevole ma il presidente Squinzi, solitamente moderato ha voluto farsi notare e niente come le corbellerie aiutano nell’obiettivo. Ha quindi affermato che il lavoro va dato prima agli italiani e poi agli altri. Un amico di facebook, sitonovefebbraio, gli ha suggerito di fare un giro per le imprese edili, di ceramica, di lavorazione carne, giusto per dire le prime che vengono in mente. E poi anche una passeggiata in qualche ospedale e magari anche una guardatina in casa sua chissà che ci sia una badante rumena o una colf filippina.

E poi dicono che sono i cervelli a scappare dall’Italia. Non è vero sono quelli che non hanno senso dell’umorismo.


martedì 5 maggio 2015

Italicum: promessa mantenuta? No.

Tutti a twittare di promessa mantenuta. Anche la Boschi. Renzi un po’ lo dice ma poi aggiunge «senza inciuci» Però a leggere s’intravvede un poco di porcellum e una bella tagliola per chi non sarà fedele.

«Promessa mantenuta» è stata la frase topica che ha contraddistinto tutti o quasi i twitter che le peones ed i peones del pensiero unico renziano si sono precipitati a scrivere con la tradizionale diligenza sui tablet di cui graziosamente la Camera dei Deputati li dota. 

A scorrere quei centoquaranta caratteri viene tenerezza tanto sono diligentemente compitati. Alcuni sono addirittura delle fotocopie, come fossero ispirati, per merito e metodo, dalle antiche prassi del minculpop. Evidentemente  nel passare il testo da twittare i ghostwriter  della presidenza del consiglio si sono dimenticati di aggiungere: «scrivetelo con parole vostre.»  che in molti casi dev’essere proprio stata una fatica da Sisifo e per la tema di sbagliare meglio copiare di sana pianta.

Lo ha fatto, ça va sans dire, anche Maria Elena Boschi, infagottata in quello che più che un vestito sembrava la tenda del salotto della nonna, in quel di otto e mezzo il 4 maggio,  avendo come sparring partner Massimo Franco oltre all’ovvia Lilli Gruber. Naturalmente lei, la prima della classe con l’aria di quella diligente che ripete la lezione mandata a memoria anche se non completamente digerita è stata tetragona: le frasi tutte uguali e il tono monocorde.

In verità la promessa di Renzi sul tema era di buttare alle ortiche la «porcata» di Calderoli e ridare finalmente agli elettori la possibilità di eleggere i loro rappresentanti fuori dalla triste logica dei nominati in modo da avere un Parlamento nel pieno delle sue prerogative. E probabilmente quelli che si sono recati a votarlo alle primarie avevano in mente (anche) quella promessa. Ma alla fine i fatti sono andati diversamente. A leggere quel che recita l’Italicum: bell’impasto (inciucio forse) tra porcellum, mattarellum, semipresidenzialismo strisciante, un po’ di proporzionale,un po’ di maggioritario e, tanto per dire, anche uno schizzo di ketchup che ci sta sempre bene.
In Parlamento dunque siederanno ancora dei nominati. Forse sarà perché anche Renzi pensa che la storiella del «non chiedo fedeltà ma lealtà» non possa durare a lungo e che magari qualcuno, prima o poi, gli faccia notare come i due termini siano sostanzialmente sovrapponibili se posti in quel modo. Che poi sarebbe la versione 2.0 del centralismo democratico che tanto andava in voga nel Pci. E allora meglio avere peones, maschi e femmine in quasi egual misura, consci del loro essere peones. Che poi se questa logica gira su tutti i partiti meglio ancora: mettersi d’accordo diventa pure più facile. E poiché la realtà supera assai spesso la fantasia ecco anche il ricchissimo premio di maggioranza a chi vincerà il ballottaggio. In nome della governabilità come se si potesse governare coi numeri piuttosto che con le idee. Evvabbè.

Che ci siano dubbi sulla costituzionalità della norma lo giura più d’uno e anche di chiara fama. Forse anche il Presidente Mattarella dovrebbe trovarvi qualche argomento di riflessione visto che era tra quelli che bruciarono il Porcellum. Però il mondo gira e non si sa mai cosa ci sia dietro l’angolo.

Se «Promessa mantenuta» è la frase d’ordinanza delle e dei peones Renzi per sé se ne è ritagliata una tutta sua «senza alcun inciucio.» Frase pericolosa, meglio lasciarla maneggiare da chi se ne intende. Un po’ come forbici, i coltelli e temperini che van tenuti lontano dalle mani dei bambini.  E Renzi di inciuci qualche cosina ne sa, dicono i maligni che aggiungono ne abbia messi in pratica già un bel po’. Come quelli per le nomine negli enti, quelli con qualche vecchio arnese del partito, prima decisamente contro poi sdraiato sulla linea, per garantirsi la maggioranza, poi anche con l’assegnazione dei ministeri, dove degli improbabili stanno provando l’ebrezza dell’auto blu, fino agli abbrasson nous con i sanpaoli, folgorati sulla via della bouvette, di Scelta Civica, di Sel e dei M5S. Insomma meglio sarebbe tacere sulle promesse, anche se a molti conviene credere a quella fola non foss’altro che per il piacere di riportare il trolley a Roma.

sabato 21 marzo 2015

Per Lupi è l’ora, se ne va, ma non molto lontano.

Ripete di non essere inquisito il che è vero. Però alcune cose non si fanno solo perché non si devono fare. Lo si spiega ai bambini quando si mettono le dita nel naso. Certi regali poi, direbbe Holiday Golightly fanno un po’ cafone. Quanto a competenza: pochina.

E così Maurizio Lupi, il terrone di Baggio come si autodefinisce, ha dato le dimissioni. Per prendere questa epocale decisione ci ha messo solo 72 ore, ha tenuto a precisare, omettendo però di fare il puntuale computo del numero degli spintoni che si son resi necessari per convincerlo. Ma giunti a una certa età si è soggetti ad amnesie, e questo ci sta. Unici suoi difensori sono stati un’altra dimissionaria da ministro, la De Girolamo nota per la famosa frase: «Fagli capire chi comanda, mandagli i controlli …» e un vecchio ex socialista di sinistra, otto legislature e un passaggio attraverso la P2, cioè Fabrizio Cicchitto. Volendo o potendo si poteva scegliere di meglio.

Comunque, ha tenuto a dire Lupi, «Me ne vado a testa alta». E' una battuta retorica buona come qualsiasi altra di quella fatta in quelle circostanze. Oggettivamente si poteva cercare qualcosa di un filino più originale, ma è anche vero che ad ascoltarlo non c’era quasi nessuno. Quindi inutile sprecare le energie e il costo di un buon ghostwriter. Ciò che maggiormente colpisce è come il protagonista non colga gli elementi portanti sia sotto l’aspetto formale che sostanziale dell’intera vicenda. Che per il conseguimento della laurea un ragazzo riceva un orologio è normale, se a regalarlo sono i nonni che di solito per i nipoti stravedono. Ci sta anche che sia un amico di famiglia, basta che non appartenga al gruppo di quelli che ricevono dal papà tanti e ben remunerati,incarichi di lavoro e soprattutto  che il papà non sia un amministratore di cosa pubblica. Che poi il regalino sia un pataccone d’oro che Holiday Golightly, protagonista di Colazione da Tiffany, bollerebbe come  «un po’ cafone» è nello stile della storia. E solo per non far demagogia si omette di dire che per pagarlo ci vogliono otto o dieci mesi del salario di un laureato precario. I figli si sa sono piezz e core e chi non si darebbe dà da fare per loro? Ma per il combinato disposto di cui sopra meglio non chiedere a chi vive degli appalti del ministero di papà. Trincerarsi poi come unico dato di bravura del giovane virgulto dietro il 110 e lode lo espone solo a perfide ironie.. Così come val poco ripetere a mo’ di mantra: «Non sono inquisito», che magari per scaramanzia si dovrebbe aggiungere, almeno sottovoce, un bel «per il momento». Anche perché mettere dei blocchi al corso della storia o alla provvidenza, non è prudente.

D’altra parte il Lupi Maurizio non ha capito che, come spiega Wittgenstein, alcune azioni non si fanno semplicemente perché non vanno fatte. È come quando si dice ad un bambino che non si deve mettere le dita nel naso: perché? Perché non è bello. Tutto qui. Ma forse è un azzardo pensare che Lupi abbia mai sfogliato qualcosa del filosofo austriaco troppo preso a leggere Tempi, il settimanale di Comunione e Liberazione di cui peraltro detiene quote azionarie.  Eppure qualche campanello avrebbe dovuto sentirlo suonare come quando, nel febbraio del 2014,assieme ad altri cinquecento parlamentari, c’era pure Gasparri che pare sbadigliasse, papa Francesco tenne un sermone lungo il giusto sui sepolcri imbiancati i farisei e la corruzione. Con la scusa di essere un prete che viene da dove finisce il mondo e con qualche difficoltà con l’italiano Francesco ha mischiando passato e presente lanciando più di un avvertimento. Chissà che in Vaticano già non si sapesse qualcosa. Si sa mai. C’è chi su quelle parole ci scherzò sopra e adesso ha tempo di meditarle stando al fresco.  E qualcosa di simile Francesco ha ripetuto quando ha incontrato (5 marzo 2015) gli ottantamila di CL dove invitava «ad essere liberi».

Però per essere liberi bisogna sapere e a dar ascolto alle registrazioni Lupi Maurizio pare non avesse idea di dove stesse lavorando, si fa per dire, e cosa stesse facendo: non distinguere una strada da una ferrovia vien difficile anche alla signora Maria. Per non dire della sua più completa ignoranza sui costi che invece la signora Maria di solito ha sulla punta delle dita.

Ha finito il suo discorso l’ex ministro Lupi Maurizio dicendo che la politica si può fare anche stando dai banchi del parlamento e la cosa è suonata vagamente minacciosa poi ha aggiunto che andandosene rafforza il governo. E magari qualche perfido avrà pensato che se lo imitassero anche Madia, Boschi, Alfano e Orlando, tanto per i dire i primi quattro che vengono in mente questo sarebbe un governo fortissimo. Vuoi mai mettere che qualcuno non ci pensi.

In ogni caso Lupi Maurizio se ne va, sì, ma solo un poco più in là. Pare sia già pronto per lui il posto di capo dei deputati di Ncd spostando Nunzia De Girolamo a chissà che. In fondo per fare il capogruppo la competenza necessaria è minima. Prudenza però vorrebbe di attendere lo sviluppo e magari anche la fine dell’evento. Se qualche filo del sistema Incalza verrà a scucirsi, che ci si spera proprio, si avrà ad un bel rimescolamento di carte e quando questo dovesse accadere verrà poi difficile chiamarsi fuori.  Che dimettersi due volte di fila sarebbe sì originale ma anche bruciante.