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mercoledì 11 maggio 2016

Verrà giorno che dovremo dire grazie a Matteo Renzi.

Al di là di quel che si può dire, non va taciuto che Renzi sta passando dieci insegnamenti fondamentali per la democrazia e la rinascita del Paese. Dopo questi tornare indietro sarà quasi impossibile. E così si sarà più felici e contenti che pria.

Come tutti i profeti visionari Matteo Renxi non è compreso dai suoi contemporanei. Come tutti i profeti visionari Matteo Renzi non è compreso neanche da sé stesso. Da che mondo è mondo è sempre successo così. Nell’impresa di capirsi e di farsi capire non c'è riuscito alcuno, neppure chi vantava ascendenze celesti e padri onnipotenti o simil tali. Però come quasi tutti i profeti visionari verrà un giorno in cui lo si dovrà ringraziare il Matteo Renzi, perché alla fine il suo passaggio su questa terra (si specifica detto in senso politico onde evitare turpi toccamenti) qualcosa ha insegnato. Qualcosa di molto importante che senz’altro lascerà il segno nell’animo politico dell’animale italico cioè: nell’animo dell’italico animale politico.

Il primo insegnamento del Renzi Matteo è che si può fare a meno di D’Alema Massimo. E per buttarlo giù dallo scranno ci ha messo veramente poco. Gli è riuscito quello che il Veltroni Walter cercava di realizzare da decenni. E questo non è poco. Gli ha ricordato che non si può disprezzare chi ti vota e che per essere un lìder non basta comportarsi come una vecchia zia, zitella e inacidita. Se il re passeggia nudo basta dirlo e tutti se ne accorgono.

Il secondo insegnamento è che il detto: “quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare” ha una sua ragion d’essere. Anche se lui l’ha dimostrato per prova contraria. Ossia quando il gioco si è fatto duro i vecchi (ancorché giovani in età) democristi e i vecchi (ancorché non ancora anziani) comunisti abituati ad essere spugne tra spugne invece che combattenti se la sono squagliata. Rinunciando alla lotta per davvero. Ogni riferimento al decotto Enrico Letta e al bollito Pierluigi Bersani, qui usati in veste di sineddoche,  è propriamente voluto.

Il terzo sta nel aver disvelato con nome e cognome quanti e chi siano i " tengo famiglia" nel giro della politica. L’elenco degli ex dalemiani, ex bersaniani, ex veltroniani, ex montiani, addirittura ex ingraiani e comunque ex di qualsiasi cosa, in centro come in periferia, che dalla sera alla mattina si sono trovati renziani è così lungo che l’elenco del telefono di qualsiasi grande città necessiterebbe di foliazione aggiuntiva. Adesso che li si conosce se ne terrà debita nota per quando si potrà scegliere, con comodo, il proprio rappresentante.

Il quarto insegnamento è, per paradosso dadaista, di forma opposto al secondo ed al terzo: se tutti quegli ex avessero tenuto la schiena almeno un po’ perpendicolare, se non proprio dritta, il Renzi Matteo non sarebbe dov’è.

Il quinto è che lo stalinismo non è morto con Stalin.

Il sesto è che lo stalinismo, come il renzismo, non è forte in quanto tale ma solo per l’acquiescenza di quaquaraquà. No quaquaraquà no stalinismo. E neanche renzismo.

Il settimo è che a forza di imbarcare mele marce o quantomeno bacate qualcuna di quelle sane o simil tali si contagia e allora persone sedicenti per bene si trovano a taroccar quel che gli capita sotto mano per il bene del Paese. E il loro.

L’ottavo insegnamento, ma questo lo si vedrà più avanti nel tempo, è che chi tradisce una volta tradisce sempre, per cui nulla di strano se gli ex di cui al punto tre torneranno all’ovile o si imbucheranno in qualche altro gregge. Quel giorno diranno che il vero traditore è Renzi Matteo.

Il nono insegnamento, ma questo è un desiderata che forse con ottobre si avvererà, è che si può imbrogliare uno tante volte, tanti una volta ma non tutti tutte le volte

Il decimo insegnamento in realtà non c’è perché non si vuole fare un decalogo che magari al Matteo Renzi gli vien la voglia di assimilarlo ad altri ben più seri e farsene vanto.

Se poi edotto da questi insegnamenti l’italico animale politico metterà la testa a posto allora si potrà dire grazie a Renzi Matteo. Che magari starà a rimembrar i bei giorni passati con Luca Loti e Maria Elena Boschi nel ridotto in Val di Chiana. Senz’altro meglio di quello da altri preconizzato in Valtellina.

sabato 7 maggio 2016

Le chicche della prima settimana di maggio.

Il mese di maggio parte male. In solo sei giorni: un’accusa per turbativa d’asta, un aspirante sindaco, il nipote di un partigiano, che si fa sponsorizzare dalla nipote di Mussolini e definisce Francesco Storace come fasciste de core. Poi il segretario del Pd sardo condannato per evasione fiscale. Ma anche aprile non si era chiuso bene.

Maggio è il mese delle rose che, come noto, hanno anche delle spine. Il primo giorno di maggio è la festa del lavoro e anche il lavoro, come noto, ha delle spine. La prima settimana del mese ha deciso di attenersi alla regola e quindi giù spine a più non posso.

La settimana è cominciata con tale Simone Uggetti, personaggio poco noto alla gran parte degli italiani che l’hanno scoperto sindaco di Lodi e, già che c’era, anche incarcerato con l’accusa di turbativa d’asta e di cancellazione di prove. A ben vedere non è una novità che casi del genere capitino. Il divertente è che due suoi mentori si sono subito dichiarati stupiti per le accuse e hanno subito lanciato rose: Pierluigi Bersani «che Uggetti abbia fatto cose sporche non ci credo». Mentre Lorenzo Guerini, ex sindaco di Lodi ha aggiunto:«Uggetti persona limpida.» Le spine si sono concretizzate quando in contemporanea Uggetti confessava. Aggiungendo che aveva fatto tutto per il bene della città. Come turbare un’asta e poi tentare di cancellarne le prove sia nell’interesse della città è un mistero.

Così come è un mistero il fatto che il Presidente del Consiglio cominci a parlare in romanesco. Infatti a chi ventilava l’ipotesi che si tratti di un complotto della magistratura, in questo supportato da tale Giuseppe Fanfani, ha risposto: «complotto de che.» Mentre un’altra volta si è lanciato in un «daje» che era lo slogan di Ignazio Marino. Prima o poi qualcuno riuscirà a tirarlo fuori da questo stato confusionale. Magari ad ottobre e allora saranno rose.

Chi non può aspettare ottobre è Alfio Marchini, nipote di un partigiano con il bernoccolo della calce che ha palazzinato mezza Roma. Anche lui di nome faceva Alfio ma aveva le idee chiare in fatto di politica al contrario del nipote che dopo aver decretato la fine di destra e sinistra si fa appoggiare dalla nipote di Mussolini e definisce Storace «fascista de core» che se avesse incontrato Roberto Farinacci chissà che gli avrebbe detto. Un po’ però qualcosa nelle in marcescibili convinzioni del giovane Alfio deve scricchiolare se quando si lancia nelle affermazioni più impegnative zagaia (tartaglia). Evidentemente anche il pudore ha un suo limite.

Limite ormai ben travalicato dai verdiniani che stanno al governo facendo finta di non esseri.  E infatti tale Ciro Falanga di Ala (i verdiniani) ha partecipato ad una riunione sul tema delle prescrizioni al Ministero di Giustizia. Lui il Falanga ha dichiarato: «C’ero, ma fuori dalla porta.» Conferma Luigi Zanda, capogruppo del Pd al Senato, mentre un altro Senatore del Pd, Casson ha dichiarato: «Certo che c’era, era seduto accanto a me.» Come dire esserci o non esserci, al confronto il dubbio di Amleto è un indovinello da bambini.

Non sono storie da bambini quelle che vedono Renato Soru, ex Presidente della Regione Sardegna nonché segretario regionale del Pd, nonché deputato europeo (assenteista), condannato a tre anni di reclusione per evasione fiscale. Che non è bello.


Come non è stato bello il raccontino di Cesare Damino (ex ministro del lavoro) a Un giorno da pecora, quando ha dichiarato di essere in pensione dal 2008, dopo 40 anni di versamenti come metalmeccanico. Percepisce una pensione di 2.395€ netti (metodo retributivo) a cui aggiungerà all’incirca altri 3.000€ netti come vitalizio per tre legislature, XV,XVI e XVII. La prima durata solo due anni. Quindi dopo dodici anni di Parlamento, per dieci dei quali ha percepito anche la pensione da lavoro oltre all’emolumento da parlamentare, riceverà addirittura più di quanto gli tocca come ex metalmeccanico. Che poi è stato prevalentemente sindacalista e dirigente di partito. In totale quindi 5.395€ netti al mese. Non male. Tutto legittimo, per carità però vien da chiedersi quanti contributi stanno a monte di quel vitalizio? E sarebbe carino raccontarlo ai giovani che andranno in pensione a saldo quasi zero. 
Il fatto che la trasmissione sia andata in onda il 29 aprile dimostra che le spine non sono monopolio delle rose e neppure del mese di maggio.

martedì 16 giugno 2015

Matteo Renzi vuol tornare alle origini.

Il ritorno alle origini è il medicamento palliativo alle sconfitte. Nella maggioranza dei casi se i pensieri delle origini fossero stati applicati al potere non si sarebbe arrivati. Le origini di Renzi: il cambiamento o l’arroganza? Nel secondo caso dalle origini non s’è mai mosso.

Matteo Renzi vuole ritornare alle origini: non è una novità. Nel triste copione di ogni sconfitta le giustificazioni si sprecano e coprono le aree più diverse nei modi e nei toni. Ma c’è un refrain che è costante:  il ritorno alle origini. Che in realtà sta a significare «son stato troppo buono (con amici e nemici) non dovevo derogare dalla purezza dell’idea.» Il giusto medicamento o esorcismo che lenisce (per poco) le ferite e, magari, fa sperare nella volta prossima.

La storia del ritorno alle origini l’hanno usata tutti e gli esempi son facili. Lo dissero, per non andar troppo lontano, i quattro scardellati che volevano il ridotto in Valtellina: parlavano a Mussolini del ritorno allo spirito dei sansepolcristi.  Allo spirito del 1994 si sono appellati Brunetta, Gelmini e Santanché, giusto per dirne tre, dopo l’ultima scoppola berlusconiana. Adesso ne parla il Renzi.
Nella versione renziana, al di là della ovvia ilarità, le novità son due: la prima è che il richiamo venga dal capo e sia rivolto a sé stesso la seconda è che il tempo passato tra la sconfitta e le evocate origini si conti in mesi e non in decenni. Ma nel modo 2.0 tutto corre più veloce.

Nelle origini del Renzi c’era la rottamazione: si butta tutto il vecchio, si fa politica in modo nuovo e si ricostruisce tutto da capo. Come dire fare la rivoluzione. Ci han creduto un po’ tutti. Sia quelli che l’auspicavano e quando il Matteo diceva che voleva rottamare il D’Alema Massimo nelle case del popolo gli applausi facevan tremare i muri, sia quelli che la paventavano e infatti tutto l’establishement pidiino, salvo trascurabili eccezioni, eran lì a far muro. E infatti il primo assalto tutto origini e cuore non finì benissimo. Poi Bersani ed i suoi riuscirono a sbagliare tutto lo sbagliabile e allora il Renzi si rifece sotto, Sempre con lo spirito delle origini. I vecchi volponi d’apparato capirono che con la base una qualche chance il giovanotto ce l’aveva e allora, tutti o quasi, si precipitarono a soccorrerlo e questa seconda volta ce la fece.  Ma nel momento stesso, della accettazione del soccorso, lo spirito delle origini evaporava.

Un conto è rottamare D’Alema che oramai naviga nell’empireo suo, fatto da quel 5% di finanziatori di ItalaianiEuropei che voglion rimanere ignoti e un conto è rottamare Chiamparino, Fassino, De Luca, Franceschini, Burlando, Sereni, Pezzopane, Crocetta, Emiliano e tutti quegli altri che i voti nelle sezioni, nei regionali e in direzione nazionale, ce li hanno per davvero. E poi ci sono i signori che stanno nelle istituzioni, nelle finanziarie, e negli enti e nelle aziende di Stato. A cercare di rottamare tutti questi si corre il rischio di far la fine della prima volta. Che perdere con onore mentre le bandiere garriscono al vento e rullano i tamburi è nobile e romantico, ma è pur sempre perdere. E ci si fa male. Quindi a quali origini vuol tornare il Renzi?


Se, come dice al Corsera (16/o6/015), l’origine sta nel voler essere sé stesso e quindi nel non mediare ma nel barricarsi nel solipsismo dell’arroganza, allora, si tranquillizzi alle origini ci è già arrivato. Lo si vede a occhio nudo. Se invece le origini sono il cambiamento della politica e dei suoi modi è meglio che si armi di coraggio, molto coraggio che con l’arroganza c’entra per nulla. Dimostri coi fatti e non con i proclami. E magari si prepari a tornare a Courmayeur  in auto e con il portasii sul tettuccio.

mercoledì 26 novembre 2014

Votare non è più di moda.

Dopo l’Emilia-Romagna e la Calabria anche la Camera dei deputati si adegua al nuovo trend. Nelle regioni non hanno votato di domenica che è giorno di festa e di santificazione. Nel Parlamento non l’hanno fatto di martedì che è giorno feriale e di lavoro.

Le mode, è appurato, non si sa dove nascano ma le si vede bene quando si consolidano.  È successo per l’hula-hoop, la minigonna, i capelli lunghi e poi la rasatura che è partita con gli skinhead dell’estrema destra per finire a nascondere la alopecia di manager, giornalisti e garzoni. E alla fine è giunta pure in Parlamento. E ci mancherebbe: il Parlamento è il collettore delle istanze popolari. E dunque in Parlamento è arrivata pure la moda del non-voto, che fra un po' si scriverà senza trattino e diventerà una parola nuova. In fondo il parlamento mica sta fuori dal mondo. Anzi.

Così dopo i calabresi e gli emiliano-romagnoli anche i parlamentari hanno deciso di non votare. Per cose importanti ovviamente perché invece ad astenersi sulle intriganti proposte della aspirante presidente della Repubblica Roberta Pinotti sulla “istituzione della banca del tempo” o sulla “istituzione della giornata dell’inno nazionale” non ci pensano proprio. Questa volta i non votanti alla Camera per il renziano Job Act sono stati solo il 48%, numerello ancora basso. Per questa volta non sono riusciti ad eguagliare il primato regionale ma d’altra parte si è solo agli inizi. Ci si rifarà alle prossime occasioni. D’altra parte mettendo in campo gente del calibro di Civati (il-vado-ma-no-resto), Cuperlo (lo scrittore dei discorsi di D’Alema) e Fassina (quello che si è arrabbiato perché non è stato nominato ministro ma solo sottosegretario) senz’altro si potrà fare di meglio. Senza contare poi che ci sono le vecchie volpi della Lega Nord come Bossi (c’è ancora) e  le valchirie forziste (anche loro ci sono ancora) e poi quelli di Sel (i non attratti dalla sirena Renzi) e infine i giovani virgulti del M5S. Ce la possono fare senz'altro. Con un po’ di impegno.

A parziale scusante per non aver raggiunto il top c’è da dire che i deputati si sono trovati a votare di martedì che è giorno feriale mentre agli elettori delle regionali hanno potuto esercitare il loro non-voto di domenica, il che è un bel vantaggio. Nei giorni di festa è più facile trovare delle scuse per sgattaiolare e, come dicono a Roma “darsi”. Di martedì invece è più difficile: inoltre per molti è il primo giorno lavorativo e si è più notati se ci si è piuttosto che se non ci si é. Almeno così è risolto il quarantennale dubbio morettiano: li si nota di più quando ci sono soprattutto perché per non pochi è un fatto eccezionale. Quindi la buvette è stata più affollata del solito e gli abitué se ne sono lamentati.

Come per le regionali Renzi ha esultato e l’ha fatto via twitter, ci mancherebbe altro, scrivendo «più tutele e lavoro» come se il lavoro potesse nascere per decreto. Queste cosucce il suo amico Marchionne potrebbe anche spiegargliele, nei momenti di pausa tra la stesura di un piano industriale e l’altro. Sul fatto che in aula fossero in pochi il Renzi se ne è fatto subito una ragione, come in quattro-e-quattro-otto, se l’era fatta per la scarsa partecipazione alle regionali. Poi, come dire, meno si è e più facile è governare. Meno interruzioni, meno opposizioni, meno chiacchiere. Tutto sommato meglio così. E poi, a dirsela chiara, chi sta cambiando il Paese non può perdere tempo con i dettagli anche se in questi si nasconde il diavolo, che notoriamente fa le pentole ma non i coperchi.


A rimanere in aula e a votare a favore del provvedimento c’è rimasto Bersani e un manipoletto dei suoi. Lui dice che l’ha fatto per il «bene della ditta» ma forse è perché non sa che pesci prendere. Comunque se la moda del non-voto prende piede stabilmente anche in Parlamento verrà più facile sfoltirne i ranghi. Così, tra amici, si gestisce meglio e pure si risparmia. Che di questi tempi non è poco. 

giovedì 27 febbraio 2014

Pierluigi ed Enrico: i due perdenti che si abbracciano

In Italia non c’è come morire o perdere perché si parli bene di qualcuno. Gli italici sono fatti così: prima aiutano a cadere e poi si prodigano in simpatia e pacche sulle spalle. Qui si tifa sempre per l’asticella. È successo anche il 25 di febbraio mentre la Camera (un po’ controvoglia) votava il governo Renzi. La regola vale per quasi tutti: non per D’Alema che è antipatico sempre, anche quando perde.





Se si nasce nel Paese del melodramma la scena madre ce la si deve aspettare e sorbire anche nella vita di tutti i giorni. Succede sempre. È un classico che non si può evitare. 
Il fatto di essere, millantandolo, un popolo di brava gente ha questo come effetto collaterale. E così non poteva non succedere che nel giorno del trionfo (anche se un po’ stitico) di Matteo Renzi si materializzasse il drammone strappa lacrime e strappa applausi. 
I protagonisti della sceneggiata, che di questo si è trattato, sono stati i due sconfitti: Pierluigi Bersani ed Enrico Letta. Entrambi conoscono troppo bene il copione e la parte quindi per loro è stato come bersi un caffè.

Il primo ad entrare in scena è stato Pierluigi che ha utilizzato  proprio il giorno della votazione della fiducia al rivale degli ultimi anni quale palcoscenico della sua rentrée. La notizia non era trapelata: grande colpo da maestro. È entrato zitto zitto e quatto quatto, secondo la l’adagio che «mi si nota di più se ci vado e non mi faccio notare» E infatti così è stato. L’hanno notato tutti, ovvio, e giù applausi. Ovvio. Che poi ad applaudire fossero proprio quelli che lui aveva messo in lista e soprattutto, nel listino dei nominati va da sé.  Erano proprio quelli che negli ultimi mesi si sono esercitati con grande successo nell’esercizio del salto della  quaglia. Quello che si sviluppa in tre step: bersaniano, ex bersaniano, renziano.  E nella squadra di governo di quelli ce n’è un tot e nel partito anche di più. La Marianna Madìa in questo è una campionessa e neanche fosse uno storione ha saputo risalire tutte le correnti fino ad arrivare a quella di Renzi. Ha saltato solo quella di Civati che tanto non conta una fava.

Comunque tutti erano dimentichi dei gravi errori commessi dal Pierluigi: aver accettato il governo Monti anziché imporsi per andare al voto, ma in quel caso la fifa aveva avuto il sopravvento perché per governare bisogna almeno avere l’idea, platonica, di esserne capaci. Poi ha scialacquato l’enorme vantaggio che aveva sulla destra facendo giochini scemi sulla smacchiatura del giaguaro. Quindi è andato a ripescare come presidente della repubblica uno che in lui non aveva nessuna fiducia, che farsi del male va bene ma insistere è un po’ da tarlucchi,  e infine anziché rivendicare il proprio ruolo di leader del primo partito si è fatto scavalcare dal suo vice. Che poi segretario del Pd diventasse Renzi stava nelle cose.L’aveva capito anche Gasparri.

Quando oramai la claque si era messa tranquilla è stata la volta di Enrico Letta. L’aria un po’ spaesata come di chi è lì per la prima volta s’è mutata nell’espressione, più intensa, di quello che sta per mandar giù un bel cucchiaio di olio di fegato di merluzzo. Che se poi glielo avessero dato per davvero quand’era piccolo gli avrebbero senz’altro fatto bene: così veniva su bello forte e poco democristiano. Ma non l’hanno fatto. Anche per lui grandi applausi da quelli che erano suoi amici e che, rimanendo amici, non l’hanno sostenuto fino in fondo. Probabilmente il buon Richetto stava ancora cercando di capire il senso di #enricostaisereno. Evidentemente deve aver saltato qualche ripetizione dallo zio Gianni. Evvabbé. 

Appena entrato il buon Richetto, che  a far l'elenco dei suoi errori non bastano le pagine, s’è guardato attorno spaesato e poi è andato da Pierluigi e si sono dati la mano e poi abbracciati e giù a darsi pacche sulle spalle come se questo bastasse a trasformare due perdenti in un mezzo vincente. Ma non è così che funziona. Un perdente è sempre un perdente. E due perdenti sono sempre due perdenti. E mentre andava in scena questa rappresentazione da libro cuore tutti di nuovo ad applaudire quasi a voler dire a Renzi «Lui sì altro che te» Renzi comunque non si è scomposto anche lui ha fatto clap-clap. Tanto non costa. E comunque il posto ormai è suo.

Strana razza gli italici che nella competizione sportiva tifano sempre per l’asticella e si dicono, sottovoce perché non sta bene, «adesso cade, adesso cade» e se succede subito a correre a consolare il perdente. I perdenti in questo paese sono simpatici e in qualche modo amati. Furono simpatici Veltroni e Prodi, lui addirittura tre volte, e anche Fini un pochetto, e adesso ovviamente il duo Pierluigi e Richetto.  Mentre i vincenti piacciono un po’ meno. Salvo naturalmente che non siano anche cialtroni: l’abbinata vincente-cialtrone invece piace. Guarda come è strano il mondo..


Come ogni regola che si rispetti anche questa gode della sua bella eccezione. Eccezione che ha alle spalle una lunga serie di sconfitte e ovviamente un nome ed un cognome. L’unico che non riesce simpatico neanche quando perde è D’Alema.


venerdì 19 aprile 2013

Che ha fatto di male la sinistra?

La notte cade su di noi/la pioggia cade su di noi/la gente non sorride più/vediamo un mondo vecchio che/ci sta crollando addosso ormai.../ma che colpa abbiamo noi? (The Rokes 1966)

Già ma che ha fatto di male la sinistra?
Nell'incontro con i cerberi del M5S ha bevuto di tutto
Forse mai situazione è stata più kafkiana di quella che la sinistra sta vivendo in questo momento. A raccontarla ad un marziano questi strabuzzerebbe gli occhi e per riprendersi dallo shock manderebbe giù un paio di pillole di naftalina accompagnate da un ricco cocktail di miscela al 5% varechina con ghiaccio e scorzetta di limone.
Solo un inguaribile masochista avrebbe potuto perdere le elezioni pur partendo con un vantaggio stratosferico, mai visto prima, e vederlo poi scemare giorno dopo giorno fino quasi a sparire mentre l'avversario di sempre perde sei milioni di voti e un outsider diventa il secondo partito del Paese. E così tra una metafora e l'altra si scopre che si può arrivare primi senza vincere che questa deve essere stata l'idea che sta alla base della gag dei fratelli de Rege che cominciava, per l'appunto, con un bel:«Vieni avanti cretino.» Che come ha insegnato Carlo Maria Cipolla i cretini si trovano sparsi e ben radicati in tutti i contesti sociali. Ma tant'è.

E dire che Mauro Bersani, durante la trasmissione un giorno da pecora, si augurava che il fratello Pierluigi si mettesse a fare la riserva in terza fila. Che sarebbe pure una bella soluzione. Per il suo sistema nervoso e anche per la sinistra tutta. Invece il segretario del Pd insiste e sta tangibilmente dimostrando i principi  della teoria sulla schizofrenia. Dopo essere stato dalemiano ha pensato bene, con un guizzo di buon senso, uno dei suoi rari, di affrancarsi da quella noiosa contiguità che, per un emiliano frequentare il D'Alema dev'essere come per un playboy fare un happy hour in compagnia di un monaco trappista. Poi ha lanciato la sfida al giaguaro e lì si è fatto prendere la mano da quattro scardellati che su un terrazzo romano ripetevano a mo' di mantra un ridicolo «lo smacchiam...lo smacchiam». 
Bersani con il giaguarino
Come se la politica la si potesse fare con dei video clip anziché con le idee che vengono dalla gente. 
Anche i canzonettari meno attrezzati sanno che se manca il prodotto la comunicazione non può far nulla. Deinde, come se tutto questo non bastasse con il cappello in mano s'è messo a mendicare e a farsi mollare sonori ceffoni da due che sanno di politica quanto Feltri di bon ton. E comunque dichiara ad ogni talk show, che ormai conosce quelle poltrone più e meglio delle dure sedie delle sezioni del suo partito, che non si vede andare a braccetto con Brunetta e neppure con Gasparri. Stare alla larga dai nipotini dei dispensatori di olio di ricino che erano tanto narcisi da volere che le loro vittime li riconoscessero anche nel fondo dei pitali è «puro buon senso» come direbbe Tex Willer a Kit Carson, Quindi con una piroetta, che i trapezisti del circo Togni neanche se la sognano, il segretario del Pd se ne va a resuscitare uno che, abbandonato da quasi metà del suo elettorato, si trova mogio mogio messo in un angolo. E gli fa pure scegliere il candidato alla presidenza della repubblica che poi, guarda il caso, ti salta fuori il nome del solito ex democristiano che non è stato capace di essere eletto nemmeno nella sua regione. E che alla domanda sul perché si ripresentasse alle elezioni rispose:« Perché non ho niente da fare.» Che vien voglia di suggerire a figli e nipoti di iscriverlo ad una bocciofila, regalargli un paio di puzzle e magari pure l'ultima edizione di Risiko. Così tiene la testa occupata e pensa ad altro.
Il Ministro Annamaria Cancellieri

E quindi passare da potenziali smacchiatori, che ormai le tintorie sono tornate in mano ai cinesi come una volta, a sostenitore delle grandi intese sembrerebbe un altro bel salto carpiato con avvitamento a a destra e invece è solo una superrcazzola.
Sempre con avvitamento a destra.
Così adesso prendono in mano la questione quelli che non solo non hanno vinto le elezioni ma sono pure arrivati terzi e quarti. E sentirsi impartire la lezione e il candidato alla presidenza da Scelta Civica e dal Pdl ,che propongono come presidente della repubblica un ex prefetto che ha avuto parole d'apprezzamento per i condannati della Diaz, ce ne vuole . Alla fine il metodo è il solito: quello dei vecchi democristiani che riescono sempre a galleggiare.
Ma cosa ha fatto di male la sinistra per meritarsi tutto questo?