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domenica 20 settembre 2015

Renzi: da rottamatore a robivecchio

La partenza è stata alla grande poi man mano che la gara procedeva Renzi si è disunito. Ora imbarca tutti anche quelli, alla Verdini, che vanta sei processi per truffa e bancarotta. Il cambiamento non si fa con pezzi vecchi e consunti dall’uso.

Quando nel dicembre 2013 quasi tre milioni di elettori del Pd (con un obolo pari ad almeno sei milioni) si recarono alle urne per scegliere il nuovo segretario del partito non pochi pensarono (e sperarono) che se avesse vinto il giovane sindaco di Firenze molte cose sarebbero cambiate. E cambiate per davvero. Infatti ben il 68% si decise a segnare il suo nome sulla scheda. Gli altri concorrenti riuscirono a raggranellare pochissimi voti: Cuperlo il 18% e Civati il 14%. Praticamente non c’è stata storia. Infatti i vecchi marpioni del partito, gli artefici delle precedenti sconfitte non osarono confrontarsi nell’urna con il nuovo aspirante segretario. L’avessero fatto sarebbe stata una  debacle di proporzioni colossali per loro e un trionfo ancor più grande per Renzi.

In verità la vittoria di Renzi non fu tutta sua, contribuirono in bella misura anche vecchi pezzi della Dc, come Franceschini che fu il primo a fare il salto della quaglia, e del Pci, fra tutti come non ricordare Fassino e Chiamparino e anche quel De Luca da Salerno detto successivamente impresentabile ma ora presidente della Regione Campania. , Tre campioni dell’apparato di Botteghe Oscure. Comunque sull’onda dell’entusiasmo pochi, o forse nessuno, si domandò come mai nel giro di breve le preferenze per Renzi raddoppiassero rispetto a solo un anno prima. E nessuno si domandò perché mai il rivoluzionario rottamatore accettasse senza parere gli appoggi, magari un po’ inquinanti, dei vecchi apparati. Quelli da rottamare per intenderci. E ancora a nessuno venne in mente che tanta grazia dovesse in qualche modo essere ripagata. Tutti si aspettavano che il rottamatore iniziasse a rottamare. Chi con speranza e chi con ansia. Ma non accadde un bel nulla. Anzi la schiera dei rottamandi che si alleavano con il fiorentino aumentava ogni giorno: Rondolino, Velardi, Minniti, La Torre, Tonini, giusto a titolo esemplificativo. Ché l’importante è farsi trovare dal vincitore al posto giusto al momento giusto. Nella storia dell’umanità ci son stati altri fulgidi esempi e quindi anche quelli contemporanei per quanto miserrimi, ci stanno. Però se è la qualità degli alleati a dare la cifra del vincitore o del leader allora il rottamatore sta messo maluccio.

E magari accade oggi ciò che intuì Don Camillo: a grattar il Giuseppe Bottazzi (Peppone), proletario senatore del Pci, vien fuori  il Pepito Sbazzeguti piccolo borghese giocatore compulsivo e occasionalmente vincitore del Tototcalcio. E dunque oggi a grattare Renzi il rottamatore vien fuori Renzi il robivecchio, nel merito e nel metodo, che scopre nuovi amici tra ex derogati, ex bersaniani, ex dalemiani ex veltroniani, ex montiani ed ex di qualsiasi altra cosa. Per i nomi c’è solo l’imbarazzo della scelta. E a quanto si dice il presidente del Consiglio è già bell’e pronto ad imbarcare nel governo altri ex berlusconiani, alcuni addirittura ex duri e puri, che adesso si chiamano verdiniani. Di nuovo in tutto questo, nel merito e nel metodo pare ce ne sia veramente poco. Soprattutto in quel Denis Verdini che, anche se non ha mai detto come l’incauto Mastella Clemente di essere il Moggi del centrodestra, più d’uno spostamento di casacca è riuscito ad organizzarlo. Certo allora giocava nella squadra di Berlusconi che da presidente del Milan ben conosceva l’importanza di spendere per acquistare campioni della pedata. 

E per esser precisi si tratta proprio quel Denis Verdini le cui intercettazioni telefoniche sul caso La Maddalena il Senato autorizzò nell’aprile del 2014, ma di cui non si è saputo più nulla. E che è rinviato a giudizio per il caso P3, processo iniziato nel febbraio corrente anno che ci si augura arrivi a termine. Prima della (quasi) immancabile prescrizione. E poi ci sono i rinvii a giudizio per i casi del Credito Cooperativo Fiorentino (truffa e bancarotta), dell’immobile di via della Stamperia (illecito finanziamento e truffa), dell’indebita percezione di  fondi per l’editoria (truffa), della Scuola dei Marescialli (concorso in corruzione), e infine di Toscana Edizioni (bancarotta). Al dunque gente vecchia se si escludono quelli del giglio magico e metodi vecchi: insomma la solita zuppa di sempre. E anche i gufi, i rosiconi e il futuro stan diventando frusti oltre che noiosi. Rimestare la broda all’uso democristiano alla fine stanca gli ascoltatori che dello storytelling conoscono già il come va a finire.
In tutto ciò la grande fortuna di Renzi il robivecchio è che la minoranza interna, dirla di sinistra è quantomeno impreciso dato che quando è stata al governo di sinistra ha fatto ben poco, non ha una vera proposta politica e teme a tal punto di non tornare su quegli scranni che alla fine, non per disciplina di partito ma per lealtà e senso di responsabilità approverà l’inapprovabile. Che senz’altro sarà riciclo di robe vecchie.



martedì 2 giugno 2015

Regionali 2015 hanno perso tutti. Ma son contenti.

Renzi ha quasi gli stessi voti di Bersani e non è bello. La minoranza Pd si intesta quel che non è suo. Berlusconi sembra sempre più il Milan. Salvini come Almirante: voti in frigorifero. M5S deve aspettare per intonare la ola. L’unico che vince è il partito dell’astensione, ma non ha un leader da mandare in Tv, meno male.

Alla fine di ogni elezione i leader di tutti partiti raccontano di quanto siano stati soddisfacenti i risultati.  Il gioco è frustro. Numeri alla mano, tutti si affannano a dimostrare di aver vinto. Quelli della prima repubblica erano maestri in quest’arte. Riuscivano a scoprire termini di confronto nelle più sperdute lande del Paese. Anche PierLuigi Bersani lo fece e nel 2012 elevò Budrio, cittadina nota fino ad allora per la produzione delle ocarine, al rango di Stalingrado d’Italia. Le risate furono grasse.

Le regionali del 2015 passeranno agli annali come le elezioni dei felici e vincenti mentre invece dovrebbero essere quelle dei perdenti e piangenti. Unica eccezione è Alfano: lui piange comunque. D’altra parte non riuscirebbe a risultare vincitore neppure se ottenesse il 100% dei voti. A prescindere.

Renzi sta scoprendo di non essere la reincarnazione del Plantageneto. Se fin ad ora ha pensato di essere un monarca assoluto dovrà ricredersi e accontentarsi di essere un re condizionato da baroni. I cinque governatori Pd sono risultati vincenti in proprio e quindi con qualche diritto da vantare in loco ma anche nel partito. Così come si faranno più aggressivi anche gli altri baroni quelli della vecchia ditta che saltarono sul carro trasformandolo da un potenziale a vincitore di fatto. Ricordi Renzi che il salto della quaglia è a doppio binario viene ma anche torna.

Minoranza Pd. Quelli della ditta non hanno ancora capito di essere fuori. Non dal Pd ma dal gioco tout court. Possono rompere non non incidere. Soprattutto perché Renzi ha raccolto gli stessi consensi di Bersani. I voti di Pastorino non sono loro ma di quelli che vogliono un effettivo cambiamento, in meglio, della politica. E questo non sarà opera né di Cofferati né di Civati: troppo zavorrato con il vecchio il primo e troppo leggero il secondo. Tocca ancora aspettare il Godot.

Berlusconi va in simbiosi con il Milan: la sua ostinazione a non voler mollare il comando sta portando il suo partito verso il baratro. Il colpo di fortuna ligure è ampiamente sovrastato dai risultati di Toscana, Puglia e anche Veneto dove i suoi contano poco o nulla. Che soddisfazione ci sia a distruggere la propria creatura lo può spiegare solo Freud.

Matteo Salvini incassa 256mila voti in più delle precedenti tornate elettorali, doppia Berlusconi ma… Ma la vittoria in Veneto  da ascriversi a Luca Zaia, un vero democristiano, e dalle altre parti i suoi consensi sono ininfluenti. Voti messi in frigorifero come furono quelli dati ad Almirante.

M5S perde 900mila ma complessivamente si piazza come secondo partito tuttavia il risultato non è omogeneo e comunque  non è determinante. Benino sì, ma da qui a intonare la ola ce ne corre.

Il partito dell’astensione incrementa i voti alla grande e rappresenta oramai il 50% dei votanti. Se si sommassero anche le schede bianche sarebbe maggioranza assoluta ma per fortuna non ha un leader da mandare in tv e neanche che possa fare il Presidente del Consiglio. Più consensi attrae più perde il Paese.

domenica 29 marzo 2015

Lunedì 30 marzo: Direzione Nazionale Pd e Renzi si (ri)pappa la minoranza

La minoranza tende la mano alla maggioranza, come se uno indebitato fino agli occhi offrisse un prestito al suo strozzino. Sarà la solita solfa delle ultime direzioni nazionali. Poi Renzi dirà: «non voglio ubbidienza ma lealtà» e così li fregherà.

Lunedì 30 marzo avrà luogo l’ennesima (quindicesima o sedicesima s’è perso il conto) direzione del Pd dell’era Renzi. Sono incontri che al segretario piacciano assai e appena può ne convoca una. C’è chi li chiama Renzi Show anche se mancheranno gli stacchetti musicali della Silvano Belfiore Band ma il segretario lo sa in anticipo e se ne è già fatta una ragione. D’altra parte mica si può avere tutto dalla vita. Glielo ha spiegato anche il suo amico Berlusconi.  

A guardare la cosa dall’esterno può parere una bella prova di democrazia: il capo che mette in continua discussione la propria linea politica non è cosa che si sia vista troppo di sovente nella storia dei partiti e dei movimenti politici. Specialmente quando questi sono gestiti con un certo piglio.  E infatti neanche questo è il caso: la linea non è in discussione è solo uno giochino.

La direzione del Pd è stata convocata con un ordine del giorno chiaro e preciso: definire (una volta per tutte) l’iter delle riforme e dare il definitivo imprimatur all’Italicum. In linea teorica sarebbe un bel momento di discussione se non fosse che su questi temi si sta pistolando da un bel po’, come direbbe un vecchio militante emiliano. E infatti si tratterà nuovamente di un bel giro d’avanspettacolo a cui gli esponenti della minoranza daranno un contributo assolutamente fondamentale per la parte comica.  Anzi a dire il vero hanno già cominciato. Il primo è stato il deputato Alfredo D’Attorre,  bersaniano duro e puro. Per quanto un bersaniano possa essere duro. Che sul puro se non c’è il duro non v’è storia.

Lo sketch di D’Attorre inizia con una lettera inviata al segretario del partito e ai capogruppo di Camera e Senato nella quale la minoranza si dice pronta a tendere la mano alla maggioranza. Nello specifico la lettera propone: «Un’intesa nel merito. Perché ciò che anima la proposta è uno spirito costruttivo, per questo chiediamo di sfruttare questo periodo che c'è fino alla ripresa dell'esame delle riforme per definire una intesa quadro nel Pd» La qual cosa, grammatica e sintassi a parte, è come se uno indebitato fino agli occhi decidesse di fare un prestito al suo strozzino.  Risate a crepapelle in platea tra quelli della maggioranza che ben sanno che molti della minoranza tengono famiglia (e un lavoro non ce l’hanno) e in più qualcuno ha anche il mutuo da pagare.

In più la minoranza non è coesa e questo significherà avere più esibizioni sul palco e un paio magari anche fuori. Come succede per il salone del Mobile a Milano. Tra le manifestazioni fuori direzione c’è stata la partecipazione di Fassina, Civati e Bindi all’evento organizzato da Landini. Partecipazione comunque defilata. Civati starà fuori anche lunedì e se non l’avesse annunciato nessuno se ne sarebbe accorto, mentre invece Fassina parteciperà al Renzi Show perché lui «Combatte dall’interno» Per adesso non s’è visto granché a parte piccole ripicche per non aver avuto il posto di viceministro, ma il ragazzo è giovane e si farà anche se ha le spalle strette.

In platea ci sarà pure Bersani con una piccola schiera di supporter. Lui dirà che bisogna lavorare «per il bene della ditta» che così posta non si capisce perché non stia col capo. Poi ci sarà Gotor che ribadirà quanto sia lunga la strada (ogni tanto si crede Mao Tse Tung) e che la battaglia da combattere sarà la prossima che così facendo non coglierà quale sarà l’ultima e se la perderà. In tutti i sensi.. Un siparietto anche per Roberto Speranza che di penultimatum in penultimatum neanche si renderà conto quando sarà il momento dell'ultimo. Sarà divertente sentire Orfini che, leader della corrente d’opposizione dei Giovani Turchi, fa anche il presidente del Pd oltre che il commissario ripulente di Roma. Probabilmente tromboneggerà alla D’Alema, ne è stato pupillo, che al massimo gli varrà qualche salvacondotto fino a che non si risolverà a diventare anche lui un renziano organico. In quella maggioranza troverà tanti vecchi maestri, come Fassino e Chiamparino giusto per dirne due. Non si sa se ci sarà D'Alema si dice che andrà a far visita ai Carmelitani Scalzi più vicini a lui per umiltà e contrizione. Per loro una flagellazione in più.

Alla kermesse di lunedì ci sarà anche Cuperlo che del dilemma morettiano prenderà la scelta numero due: esserci senza farsi notare. Parleranno poi tutti gli altri: Serracchiani che sapendo di non essere toscana deve ogni volta fare atto di sottomissione, Scalfarotto che aspira a salir qualche altro gradino e strumentalizza il suo esser strumentalizzato, Guerini a far la parte del leninista e poi il resto del circo magico che sono tanti. Non cerchio, che sarebbero pochi.
Il finale è scontato come quello delle altre di direzioni nazionali che Renzi ha gestito: si metteranno al voto le mozioni, la sua per caso si troverà ad avere la maggioranza e lui reciterà uno dei suoi mantra: «rispetto il dissenso ma chiedo lealtà» poi diventato «non chiedo obbedienza ma lealtà» fino al «non chiedo lealtà ma responsabilità» E così li fregherà. Rima involontaria.  E quindi anche questa volta se li sarà mangiati con scarpe, cappello e tutto il resto.

Senza contare, lo san bene quelli della minoranza, che se il governo dovesse cadere e si andasse alle elezioni anticipate conquistare un posto in lista sarà ben difficile e ancor più difficile sarebbe presentarsi agli elettori e soprattutto avere i voti per tornare a scaldare quegli scranni. Per cui la «ditta», chissà quale,forse quella individuale, tornerà a vincere. E Renzi si (ri)papperà la minoranza

mercoledì 26 novembre 2014

Votare non è più di moda.

Dopo l’Emilia-Romagna e la Calabria anche la Camera dei deputati si adegua al nuovo trend. Nelle regioni non hanno votato di domenica che è giorno di festa e di santificazione. Nel Parlamento non l’hanno fatto di martedì che è giorno feriale e di lavoro.

Le mode, è appurato, non si sa dove nascano ma le si vede bene quando si consolidano.  È successo per l’hula-hoop, la minigonna, i capelli lunghi e poi la rasatura che è partita con gli skinhead dell’estrema destra per finire a nascondere la alopecia di manager, giornalisti e garzoni. E alla fine è giunta pure in Parlamento. E ci mancherebbe: il Parlamento è il collettore delle istanze popolari. E dunque in Parlamento è arrivata pure la moda del non-voto, che fra un po' si scriverà senza trattino e diventerà una parola nuova. In fondo il parlamento mica sta fuori dal mondo. Anzi.

Così dopo i calabresi e gli emiliano-romagnoli anche i parlamentari hanno deciso di non votare. Per cose importanti ovviamente perché invece ad astenersi sulle intriganti proposte della aspirante presidente della Repubblica Roberta Pinotti sulla “istituzione della banca del tempo” o sulla “istituzione della giornata dell’inno nazionale” non ci pensano proprio. Questa volta i non votanti alla Camera per il renziano Job Act sono stati solo il 48%, numerello ancora basso. Per questa volta non sono riusciti ad eguagliare il primato regionale ma d’altra parte si è solo agli inizi. Ci si rifarà alle prossime occasioni. D’altra parte mettendo in campo gente del calibro di Civati (il-vado-ma-no-resto), Cuperlo (lo scrittore dei discorsi di D’Alema) e Fassina (quello che si è arrabbiato perché non è stato nominato ministro ma solo sottosegretario) senz’altro si potrà fare di meglio. Senza contare poi che ci sono le vecchie volpi della Lega Nord come Bossi (c’è ancora) e  le valchirie forziste (anche loro ci sono ancora) e poi quelli di Sel (i non attratti dalla sirena Renzi) e infine i giovani virgulti del M5S. Ce la possono fare senz'altro. Con un po’ di impegno.

A parziale scusante per non aver raggiunto il top c’è da dire che i deputati si sono trovati a votare di martedì che è giorno feriale mentre agli elettori delle regionali hanno potuto esercitare il loro non-voto di domenica, il che è un bel vantaggio. Nei giorni di festa è più facile trovare delle scuse per sgattaiolare e, come dicono a Roma “darsi”. Di martedì invece è più difficile: inoltre per molti è il primo giorno lavorativo e si è più notati se ci si è piuttosto che se non ci si é. Almeno così è risolto il quarantennale dubbio morettiano: li si nota di più quando ci sono soprattutto perché per non pochi è un fatto eccezionale. Quindi la buvette è stata più affollata del solito e gli abitué se ne sono lamentati.

Come per le regionali Renzi ha esultato e l’ha fatto via twitter, ci mancherebbe altro, scrivendo «più tutele e lavoro» come se il lavoro potesse nascere per decreto. Queste cosucce il suo amico Marchionne potrebbe anche spiegargliele, nei momenti di pausa tra la stesura di un piano industriale e l’altro. Sul fatto che in aula fossero in pochi il Renzi se ne è fatto subito una ragione, come in quattro-e-quattro-otto, se l’era fatta per la scarsa partecipazione alle regionali. Poi, come dire, meno si è e più facile è governare. Meno interruzioni, meno opposizioni, meno chiacchiere. Tutto sommato meglio così. E poi, a dirsela chiara, chi sta cambiando il Paese non può perdere tempo con i dettagli anche se in questi si nasconde il diavolo, che notoriamente fa le pentole ma non i coperchi.


A rimanere in aula e a votare a favore del provvedimento c’è rimasto Bersani e un manipoletto dei suoi. Lui dice che l’ha fatto per il «bene della ditta» ma forse è perché non sa che pesci prendere. Comunque se la moda del non-voto prende piede stabilmente anche in Parlamento verrà più facile sfoltirne i ranghi. Così, tra amici, si gestisce meglio e pure si risparmia. Che di questi tempi non è poco. 

lunedì 25 novembre 2013

Pd: il volto buono della destra o quello peggiore della sinistra?

Certo che per darsele i candidati alla segreteria del Pd se le sanno dare e pure bene. Sono agguerriti, spiritosi e sapidi per quel che serve in simili frangenti. Pare quasi di assistere alle primarie dei democratici negli Usa dove se le cantano chiare al di là di ogni ragionevole limite, anche del buon gusto.



Ora sono rimasti in tre che in rigoroso ordine alfabetico sono: Civati Pippo, Cuperlo Gianni  e Renzi Matteo.
Di Pittella il Gianni, conviene identificarli con il nome i Pittella tanti sono quelli che girano in politica, s'è persa traccia salvo sapere che appoggerà Renzi. Un altro che sale sul carro del supposto vincitore. Domanda: ma quanto è capiente questo carro? Già perché a quanto pare non ci si sale con biglietto singolo ma con quello comitiva. Magari costa meno.

I Pittella, per esempio, sono due: Gianni (tre volte europarlamentare, una sola volta deputato, ex socialista ex laburista approdato prima ai Ds e poi per evoluzione naturale al Pd) e Marcello (consigliere comunale e poi provinciale e poi regionale anzi da pochi giorni governatore della Basilicata, sempre che il gup non lo inserisca nella lista degli indagati per una storiella di rimborsi allegri e, ovviamente, con lo stesso pedigree del fratello come provenienza di partito) entrambi figli di Domenico per tre volte senatore del Psi. Che a star tutti in politica e per tanto tempo ci vuole una bella resistenza. Tanto che il quotidiano della Basilicata titola: “i fratelli Pittella aprono al sindaco di Firenze.” che chissà se poi vorrà rottamare anche questi.

Comunque, i tre rimasti in gara parlano che è un piacere quanto poi a dire cose questa è tutta un'altra storia. Per adesso vale accontentarsi dei titoli poi quando finalmente li vorranno raccontare si darà un'occhiata anche ai contenuti.
Civati che di nome fa Pippo come l'amico di Pluto, è quello che, ad orecchio, sembra avere più capito come stare al mondo senza troppa fatica. Si è ritagliato lo spazietto del contestatore di tutto e di tutti, strepita a gran voce che bisogna fare la nuova legge elettorale, ben sapendo che è di là da venire e che poi si vada subito al voto. Desideri che neanche il mago della lampada potrebbe esaudire. E infatti questo è il trucco: chiedere l'impossibile per mantenere il possibile e vivere felici che poi col suo 10% è l'ideale per far la parte della minoranza oppressa. E lui questa la calza bene e per l'occasione se ne va girando con la barbetta di qualche giorno che vorrebbe mefistofelica e invece è rada e poco cool.

Poi c'è il Cuperlo, dal tradizionale nome Gianni, ma al contrario di quell'altro, il Pittella, lui non ha fratelli al seguito. Almeno che si sappia. Da qualche giorno parla come uno di sinistra che se lo sente D'Alema lo sculaccia. Si è messo anche a criticare il governo. Prima chiedendo alla Cancellieri di ritirarsi ma s'è ritirato lui appena Letta ha inarcato il sopracciglio poi adesso per dire che ora il governo non ha più alibi. Che in verità a ben vedere non ce li aveva neanche prima, se solo avesse voluto. Adesso invece che il Letta Enrico (detto palle d'acciaio) è in mano a sette senatori c'è proprio da ridere. La vita è ben strana: quando il governo girava sul dito di uno solo era ricattabile ora che invece a deciderne l'esistenza sono in sette si sentono più forti. Boh! Per adesso quel che si è capito di Cuperlo son due cose: la prima che non vuole «che il pd sia il volto buono della destra», ma questo non l'ha chiesto nessuno, e la seconda che il segretario del partito non svolga altro lavoro. Allora ci si immagina che si dimetterà da presidente del centro studi del Pd (chissà cosa studiano) e da membro della XIV commissione parlamentare, quella che si occupa delle politiche dell'Unione Europea, una faticaccia con i tempi che corrono e poi star sempre dietro a quel che dicono Angela Markel e Olli Rehn è come avere un doppio lavoro su tre turni. Ovviamente quindi si dimetterà anche da parlamentare perché con tutte quelle votazioni proprio non ci si può star dietro. A meno che non voglia dire che fare il parlamentare non è un lavoro. Cosa possibile. Anche perché in parlamento c'è già da tre legislature, senza che alcuno se ne sia mai accorto prima d'ora. Magari volesse cominciare a darsi da fare e la smettesse di essere il ventriloquo di D'Alema ruolo che a Bersani non ha portato molto bene.

Quindi il Renzi Matteo, il nuovo che avanza. Però senza parere è in pista dal 2001, che ormai son dodici anni, se si prende come anno di partenza quando fu eletto/nominato coordinatore della Margherita fiorentina. Anche se iniziò il suo impegno in politica nel 1996 nel partito Popolare, non avendo fatto in tempo ad iscriversi alla Dc come Alfano e Letta, la coppia perfetta che di strano questa non ci ha proprio nulla. Lui non vuole «essere il volto peggiore della sinistra».
Che con questa frase non si capisce se intenda la sinistra che perde quasi tutte le elezioni e quando per minuzie le vince si fa prendere dalla sindrome del re della montagna: i dirigenti si divertono a buttarsi giù l'un con l'altro. Come quando: prima hanno acclamato un candidato alla presidenza della repubblica e poi in 107 lo hanno boicottato. Dando materiale ai comici di mezzo mondo. Chissà se Cuperlo sa chi fa parte dello squadrone che ha boicottato Prodi?
Oppure Renzi non vuol fare quella sinistra che quando arriva al governo fa le stesse cose della destra ed anzi le peggiora pure: la legge sul federalismo a quindici giorni dalle elezioni insegna. Insomma vuol dire basta alla vocazione di esser dei fresconi?
Che se la seconda è quella giusta la domanda è: che ci fa Renzi Matteo, rottamatore d'aspirazione, in compagnia di Fassino e si immagina pure la signora e di Veltroni, Pittella, Franceschini, Bassolino, De Luca (sindaco e boss di Salerno dove il congresso Pd è stato annullato per brogli) e poi Castagnetti, Marina Sereni, Fioroni, Gentiloni e quasi tutti quelli che alle primarie scorse gli hanno preferito il perdente Bersani? La compagnia non è delle migliori e a guardare i pregressi risultati che questi hanno ottenuto c'è da toccar ferro, legno, cornetti, amuleti vari e pure quello che non si può dire. E magari meditare sul vecchio adagio che recita «chi va con lo zoppo impara a zoppicare».

Magari smettessero tutti di far battute e le lasciassero fare a Crozza Maurizio ed al suo amico Andrea Zalone che tra tutti sembrano i politico migliori. Ma allora l'Italia sarebbe un Paese normale. Il che, ad oggi, ancora non è. 



lunedì 19 novembre 2012

Le elezioni in regione Lombardia.


Dopo i disastri della giunta Formigoni si potrebbe vincere facile. Ma il centrosinistra si ostina a complicarsi la vita. Ora si fanno le primarie. E se le vincesse un outsider? Come è successo a Milano. E a Genova e a Cagliari e a Napoli e a Palermo e prima in Puglia.


Il senso del ridicolo non ha limiti. 
E' cosa nota. Ogni volta si sposta un tantino più in là. Ce ne dà ampia prova anche il Pd della regione Lombardia. 
Che dopo Berlusconi è tutto dire.
Maurizio Martina segretario regionale, Pippo (Pippo?) Civati, il consigliere regionale ex rottamatorre rientrato nei ranghi, che twitta come un fringuello, il vecchio gruppo dirigente ombra del pd (ex ds, ex pds, ex pci) e un tot di altri si sono accordati per portarlo ancora un po' più in là. Tutti alleati. Benché pur dichiarando posizioni diverse ognuno fa, come si usava dire una volta "oggettivamente il gioco dell'avversario".
Per la presidenza della regione Lombardia, dopo i disastri della giunta Formigoni, hanno iniziato proponendo il nome di Ambrosoli junior e lui, seriamente, disse che non c'era il tempo per preparare un progetto. Allora hanno ripiegato prima su Fabio Pizzul e poi sulle primarie.
E l'elenco dei candidati si è fatto lungo, anzi lunghissimo. E dentro c'è di tutto, fatevi venire in mente qualcosa e lì lo trovate.. 
A questo stadio della storia, che altri ne verranno, i candidati sono, in rigoroso ordine alfabetico: Roberto Biscardini, Giulio Cavalli, Pippo Civati, Andrea Di Stefano Alessandra Kustermann e Fabio Pizzul. Vengono lanciate le primarie regionali e sono fissate per il 15 di dicembre. Bene. Si comincia a fare quel minimo di chiarezza necessaria in ogni organizzazione politica? Ma neanche per sogno.
Umberto Ambrosoli
Infatti, qualcuno pensando si tratti di una partita di calcio o basket, si è messo a far 'pressing' su Umberto Ambrosoli. Questi folgorato da qualche strana malia dopo un pò di melina dice «Va bene. Accetto, mi candido».
Domanda 1: se non c'era tempo qualche settimana addietro per preparare un programma serio com'è che adesso, con meno tempo, il programma serio si può fare? Non si sa.
Poi Ambrosoli non contento del bailamme scatenato aggiunge che lui si candida sì, ma fuori da coalizioni e da primarie. Perché si fa una lista civica per conto suo. Che poi è come dire 'siete talmente alla canna del gas che vi si può pure sbertucciare'.
Domanda 2: e gli altri che fanno?
Rispondono a gran voce, giusto perché tutti sappiano del loro grado di confusione mentale, che la situazione è caotica e che «si deve fare attenzione altrimenti si va a sbattere». E per essere sicuri che tutti, ma proprio tutti, lo sappiano lo dichiarano ai quattro venti, a qualunque giornalista voglia sentirselo ripetere e su twitter e nei circoli e nei comizi.
A questo punto della storia un piccolo stop per definire la situazione: 1,ci sono le primarie già fissate con una data, 2, ci sono un tot di candidati di coalizione e poi 3, c'è Ambrosoli che corre da solo con una sua lista.
Per inciso tutti dicono che l'avvocato Umberto Ambrosoli potrebbe vincere a mani basse.
Domanda 3: mentre gli altri? Non si sa.
Domanda 4: e Bersani? E la segreteria del pd? Nel nulla non c'è nulla e quindi lui e la sua segreteria, ci si trova a suo agio.
Il giovane Maurizio Martina si barcamena in un dico ma non dico e poi per trarsi d'impaccio, colpo di genio, annuncia che lui ha fatto quel che poteva e sapeva fare (cioè niente) e che ora deve intervenire la segreteria nazionale. Che poi è, come in una seduta spiritica, di chiedere al morto di battere un colpo.
Finalmente il 10 di novembre Bersani batte il colpo e “benedice” Ambrosoli. Che viene benedetto pure da Pierferdinando Casini. Alleluia.
Domande 5 e 6 : e gli altri? e le primarie? Tranquilli c'è la soluzione. Tipicamente italica e di ben trista memoria: abbiamo un candidato (forte) ma le primarie continuano. Stile 8 settembre.
Alessandra Kusterman
Comunque tutti i candidati confermano di voler continuare a correre e che le primarie vanno fatte. Devono essere fatte. Certo, certissimo anzi probabile.
Magari, azzarda qualcuno dopo un po', potrebbero essere primarie confermative, come già si fece con Prodi e Veltroni. Gli esempi, per come i due sono finiti, non portano bene ma di meglio in giro non c'è. Neanche come riferimento.
Comunque l'idea non viene accantonata, per il momento gli viene messa la sordina. Può sempre tornar buona.
Nel frattempo la lista dei candidati si sgonfia un pochino, qualcuno si autorottama e qualcuno si ritira, l'ultimo è Pizzul che lo fa sabato 17 novembre. Ma tre - Biscardini, Di Stefano e Kustermann - insistono.
Naturalmente a questi va aggiunto Umberto Ambrosoli che comunica, bontà sua, « sono pronto alla sfida». Meno male.
Ci mancava dicesse il contrario. Le primarie del Patto civico sono aperte: si faranno. Definitivamente.
Nelle prossime giornate ci si aspetta che qualcun altro si ritiri. Anche per semplificare la pratica.
Ma c'è chi senz'altro è decisa ad andare avanti: la dottoressa Alessandra Kustermann.
Che anzi attacca e dichiara «Sono più vicina alle persone io di Umberto Ambrosoli. Sono loro i miei poteri forti».
 A moltissimi infatti è stata vicina fin dalla nascita: la dottoressa Kustermann è, da tantissimi anni, ginecologa nella storica clinica Mangiagalli di Milano.
Nel frattempo il centro destra, dopo aver visto mezza giunta fare un giro a San Vittore, cerca a sua volta di mettere insieme i cocci.
Domanda 7: come? Dividendosi, naturalmente. Ha due candidati: uomini nuovi. Uno è Albertini Gabriele che considerava il ruolo di sindaco di Milano paritario a quello di un amministratore di condominio e che probabilmente pensa che governare la regione Lombardia sia come gestire un villaggio turistico. Magari solo un po' più grande. L'altro Maroni Roberto che quand'era ministro dell'Interno fece gettare dalla finestra qualcosa come ottocento milioni dei contribuenti per evitare accorpamenti di elezioni che probabilmente avrebbero visto la sua parte soccombere. E questo la dice lunga sulla sua capacità di interpretare il bene comune. In entrambi i casi auguri.
Aggiungi didascalia
Considerando la situazione nel suo complesso sembra di vivere la barzelletta di quel tale che si lanciò dalla cima di un grattacielo e ad ogni piano che passava diceva: « per adesso tutto bene, per adesso tutto bene».
Poi si fanno analisi per capire perché e come mai l'astensionismo sia così forte e il M5S vinca.
Come disse un tale:« Io ho un gatto e se il centro sinistra vuol vincere le elezioni lo presto volentieri. Sarebbe un capolista eccezionale. Non parla». Forse un pensierino ce lo si potrebbe pure fare. Anche per le elezioni nazionali.