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mercoledì 22 gennaio 2025

Il bacio della pantofola.

 La cerimonia per l’insediamento di Trump è stata lunga come la fame e noiosa quanto una messa cantata ortodossa. Gli smericani non lo sanno, ma questo rito risale agli assiri babilonesi.



In poco più di quindici giorni seconda trasvolata oceanica della Meloni Giorgia. Italo Balbo, giusto per rimanere nella stessa tradizione, lo fece una sola volta, in compenso gli americani gli dedicarono una giornata , il 15 luglio, l’Italo Balbo’ day, una avenue, la settima e i Sioux lo proclamarono Capo Aquila Volante ( in seguito i Navajo per non essere da meno nominarono Tex Willer Acquila della Notte , ma questa è u’altra storia). Italo Balbo attraversò Chicago e New York su auto scoperta mentre dagli uffici gli gettarono milioni di coriandoli e cenò con il Presidente Roosevelt. Insomma, i grandi d’America facevano a gara per farsi fotografare con lui.E questa non è una storia che vada riscritta.  Il primo viaggio meloniano nella politica del Nuovo Mondo è stato a sorpresa, di poche ore: si era scapicollata a Mar-a-lago (il resort del tycoon) per chiedere al futuro Presidente Trump il beneplacito per scambiare uno scienziato iraniano, forse terrorista, con la giornalista Cecilia Sala. Trump è un umorale, ha apprezzato il gesto e in quattro e quattro otto ha acconsentito. Forse non sapeva neanche di cosa si stesse parlando. Comunque ha trovato il tempo di dire della Meloni «Ha preso d’assalto l’Europa», è una bella frase qualsiasi cosa vaglia dire. E  poi tutti a vedere un documentario. In aggiunta il Donald ha pensato bene di invitarla a partecipare alla  sua nomina ufficiale a quarantasettesimo Presidente USA. Un rito lungo come la fame, al confronto le messe cantate della Chiesa ortodossa russa  sono una passeggiata, noiosissimo e si rifà, ma questo gli americani non lo sanno, all’antico rito assiro babilonese del bacio della pantofola. In altre parole sotto le mentite spoglie di una festa si consuma l’atto di fedeltà dei vassalli, valvassori  e valvassini. A ciascuno la scelta del dove posizionarsi. Al tempo degli assiri la pantofola era baciata per davvero, ma oggi questioni igieniche sconsigliano l’atto e al dunque basta la presenza. Questo secondo viaggio la Meloni Giorgia se lo sarebbe pure risparmiato, ma per tema di essere scavalcata dal Salvini Matteo s’è sacrificata. Chissà che si aspettava la Meloni Giorgia, magari di essere accolta dal Donald o quanto meno dall’Elon, invece no, troppo impegnati con i pezzi grossi: i commessi l’hanno pilotata all’ultima fila assieme al Milei e le hanno messo davanti dei marcantoni che al confronto quello vero sembra un nanerottolo. Neanche una miserrima fotografia col pollice alzato. Adesso  tornata mestamente in Italia avrà da meditare: non sull’attacco all’Europa o sul ponte tra UE e USA, ma su quei fotogrammi che la riprendono tristemente schiacciata contro il muro. Chissà che vorranno dire…

Buona settimana e buona fortuna

venerdì 14 maggio 2021

Un sogno o un incubo?

 Ancora un mesetto e Draghi potrà liberarsi di Salvini, poi tutto di corsa. Se entro dicembre non si faranno le leggi di delegazione  si perderanno 218mld. Di Draghi ne vorrebbero due: uno a Palazzo Chigi e l’altro al Quirinale. E se si unificassero le due cariche?

 

Ho avuto un sogno, anzi no, ho avuto un incubo. La visione è consistita di tre passaggi: il primo ha avuto come limite il 30 giugno il secondo, scavallato i successivi mesi, mi ha portato in pieno dicembre 2021. E il terzo nel 2022. Superata la fine di giugno non potranno aver luogo per i sei mesi a venire elezioni anticipate e finalmente il Draghi Mario potrà adempiere al suo ruolo di manager duro e puro e smetterà di farsi sballottare da Salvini. Il Salvini che in fondo, non è fondamentale per la tenuta del governo, e se pure i berlusconiani, ammesso e non concesso esistano ancora, decidessero di seguire il leghista a Draghi non sarà difficile raccogliere un ampio gruppo di responsabili. Per adesso deve fingere evvabbene. Scavallato questo primo traguardo si comincerà a fare sul serio e a correre per davvero. Quindi, secondo passaggio, si arriva a dicembre mese topico poiché in quei trenta giorni succede che caschino scadenze estremamente importanti: quella più tosta, come ha detto la ministra Marta Cartabia, è che vadano definite e “approvate le leggi di delegazione per la riforma del processo civile, penale e del csm” . Tanto per dire di quelle della sola giustizia. E poi ci sono le altre.  Perché se questo non avvenisse sarebbero a rischio per “l’Italia non solo i 2,7 mld del pnrr destinati alla giustizia, ma i 191 mld destinati a tutta la rinascita economica e sociale italiana”.  E questo, per dirla con il D’alema Massimo, senz’altro non piacerebbe ai poteri forti. Poi la seconda: l’elezione del Presidente della Repubblica. Tostina anche questa, ma non in sé quanto per sé. Infatti questa è prodromica al terzo fondamentale passaggio il 2022. La scelta del prossimo Presidente della Repubblica, cade male poiché da un lato non dà al Vescovo Draghi di finire il suo lavoro, che va ben oltre anche il prossimo anno, e dall’altro di salire al soglio della Repubblica. E quindi? L’ideale, secondo alcuni, sarebbe avere due Draghi: uno alla Presidenza del Consiglio e un altro alla Presidenza della Repubblica. Il fatto è che due Draghi non ci sono però una soluzione potrebbe esserci:  unire le due posizioni. Si chiama presidenzialismo Questo è stato l’incubo. Per arrivare a una simile soluzione, che attenzione non è propriamente antidemocratica, Francia e Stati Uniti, per dirne due, la applicano e non sono dittature, ci vuole tempo e molto consenso. Allora le ipotesi potrebbero essere due: un secondo mandato a Sergio Mattarella, l’elezione di un “bollito” di lungo corso e in Parlamento c’è solo l’imbarazzo della scelta. In ogni caso chiunque sia il prescelto dovrà essere pronto a farsi da parte quando super Mario dovrà unificare le due cariche. C’è la questione del consenso, cosa non facile , ma non impossibile: i soldi non mancano. E, come ha mostrato la cronaca di qualche settimana fa, se basta la vittoria di uno scudetto per vedere scendere in piazza masse osannanti, masse fatte non solo da popolazzo bue, ma anche da non pochi sedicenti intellettuali sedicenti di sininistra,  Dunque se ai circensem aggiungiamo il panem il gioco è fatto. E il Covid? È in calo e comunque ce ne si farà una ragione soprattutto se si potrà andare al ristorante di sera, i centri commerciali saranno aperti nelle fine settimana e il coprifuoco o sarà diluito fino alle 24h. By the way il presidenzialismo piace a tutte le destre e temo anche a qualcuno del centrosinistra.

Come incubo non c’è male. L’importante è non farlo diventare realtà

Buona settimana e buona fortuna.

venerdì 11 settembre 2020

"Chiedi alla violenza ..."

Tre episodi di violenza in una sola settimana sono tanti. La violenza non ha gradi: è violenza e basta. I fratelli Bianchi, la donna che ha aggredito Salvini, e l'assessora di Como Angela Corengia sono la stessa faccia della medaglia, si differenziano nei risultati, La banalità del premier Giuseppe Conte.

 


E così anche noi abbiamo avuto la nostra brava settimana di violenza.  Non che nelle precedenti tutto sia filato liscio, anzi, ma averne in pochi giorni tre episodi non è usuale. Certo non uguali nelle conseguenze, ma in qualche modo simili nelle dinamiche. Perché la violenza è violenza. Ché pensare alla violenza declinata per gradi non mi è mai piaciuto. L’agitazione interiore che mette addosso un atto violento a chi lo patisce, foss’anche quando ti strappano di mano un foglio o ti spingono via dalla fila per salire sulla metropolitana non ha gradi. Non foss’altro che per quel fuggevole momento in cui s’immagina cosa potrà accadere dopo. Le conseguenze dell’atto violento, quelle sì, si suddividono per importanza e a questo pensa il codice penale.

A Colleferro è stato ucciso un ragazzo che voleva fare da paciere in una lite. Pare che pesasse cinquanta chili o giù di lì e per ucciderlo, a quanto sembra dalle prime indagini, ci si sono messi in quattro. Che a picchiare uno piccoletto in quattro, ben allenati e con la tartaruga sull’addome, ci vuole coraggio, tanto coraggio e di solito quelli che si mettono in tanti contro uno di coraggio non ne hanno un grammo. Sono dei vigliacchetti. L’imputazione ad oggi è di omicidio preterintenzionale: il risultato è andato al di là delle intenzioni. Va tuttavia riflettuto sul fatto che le mani e i piedi di quei quattro non sono mani e piedi comuni: sono armi. Ancorché improprie. E se sei un pugile e un lottatore MMA dovresti stare alla larga da risse e litigi vari. E invece i quattro ci si sono fiondati. Vederli nei panni dei samaritani che vanno a sedare risse, considerando anche i precedenti, viene difficile. Come chicca: i fratelli Bianchi hanno dichiarato di essere stati chiamati mentre, magari sul più bello, si davano al sesso con delle sconosciute in un cimitero Sai che allegria. Sarà contenta la compagna del Bianchi Gabriele, che è in attesa di un bimbo. Alleluja. A Pontassieve il secondo atto vede coinvolto il Salvini Matteo. Una donna lo ha aggredito urlandogli in faccia «io ti odio, io ti odio», gli ha lacerato la camicia e, già che c’era, strappato il rosario che il capo della Lega porta con disinvoltura al collo. È un devoto, anche se sui generis. Facile immaginare lo spavento nel vedersi aggredito in quel modo selvaggio. Pensatevi al posto di Salvini. E soprattutto l’ansia successiva, se neanche la scorta ha potuto evitare l’aggressione. Ansia che non sparirà con un selfie ma rimarrà lì, magari un po’ nascosta, per molto tempo. Perché questo è la violenza. Questa volta è andata bene, ma la prossima? E lo stesso spavento avrà patito il senzatetto di Como, che si è visto strappare nel cuor della notte la coperta sotto la quale dormiva. E la stessa ansia di Salvini il senzatetto patirà in seguito. Questo li accomuna, capo della Lega e senzatetto. Da un momento all’altro chiunque ti può aggredire. L’eroina, si fa per dire, in questo caso è una rappresentante delle istituzioni: l’assessora alle politiche sociali del Comune. La teoria del contrappasso messa in pratica. Angela Corengia, nessuna ironia sul suo cognome, deputata ai Servizi Sociali, cioè  a dare una mano ai meno fortunati, ha usato le sue mani per umiliarli e usare loro violenza. Miseria vera. Il presidente Conte si è domandato se deve suggerire a suo figlio di fare da paciere nel caso si trovasse ad assistere a una rissa. Domanda retorica e stupida oltremodo. Fin da piccoli a tutti viene insegnato di stare lontano dai guai che tradotto significa fregatene e gira la testa dall’altra parte. Perché così è la vita. Buona settimana e buona fortuna.

mercoledì 29 gennaio 2020

I fatti della settimana


Settimana ricca di fatterelli questa appena passata. Tanti, troppi. Parlerò solo di quattro: le elezioni in Calabria, Salvini l’educato, Di Maio il dimissionario e, questo il fatto veramente importante, la scomparsa del filosofo Emanuele Severino.

Jole Santelli eletta presidente della Calabria
 Avanti a tutto ci sono state le elezioni in Emilia-Romagna e in Calabria, anche se quelle calabresi non “interessano a nessuno” come con grande tatto ha detto Giorgetti Giancarlo, testa d’uovo della Lega e consigliere principe di Salvini Matteo. E allora, per anticonformismo, oggi si parla di queste calabresi mentre di quelle emiliano-romagnole si dirà la prossima settimana. . Questa volta sono andate bene per il centrodestra e Santelli Jole è la nuova presidente. Questo successo lo deve indubbiamente all’endorsement di Berlusconi Silvio che con il solito tatto, l’abituale leggerezza, la consueta eleganza, d’altra parte come non ricordare le famose cene,  e quel suo “dico non dico” ha lanciato la Santelli Jole verso la vittoria dicendo: “Conosco Jole Santelli da 26 anni e non me l’ha mai data” Evidentemente la Jole Santelli è donna di buon gusto. Di evidente buon gusto. E la maggioranza dei votanti calabresi ha voluto premiarla: se ha buon gusto forse governerà bene, si saranno detti.  

Il secondo fatterello riguarda la ormai famosa citofonata del Salvini Matteo che si è rivolto con grande rispetto all’ipotetico pusher, dandogli addirittura del lei. “E’ lei lo spacciatore?” ha chiesto. Immaginatevi se con spirito questo avesse risposto: “Ah, sei tu? Vuoi la solita dose di coca?”

Il terzo: Luigi di Maio ha dato le dimissioni da capo politico dei cinque stelle togliendosi la cravatta. Gesto coraggioso quant’altri mai.. Se le dimissioni streap prenderanno piede ne vedremo delle belle: Salvini si toglierà la felpa, Zingaretti le giacche stropicciate, Giorgia Meloni gli orecchini pendenti, Renzi la camicia bianca e il Berlusconi cosa si potrebbe togliere?

Insomma, come al solito, la situazione è grave ma non seria.
Infine l’ultima notizia, questa sì importante la più importante: è venuto a mancare il filosofo Emanuele Severino. Il Paese perde una figura fondamentale, ma purtroppo non ascoltata.
Buona settimana e buona fortuna.

lunedì 8 gennaio 2018

Elezioni 4 marzo: rodomonte Salvini se ne andrà a braccetto con Mastella.



Prima non voleva essere l’arca di Noè del centrodestra. Ha insultato tutto e tutti, ma poi le elezioni si vincono coi voti e chiunque porti voti è ben accetto, anche Lupi, anche Zanetti. Tutto fa brodo: anche Mastella.

Mastella all'opera sui banchi di un governo qualsiasi
Non è certo che tutti se lo ricordino, ma il segretario della Lega, Salvini Matteo, ha passato diversi mesi a dir male dell’ex alleato e ora acerrimo avversario, Angelimo Alfano. E con lui di tutta la sua truppa: Lupi, Formigoni, Barbara Saltamartini e Pietro Langella che però ha fatto una ulteriore capriola carpiata doppia per finire con Verdini. Cosa vuol dire quando si ha il fisico. Oltre a dirne male aggiungeva anche che mai si sarebbe accompagnato a simili personaggi. Si intende che non si parla di persone ma di politica. 
Quando a Berlusconi venne l’idea della cosiddetta quarta gamba, dopo Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia al Matteo scoppiò l’orticaria e subito schernì l’idea: «Un conto è la quarta gamba, ma qui l’alleanza sta diventando un millepiedi.» Anche se l’idea di lanciare bordate contro qualcun altro che non fosse il solito Renzi lo stimolava. Poteva fare il Savonarola anche in casa sua. Un po’ di verginità nuova non fa mai male. E quindi agli alfaniani ormai privi di Alfano disse che la coalizione di centrodestra «non era l’arca di Noè » A cui il Lupi rispose con due battute una peggio dell’altra. La prima:«a Salvini ricordo che Noè sull'arca accolse solo animali» Facile immaginare le sghignazzate private e semipubbliche. Che doppiò con un altrettanto infelice: «Stia tranquillo, non appartenendo alla categoria, anche se mi chiamo Lupi, noi sulla sua di arca non abbiamo nessuna intenzione di salire. Anche perché non c'è nessun diluvio e lui non è certamente Noè.» Mentre invece tutti sapevano (e sanno) che quello di salire, arca o non arca, per garantirsi almeno uno strapuntino in corridoio, era (ed è) l’ambizione massima di tutta quella schiera. 
Trattandosi non di gamba ma di millepiedi ecco saltar fuori tra altri allegri personaggi della prima repubblica, uno che a vederlo mette subito simpatia: Clemente Mastella, quello che si definì il Moggi del parlamento, forse per via di deputati comprati e venduti. Quello che dopo aver fatto cadere un governo di centrosinistra di cui faceva parte ed essersi fatto un po’ di purgatorio, è tornato in corsa riuscendo a farsi eleggere sindaco di Benevento con 7416 voti. E al disprezzo salviniano rispondeva:«sei un mezzo leader, Ma chi te vole, hai perso anche a Varese “ – e aggiungeva -  Mai con Salvini.»  Anche se mai è parola ardua da dire.
Comunque per mettere una pietra tombale sull’argomento il Salvini ha dichiarato: «non c'è un progetto di Italia condivisa. Lupi è una bravissima persona, così come Zanetti di Scelta Civica, ma sono portatori di idee diverse dalle nostra.» Vero e dunque? 
E dunque le questioni serie si discutono a tavola, con un menu leggero leggero studiato apposta per convalescenti (tortelli di zucca, brasato, tortino al cioccolato) e dopo il caffè e l’ammazzacaffè che succede? Che la quarta gamba, nel frattempo ha cambiato nome e si chiama quarto polo, viene accettata da tutti anche dal rodomonte Salvini. Con un pannicello sulle pudenda: i tre del pranzo decideranno sulle candidature del quarto polo. Bah. Il fatto al dunque si risolve con Salvini che si  troverà seduti accanto pezzi di prima repubblica, ex sostenitori del governo di centrosinistra e saltimbanchi vari. 
Eggià perché c’è forse qualcuno che vuole rinunciare ai settemila e briscola voti di Mastella a Benevento? E a quelli dei simpatici fanciullini di Comunione e Liberazione e magari anche a quei due o tre che sono rimasti impigliati con Scelta Civica? La risposta è semplice: no. Aggiungendo sottovoce: non è conveniente. E allora avanti come se nulla fosse perché la convenienza è importante: è il maggior plus dei supermercati.

venerdì 14 ottobre 2016

È morto Dario Fo: gufo, parruccone e amante della vecchia politica.

Al solito necrologi noiosi, pedanti e anche un po’pelosi. C’è chi partecipa con «profondo cordoglio» come se esistesse quello moderato o sufficiente o tiepido. Solo due voci fuori dal coro: Brunetta e Salvini.  Anche Renzi ha dichiarato ma senza tweet, riservato a Bob Dylan.  

Dario Fo: ringrazia e saluta
Ogni volta che un politico, artista, scienziato, sportivo passa a  miglior vita, come si usava dire una volta, Madama Retorica si rallegra,  si sfrega le mani e dà il meglio di sé nei necrologi e nei comunicati ufficiali. In quelli si scopre che l’estinto è considerato caro, talvolta addirittura carissimo, se non addirittura quasi santo, da una grande quantità di persone. Di alcune delle quali mai si sarebbe detto e neppure sospettato. Eppure così è.

Dario Fo non è sfuggito alla regola anche se in un paio si sono messi fuori dal coro. E quindi anche per lui melensi necrologi preconfezionati a base di «partecipa commosso al lutto», «si unisce commosso al dolore» oppure «partecipa con profondo cordoglio» - come se ci possano essere gradi cordoglio: moderato o sufficiente o tiepido - e «profondamente colpito» dato che il  solo colpito pare poco e non faccia fine. Che poi più colpito dalla morte del morto non c’è nessuno.

Matteo Renzi ovviamente non poteva sottrarsi alla massa dei doglianti, ma d’altra parte non capita tutti i giorni che muoia un premio Nobel italiano e ha dichiarato:« L’Italia perde uno dei grandi protagonisti del teatro, della cultura, della vita civile del nostro Paese. La sua satira, la ricerca il lavoro sulla scena, la sua poliedrica attività artistica restano l’eredità di un grande italiano nel mondo. Ai suoi familiari il cordoglio mio personale e del governo italiano» Gli deve essere venuto un crampo allo stomaco mentre diceva «protagonista della vita civile – e aggiungeva – la sua satira» Chissà se contemporaneamente il Renzi Matteo ha pensato a Dario Fo come al gufo, parruccone e vecchio che vuole tenere fermo il Paese. Un ossimoro. Tra il novantenne Fo e il quarantenne Renzi chi sia il nuovo e chi sia il vecchio vien facile da dire.

Dario Fo disse: «Alla fine dell’ultima guerra mondiale, nel giorno della Liberazione, ci fu una festa come questa. C’era tanta gente come voi, felici, pieni di gioia. Credevamo che si sarebbe rovesciato tutto, ma noi non ci siamo riusciti. Fatelo voi, per favore» Era il 19 febbraio 2016 e non stava parlando ai renziani.

Comunque il Presidente del Consiglio non avrà riflettuto neppure per un istante su quello che stava dichiarando. Cosa che gli succede assai spesso. E a riprova di quanto fosse distratto non ha riservato a Dario Fo  il tweet d’ordinanza che invece ha omaggiato Bob Dylan: «#Bob Dylan Nobel per la letteratura (come Fo ndr) la poesia vince sempre (come Fo ndr)» E poiché spesso, twittare è azione scollegata dal pensare neanche avrà immaginato che se Bob Dylan fosse in Italia starebbe dalla parte di Dario Fo. Sic transeat gloria mundi

Si diceva di due eccezioni di cui una ben chiara, data dal deputato Brunetta Renato che ha chiosato la notizia con:«Nessuna ipocrisia Dario Fo non mi era mai piaciuto l’ho sempre considerato un uomo violentemente di parte. Nei miei confronti si era espresso in maniera razzista facendo riferimento alla mia altezza.» Ha aggiunto anche «Quando muore una persona cordoglio» una scivolata questa quasi giustificabile dato che il Brunetta vive nella città dell’ipocrisia.
La seconda eccezione viene da Salvini Matteo:«Un bravo artista. Per lui io e i leghisti eravamo razzisti, egoisti ignoranti? Vabbé acqua passata. Non porto rancore, doppia preghiera» nasce la nuova figura del leghista-gesuita, nel senso che non dice quel che pensa per davvero. Mentre Maroni Roberto, il leghista più democristiano che ci sia, ha dichiarato: «Con la scomparsa di Fo si dice addio non solo ad una indiscutibile figura di spicco del panorama culturale internazionale, ma anche a un grande cultore e divulgatore delle lingue nazionali.» Che dire?  Maroni è sempre Maroni.

Un altro pezzo del ‘900, il secolo delle rivoluzioni mancate, se ne è andato e fra due giorni nessuno ne parlerà più. Ma magari alcune idee folli continueranno ad aleggiare nel cielo e chissà che qualcosa non cambi. Comunque grazie Dario. Gufo, parruccone e amante della vecchia politica.

lunedì 20 giugno 2016

Il Pd nuovo perde a Roma, quello vecchio a Torino. A Milano vince Sala che però non è renziano.

Le sconfitte son tutte di Renzi. E però anche le vittorie, poche, gli vengono sottratte. Giachetti andrà al Divino Amore, A Fassino l’invito a godersi il vitalizio . La zia zitella, D’Alema Massimo, intonerà: si scopran le tombe, si levano i morti. Ma non è più tempo.

Piero Fassino, sostenitore di Renzi, ex sindaco
Brutta domenica quella del 19 giugno per il Pd. Per tutto il Pd perché a guardare i dati hanno perso proprio tutti: maggioranza e minoranza. A Roma ha perso il Pd nuovo o seminuovo, il sor Giachetti è un commensale della politica di lungo corso ma è stato tra i primi dei vecchi a mettersi con Renzi. Che un po’ è stata la sua fortuna: da quel giorno D’Alema non gli rivolge più la parola. Non è poco. E comunque la sconfitta, bella tonda tonda, gli ha evitato di dover scegliere tra una tribolata vita da sindaco e quella comoda da deputato nonché vicepresidente della Camera. E così si potrà godere meglio il casalone con cinque bagni e piscina di cui si era dimenticato. Farà un pellegrinaggio di ringraziamento al Divino Amore.

A Torino ha perso la vecchia guardia saltaquaglista: Piero Fassino una vita da funzionario di partito e poi da deputato. Che potesse perdere, in verità, lo si era intuito da un segnale inequivocabile: la sua profezia. Infatti durante una seduta del Consiglio di Torino il Piero rivolto all’Appendino, che contestava una sua decisione, disse:«vedremo quando lei sarà sindaco.» Appunto. Ha fatto il paio con: «Grillo, fondi un partito, prenda i voti e poi discuteremo.» Appunto. Adesso il suggerimento è di godersi il vitalizio anzi i vitalizi che in casa Fassino oltre al suo entra anche quello della moglie e son soldi. Magari faccia un giro in periferia adesso che ha tempo e impari.

A Milano invece ha vinto Beppe Sala, mr. Expo, anche se tutti sono ancora in attesa di vedere i conti della manifestazione. Chissà. Questa potrebbe essere una vittoria dello scout Renzi se non fosse che il Sala stesso, forse per mettersi al vento, una settimana prima del voto ha dichiarato:«Io non sono renziano. Chi mi vota, vota me e non Renzi.» Quindi questa vittoria non può finire oggettivamente nel carniere del Presidente del Consiglio. Con buona pace di Emanuele Fiano, della Quartapelle e degli altri renziani similmeneghini. Anche perché dovranno fare i conti con Basilio Rizzo che ha portato i voti decisivi e, per soprammercato, di sinistra se ne intende.

E neanche Bologna finisce con Renzi: Merola Virginio (come la Raggi) appena eletto pensa bene di attaccarlo. Con i tempi che corrono ci sta. Mentre invece all’ex nuovo avanzante vengono accreditate le sconfitte di Trieste e Pordenone, ci sono da tirare le orecchie alla Serracchiani che ha messo il becco a Roma anziché occuparsi dei territori suoi. E poi di Benevento riecco il Mastella Clemente, di Napoli dove il Pd non è arrivato neanche al ballottaggi, di Carbonia e Crotone, Savona, Grosseto, Olbia e naturalmente San Giuliano Milanese. E qui ci si ferma per carità di patria.

Come ovvio con le sconfitte del Renzi Matteo si scopron le tombe, si levano i morti i martiri nostri son tutti risorti. Questo auspicherebbero la zia zitella del Pd, in arte D’Alema Massimo che per fortuna della Raggi ha smentito, usualiter,il suo appoggio, il nipote secchione, Cuperlo Gianni, il cugino di campagna, Bersani Pierluigi e l’eterna speranza, Roberto Speranza per dire i primi quattro che vengono in mente, ma così non è. La sconfitta di Renzi non vuol dire vittoria dei vecchi piciisti incapaci che anziché fare la sinistra quando governavano si son messi a fare i neo lib-lab, più lib(eral) che lab(our). Per loro il tempo è auspicabilmente finito, si ritirino: hanno già avuto. E si accontentino.

Adesso che il Renzi non è più quello del 41% delle europee, ci sarà da vedere le mosse dei saltaquaglisti perché si sa: chi tradisce una volta tradisce sempre e di Verdini e della sua truppa. Magari ancora più indispensabili.  E poi gli scannamenti nel centrodestra e le cene del lunedì tra il  moderato (sic!) Berlusconi e il lepenista Salvini Matteo.  E infine gli auguri: a Giorgia Meloni perché si goda la maternità e ad Alfio Marchini la sua Ferrari. Entrambi l’hanno scampata bella.