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venerdì 28 agosto 2020

Giravolte referendarie

Nulla è più definitivo del provvisorio. Solo gli imbecilli non cambiano mai idea. Ergo: nulla è più precario del definitivo. Come, sul tema referendum, si gingillano politici, giornalisti e media vari. Erano 553, l’8 ottobre, non erano giovani e neppure forti, non sono morti ma si stanno squagliando.

 


Una delle esilaranti battute che circola da quasi sempre nel Belpaese recita: “nulla è più definitivo del provvisorio” mentre un’altra ugualmente popolare dice che “solo gli imbecilli non cambiano mai idea”. Questa seconda è il motivo per cui siamo la patria di poeti, artisti, eroi, santi, pensatori, scienziati, navigatori e trasmigratori. E aggiungo anche tutta la qualunque. Quindi se consideriamo la prima affermazione come la tesi e la seconda come l’antitesi si giunge alla sintesi che nel caso in oggetto diventa: “nulla è più precario del definitivo”. Sintesi che si attaglia meravigliosamente alla kafkiana situazione del referendum confermativo del prossimo 20/21 settembre.

Dopo quattro votazioni, due alla Camera e due al Senato, che hanno visto i sostenitori del taglio sempre maggioritari, anche con i due terzi come accaduto nell’ultima e definitiva votazione, si potrebbe dedurre che i nostri rappresentanti e i loro partiti siano tutti d’accordo. E invece no. Man mano che ci si avvicina alla data referendaria i distinguo e le prese di posizione contrarie alla legge pare stiano aumentando. Almeno per quanto riguarda il palazzo, nel senso di senatori e deputati, quegli stessi che in precedenza avevano entusiasticamente votato a favore della proposta di legge. By the way nella seduta numero 234 del 8 ottobre 2019 presieduta da Roberto Fico votarono contro il provvedimento ben in quattordici con la bellezza di astenuti due. Quando si dice la spietata legge dei numeri. Il fatto che giornalisti e media si stiano accodando è il classico cvd,ovvero come volevasi dimostrare. Pare che siano tutti dei Saulo fulminati sulla via di Damasco. Evvabbé. Forse alcuni si sono resi conto, più prosaicamente,  e solo adesso, la qualcosa non depone a loro favore, che con la riduzione del numero dei parlamentari il loro scranno è a rischio. E così il vecchio “nuovo che avanza” in arte Renzi Matteo, che il Senato voleva addirittura sopprimerlo, ha deciso che magnanimamente lascerà libertà di coscienza ai suoi. Neanche fosse il proprietario di servi della gleba. A proposito della nuova schiavitù che avanza. Zingaretti al momento non ha ancora deciso che indicazioni di voto dare mentre Nannicini Tommaso Gori Giorgio Cuperlo Gianni,  Orfini Matteo, fantastico poker di trascinatori di masse,  fanno campagna per il NO. E poi ci sono i dubbiosi alla Zanda  Luigi, ma lui è un democristiano vero. A sostenere questo fronte c’è pure Brunetta Renato, Napoli Osvaldo, Bergamini Deborah ed altri, nonostante la Gelmini (che evidentemente si sente sicura del prossimo seggio) si sgoli a dire che Forza Italia è per il taglio. In tutto ciò conviene ricordare che i radicali della Bonino con i loro banchetti hanno raccolto seicento e briscola firme e che secondo gli ultimi sondaggi IPSOS (fine luglio) il SI conta sul 49% il NO sul 8% e i restante 43% si suddivide tra indecisi e non votanti.  Così va il mondo, pardon l’Italia.

Buona settimana e Buona fortuna.

 

lunedì 8 agosto 2016

Renzi questa volta ha tre volte ragione.

Calma piatta sul fronte della politica. Per parlare di cose vagamente serie tocca tornare all’ultima direzione del Pd. Renzi ha lanciato tre sfide alla minoranza: cambiare il segretario, cambiare lo statuto e cambiare l’organizzazione. Da queste si dovrà partire alla ripresa di settembre. Che Bersani e gli altri abbiano le capacità di rispondere è pari a quella di Berlusconi di tenersi il Milan.
Bersani e Renzi riflettono sul nulla
In questa estate un po’ schizofrenica che alterna giornate torride a quasi uragani la politica sonnecchia. E non c’è quasi nulla di originale di cui dire. Il Corrierone simula prove d’attacco alla giunta Raggi talmente ingenue e naif da muovere a tenerezza, la Serracchiani assomiglia sempre più al megafono del capo mentre Guerini lo è sempre stato, Berlusconi nomina l’ennesimo delfino e Di Maio rispolvera la frase che fu già del predetto Berlusconi e di D’Alema , non proprio due fulgidi esempi, e dichiara: «lasciateci lavorare.» Il che detto a ridosso del ferragosto suona ridicolo. Ma chi gliela cura la comunicazione a questi?
Così per trovare qualcosa di vagamente politico di cui parlare tocca riandare indietro nel tempo e rifarsi all’ultima direzione del Pd, 3 luglio, e specificatamente all’intervento di Renzi che degli altri meglio tacere. Tra le varie paccottiglie condite a base di «è finito il tempo» e «l’orgoglio di essere del Pd» sono spiccate tre perla di rara saggezza politica. In verità condensate in poche righe e ancor meno secondi. Però come ha dimostrato Einstein non è vero che a una domanda complessa si debba dare una risposta complessa. Le grandi risposte ai grandi temi in genere sono semplici.
Il segretario-premier rivolto alla minoranza del partito che tenta goffamente di esprimere una qualche opposizione ha detto in primis che: « Se volete che io lasci, chiedete il congresso e vincetelo: in bocca al lupo.» Il che tradotto per i più sprovveduti significa: se avete una linea politica alternativa alla mia fatevi sotto. E qui il difficile è doppio. Primo perché non si è ancora capito quale sia la linea politica di Renzi per cui essere l’alternativa al nulla talvolta viene difficile. Non ci sono i termini di paragone. Secondo perché la sedicente opposizione interna del Pd una proposta politica proprio non ce l’ha. E sentendo parlare Bersani di mucche in corridoio e di tacchini sul tetto o Cuperlo che della fumosità ha fatto un’ideologia vien la certezza che questi una alternativa politica al segretario attuale non sappiano come costruirla. E non l’avevano neanche prima se è vero che, giusto per fare un esempio, i bersaniani (ex) che stanno con Renzi sono di più di quelli che girano attorno a Bersani. L’impressione, suffragata da Fabrizio Barca, è che tutti siano alla ricerca di un posto, poltrona o strapuntino che sia. E dato che i posti alla fine sono pochi ci si accapiglia: in sostanza guerra per bande. Tristezza.
Non contento di questa prima, che per la sua concretezza e serietà gli deve essere sfuggita, il Renzi ha calato la sua seconda ragione: « Se volete una modifica statutaria per separare il ruolo di segretario e premier, fatela approvare» Poi quasi a sfregio ha aggiunto: «E io sosterrò sempre chi vince: in una comunità si sta anche quando si perde.» Bravo lì. L’idea del segretario-premier era stata di Bersani che infatti da segretario è arrivato primo alle elezioni ma non le ha vinte e da aspirante premier è stato sbeffeggiato dalla cinque stelle Lombardi. Comunque il punto resta lo stesso: se non c’è un progetto politico viene difficile aggregare maggioranze per cambiare anche l’elenco del citofono.
Terza e ultima inopinata ragione: «Se volete un cambio organizzativo fate proposte» Il che in quel consesso dev’essere stato come lanciare una castagnola dentro una scuderia o forse meglio come sparare sulla Croce Rossa. È certo che i crocerossini Cuperlo, Speranza, Bersani, D’Alema, e senza dubbio alcuno Gotor, una proposta non ce l’hanno affatto. Anzi non sanno neppure come si scriva il lemma proposta. Poi, detto tra pochi intimi, per fare una proposta organizzativa ci vuole prima l’elaborazione di una proposta politica. E qui si è di nuovo a capo. Scuotere la testa come Ridolini o fare battute talvolta dai pretesi toni sarcastici e talaltra dagli incomprensibili toni agresti non aiuta.
Poi ci si domanda come abbia fatto il Renzi Matteo, che era partito con meno del 30%, ad avere la maggioranza assoluta del partito, dei deputati e dei senatori.  Se dall’altra parte si ha il nulla basta qualche chicco di grano per far sembrare la stia un eldorado e i polli corrono a frotte.
Il fatto poi che la succitata minoranza minacci di votare “NO” al referendum, la cui data slitta di giorno in giorno, è assolutamente irrilevante. Tutti insieme hanno la capacità di spostare voti pari a quella di Berlusconi di tenersi il Milan.

giovedì 9 giugno 2016

Renzi: la reificazione di Rambo

Rambo e Renzi sono quasi coetanei uno del 1981 e l’altro del 1975. Come tutti i fan compulsivi anche Renzi si crede la reificazione del suo eroe. «Dopo i ballottaggi il lanciafiamme» ha dichiarato il segretario del Pd. Quando si dice che i conti con gli avversari si sistemano in quel modo si comincia a sentire puzza di bruciato.

A Renzi Matteo l’ex marine Rambo John è sempre piaciuto. Sarà che sono quasi coetanei: Renzi è del 1975 mentre la prima uscita di Rambo John in cinemascope è del 1981. E di lì sono cresciuti insieme. Non è un caso se i compagni di classe avevano soprannominato il piccolo Matteo “bomba”. Un po’ è che era cicciottello, un po’ che le sparava grosse, e un po’ che doveva aver confessato il suo amore per Rambo che con le bombe, a mano, non ci andava leggero. Poi il Renzi ha fatto outing quando qualche mese addietro per attaccare i talk-show che non gli piacciono ha comunicato all’universo mondo che la share di Rambo in centoventinovesima replica era più alta dell’attualità di Ballarò e di Martedì messi assieme. Naturalmente come tutti i fan compulsivi ha cimeli a iosa, ma soprattutto crede di esserne la reificazione. Non reincarnazione ma proprio reificazione cioè quando si rende concreto il contenuto di un’esperienza astratta. E Rambo è il massimo dell’astrazione.

Per dimostrarsi come reificazione di Rambo John il Renzi Matteo ha scelto uno dei salotti buoni della televisione, quello di Lilli Gruber. In realtà era una comparsata per giustificare-spiegare-annacquare i risultati del primo turno delle amministrative. Questa volta non ha detto che “è finito il tempo” e neppure che bisogna “cambiare verso”, ha lasciato in pace i poveri gufi e anche i profeti di sventura. Insomma stava quasi cavandosela quando il timido Massimo Franco ha buttato là una battuta sul partito: neanche avesse lanciato un petardo nel barbecue. Il Rambo che è in Renzi è uscito allo scoperto prepotentemente. «Dopo il ballottaggio userò il lanciafiamme» e qui s’è fatto prendere un po’ la mano Rambo di solito usa una mitragliatrice che imbraccia senza neanche il trepiede. Il lanciafiamme non sembra sia mai stato usato.

La scelta di quell’arma cioè del fuoco qualcosa dice. Elias Canetti scrisse: «il fuoco attrae l’uomo che vi si identifica» e, un po’ senz’altro il Renzi Matteo pensa di essere il fuoco purificatore della politica italiana, ma anche europea e se pure non l’ha ancora detto, mondiale. E poi al fuoco si associano le simbologie universali del potere, del sacro e del divino. E scusate se è poco.

Col fuoco sono state combattute (e uccise) le streghe, i gatti neri e gli eretici, Giordano Bruno, tanto per dirne uno e le minoranze. E dopo la sua azione il fuoco lascia dietro di sé solo un filino di fumo e tanta, tanta cenere. Difficile anche rimettere insieme i cocci.

Cuperlo, Speranza e compagnia, compreso Bersani le cui metafore agresti stanno aumentando di volume essendo passato dal tacchino sul tetto alla mucca in corridoio, farebbero bene a darsi una regolata e a immaginarsi il segretario del Pd con tanto di bandana e  coltellaccio infilato nella cinta dei pantaloni. Magari quando avranno messa l’immagine a fuoco, ops ancora il fuoco, gli scappa da ridere. Peggio di quando slo videro con il chiodo. Ma attenzione Rambo non è mai stato spiritoso anzi, è un po’ permalosetto. E in questo con Renzi la sovrapposizione è totale. Sarà divertente adesso vedere gli sherpa della comunicazione, Andrea Romano in testa, dare giustificazione all’infelice scivolata del segretario del Pd. Anche il bronzo col fuoco si scioglie.
Però attenzione per davvero, quando si pensa di sistemare i conti con i lanciafiamme l’aria non è buona anzi si comincia a sentire puzzo di bruciato.

domenica 20 settembre 2015

Renzi: da rottamatore a robivecchio

La partenza è stata alla grande poi man mano che la gara procedeva Renzi si è disunito. Ora imbarca tutti anche quelli, alla Verdini, che vanta sei processi per truffa e bancarotta. Il cambiamento non si fa con pezzi vecchi e consunti dall’uso.

Quando nel dicembre 2013 quasi tre milioni di elettori del Pd (con un obolo pari ad almeno sei milioni) si recarono alle urne per scegliere il nuovo segretario del partito non pochi pensarono (e sperarono) che se avesse vinto il giovane sindaco di Firenze molte cose sarebbero cambiate. E cambiate per davvero. Infatti ben il 68% si decise a segnare il suo nome sulla scheda. Gli altri concorrenti riuscirono a raggranellare pochissimi voti: Cuperlo il 18% e Civati il 14%. Praticamente non c’è stata storia. Infatti i vecchi marpioni del partito, gli artefici delle precedenti sconfitte non osarono confrontarsi nell’urna con il nuovo aspirante segretario. L’avessero fatto sarebbe stata una  debacle di proporzioni colossali per loro e un trionfo ancor più grande per Renzi.

In verità la vittoria di Renzi non fu tutta sua, contribuirono in bella misura anche vecchi pezzi della Dc, come Franceschini che fu il primo a fare il salto della quaglia, e del Pci, fra tutti come non ricordare Fassino e Chiamparino e anche quel De Luca da Salerno detto successivamente impresentabile ma ora presidente della Regione Campania. , Tre campioni dell’apparato di Botteghe Oscure. Comunque sull’onda dell’entusiasmo pochi, o forse nessuno, si domandò come mai nel giro di breve le preferenze per Renzi raddoppiassero rispetto a solo un anno prima. E nessuno si domandò perché mai il rivoluzionario rottamatore accettasse senza parere gli appoggi, magari un po’ inquinanti, dei vecchi apparati. Quelli da rottamare per intenderci. E ancora a nessuno venne in mente che tanta grazia dovesse in qualche modo essere ripagata. Tutti si aspettavano che il rottamatore iniziasse a rottamare. Chi con speranza e chi con ansia. Ma non accadde un bel nulla. Anzi la schiera dei rottamandi che si alleavano con il fiorentino aumentava ogni giorno: Rondolino, Velardi, Minniti, La Torre, Tonini, giusto a titolo esemplificativo. Ché l’importante è farsi trovare dal vincitore al posto giusto al momento giusto. Nella storia dell’umanità ci son stati altri fulgidi esempi e quindi anche quelli contemporanei per quanto miserrimi, ci stanno. Però se è la qualità degli alleati a dare la cifra del vincitore o del leader allora il rottamatore sta messo maluccio.

E magari accade oggi ciò che intuì Don Camillo: a grattar il Giuseppe Bottazzi (Peppone), proletario senatore del Pci, vien fuori  il Pepito Sbazzeguti piccolo borghese giocatore compulsivo e occasionalmente vincitore del Tototcalcio. E dunque oggi a grattare Renzi il rottamatore vien fuori Renzi il robivecchio, nel merito e nel metodo, che scopre nuovi amici tra ex derogati, ex bersaniani, ex dalemiani ex veltroniani, ex montiani ed ex di qualsiasi altra cosa. Per i nomi c’è solo l’imbarazzo della scelta. E a quanto si dice il presidente del Consiglio è già bell’e pronto ad imbarcare nel governo altri ex berlusconiani, alcuni addirittura ex duri e puri, che adesso si chiamano verdiniani. Di nuovo in tutto questo, nel merito e nel metodo pare ce ne sia veramente poco. Soprattutto in quel Denis Verdini che, anche se non ha mai detto come l’incauto Mastella Clemente di essere il Moggi del centrodestra, più d’uno spostamento di casacca è riuscito ad organizzarlo. Certo allora giocava nella squadra di Berlusconi che da presidente del Milan ben conosceva l’importanza di spendere per acquistare campioni della pedata. 

E per esser precisi si tratta proprio quel Denis Verdini le cui intercettazioni telefoniche sul caso La Maddalena il Senato autorizzò nell’aprile del 2014, ma di cui non si è saputo più nulla. E che è rinviato a giudizio per il caso P3, processo iniziato nel febbraio corrente anno che ci si augura arrivi a termine. Prima della (quasi) immancabile prescrizione. E poi ci sono i rinvii a giudizio per i casi del Credito Cooperativo Fiorentino (truffa e bancarotta), dell’immobile di via della Stamperia (illecito finanziamento e truffa), dell’indebita percezione di  fondi per l’editoria (truffa), della Scuola dei Marescialli (concorso in corruzione), e infine di Toscana Edizioni (bancarotta). Al dunque gente vecchia se si escludono quelli del giglio magico e metodi vecchi: insomma la solita zuppa di sempre. E anche i gufi, i rosiconi e il futuro stan diventando frusti oltre che noiosi. Rimestare la broda all’uso democristiano alla fine stanca gli ascoltatori che dello storytelling conoscono già il come va a finire.
In tutto ciò la grande fortuna di Renzi il robivecchio è che la minoranza interna, dirla di sinistra è quantomeno impreciso dato che quando è stata al governo di sinistra ha fatto ben poco, non ha una vera proposta politica e teme a tal punto di non tornare su quegli scranni che alla fine, non per disciplina di partito ma per lealtà e senso di responsabilità approverà l’inapprovabile. Che senz’altro sarà riciclo di robe vecchie.



domenica 29 marzo 2015

Lunedì 30 marzo: Direzione Nazionale Pd e Renzi si (ri)pappa la minoranza

La minoranza tende la mano alla maggioranza, come se uno indebitato fino agli occhi offrisse un prestito al suo strozzino. Sarà la solita solfa delle ultime direzioni nazionali. Poi Renzi dirà: «non voglio ubbidienza ma lealtà» e così li fregherà.

Lunedì 30 marzo avrà luogo l’ennesima (quindicesima o sedicesima s’è perso il conto) direzione del Pd dell’era Renzi. Sono incontri che al segretario piacciano assai e appena può ne convoca una. C’è chi li chiama Renzi Show anche se mancheranno gli stacchetti musicali della Silvano Belfiore Band ma il segretario lo sa in anticipo e se ne è già fatta una ragione. D’altra parte mica si può avere tutto dalla vita. Glielo ha spiegato anche il suo amico Berlusconi.  

A guardare la cosa dall’esterno può parere una bella prova di democrazia: il capo che mette in continua discussione la propria linea politica non è cosa che si sia vista troppo di sovente nella storia dei partiti e dei movimenti politici. Specialmente quando questi sono gestiti con un certo piglio.  E infatti neanche questo è il caso: la linea non è in discussione è solo uno giochino.

La direzione del Pd è stata convocata con un ordine del giorno chiaro e preciso: definire (una volta per tutte) l’iter delle riforme e dare il definitivo imprimatur all’Italicum. In linea teorica sarebbe un bel momento di discussione se non fosse che su questi temi si sta pistolando da un bel po’, come direbbe un vecchio militante emiliano. E infatti si tratterà nuovamente di un bel giro d’avanspettacolo a cui gli esponenti della minoranza daranno un contributo assolutamente fondamentale per la parte comica.  Anzi a dire il vero hanno già cominciato. Il primo è stato il deputato Alfredo D’Attorre,  bersaniano duro e puro. Per quanto un bersaniano possa essere duro. Che sul puro se non c’è il duro non v’è storia.

Lo sketch di D’Attorre inizia con una lettera inviata al segretario del partito e ai capogruppo di Camera e Senato nella quale la minoranza si dice pronta a tendere la mano alla maggioranza. Nello specifico la lettera propone: «Un’intesa nel merito. Perché ciò che anima la proposta è uno spirito costruttivo, per questo chiediamo di sfruttare questo periodo che c'è fino alla ripresa dell'esame delle riforme per definire una intesa quadro nel Pd» La qual cosa, grammatica e sintassi a parte, è come se uno indebitato fino agli occhi decidesse di fare un prestito al suo strozzino.  Risate a crepapelle in platea tra quelli della maggioranza che ben sanno che molti della minoranza tengono famiglia (e un lavoro non ce l’hanno) e in più qualcuno ha anche il mutuo da pagare.

In più la minoranza non è coesa e questo significherà avere più esibizioni sul palco e un paio magari anche fuori. Come succede per il salone del Mobile a Milano. Tra le manifestazioni fuori direzione c’è stata la partecipazione di Fassina, Civati e Bindi all’evento organizzato da Landini. Partecipazione comunque defilata. Civati starà fuori anche lunedì e se non l’avesse annunciato nessuno se ne sarebbe accorto, mentre invece Fassina parteciperà al Renzi Show perché lui «Combatte dall’interno» Per adesso non s’è visto granché a parte piccole ripicche per non aver avuto il posto di viceministro, ma il ragazzo è giovane e si farà anche se ha le spalle strette.

In platea ci sarà pure Bersani con una piccola schiera di supporter. Lui dirà che bisogna lavorare «per il bene della ditta» che così posta non si capisce perché non stia col capo. Poi ci sarà Gotor che ribadirà quanto sia lunga la strada (ogni tanto si crede Mao Tse Tung) e che la battaglia da combattere sarà la prossima che così facendo non coglierà quale sarà l’ultima e se la perderà. In tutti i sensi.. Un siparietto anche per Roberto Speranza che di penultimatum in penultimatum neanche si renderà conto quando sarà il momento dell'ultimo. Sarà divertente sentire Orfini che, leader della corrente d’opposizione dei Giovani Turchi, fa anche il presidente del Pd oltre che il commissario ripulente di Roma. Probabilmente tromboneggerà alla D’Alema, ne è stato pupillo, che al massimo gli varrà qualche salvacondotto fino a che non si risolverà a diventare anche lui un renziano organico. In quella maggioranza troverà tanti vecchi maestri, come Fassino e Chiamparino giusto per dirne due. Non si sa se ci sarà D'Alema si dice che andrà a far visita ai Carmelitani Scalzi più vicini a lui per umiltà e contrizione. Per loro una flagellazione in più.

Alla kermesse di lunedì ci sarà anche Cuperlo che del dilemma morettiano prenderà la scelta numero due: esserci senza farsi notare. Parleranno poi tutti gli altri: Serracchiani che sapendo di non essere toscana deve ogni volta fare atto di sottomissione, Scalfarotto che aspira a salir qualche altro gradino e strumentalizza il suo esser strumentalizzato, Guerini a far la parte del leninista e poi il resto del circo magico che sono tanti. Non cerchio, che sarebbero pochi.
Il finale è scontato come quello delle altre di direzioni nazionali che Renzi ha gestito: si metteranno al voto le mozioni, la sua per caso si troverà ad avere la maggioranza e lui reciterà uno dei suoi mantra: «rispetto il dissenso ma chiedo lealtà» poi diventato «non chiedo obbedienza ma lealtà» fino al «non chiedo lealtà ma responsabilità» E così li fregherà. Rima involontaria.  E quindi anche questa volta se li sarà mangiati con scarpe, cappello e tutto il resto.

Senza contare, lo san bene quelli della minoranza, che se il governo dovesse cadere e si andasse alle elezioni anticipate conquistare un posto in lista sarà ben difficile e ancor più difficile sarebbe presentarsi agli elettori e soprattutto avere i voti per tornare a scaldare quegli scranni. Per cui la «ditta», chissà quale,forse quella individuale, tornerà a vincere. E Renzi si (ri)papperà la minoranza

mercoledì 26 novembre 2014

Votare non è più di moda.

Dopo l’Emilia-Romagna e la Calabria anche la Camera dei deputati si adegua al nuovo trend. Nelle regioni non hanno votato di domenica che è giorno di festa e di santificazione. Nel Parlamento non l’hanno fatto di martedì che è giorno feriale e di lavoro.

Le mode, è appurato, non si sa dove nascano ma le si vede bene quando si consolidano.  È successo per l’hula-hoop, la minigonna, i capelli lunghi e poi la rasatura che è partita con gli skinhead dell’estrema destra per finire a nascondere la alopecia di manager, giornalisti e garzoni. E alla fine è giunta pure in Parlamento. E ci mancherebbe: il Parlamento è il collettore delle istanze popolari. E dunque in Parlamento è arrivata pure la moda del non-voto, che fra un po' si scriverà senza trattino e diventerà una parola nuova. In fondo il parlamento mica sta fuori dal mondo. Anzi.

Così dopo i calabresi e gli emiliano-romagnoli anche i parlamentari hanno deciso di non votare. Per cose importanti ovviamente perché invece ad astenersi sulle intriganti proposte della aspirante presidente della Repubblica Roberta Pinotti sulla “istituzione della banca del tempo” o sulla “istituzione della giornata dell’inno nazionale” non ci pensano proprio. Questa volta i non votanti alla Camera per il renziano Job Act sono stati solo il 48%, numerello ancora basso. Per questa volta non sono riusciti ad eguagliare il primato regionale ma d’altra parte si è solo agli inizi. Ci si rifarà alle prossime occasioni. D’altra parte mettendo in campo gente del calibro di Civati (il-vado-ma-no-resto), Cuperlo (lo scrittore dei discorsi di D’Alema) e Fassina (quello che si è arrabbiato perché non è stato nominato ministro ma solo sottosegretario) senz’altro si potrà fare di meglio. Senza contare poi che ci sono le vecchie volpi della Lega Nord come Bossi (c’è ancora) e  le valchirie forziste (anche loro ci sono ancora) e poi quelli di Sel (i non attratti dalla sirena Renzi) e infine i giovani virgulti del M5S. Ce la possono fare senz'altro. Con un po’ di impegno.

A parziale scusante per non aver raggiunto il top c’è da dire che i deputati si sono trovati a votare di martedì che è giorno feriale mentre agli elettori delle regionali hanno potuto esercitare il loro non-voto di domenica, il che è un bel vantaggio. Nei giorni di festa è più facile trovare delle scuse per sgattaiolare e, come dicono a Roma “darsi”. Di martedì invece è più difficile: inoltre per molti è il primo giorno lavorativo e si è più notati se ci si è piuttosto che se non ci si é. Almeno così è risolto il quarantennale dubbio morettiano: li si nota di più quando ci sono soprattutto perché per non pochi è un fatto eccezionale. Quindi la buvette è stata più affollata del solito e gli abitué se ne sono lamentati.

Come per le regionali Renzi ha esultato e l’ha fatto via twitter, ci mancherebbe altro, scrivendo «più tutele e lavoro» come se il lavoro potesse nascere per decreto. Queste cosucce il suo amico Marchionne potrebbe anche spiegargliele, nei momenti di pausa tra la stesura di un piano industriale e l’altro. Sul fatto che in aula fossero in pochi il Renzi se ne è fatto subito una ragione, come in quattro-e-quattro-otto, se l’era fatta per la scarsa partecipazione alle regionali. Poi, come dire, meno si è e più facile è governare. Meno interruzioni, meno opposizioni, meno chiacchiere. Tutto sommato meglio così. E poi, a dirsela chiara, chi sta cambiando il Paese non può perdere tempo con i dettagli anche se in questi si nasconde il diavolo, che notoriamente fa le pentole ma non i coperchi.


A rimanere in aula e a votare a favore del provvedimento c’è rimasto Bersani e un manipoletto dei suoi. Lui dice che l’ha fatto per il «bene della ditta» ma forse è perché non sa che pesci prendere. Comunque se la moda del non-voto prende piede stabilmente anche in Parlamento verrà più facile sfoltirne i ranghi. Così, tra amici, si gestisce meglio e pure si risparmia. Che di questi tempi non è poco. 

lunedì 20 gennaio 2014

Renzi è il frutto avvelenato di D'Alema?

Adesso la minoranza del Pd è più che mai scatenata contro il segretario. Gli accordi si fanno coi nemici diceva Fassino e Renzi segue il consiglio. Il sindaco di Firenze sta facendo quello che per anni hanno fatto tutti i big del Pd da Violante a D'Alema. Perché scandalizzarsi tanto? Si pensasse invece di lasciar liberi gli elettori di scegliere gli eletti.



Come si assomigliano: fratelli coltelli
Come diceva lo spassoso don Camillo in uno dei film della saga condotta con il sindaco comunista di Brescello: «se gratti il Pepito salta fuori il Peppone.» ed è quello che inopinatamente sta succedendo in questi giorni. Se gratti il Renzi spunta fuori il D'Alema. Almeno nello spirito.

Fino alle 16,00 di sabato lo sfrenato attivismo di Matteo Renzi poteva passare sotto la striminzita coperta della voglia di fare ma dalle 18,00 dello stesso giorno in avanti la coperta si sta dimostrando ancor più corta di quel che si pensava e lascia fuoriuscire pezzi di estremità il cui odore, a occhio e croce, non sembra dei migliori. Innanzitutto gli effluvi che aleggiano intorno alla parola democrazia e alla voglia di misurarsi con le idee, ancorché di minoranza, che girano o gireranno per il paese sanno un po' di acido butirrico che talvolta è un buon indizio per segnalare che il cibo è rancido. 

Che bisognasse o meno incontrare Berluconi è questione di lana caprina in fondo Renzi non ha fatto altro che mettere in pratica la massima che recita: «la pace (come gli accordi) si fa con i nemici.» Come ben sostenne quel Fassino, ora sindaco di Torino, ma già amico di D'alema (grazie al quale ottenne la segreteria dei DS per due volte), già sostenitore di Bersani nel primo scontro con il sindaco di Firenze e ora suo imprevisto (non si sa neppure quanto gradito) sostenitore della penultima ora.
Infatti che Fassino possa appoggiare Renzi suona come campana crepata perché delle due l'una o Fassino, improvvisamente rinsavito, ripudia la sua storia, purtroppo ultradecennale, all'interno del partito o Renzi gli assomiglia. Magari poi non solo a lui ma all'intero vecchio gruppo dirigente.

Certo, l'incontro con Forza Italia poteva essere gestito magari meglio ma è difficile scegliere i comandanti dei nemici o degli avversari e non sempre si possono imporre i nomi delle delegazioni avverse. Salvo il fatto che non si tratti da posizioni di estrema forza e questo non era certamente il caso. Senza contare che i precedenti nella storia del Pd (e prima dei Ds e prima ancora del Pds ed anche del Pci e della Dc neanche se ne parla) vanno esattamente nella stessa direzione. Violante docet e il suo mentore D'Alema super-docet. Che non lo si dimentichi solo poco tempo fa il baffetto pensava addirittura di abbracciare Fini.
Ma come al solito la gran parte dei dirigenti del Pd avversi a Renzi preferiscono guardare il dito e non la luna. Con quel che segue. Mentre Letta Enrico, di ampia e consolidata tradizione democrista, plaude all'iniziativa del segretario tentando in qualche modo di metterci sopra il cappello e, almeno in parte, di intestarsela. E anche questo ha l'odore dell'acido butirrico.

Interessante che Grillo, contro il suo interesse, protesti per il fatto che gli elettori saranno ancora una volta privati della possibilità di scegliere i loro candidati. Che questo è il vero punto dolente dell'incontro con Forza Italia. Incontro obbligato per Renzi se non vuol rimanere incastrato e risucchiato tra i ricatti di Alfano, che se si andasse alla elezioni anche con il proporzionale più puro porterebbe a cosa i classici due cocomeri ed un peperone, la flemma di Letta e l'inanità  bocconiana, lezioni tante ma fatti pochini,  di Sciolta civica e dei quattro gatti che da questa si sono staccati per finire tra le braccia di Casini. Vendola, al di là delle parole, è troppo poco rivoluzionario per poter incidere e contare in qualche cosa.

Ora i nemici interni del segretario farebbero bene a soppesare non tanto le somiglianze tra Berlusconi e Renzi che poi sono le stesse tra Berlusconi e D'Alema e comunque tra due uomini (e anche donne) di potere ma la genesi di Matteo. Che se si guardassero con onestà nelle palle degli occhi dovrebbero ammettere che il buon Renzi è il frutto avvelenato della vecchia quercia. Decenni di pochezza politica e compromessi al ribasso del gruppo dirigente del partito che adesso si chiama Pd hanno generato il “mostro” Renzi.
Bersani ha accettato di avere Renzi come avversario alle primarie per la candidatura a premier solo per debolezza e non per magnanimità. Peraltro un suo no secco era supportato dallo statuto. E tutto sommato ci stava anche. Ma per far rispettare le regole ci vogliono cabasisi come dice Montalbano. O come dicono quelli che masticano di politica: un solido impianto strategico, E infatti poi si è visto come è andata a finire.

Le seconde primarie, quelle per la carica di segretario, il sindaco fiorentino le ha vinte perché gli elettori del Pd si sono stancati di immobilismo e di politichese, di tirare a campare (già non gli piaceva quando lo diceva Andreotti meno ancora gli piace vederlo messo in pratica da Letta e dintorni)  e di tirare la cinghia mentre i loro dirigenti si divertivano (e si divertono) come matti. Emblematica la festa di compleanno al Circolo Antico Tiro al Volo organizzata da Epifani (ancora sindacalista ma comunque sempre ex socialista), a cui si potrebbero aggiungere appartamenti a New York o tenute agricole in Umbria tanto per dire solo di altri due, che la lista potrebbe essere lunga assai, E soprattutto penosa.
Renzi sta facendo quello che i vecchi della nomenclatura hanno già fatto e vorrebbero continuare a fare in prima persona. Che quello che avrebbero dovuto di certo non l'hanno fatto.

Se nel Pd c'è un Renzi e magari questo Renzi bisogna ringraziare tra gli altri (in rigoroso ordine alfabetico) Bersani, Bindi, D'Alema, Fassino Finocchiaro, Rute
lli (ora scomparso ma magari pronto a riemergere) Veltroni, Violante e per la sua parte in tempi ancor più lontani, Napolitano. e i loro epigoni: Cuperlo, Fassina, Orfini, Scalfarotto. Con gente così che non ha iniziativa e tanto meno idee non si va da nessuna parte. 
Mala tempora currunt.





lunedì 25 novembre 2013

Pd: il volto buono della destra o quello peggiore della sinistra?

Certo che per darsele i candidati alla segreteria del Pd se le sanno dare e pure bene. Sono agguerriti, spiritosi e sapidi per quel che serve in simili frangenti. Pare quasi di assistere alle primarie dei democratici negli Usa dove se le cantano chiare al di là di ogni ragionevole limite, anche del buon gusto.



Ora sono rimasti in tre che in rigoroso ordine alfabetico sono: Civati Pippo, Cuperlo Gianni  e Renzi Matteo.
Di Pittella il Gianni, conviene identificarli con il nome i Pittella tanti sono quelli che girano in politica, s'è persa traccia salvo sapere che appoggerà Renzi. Un altro che sale sul carro del supposto vincitore. Domanda: ma quanto è capiente questo carro? Già perché a quanto pare non ci si sale con biglietto singolo ma con quello comitiva. Magari costa meno.

I Pittella, per esempio, sono due: Gianni (tre volte europarlamentare, una sola volta deputato, ex socialista ex laburista approdato prima ai Ds e poi per evoluzione naturale al Pd) e Marcello (consigliere comunale e poi provinciale e poi regionale anzi da pochi giorni governatore della Basilicata, sempre che il gup non lo inserisca nella lista degli indagati per una storiella di rimborsi allegri e, ovviamente, con lo stesso pedigree del fratello come provenienza di partito) entrambi figli di Domenico per tre volte senatore del Psi. Che a star tutti in politica e per tanto tempo ci vuole una bella resistenza. Tanto che il quotidiano della Basilicata titola: “i fratelli Pittella aprono al sindaco di Firenze.” che chissà se poi vorrà rottamare anche questi.

Comunque, i tre rimasti in gara parlano che è un piacere quanto poi a dire cose questa è tutta un'altra storia. Per adesso vale accontentarsi dei titoli poi quando finalmente li vorranno raccontare si darà un'occhiata anche ai contenuti.
Civati che di nome fa Pippo come l'amico di Pluto, è quello che, ad orecchio, sembra avere più capito come stare al mondo senza troppa fatica. Si è ritagliato lo spazietto del contestatore di tutto e di tutti, strepita a gran voce che bisogna fare la nuova legge elettorale, ben sapendo che è di là da venire e che poi si vada subito al voto. Desideri che neanche il mago della lampada potrebbe esaudire. E infatti questo è il trucco: chiedere l'impossibile per mantenere il possibile e vivere felici che poi col suo 10% è l'ideale per far la parte della minoranza oppressa. E lui questa la calza bene e per l'occasione se ne va girando con la barbetta di qualche giorno che vorrebbe mefistofelica e invece è rada e poco cool.

Poi c'è il Cuperlo, dal tradizionale nome Gianni, ma al contrario di quell'altro, il Pittella, lui non ha fratelli al seguito. Almeno che si sappia. Da qualche giorno parla come uno di sinistra che se lo sente D'Alema lo sculaccia. Si è messo anche a criticare il governo. Prima chiedendo alla Cancellieri di ritirarsi ma s'è ritirato lui appena Letta ha inarcato il sopracciglio poi adesso per dire che ora il governo non ha più alibi. Che in verità a ben vedere non ce li aveva neanche prima, se solo avesse voluto. Adesso invece che il Letta Enrico (detto palle d'acciaio) è in mano a sette senatori c'è proprio da ridere. La vita è ben strana: quando il governo girava sul dito di uno solo era ricattabile ora che invece a deciderne l'esistenza sono in sette si sentono più forti. Boh! Per adesso quel che si è capito di Cuperlo son due cose: la prima che non vuole «che il pd sia il volto buono della destra», ma questo non l'ha chiesto nessuno, e la seconda che il segretario del partito non svolga altro lavoro. Allora ci si immagina che si dimetterà da presidente del centro studi del Pd (chissà cosa studiano) e da membro della XIV commissione parlamentare, quella che si occupa delle politiche dell'Unione Europea, una faticaccia con i tempi che corrono e poi star sempre dietro a quel che dicono Angela Markel e Olli Rehn è come avere un doppio lavoro su tre turni. Ovviamente quindi si dimetterà anche da parlamentare perché con tutte quelle votazioni proprio non ci si può star dietro. A meno che non voglia dire che fare il parlamentare non è un lavoro. Cosa possibile. Anche perché in parlamento c'è già da tre legislature, senza che alcuno se ne sia mai accorto prima d'ora. Magari volesse cominciare a darsi da fare e la smettesse di essere il ventriloquo di D'Alema ruolo che a Bersani non ha portato molto bene.

Quindi il Renzi Matteo, il nuovo che avanza. Però senza parere è in pista dal 2001, che ormai son dodici anni, se si prende come anno di partenza quando fu eletto/nominato coordinatore della Margherita fiorentina. Anche se iniziò il suo impegno in politica nel 1996 nel partito Popolare, non avendo fatto in tempo ad iscriversi alla Dc come Alfano e Letta, la coppia perfetta che di strano questa non ci ha proprio nulla. Lui non vuole «essere il volto peggiore della sinistra».
Che con questa frase non si capisce se intenda la sinistra che perde quasi tutte le elezioni e quando per minuzie le vince si fa prendere dalla sindrome del re della montagna: i dirigenti si divertono a buttarsi giù l'un con l'altro. Come quando: prima hanno acclamato un candidato alla presidenza della repubblica e poi in 107 lo hanno boicottato. Dando materiale ai comici di mezzo mondo. Chissà se Cuperlo sa chi fa parte dello squadrone che ha boicottato Prodi?
Oppure Renzi non vuol fare quella sinistra che quando arriva al governo fa le stesse cose della destra ed anzi le peggiora pure: la legge sul federalismo a quindici giorni dalle elezioni insegna. Insomma vuol dire basta alla vocazione di esser dei fresconi?
Che se la seconda è quella giusta la domanda è: che ci fa Renzi Matteo, rottamatore d'aspirazione, in compagnia di Fassino e si immagina pure la signora e di Veltroni, Pittella, Franceschini, Bassolino, De Luca (sindaco e boss di Salerno dove il congresso Pd è stato annullato per brogli) e poi Castagnetti, Marina Sereni, Fioroni, Gentiloni e quasi tutti quelli che alle primarie scorse gli hanno preferito il perdente Bersani? La compagnia non è delle migliori e a guardare i pregressi risultati che questi hanno ottenuto c'è da toccar ferro, legno, cornetti, amuleti vari e pure quello che non si può dire. E magari meditare sul vecchio adagio che recita «chi va con lo zoppo impara a zoppicare».

Magari smettessero tutti di far battute e le lasciassero fare a Crozza Maurizio ed al suo amico Andrea Zalone che tra tutti sembrano i politico migliori. Ma allora l'Italia sarebbe un Paese normale. Il che, ad oggi, ancora non è.