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domenica 13 settembre 2020

Giorgetti cambia idea e vota NO contro Salvini

 Giorgetti Giancarlo ha deciso di votare NO al referendum anche se prima era d’accordo sul taglio. L’ambizione di essere uno stratega. Dare del tu a Draghi non basta. Da spin doctor a oppositore di Salvini.

                                      


Giorgetti Giancarlo da Cazzago Brabbia – guarda un po’ che razza di nome danno ai paesi nel varesotto, poi ci si domanda da dove derivino certe genialate – ha deciso di rovinare la fine settimana di Jasmine Cristallo. Questa, in una evanescente quanto noiosa partecipazione a Otto e mezzo, aveva dichiarato tra i primi argomenti del suo NO al prossimo referendum il fatto che i SI «stanno con Salvini e la Meloni», come se avere per compagni di scheda Casini, Brunetta, Lupi, Malan e forse il Berlusconi oltre ai leghisti Centinaio e Borghi cui si aggiunge adesso  Giorgetti, faccia una qualche differenza. Le sardine, si sa viaggiano intruppate e poco si guardano attorno.

Comunque il Giorgetti Giancarlo, che è stato, tra l’altro, segretario del Consiglio dei ministri nel governo Conte 1, nei vari passaggi parlamentari ha votato, diciamo convintamente, per la riduzione, mentre adesso ha dichiarato che al referendum voterà convintamente per il No. Questa si chiama coerenza, ma notoriamente solo gli imbecilli non cambiano mai idea, per questo siamo un popolo di geni,  oppure … Oppure è la reazione del bimbo proprietario del pallone quando gli dicono che deve stare fuori. Già perché il Giorgetti ha come ambizione massima quello di passare per lo stratega della Lega. Si vanta di dare del tu a Mario Draghi, ma si dimentica di essere stato l’estensore della legge sul pareggio di bilancio, governo Monti, e di aver fatto parte nel 2011 di quella compagnia di perditempo che è stato il “comitato dei saggi” voluto da Napolitano per traccheggiare in attesa della risposta di Monti Mario.. 

Ha un accenno di fezza bianca e, dicono i maligni, si crede di essere Moro. Gli piacerebbe. Da tempo è anche vicesegretario della Lega e durante il Conte 1 dava l’idea di essere il grande manovratore e soprattutto lo spin doctor del Salvini Matteo. Purtroppo gli spin doctor in media durano poco, i discepoli si stancano presto e soprattutto, a forza di stare sulla ribalta, pensano di essere loro i tessitori del proprio successo e così il doctor finisce col contare poco. E allora si vendica. Non per dire, ma sembra il caso della decisione di Giancarlo Giorgetti da Cazzago Brabbia di votare «convintamente NO». Vuol mettere in difficoltà il suo ex allievo il Salvini Matteo. O no?

Buona Settimana e Buona Fortuna.

martedì 16 giugno 2015

Matteo Renzi vuol tornare alle origini.

Il ritorno alle origini è il medicamento palliativo alle sconfitte. Nella maggioranza dei casi se i pensieri delle origini fossero stati applicati al potere non si sarebbe arrivati. Le origini di Renzi: il cambiamento o l’arroganza? Nel secondo caso dalle origini non s’è mai mosso.

Matteo Renzi vuole ritornare alle origini: non è una novità. Nel triste copione di ogni sconfitta le giustificazioni si sprecano e coprono le aree più diverse nei modi e nei toni. Ma c’è un refrain che è costante:  il ritorno alle origini. Che in realtà sta a significare «son stato troppo buono (con amici e nemici) non dovevo derogare dalla purezza dell’idea.» Il giusto medicamento o esorcismo che lenisce (per poco) le ferite e, magari, fa sperare nella volta prossima.

La storia del ritorno alle origini l’hanno usata tutti e gli esempi son facili. Lo dissero, per non andar troppo lontano, i quattro scardellati che volevano il ridotto in Valtellina: parlavano a Mussolini del ritorno allo spirito dei sansepolcristi.  Allo spirito del 1994 si sono appellati Brunetta, Gelmini e Santanché, giusto per dirne tre, dopo l’ultima scoppola berlusconiana. Adesso ne parla il Renzi.
Nella versione renziana, al di là della ovvia ilarità, le novità son due: la prima è che il richiamo venga dal capo e sia rivolto a sé stesso la seconda è che il tempo passato tra la sconfitta e le evocate origini si conti in mesi e non in decenni. Ma nel modo 2.0 tutto corre più veloce.

Nelle origini del Renzi c’era la rottamazione: si butta tutto il vecchio, si fa politica in modo nuovo e si ricostruisce tutto da capo. Come dire fare la rivoluzione. Ci han creduto un po’ tutti. Sia quelli che l’auspicavano e quando il Matteo diceva che voleva rottamare il D’Alema Massimo nelle case del popolo gli applausi facevan tremare i muri, sia quelli che la paventavano e infatti tutto l’establishement pidiino, salvo trascurabili eccezioni, eran lì a far muro. E infatti il primo assalto tutto origini e cuore non finì benissimo. Poi Bersani ed i suoi riuscirono a sbagliare tutto lo sbagliabile e allora il Renzi si rifece sotto, Sempre con lo spirito delle origini. I vecchi volponi d’apparato capirono che con la base una qualche chance il giovanotto ce l’aveva e allora, tutti o quasi, si precipitarono a soccorrerlo e questa seconda volta ce la fece.  Ma nel momento stesso, della accettazione del soccorso, lo spirito delle origini evaporava.

Un conto è rottamare D’Alema che oramai naviga nell’empireo suo, fatto da quel 5% di finanziatori di ItalaianiEuropei che voglion rimanere ignoti e un conto è rottamare Chiamparino, Fassino, De Luca, Franceschini, Burlando, Sereni, Pezzopane, Crocetta, Emiliano e tutti quegli altri che i voti nelle sezioni, nei regionali e in direzione nazionale, ce li hanno per davvero. E poi ci sono i signori che stanno nelle istituzioni, nelle finanziarie, e negli enti e nelle aziende di Stato. A cercare di rottamare tutti questi si corre il rischio di far la fine della prima volta. Che perdere con onore mentre le bandiere garriscono al vento e rullano i tamburi è nobile e romantico, ma è pur sempre perdere. E ci si fa male. Quindi a quali origini vuol tornare il Renzi?


Se, come dice al Corsera (16/o6/015), l’origine sta nel voler essere sé stesso e quindi nel non mediare ma nel barricarsi nel solipsismo dell’arroganza, allora, si tranquillizzi alle origini ci è già arrivato. Lo si vede a occhio nudo. Se invece le origini sono il cambiamento della politica e dei suoi modi è meglio che si armi di coraggio, molto coraggio che con l’arroganza c’entra per nulla. Dimostri coi fatti e non con i proclami. E magari si prepari a tornare a Courmayeur  in auto e con il portasii sul tettuccio.

martedì 29 aprile 2014

Brunetta, l’utopia e il capitano Achab.

Renato Brunetta, genietto dell’italica economia, lancia il suo ultimo saggio dall’emblematico titolo “La mia economia”. Se non fosse termine abusato lui parlerebbe di capitalismo 2.0, ma il termine è stucchevole. Per questo si rifà al pathos del capitano Achab che gli sembra più consono.

E così Renato Brunetta, genietto della scienza economica italiana, ha deciso di dare alle stampe la sua utopia e per non correre il rischio di essere confuso con Tommaso Moro ha voluto specificare nel titolo che l’utopia di cui parla è proprio la sua. 
L’utopia di Renato Brunetta. E per essere ancor più certo che nessuno gli porti via la paternità delle idee, se così le si vuol chiamare, che stanno dentro, magari un po’ strettine, nelle 160 pagine che compongono il saggio l’ha intitolato: “La mia utopia”. Che tutto sommato ci sta, ognuno è libero di sognare la sua propria utopia. Che è solo sua. Il che poi equivale a dire che vivendo in Paese libero ognuno può scrivere le pazzate che gli giran per la testa. Se poi si trova qualcheduno che gliele pubblica e magari pure chi è disposto a spendere 18 eurini per leggerle per esteso allora si fa bingo. Che poi la casa editrice sia la Mondadori che guarda caso è di proprietà del presidente del suo partito, il domiciliato di Arcore, è un semplice accidente della storia.

In buona sostanza il professor Renato Brunetta, che sotto sotto aspirerebbe al premio nobel per l’economia, e qualche volta questo suo desiderio deve essergli anche scappato di bocca per garantire il buon umore dei suoi amici, sostiene una tesi, lui dice del tutto nuova, che parte dal più grave male che affligge l’Italia e buona parte del mondo occidentale: la disoccupazione. Sconfiggere la disoccupazione è nobile obiettivo e come si fa? Semplicissimo: si ribaltano formule vecchie e stantie. Il concetto di lavoro nell’economia capitalistica è, nella sostanza, formato da due variabili che sono l’occupazione e il salario di cui la seconda, il salario, risulta essere fissa mentre l’altra, l’occupazione, risulta essere variabile. Ovvero come lo stesso Brunetta dice in una intervista al Corsera (20 aprile 2014) : « Se va giù l’economia, aumenta la disoccupazione. Non si tagliano i salari ma si licenzia. Ribaltiamo la prospettiva e invece di tener fisso il salario e mobile il rapporto tra occupati e disoccupati invertiamo la priorità» Bellissimo quindi basta invertire l’ordine dei fattori e, contrariamente a quanto si è pensato per qualche secolo, il risultato cambia. Eccome se cambia. 

Con questo piccolo e semplice pensiero, ma le grandi idee con il senno di poi sono quasi sempre delle banalità e spesso i geni sono incompresi,  la paura che affligge i lavoratori del mondo capitalistico di perdere il lavoro è cosa risolta. Tutti saranno occupati ed avranno un lavoro. È splendido.
In realtà l’idea, almeno in parte, non è del tutto nuova ci avevano già pensato anche altri utopisti: i ragazzi del ’68. Infatti quei giovani scriteriati gridavano qualcosa di simile: «lavorare meno lavorare tutti.» Brunetta in gioventù deve aver incrociato quella pazza idea, ci ha ponzato sopra per quarantasei anni e ha scoperto dove stava l’errore. I sessantottini non dicevano di voler ridurre contemporaneamente anche il salario. A questo piccolo errore pone rimedio l’ormai maturo economista Brunetta.  Come non averci pensato prima? Questa infatti è la prima parte del succulento ragionamento brunettiamo: tutti al lavoro ma con meno salario.

Però, se c’è poca domanda si fanno pochi prodotti e quindi come si concilia un gran numero di lavoratori, ancorché scarsamente pagati, con i pochi manufatti su cui lavorare? Mistero. O meglio: «Il mercato resta con la sua scopa. - dice il Brunetta - La piena occupazione è da intendersi nel sistema nel suo complesso.». Elementare Watson. Che poi è come sperare che chiusa un’azienda se ne apra subito un’altra. Ma qui più che ragionare di utopia sembra si debba contare sui miracoli che in tempi di stagnazione o quasi deflazione scarseggiano anch’essi.
E se quindi anche sui miracoli si può far poco conto non resta che appoggiarsi sulla «Buona globalizzazione economica da intendersi nel senso della interconnessione universale. – e qui c’è il cambio di passo che fa la differenza tra un semplice economista e un genietto ancorché non riconosciuto dall’accademia di Stoccolma – Questo tipo di economia non tollera rigidità , esige partecipazione, flessibilità e intelligenza, perché esige e determina sentimento di appartenenza, pathos. Lo stesso pathos che animava la Pequod , il veliaro del capitano Achab.» Insomma tutto sta nel pathos.

Un paio di dettagli sfuggono al genietto aspirante nobel. Il primo è che il pathos è sentimento da uomini e non da cose e quindi più che al veliero andrebbe meglio riferito al capitano Achab. Il secondo è che forse il Brunetta o non ha letto il libro per intero o non l’ha capito. Infatti il capitano Achab, proprio perché trasportato da quel suo pathos muore. Che non è propriamente una bella né auspicabile fine.

I paralleli letterari vanno scelti cum grano salis, che a un aspirante nobel non dovrebbe mancare, altrimenti si corre il rischio di far emergere quelle parti del proprio inconscio che sarebbe forse meglio sanare o alla peggio tener nascoste. E l’esempio di D’Alema che battezza le sue barche Ikarus qualcosa avrebbe dovuto insegnare.


venerdì 11 aprile 2014

Magistratura: Berlusconi scherzava. Ora tacerà.

Una veloce spigolatura di quel che Berlusconi ha detto sui giudici. Ma non era vero niente. Adesso chi glielo va a dire alla Gelmini, alla Santanché, a Brunetta, ma anche a Cicchitto ed Alfano e pure alla De Gregorio e alla Comi e a qualche milione di italiani che era solo uno scherzo. Chissà se un redivivo D’Annunzio rileggendo la vicenda rispolvererebbe il vecchio grido:«Cagoia!»

Il rodomonte Berlusconi Silvio è uno che ha sempre parlato tanto e di tutto. Nei suoi comizi ha sfoggiato una grinta che levati. Uno dei suoi temi preferiti, su molti altri è meglio non dire poiché anche i minori hanno libero accesso alla rete, è senz’altro stato quello della la magistratura. Un chiodo fisso.  Peraltro un tantinello noioso e ripetitivo nelle argomentazioni. Nulla di originale. Sulla figura del giudice anche Fabrizio De André e Roberto Vecchioni si sono esercitati dando però prova di maggior  sarcasmo e cattiveria condita tuttavia da una buona dose di poesia. E soprattutto mai hanno ritrattato. Berlusconi Silvio evidentemente non è come loro. Né per poesia né per disponibilità alla ritrattazione.
Quelle che seguono sono citazioni autentiche di Berlusconi Silvio riportate in ordine sparso.
                    
 «Questi giudici sono doppiamente matti! Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana.»  
 «Ahimè, sono sicuro che hanno idee radicate nel passato, nella scuola di Mosca e se andassero a Cuba sono sicuro che tornerebbero solo dopo aver fatto turismo sessuale e senza avere imparato niente.»     
«La magistratura è una malattia della nostra democrazia, dobbiamo assolutamente cambiare l'ordine giudiziario, non lascerò la politica finché un cittadino non potrà andare davanti a un giudice che sia veramente imparziale.»     
«Il pubblico accusatore dovrebbe essere sottoposto periodicamente a esami che ne attestino la sanità mentale
«Io non ho mai attaccato i giudici, anzi il contrario.» 
«Assistiamo a questa vergogna, ormai siamo una Repubblica giudiziaria, commissariata dalle procure.» 
«Abbiamo presentato la riforma della giustizia e per noi è fondamentale, perché in questo momento abbiamo quasi una dittatura dei giudici di sinistra. »                                                             
«I magistrati vivono in un Olimpo, sono persone che semplicemente hanno vinto un concorso eppure sono incontrollabili e irresponsabili»

E si potrebbe andare avanti per pagine e pagine poiché ci son i «giudici comunisti», i «giudici cancro della democrazia» e via sproloquiando fino all’ultima dichiarazione pubblica del 9 aprile: «La sinistra avvalendosi del suo braccio giudiziario vuole impedirmi di condurre la campagna elettorale.» Tutto coerente. Non fa una grinza. All’apparenza.

Eh, sì perché anche il più feroce dei rodomonti quando poi si trova davanti al redde rationem qualche dubbietto se lo fa venire. E allora ecco il Berlusconi Silvio fare diventare i suoi dioscuri legali , senatore Nicolò Ghedini alla sua quarta legislatura, e Franco Coppi, al momento non parlamentare, latori di una memoria nella quale rassicura i giudici sul fatto che lui tutte quelle cose nel corso degli anni le ha dette per burla. Per far colpo su quell’uditorio di gonzi che quegli insulti voleva sentir dire. Insomma roba politica per raccattare qualche voto straccione ma che nulla aveva ed ha a che vedere con il suo vero sentimento. Perché lui il Berlusconi Silvio dei giudici ha grande rispetto. E pure anche una na ‘nticchia di fifa. Anche se un po’ rodomonte si credeva tanto da dire:«Sì è vero la legge è uguale per tutti ma per me è più uguale che per gli altri perché mi ha votato la maggioranza degli italiani.»

Adesso il problema che poi non è un problema serio si tratterà di spiegare alla Gelmini, alla Santanché e a tutte le altre valchirie così come a Brunetta e Schifani ai berlusconiani autentici e ai falchi, alle colombe, ai piccioni, a Dudù e agli altri cani e gatti nonché ai diversamente berlusconiani insomma a tutti quelli che si sono sgolati a ripetere le fesserie di cui prima che era solo uno scherzo. E che anche loro ci sono cascati. Prosit.
Chissà se un redivivo Gabriele D’Annunzio leggendo la vicenda troverebbe il modo per rispolverare quel che disse di Nitti: «Cagoia!»

Questa volta però il giudice un paletto al Berluconi Silvio l’ha messo: ancora una esternazione offensiva e i servizi sociali vengono ritirati e si va dritti dritti  agli arresti domiciliari. Chissà che ora della fine la giustizia non trionfi. Come nei film .                                                                                                                                                                



martedì 6 agosto 2013

Berlusconi, come Sallusti e come tutti. ha paura della galera. E allora? Piange.

«Al rigore delle leggi penali soggiacer dee chi ha delinquito con piena volontà, con freddo proposito.» E quello di Berlusconi parrebbe il caso. L'antidoto utilizzato è sempre il solito: chiagne e fotte.


E così Berlusconi Silvio dopo aver lanciato proclami alla Sallusti: “voglio andare in galera” e “non mi farò rieducare come un delinquente” ecco che ci ha immediatamente ripensato. Così come fece il suo direttore Alessandro Sallusti. Buon sangue non mente. 
Questo, il Sallusti, apparve in una trasmissione televisiva con la barba lunga di qualche giorno e un abbigliamento miserando che doveva dare l'idea del povero disgraziato che per sistemare le ultime cose prima dell'arrivo dell'apocalisse non dorme da giorni o se lo fa usa il divano dell'ufficio. Ovviamente sgangherato. «Voglio andare in galera – tuonava il Sallusti – aggiungendo - la grazia mai!» E invocava la democrazia, proprio lui che se potesse vivrebbe neanche nell'epoca del partito unico ma dell'uomo unico: il suo editore. Che peraltro, per ammissione dello stesso Sallusti, «mi paga poco per quel che faccio.»
E infatti mentre da un canto aspirava al martirio dall'altro il buon Sallusti venne graziato, chissà poi perché, dal Presidente della Repubblica e ci si mise pure il procuratore di Milano Bruti Liberati a trovare cavilli ed escamotage per fargliela fare franca. Che il martirio è bello quando è degli altri ma è assai scomodo quando diventa il proprio.

«Se è andata bene a Sallusti perché non anche a me» deve aver pensato il Berlusconi e calatosi nelle vesti, che oggettivamente gli van larghe, di Rodomonte s'è messo anche lui a gridare, prima del verdetto «Se avranno il coraggio di condannarmi andrò in carcere io non voglio essere rieducato dai servizi sociali come fossi un delinquente.» Sfuggendogli il concetto che chi vien condannato delinquente lo è per definizione e comunque perché la legge ritiene che in passato delinquette.
Quando poi la condanna da fatto in potenza diviene realtà e ecco allora pronta e immediata la smentita che ha l'aria di esser metaforica ma metaforica non è. Non si parla più di carcere adesso dimenticando che «al rigore delle leggi penali soggiacer dee chi ha delinquito con piena volontà, con freddo proposito.» E questo parrebbe il caso. 

Ora si divaga. Comincia lo stesso Berlusconi con un piagnucoloso discorso in cui si autodefinisce senza tanti giri di parole come «l'Italia migliore», che se tutti quelli che vanno ad escort sono il meglio vuol dire che nel Belpaese di questi ce n'è d'avanzo. Altro che fuga dei cervelli.. Poi afferma perentorio che comunque c'è una figlia che prenderà il suo posto in questo smentito dalla stessa e da una bella fetta dei maggiorenti del suo partito. Quindi architetta la minaccia dei suoi ministri, Alfano che è vice premier in testa (che vergogna), di rassegnare nelle sue mani le dimissioni. Non contento, poiché i ministri sono pochi pensa che si debbano dimettere anche i deputati. Che qualcuno faccia la mossa è ovvio ma poi chissà se questi ne hanno davvero la voglia. Meglio non rischiare. Quindi manda due giganti della politica come Schifani e Brunetta dal Capo dello Stato a chieder la grazia conto terzi che è cosa che proprio non si fa. Infine al solito si organizza il tradizionale pediluvio di popolo con bandiere e truppe cammellate per, nell'ordine: dichiararsi innocente, attaccare la magistratura ma non tutta, solo quella che lo condanna, dire che resterà fino alla fine, chissà se ci saranno anche le Termopili di Forza Italia 2.0 e alla fine si fa ben fotografare mentre frigna come un bimbo caduto dal monopattino. Peccato che il monopattino su cui ha corso fino ad ora sia l'Italia. Ma è tutta una finta. 

Ancora una volta Berlusconi Silvio mette in scena da protagonista la sua commedia preferita quella che va sotto il titolo di «Chiagne e fotte.» Rappresentazione che va in onda senza soluzione di continuità da oltre vent'anni. Pur con un paio di varianti che suonano: «Fotte e chiagne» e nella versione «Chiagni e fotti, fotti e chiagni.» Non è che la fantasia abbia ampi margini di manovra su questo tema.

La speranza è che la Storia voglia occuparsi di questi anni in un futuro lontanissimo quando oramai se ne sarà persa la memoria, e soprattutto che non voglia, così come talvolta ha fatto, caratterizzare il periodo affibbiandogli una definizione identificativa come fece con il secolo dei lumi o il secolo delle rivoluzioni, o la Belle Époque speriamo sia generosa e non troppo severa. Poiché a guardare il periodo i calambour e gli sfottò vengono più che spontanei. E si avrebbe gioco facile. Anzi facilissimo. Che a pensare d'essere vissuti nell'epoca delle prescrizioni o delle grazie non richieste o al tempo delle/dei nipoti proprio non piace a nessuno. Forse. Che qualche masochista lo si incontra sempre per strada.

E soprattutto ci si augura che la Signora Storia non voglia dar dignità d'epoca al periodo del chiagne e fotte che a ben vedere maggioranza nel Paese non è mai stata. E ha governato solo per una legge elettorale porca.

mercoledì 15 maggio 2013

Renato Brunetta (come Putiferio) va alla guerra.

Nel suo intervento alla Camera il capogruppo del Pdl ricorda la formichina Putiferio che combatte le cattive formiche rosse. Nella storia di Putiferio si possono ritrovare elementi dell'attualità politica. Nel film la fregatura finale non è compresa. Nella vita reale invece capita spesso.

La grinta di Brunetta
Accidenti che grinta, Brunetta. Renato Brunetta. Per intendersi, il presidente del gruppo Pdl alla Camera dei Deputati. Certo, già si sapeva di quanto, Brunetta Renato, potesse essere vivace ed esuberante e squillante ed acceso. E altro ancora. Talvolta mancano gli aggettivi appropriati per definirne gli atteggiamenti e i comportamenti quindi ognuno può fare riferimento ai propri paradigmi. Non poche volte in passato Brunetta ha dato prova di sé nelle vesti di falco. In questa occasione però, nello sferrare un formidabile e, ovviamente, vibrante attacco alla Presidente della Camera, è andato al di là di ogni più rosea previsione. Nessun guerrafondaio planetario o attaccabrighe da bar sarà andato deluso dalla visione del suo intervento in Parlamento (martedì 14 maggio 2013). Ricordava in qualche misura e detto senza alcuna malizia, anzi con una certa tenerezza, un caro vecchio film d'animazione per i più piccini: Putiferio va alla guerra (1968).

Brunetta con ancora più grinta. Altro che John Wayne
Tutta l'attuale situazione politica ricorda la trama di quell'antica pellicola. Putiferio è una formichina, gialla, che combatte con passione e ardore contro le formiche rosse. Cattive e aggressive. Guarda il caso. Anche se Brunetta un po' rosso, poco, lo è stato quando militava nel Psi anche se erano i momenti in cui cominciava a sbiadire. D'altra parte i tempi passano e gli uomini cambiano. E martedì la passione e l'ardore, con tutta evidenza, agitavano, nel dire e nel fare il Brunetta, un tantino sovrappeso a dire dalle immagini trasmesse, ma non per questo meno bellicoso. Voce stentorea come lui può avere, retorica un po' retrò, vago riferimento a Shakespeare con quel ripetere «io a Brescia c'ero … io a Brescia c'ero … io a Brescia c'ero» neanche fosse Bruto a esaltare Cesare. E in più, mano battente sul banco (16 colpi in tre minuti e due secondi, in media quasi un colpo ogni dieci secondi) a sottolineare le parole ed i concetti per lui topici. Era un piacere vederlo, così impettito, proteso verso il nemico e col petto gonfio . Pronto a ricevere il fuoco (metaforico s'intende) del nemico. 
Immagine epica. Attacca il discorso rivolgendosi alla Presidente della Camera con un «deputato Boldrini», a ritorsione per essere stato a sua volta chiamato deputato e non presidente del gruppo parlamentare. 
Eroico atto trasgressivo il cui pathos è stato parzialmente rovinato dalla voce fuori campo di uno dei suoi che lo incitava con un «sei un grande Renato». Ma la flemma e l'accento suonavano come romaneschi che di eroico hanno ben poco, rotti come sono i romani all'ironico cinismo dopo duemila anni di avventure e di invasioni. Anche se altre, forse, erano le intenzioni. Di cui notoriamente sono lastricate le strade per l'inferno. Evidentemente il presidente Brunetta (si sottolinea presidente poiché giammai si vorrebbe attizzare altra tremenda requisitoria) sa qual è la differenza tra un deputato semplice e un presidente di gruppo e ci tiene a farla rimarcare. Che sia un rigurgito della lotta di classe che torna a far capolino tra le stanze del potere? 
Sarebbe sconvolgente che ciò accadesse nel partito dell'amore, taluno ricorderà questa mielosa
La PresidenteLaura  Boldrini risponde, pacata.
autodefinizione del Pdl, mentre si è agli inizi del kolossal: il governo dell'amore. Anche se,
strictu sensu, si tratta di un partuze dato che è una storia a tre. Ma d'altra parte i trascorsi di uno degli sceneggiatori non potevano non lasciare traccia su trama e personaggi. Un atto mancato direbbe uno dei bisnipoti di Sigmund Freud. Anche nella storia di Putiferio dopo la guerra e la guerriglia sboccia l'amore. È quando la piccola formichina gialla incontra il bel comandante di quelle rosse. Se i capi si innamorano ai popoli tocca far la pace e magari pure unirsi e coalizzarsi contro il nemico comune: il formichiere. Che potrebbe distruggere entrambe le formazioni. Curioso parallelo con l'attualità. Così va la vita dei corsi e dei ricorsi.

La morale del film è eticamente ineccepibile: pacifismo come substrato e condanna delle guerre. Che volere di meglio. Una sorta di pacificazione nazionale. Piccolo dettaglio: nel film manca il personaggio che è tradizionalmente vocato alla fregatura. Quello che alternativamente viene definito come l'imbroglione, il pataccaro o anche il piazzista. Nella vita reale questo c'è. Anche se nascosto, neppure poi tanto, dietro le quinte di questo governo. Il più è renderlo innocuo. 
Se gli spettatori (elettori) vorranno. Ci si augura.