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Un giorno da pecora il parlamentare Pd Ernesto Carbone ha detto che per 20
miliardi avrebbe fatto molto di più che coprire le statue. Come dire che a
seconda della quantità di denaro in gioco tutto può essere messo in
discussione. Magari se si stilasse un listino tutto sarebbe più chiaro.
Molti, ma forse non
tutti, tra i lettori di questo blog, si domanderanno nell’ordine: chi sia
Ernesto Carbone e di che dottrina vanti la paternità. A leggere le scarne note
di Wikipedia sul personaggio si scopre solo che è membro della segreteria del
Pd, responsabile per la pubblica amministrazione, avvocato, nato nel 1974 a
Cosenza, eletto nel 2013 in Lombardia. Ha raccontato di più su se stesso alla trasmissione radiofonica della
Rai Un
giorno da pecora. E così s’è scoperto che pensa in calabrese, che ci tiene
a differenziarsi da Catanzaro, che è stato ministro dell’agricoltura in pectore, ma gli fu preferito l’allora bersaniano Maurizio
Martina, che è un renziano fedele anzi fedelissimo. E per non farsi mancare
nulla ha aggiunto che l’ultimo pranzo fatto con Renzi è stato con una piadina
al prosciutto gustata in compagnia, guarda il caso, di Marianna Madia. Ricorda
con commozione che ha conosciuto Renzi vent’anni fa ai tempi dei comitati per
Prodi ed era, già allora, democristiano, «alla grande». E quindi giustamente è stato prodiano,
lettiano e adesso è renziano e per confermalo inequivocabilmente dice anche andrebbe
a cena più volentieri con Verdini piuttosto che con Bersani. Che è come dover
scegliere se morire di fame o di sete.
Dopo queste avvincenti note
biografiche ha esposto la sua dottrina che ha preso lo spunto dalla copertura
delle staue durante la visita del Presidente Rouhani. Che ha suonato così:
«Vogliamo essere un po’ concreti: 20miliardi di investimenti in Italia e di
cosa parliamo? Di un cartone messo davanti ad una statua.» E poi ha aggiunto
che per 20 miliardi lui avrebbe fatto anche di più. Magari le avrebbe le
avrebbe prese a martellate o le avrebbe buttate? Non gli è passato neanche per l’anticamera del
cervello di rispondere che sarebbe stato meglio predisporre un altro giro, soluzione
alla francese e meno che mai ha colto l’ironia e gli sberleffi dei blogger di
Teheran che hanno riso, anche loro, alla
grande dell’italico comportamento.
Ovviamente anche le teorie più strampalate
trovano dei sostenitori e nella parte dedicata agli ascoltatori della
trasmissione Primapagina di radio3
Rai, di giovedì 5 febbraio, ecco spuntare chi ha sostenuto che il giovane
Giulio Regeni in Egitto s’è impicciato di cose che non lo riguardavano e che in
sostanza se l’è cercata. Che poi fosse un ricercatore universitario interessato
al mondo arabo è un dettaglio trascurabile e perciò non considerato. Il che se
non è mettere il cartone intorno alle statue,in cambio di denaro, poco ci
manca. Poiché Giulio Regeni s’è impicciato di cose che non lo riguardavano
mentre Federica Guidi, la ministra dello sviluppo economico, si trovava a Il
Cairo con sessanta imprenditori per stringere accordi commerciali e
contemporaneamente l’Eni ha scoperto un giacimento di gas stimato in 850
miliardi di metri cubi. Altro che 20 miliardi. E allora se il metro di giudizio
sono i denari, viene spontaneo chiedersi che tipo di listino si possa stilare.
Quindi: se 20 miliardi bastano per coprire
statue di inestimabile valore estetico-culturale-storico, a quanto si dà il
rispetto per se stessi, a quanto i diritti umani, a quanto la dignità, a quanto
la libertà, a quanto la vita? A quanto la vita di un ragazzo? Un listino chiaro
e definito aiuterebbe nelle scelte e nelle decisioni. E poi: chi stilerà il
listino? E a quali condizioni politico-economicche-sociali lo si dovrà
rapportare? Per ora il governo italiano nella gestione del difficile caso di
Giulio Regeni sta dimostrando dignità e rigore. Ha ritirato immediatamente la
missione della ministra Guidi, convocato l’ambasciatore dell’Egitto e il
ministro degli esteri Gentiloni sta chiedendo il coinvolgimento italiano nelle
indagini. Per ora quindi si sta tenendo la barra dritta, ma per quanto ancora?
Altri potrebbero sostituire l’Italia nel commercio e magari anche nella gestione dei giacimenti di gas. E
allora ci si accontenterà di un paio di capri espiatori e di altre simili
bazzecole o si deciderà che la dottrina di Ernesto Carbone è buona solo per
il cestino?
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