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venerdì 29 aprile 2022

Che noia la guerra in TV

 A forza di malamente parlarne un fatto tragico sta diventando noioso. Quando si cerca di portare la questione su un piano storico, Luciano Canfora, c’è subito un altro, Sinibaldi Marino, che la butta in caciara. Avere incapaci ai vertici dell’Europa per gli europei è una iattura, per gli americani una manna.


A mo’ di premessa, prima che qualche idiota si scateni in accuse di putinismo, ribadisco quanto già detto e scritto in diverse occasioni: la Russia è l’aggressore e considero l’invasione della Ucraina un atto quanto mai spregevole. E questo è un fatto. Un altro fatto è dato dalle migliaia di morti civili. Un altro fatto ancora è che questa guerra, poiché  di guerra si tratta, può avere dei risvolti devastanti se non si trova in tempi rapidi una soluzione. E fin qui  siamo nel semplice buon senso. Dopo di che ci sono tutti i talk show, ce n’è praticamente uno al giorno, anzi uno a tutte le ore e qui iniziano i problemi. A forza di malamente parlarne da oltre sessanta giorni un fatto gravissimo sta diventando noioso. Noioso e banale. Si pensi alla maratona del Mentana Enrico con il Fabbri Dario a far da spalla: tutti i giorni, da due mesi a questa parte deve occupare ben tre ore di palinsesto o alla Gruber Lilli, anche lei a gestire il salottiero salotto di otto e mezzo dove ogni sera deve invitare ospiti diversi per sentirsi dire sempre le solite cose, dove al buon senso di Lucio Caracciolo (guerra per procura) fan da contraltare le tifoserie alla Severgnini Beppe o consimili (viva la Nato a prescindere). Quando poi qualche storico, Luciano Canfora, tenta di portare la conversazione su un piano storico inserendo la questione degli antefatti che, come insegnano Ernest Bloch e Fernand Braudel, spiegano la vicenda politica del momento ecco sgusciar fuori un Sinibaldi Marino che, come uno della curva, la butta in caciara dicendo: «Gli antefatti sono talmente tanti che ci paralizzano, non si può invocare la complessità per evitare di vedere la realtà. Io guarderei quello che sta accadendo». Come guardare le ultime due inquadrature di un film e dire di avere capito tutto. Una idiozia col botto. A volerci girare attorno. Chi assiste a una lite ha due possibilità: dividere i contendenti, bloccando a entrambi le mani, o incitarli e godersi lo spettacolo. La seconda situazione è quella a cui stiamo assistendo. Le continue minacce alla Russia non aiutano e pensare che tutto dipenda da una sola persona è una semplice ipocrita stupidità. L’uomo solo al comando non esiste e non è storicamente mai esistito, Alessandro Barbero docet. Intorno al cosiddetto leader c’è sempre un ricco corollario a suo  supporto, finché lo supportano. Anche Cesare aveva bisogno del supporto dei comandanti delle legioni come Napoleone dei generali e degli altri del suo governo, ad esempio Taillerand. Quindi dare la colpa a uno solo è stupido. Ovviamente. Mai qualcuno nel dotto cenacolo dell’Europa ha pensato ad una soluzione avente per lo meno la possibilità di fermare la mattanza. La minaccia di cercare fonti alternative al gas russo e di non volerlo più comprare, sbandierata ai quattro venti, è stata un’ottima idea, passata al Putin Vladimir. E quando il Putin Vladimir ha comunicato di volerla mettere in pratica chiudendo il rubinetto a Polonia e Bulgaria alti lai si sono innalzati al cielo.  E adesso si vedrà. Certo che avere una banda di incapaci e incompetenti al vertice dell’Europa per gli europei é imbarazzante, per gli americani una manna.

Buona settimana e buona fortuna.  


venerdì 7 maggio 2021

Semplificazioni: dal basso o dall'alto?

Dice un adagio che chi non sa montare una tenda canadese di solito progetta cattedrali. Vale anche per le semplificazioni di Draghi? Per semplificare si deve partire dal basso o dall’alto? Dopo il falò di Calderoli non è cambiato nulla. Se la semplificazione non tocca i cittadini non serve.


Il governo del Vescovo Draghi (copywriting del Volo Fabio, ospite della Gruber Lilli nella puntata di OttoeMezzo del 6 maggio) ogni settimana tira fuori dal cilindro del Grillo Parlante una parola nuova che deva fungere da stella polare, per almeno i successivi sette giorni. La parola della settimana è turismo per la gioia e la tasca di albergatori, ristoratori, baristi e collateral, taxisti, guide turistiche, venditori di souvenir e paccottiglie varie. In altre parole una parte degli italici. Quindi, tutto sommato, banale. La parolina magica della settimana precedente era assai più intrigante e impegnativa, suonava: semplificazione. Questa sì che è una parola magica che ha anche il pregio di essere pressoché universale: interessa tutti gli italiani. Compresi quelli di cui sopra. Magari a quelli di cui sopra la semplificazione, se si tratta di controlli, non è detto che piaccia veramente. Comunque, non c’è che dire, semplificazione è una gran bella parola. Basta che ogni lettore pensi a quanto la sua vita ogni giorno sia complicata da stupide facezie burocratiche che anche un bambino capirebbe quanto siano profondamente inadeguate, per non dire altamente stupide. Naturalmente quando il Vescovo Draghi e i suoi chierici parlano di semplificazione si riferiscono ai massimi sistemi della storia dell’umanità o, fatto più complicato, ancora alla storia dell’italico Paese. Uno dei primi che parlò di semplificazione fu il leghista padre della porcata, elettorale: Per lui fu creato addirittura un ministero ad hoc: quello della Semplificazione Normativa, appunto. Il Calderoli Roberto, otto legislature tra Camera e Senato, lavorò alacremente tanto da potersi vantare di aver bruciato, letteralmente bruciato, in un cortile dei Vigili del Fuoco, tempo e benzina sprecati, un serpentone di faldoni lungo diciassette metri, largo uno e alto due  contenenti nientepopodimenoche ben duecentomila leggi. Ma che Paese è uno che può bruciare duecentomila leggi e vivere felice? Che poi erano leggi minori, già decadute e che comunque avevano poco e nullo peso nella vita quotidiana della gente comune. La solita buffonata. Ma d’altra parte che aspettarsi da celtici con tanto di corna.? Ora ci riprova anche il governo del Vescovo Draghi cui suggeriamo di incominciare dal basso, magari da una sciocchezza chiamato modello 730. Modello che nella sua compilazione mostra chiaramente come lo Stato, tramite la sua longa manus, il fisco, complichi inutilmente la vita dei contribuenti. Si potrebbe cominciare dalle detrazioni che vengono calcolate in modalità da far impallidire un bizantino. Per esempio le spese veterinarie. Sono detraibili fino ad un massimo di 500€. Bene, quindi 500€ da mettere nella colonna detrazione: no, non è così semplice. Innanzitutto per raggiungere i 500€ bisogna averne spesi di più: all’incirca di 650€ o giù di lì. E’ già perché 150€ iniziali sono una franchigia, così come tutti quelli che vanno oltre i 500€. Bah! Dopo di che ecco fatture e scontrini per 500€. Ok adesso il contribuente avrà detrazioni per 500€. No, non è così, il contribuente avrà diritto alla detrazione del 19% di 500€ , in altre parole a 95€. Si è partiti da 500€ e si arriva a 95€. Ridicolo. Il tempo speso per conservare, ordinare, controllare e fare i conteggi del caso di scontrini e fatture di due persone, contribuente più commercialista, vale indubbiamente di più della ridicola detrazione. La stessa situazione si verifica per le spese sostenute nel malaugurato caso di onoranze funebri. Anche qui c’è un importo massimo: 1.500€. Ovviamente con il trucco: ogni euro speso oltre quell’importo va semplicemente perso. Quindi 1.500€ da detrarre, no. Anche in questo caso va in detrazione il 19% di 1.500€ ovvero 285€. Lo stesso vale per le spese mediche e così di seguito. Per non parlare di anagrafe, di disposizioni ministeriali che vengono ribaltate dalla Cassazione a distanza di anni, gettando nello sconforto il malcapitato contribuente che si è fidato delle circolari ministeriali, e via dicendo. Che sono proprio queste le semplificazioni che servono ai normali cittadini e che dimostrerebbero l’attenzione dei governanti per i governati. Ma così non è. Per non dire che quando si parla di semplificazioni i mandarini del Vescovo Draghi e probabilmente, anche lui stesso, pensano solo al codice degli appalti e alle grandi opere. Che poi è come dire un giochino per pochi intimi. Comunque, così è.

Buona settimana e buona fortuna.  

mercoledì 15 giugno 2016

Un D’Alema a cinque stelle appoggerà Virginia Raggi.

La solita manfrina: far circolare un’indiscrezione per poi smentirla. Seguirà intervista in un salotto della televisione, magari dalla Gruber, e poi intervista al Corriere. Il direttorio M5S molto preoccupato l’appoggio di D’Alema una iattura. Virginia  Raggi non sa più che ferro toccare. Giachetti adesso è favorito.

Massimo D'Alema indica cinque. Voterà M5S e Virginia Raggi?
Lo schema è sempre il solito, ormai ampiamente collaudato, il lìder Massimo, quello più intelligente di tutti, come diceva Cossiga che poi ghignava alla grande, segue il metodo hegeliano: confidenza, notizia, smentita. Poi quasi certamente si aggiungerà l’intervista in un salotto televisivo, rigorosamente senza contraddittorio, Magari a OttoeMezzo e l’intervista al Corrierone. Qualche volta si aggiunge anche la minaccia di querela, giusto per dimostrare nei fatti, di poter superare il metodo impostato da Federico Hegel che di step ne aveva solo tre.

Nel caso odierno la vulgata suona così: un collaboratore, rigorosamente anonimo, bisbiglia ad un giornalista di la Repubblica che il D’Alema Massimo, di cui si erano senza rimpianto alcuno perse le tracce da diversi mesi, ha confidato ai “suoi” l’intenzione di appoggiare al ballottaggio per l’elezione del sindaco di Roma, nientepopodimeno che Virginia Raggi, la candidata del M5S. Noterelle a margine: è emblematico l’uso del sofisticato verbo “confidare” anziché quello più prosaico di “dire”. Certo che confidare dà quella patina un po’ complottista e truschina che fa tanto trame oscure e misteri di cui si pensa debba essere fatta la politica. E a D’Alema, come scrisse l’ambasciatore Romano questo piace da impazzire. E poi a chi avrà mai confidato? “Ai suoi”, ovviamente, dice sempre la vulgata. Ma gliene sono rimasti ancora di “suoi”?  A occhio e croce, ammesso e non concesso, devono essere proprio pochini, pochini visti i molti saltaquaglisti che ha allevato nel corso dei decenni e che sono passati in un batter d’ali da dalemiani doc a renziani doc.  Dove la costante è doc. Basta dare un’occhiata ai nuovi portavoce di Renzi, fedelissimi, per farsene un’idea. 

Naturalmente il giornale pubblica. D’altra parte i giornali sono stati inventati proprio per questo. Dopo i primi turbamenti in campo dem ecco arrivare puntuale la smentita da parte della portavoce dalemiana, una delle fedelissime rimaste. E così si conclude anche il terzo momento hegeliano Ad ora, ma non è passato tempo a sufficienza, non c’è ancora salotto e intervista sul quotidiano. Ma c’è tempo. E neppure c’è ancora la minaccia di querela ma questo deve essere dovuto probabilmente ad un appannamento dei riflessi, gli anni passano per tutti e non c’è più la reattività dei bei tempi. Quando ogni minchionata veniva immediatamente doppiata da un’altra. Magari pure più grossa. 

Immediatamente si sparge il panico. Dove? Ma tra i cinque stelle, questo è ovvio. Chi mai sarebbe così pazzo da farsi appoggiare da chi non ne ha mai azzeccata una? E l’elenco è lunghissimo, magari, per comodità di memoria, si può far riferimento anche solo alle passate amministrative: tutti i suoi candidati alle primarie furono strabattuti: a partire da Milano in giù. Senza contare di quando, con la consueta umiltà, affermò che da sempre veniva eletto a segretario del Pd il suo candidato. Appunto. Si è visto come è andata a finire. Con il nuovo segretario, Renzi, che gli ha dimostrato come il posto da lui occupato non fosse quello di capotavola ma di uno qualsiasi e neppure tanto gradito. Comunque da fine stratega il D’Alema, credendo di aver qualcosa da scambiare, ha cercato anche un accordo con il nuovo che avanzava, dicono. Basta guerriglie in cambio del posto di mister. PESC. Renzi fece finta, si prestò a presentargli un libro e per quell’incarico  nominò Federica Mogherini. Cvd, come volevasi dimostrare. 

Di poscia il D’Alema Massimo, con l’aria della zia zitella, che gli vien tanto bene, rilasciò ancora qualche intervista per dire che il suo interesse oramai era solo per le grandi questioni internazionali e tutti tirarono un sospiro di sollievo. Poi all’improvviso ti apostrofa Renzi come arrogante, che lui di arroganza se ne intende, quindi si mette a confidare ai collaboratori il suo interesse per Tor Bella Monaca. Comunque da che si è sparsa la notizia Virginia Raggi è disperata e non sa più che ferri toccare. I ballottaggi sono una lotteria, ma aver dalla propria il D’Alema vuol dire partire con l’handicap. Neanche fosse un torneo di golf. In ogni caso i suoi ex compagni dell’ex Pci che sono stati allevati a feste del l’Unità e stalinismo, come Matteo Orfini,  l’hanno ben impacchettato. Preso atto della smentita l’hanno invitato (eufemismo) a fare volantinaggio pro Giachetti ad un banchetto. Si vede proprio che a quelli del Pd Roma non interessa. 
Però per volantinare bisogna essere svegli e anche un po' psicologi. Chissà se D’Alema ce la fa.

martedì 5 maggio 2015

Italicum: promessa mantenuta? No.

Tutti a twittare di promessa mantenuta. Anche la Boschi. Renzi un po’ lo dice ma poi aggiunge «senza inciuci» Però a leggere s’intravvede un poco di porcellum e una bella tagliola per chi non sarà fedele.

«Promessa mantenuta» è stata la frase topica che ha contraddistinto tutti o quasi i twitter che le peones ed i peones del pensiero unico renziano si sono precipitati a scrivere con la tradizionale diligenza sui tablet di cui graziosamente la Camera dei Deputati li dota. 

A scorrere quei centoquaranta caratteri viene tenerezza tanto sono diligentemente compitati. Alcuni sono addirittura delle fotocopie, come fossero ispirati, per merito e metodo, dalle antiche prassi del minculpop. Evidentemente  nel passare il testo da twittare i ghostwriter  della presidenza del consiglio si sono dimenticati di aggiungere: «scrivetelo con parole vostre.»  che in molti casi dev’essere proprio stata una fatica da Sisifo e per la tema di sbagliare meglio copiare di sana pianta.

Lo ha fatto, ça va sans dire, anche Maria Elena Boschi, infagottata in quello che più che un vestito sembrava la tenda del salotto della nonna, in quel di otto e mezzo il 4 maggio,  avendo come sparring partner Massimo Franco oltre all’ovvia Lilli Gruber. Naturalmente lei, la prima della classe con l’aria di quella diligente che ripete la lezione mandata a memoria anche se non completamente digerita è stata tetragona: le frasi tutte uguali e il tono monocorde.

In verità la promessa di Renzi sul tema era di buttare alle ortiche la «porcata» di Calderoli e ridare finalmente agli elettori la possibilità di eleggere i loro rappresentanti fuori dalla triste logica dei nominati in modo da avere un Parlamento nel pieno delle sue prerogative. E probabilmente quelli che si sono recati a votarlo alle primarie avevano in mente (anche) quella promessa. Ma alla fine i fatti sono andati diversamente. A leggere quel che recita l’Italicum: bell’impasto (inciucio forse) tra porcellum, mattarellum, semipresidenzialismo strisciante, un po’ di proporzionale,un po’ di maggioritario e, tanto per dire, anche uno schizzo di ketchup che ci sta sempre bene.
In Parlamento dunque siederanno ancora dei nominati. Forse sarà perché anche Renzi pensa che la storiella del «non chiedo fedeltà ma lealtà» non possa durare a lungo e che magari qualcuno, prima o poi, gli faccia notare come i due termini siano sostanzialmente sovrapponibili se posti in quel modo. Che poi sarebbe la versione 2.0 del centralismo democratico che tanto andava in voga nel Pci. E allora meglio avere peones, maschi e femmine in quasi egual misura, consci del loro essere peones. Che poi se questa logica gira su tutti i partiti meglio ancora: mettersi d’accordo diventa pure più facile. E poiché la realtà supera assai spesso la fantasia ecco anche il ricchissimo premio di maggioranza a chi vincerà il ballottaggio. In nome della governabilità come se si potesse governare coi numeri piuttosto che con le idee. Evvabbè.

Che ci siano dubbi sulla costituzionalità della norma lo giura più d’uno e anche di chiara fama. Forse anche il Presidente Mattarella dovrebbe trovarvi qualche argomento di riflessione visto che era tra quelli che bruciarono il Porcellum. Però il mondo gira e non si sa mai cosa ci sia dietro l’angolo.

Se «Promessa mantenuta» è la frase d’ordinanza delle e dei peones Renzi per sé se ne è ritagliata una tutta sua «senza alcun inciucio.» Frase pericolosa, meglio lasciarla maneggiare da chi se ne intende. Un po’ come forbici, i coltelli e temperini che van tenuti lontano dalle mani dei bambini.  E Renzi di inciuci qualche cosina ne sa, dicono i maligni che aggiungono ne abbia messi in pratica già un bel po’. Come quelli per le nomine negli enti, quelli con qualche vecchio arnese del partito, prima decisamente contro poi sdraiato sulla linea, per garantirsi la maggioranza, poi anche con l’assegnazione dei ministeri, dove degli improbabili stanno provando l’ebrezza dell’auto blu, fino agli abbrasson nous con i sanpaoli, folgorati sulla via della bouvette, di Scelta Civica, di Sel e dei M5S. Insomma meglio sarebbe tacere sulle promesse, anche se a molti conviene credere a quella fola non foss’altro che per il piacere di riportare il trolley a Roma.

martedì 11 novembre 2014

Rieccolo: è D’Alema.

Attacca un po’ l’Europa dei politici, ma anche le banche italiane che si sono domiciliate in Lussemburgo, come se lui venisse da un altro mondo. Rivendica di aver pensato a una donna per la presidenza della Repubblica prima di tutti. Minaccia la scissione ma poi si impapocchia. E ci si chiede perché c’è Renzi.

Si avvicina l’elezione del Presidente della Repubblica e forse, a stretto giro anche quelle politiche e quindi rieccolo: è D’Alema. 
L’idea di poter ancora una volta trafficare su qualcosa di importante, di manovrare dietro le quinte e di immergersi in estenuanti trattative talvolta fa resuscitare anche i (politicamente) morti e questo si presenta come uno dei casi da manuale  Da qualche settimana del D’Alema si erano perse le tracce e i più se ne stavano facendo seppure festosamente una ragione, quando si è diffusa la voce che Giorgio Napolitano potrebbe dimettersi nel giro di qualche mese ed eccolo allora rimettersi nuovamente in moto. Uomo senza pace.

Blocco di partenza questa volta è stata la trasmissione di Lilli Gruber graziando così il Corriere della Sera e l’ottimo Dario Di Vico impegnato  in una serie di assai interessanti articoli sul tema del lavoro.  Sparring partner un po’ annoiato e appena sottopelle anche un tantinello antipatizzante è Beppe Severgnini. L’intervento di quello che lo spiritoso Cossiga definiva il più intelligente è stato vacuo e, nella sostanza inutile. Impietosamente ripreso in campo lungo così da mostrarlo appollaiato sullo sgabello con i piedi a venti centimetri dal pavimento l’ex lìder massimo ha spaziato su quasi tutto: l’Europa mal gestita dai politici, Jeam-Claude Juncker che dovrebbe, forse, dimettersi e le banche che pagavano le tasse in Lussemburgo. Cose che non si fanno. Chissà lui dov’era: otto legislature (qualcuna per suo merito corta) in Italia ed una in Europa.

Comunque ha tenuto ha spiegare che:«Oggi giro il mondo e faccio un altro mestiere.» meno male. Però è sempre qua. Se viaggiare  era la sua aspirazione avrebbe potuto arruolarsi già diciottenne nella Marina Militare che proprio questo ha sempre promesso ai giovani di belle speranze: «Diventerai un tecnico e girerai il mondo.» Il mondo lui l’avrebbe girato prima e agli italiani sarebbero stati risparmiati altri giramenti. Peccato che il giovane D’Alema non abbia colto a suo tempo questa opportunità e si sia messo a seguire le orme del papà che fu deputato per cinque legislature che allora erano lunghe e quindi fa un totale di venticinque anni. Ma si sa che nel Belpaese i figli dei farmacisti fanno i farmacisti quelli degli avvocati si ritrovano avvocati e quelli dei politici non possono quasi mai scantonare: politici anche loro. Peccato.

Un po’ maliziosamente la Gruber ha fatto notare al suo ospite di aver perso l’occasione di diventare Mr. Pesc e che, pure in questa tornata, non ci sia per lui alcuna speranza di aspirare alla sostituzione di Napolitano. Il nostro sulla prima ha sorvolato mentre sulla seconda ha risposto:«Io penso che è tempo (per lui i congiuntivi sono sempre stati un optional) di eleggere  una donna.» La Gruber ha sottolineato che  è la stessa opinione della Boldrini e qui il vecchio leone ha reagito da par suo: lui l’aveva detto prima. Sottolineatura fondamentale da tramandare ai posteri. Così come, sempre grazie a lui, l’Italia ha avuto Ciampi e Napolitano perché il suo intervento in entrambe le elezioni è stato cruciale. Chi mai avrebbe potuto metterlo in dubbio.

Chicchetta (nel senso di piccola chicca) della trasmissione, il D’Alema prima ha minacciato la scissione «Se qualcuno pensa che la sinistra, lasciamo stare la generazione, abbia smobilitato si sbaglia. Fa un calcolo sbagliato e secondo me si troverà di fronte a qualche sorpresa.» Quale sorpresa? « Beh, che a un certo punto una parte di questo partito prenda un’attitudine più combattiva. Nel senso che la pazienza se sfidata oltre un certo limite potrebbe ….» Potrebbe cosa? «Sempre minoranza resta ma potrebbe alternarsi, maggioranza, minoranza si può tornare maggioranza dipende la vita politica è piena … anche qui non è finita la storia.» Proprio un bel discorsino sembrava di ascoltare Ferrero, il Presidente della Sampdoria. Il tutto condito dal solito armamentario: l’intercalare «Diciamo», lo sguardo talvolta perso nell’infinito, risatine solitarie e mossettine  alla Ridolini. E poi ci si domanda perché il partito prima e gli elettori poi abbiano scelto Matteo Renzi: non perché sia più bravo ma semplicemente perché è meno peggio. E la quantità di peggio che il fiorentino si è trovato di fronte era veramente tanta,troppa. Bastava di calare solo di un pochetto.

domenica 2 marzo 2014

Giuseppe Cruciani (forse) è antipatico. Ma ha ragione.

Le telefonate de La Zanzara sono messe sotto accusa da Giovanni Valentini e Luigi Guiso. Nel salotto di Lilli Gruber, Ottoemezzo, si discetta di privacy violata. Addirittura il prof. Guiso vorrebbe che l’intervistato rivedesse le bozze dell’intervista. E la verità? Il giornalismo, dicono i sacri testi, deve essere il cane da guardia della democrazia o non è.  I casi Barca, Razzi e Onida.




Processo in sedicesimo quello che si è tenuto nel salottino di Lilli Gruber (1 matzo 2014) avente come imputato Giuseppe Cruciani giornalista ed ideatore del programma radiofonico La Zanzara.
Gli accusatori: Giovanni Valentini editorialista de La Repubblica, lunga storia di giornalismo alle spalle con qualche peccatuccio, per sua ammissione, da farsi perdonare e Luigi Guiso, economista e docente universitario e opinionista per il Sole24Ore e per  lavoce.it e un tot di altre cose. Il titolo dell’accusa è aver realizzato, con l’ausilio di imitatori, alcune telefonate a personaggi importanti e averle mandate in onda senza il loro permesso. Il casusu belli  è rappresentato da ciò che Fabrizio Barca disse sul governo Renzi.

L’accusa sostiene che son cose che non si fanno: sono deontologicamente (per i giornalisti) riprovevoli e così si carpisce la buona fede della personaggio coinvolto il quale pensando di parlare con un amico (o persona di cui si fida) racconta in libertà quel che pensa veramente. Evviva, evviva, evviva. Come se ci fosse buona fede nel pensare una cosa e dirne un’altra. Una volta si parlava di vizi privati e pubbliche virtù ma il tempo passa e le magagne restano. Quindi in buona sostanza, dice il duo Velentini-Guiso, si tratta di invasione nel campo della privacy e nell’aver carpito con l’inganno informazioni. Che poi, a ben vedere, son veritiere. Nel caso di Fabrizio Barca, al netto di talune sbavature e millanterie, è stato reso pubblico quel che lui pensa(va) per davvero del governo Renzi. Che se poi vuol continuare a girare l’Italia per spiegare al suo partito, il Pd, come vede la situazione è bene che si alleni a dire la verità chiara e tonda e non un’elegante paccottiglia di loghi comuni. Che quella la san raccontare quasi tutti.

La difesa di Giusepe Cruciani, che quando è alla radio e con la gente comune è assai più spavaldo e qualche volta addirittura è arrogante, si è basata su due punti base. Il primo è che si è trattato di scherzi e che gli scherzi radiofonici sono antichi come la radio. Come risposta ci sta ed è facile il riferimento all’invasione degli extraterrestri, il famoso “scherzo” organizzato da Orson Welles . Però è deboluccia. Il secondo argomento di difesa  già un po’ più solido ma marcato da venature di partigianeria, è basato sull’epico  episodio che ha avuto come protagonista l’attuale senatore della Repubblica Antonio Razzi. In quel caso il Razzi fu approcciato da Franco Barbato, suo ex collega di partito, l’Idv, e si lasciò andare a dichiarazioni decisamente interessanti e sul complesso dei parlamentari («tanto qui son tutti dei malviventi che pensano solo ai  zzi loro») e sulle sue motivazioni politiche («Io per dieci giorni non pigliavo la pensione.») Già,la pensione. 
Quella volta non si levarono alti lai in difesa della privacy maltrattata. E giustamente i più si stettero zitti. Che di vergogna ce n’era a sufficienza.

Ciò che Cruciani non ha detto e ci sarebbe stato proprio bene, è che il giornalismo è il cane da guardia della democrazia e deve svelare gli intrighi,  i trucchetti e le motivazioni (magari di nullo scrupolo) che stanno dietro l’agire di taluni. E poi cosa c’è di più bello che sentir dire la verità o se non la verità, che assoluta lo è assai difficilmente e spesso è pure insondabile, almeno quello che realmente si pensa. Per Guiso e per Valentini questo non sembra essere uno dei principi del giornalismo. Anzi da quel che il professor Guiso sostiene la verità è una sola: quella ufficiale. Suffragata da bollo e contro bollo. Evidentemente mai deve aver sentito il detto «qui lo dico e qui lo nego», usatissimo in politica e non solo. Magari prima che si inventassero le microtelecamere ed gli ancor più piccoli microfoni. Anzi lui forse vorrebbe che ogni dichiarazione e pure il testo di ogni intervista fosse poi sottoposta all’esame (verrebbe da dire di maturità) dall’intervistato che a quel punto decide se si può procedere con la stampa. Così ogni intervistato diventa almeno per un quarto d’ora direttore di giornale.  Che in questo caso la libertà di informazione andrebbe proprio a farsi benedire. Altro che cave canem.

Peraltro non sono poche le interviste su carta (e le partecipazioni a solottini televisivi) fatte a comando (o per dirla secondo il politicamente corretto: a richiesta) dell’intervistato o del suo ufficio stampa dove le domande sembrano proprio dettate e costruite per far fare bella figura a colui che deve dare le risposte. Non è una novità, e a strapparsi le vesti per simili rivelazioni son rimaste solo poche anime belle, che di solito non sanno leggere. Così come non è ignoto, trama di innumerevoli film,  che molti professionisti delle pubbliche relazioni campino proprio in virtù dei rapporti e delle amicizie che hanno con i giornalisti che è il vero patrimonio e valore aggiunto da mettere a disposizione cioè vendere ai clienti.

Fu anche assai istruttiva la telefonata che l'imitatore di Margherita Hack fece a Valerio Onida. Era il momento nel quale il Presidente Napolitano decise di tirare in ballo dei saggi. Dieci per la precisione (con Letta diventarono 35 di cui cinque indagati) divisi in due gruppi uno per le mateie istituzionali ed uno sui temi economico-sociali ed europei. Ai più quello parve solo un modo costoso (eh sì, i saggi costano) per perdere tempo in una situazione di impasse. Nessuno in via ufficiale l’avrebbe mai sottoscritto. Sarebbe stata una confessione di colpevolezza. Ci riuscì un imitatore. E così il saggio Valerio Onida ammise quello che tutti già sapevano: si stava facendo flanella o se si vuole melina. Cioè si stava gettando dalla finestra tempo e denaro, ovviamente dei contribuenti. Nonostante le rivelazione nessuno arrossì anche se avrebbe dovuto, piuttosto, impallidire.


Il politico dev’essere cristallino nel suo pensare e nel suo agire e per lui la differenza tra privato e privati non dovrebbe essere. Altrimenti parole come lealtà, trasparenza, onestà, pulizia lasciano il tempo che trovano. Se così non è, allora: viva Razzi e i suoi .azzi

giovedì 26 gennaio 2012

Italia, Paese di santi, navigatori e poeti. Come Michel Martone





Michel Martone
Il 24 gennaio 2012 poteva essere un giorno normale per l'Italia: i taxisti si stavano agitando come anche i camionisti, pochissimi ha detto il potente ministro Passera, i caselli autostradali erano intasati, notai, farmacisti e avvocati avevano rimostranze contro il governo che li vuole liberalizzare, in alcuni supermercati della Sicilia scarseggiavano mele e pere, la benzina costava cara e qualche milione di famiglie cominciava il rito del fine mese: aumento della preoccupazione direttamente proporzionale alla riduzione dei soldi nel borsellino. La guardia di Finanza comunicava la scoperta di altri 7.000 evasori totali. Ma quanti sono? Prima o poi si esauriranno anche loro come i giacimenti del petrolio. Tutti, quasi tutti, erano preoccupati per il futuro. Insomma tutto regolare.
Lilli Gruber avrebbe avuto gli abituali ospiti, il solito Vittorio Feltri da bar, maleducato e arrogante come sempre e il solito Massimo Giannini a fare il sostenitore della rivoluzione impossibile.
Insomma, tutto ma proprio tutto, sembrava procedere nella più trita normalità.
Neanche un guizzo di creatività all'orizzonte. Quand'ecco che, a ciel sereno, spunta un Martone.
Michel, Martone.
Mica un Michele Martone qualunque bensì un Michel Martone. Pregasi pronunciare Michel alla francese, è nato a Nizza, eh. Mica bruscoli.
Giuseppe Ungaretti
Bene, Michel (pronunciato alla francese) in quella giornata di grande tranquillità ha deciso di dare una scossa al mondo intero rinverdendo i fasti della rima baciata e quindi così, come nemmeno Ungaretti nel suo Canto Beduino (1), o il più antico Ludovico Leporeo (2), ha messo in rima laureato con sfigato. Ato-ato.
Già, perché al di là di quello che ha detto, che voleva dire, che intendeva dire quello che stupisce è la rima: laureato-sfigato. Che poi ci sia un “non” davanti: non laureato-sfigato, quasi è irrilevante. E' proprio l'accostamento che ha fatto sobbalzare il mondo tutto: la laurea e la sfiga. Due mondi lontanni anni luce prima di Michel (alla francese) Martone.
Anche Feltri ne è stato scosso tanto che a Otto e mezzo per la prima volta si è comportato educatamente. Cosa da non credere. E si è rivolto alla Gruber chiamandola Lilli. Gulp.
Opera di Michel (alla francese) Martone.
“Ma come? - si saranno chiesto i più - con tutte le cose che fa, (date una scorsa al suo cv e vi verrà il mal di mare) (2) ha anche il tempo di mettersi a fare rime baciate?”
Che far rime baciate non è semplice. Provate a mettere insieme ario-ario.
Per esempio a far rima con sottosegretario che vi viene in mente? Non ce la fate, eh.
Sforzatevi, magari vi esce un: “sottosegretario grazie a Mario” oppure “sottosegretario bello come un lampadario” o anche “il sottosegretario va all'acquario” o un più naif “il sottosegretario non sa l'abecedario”, o forse “il sottosegretario non ha la paga d'un bancario”, azzardate anche un“il sottosegretario ha un bel campionario” nel senso delle fesserie, ma anche “il sottosegretario è fuori orario”, “il sottosegretario è un visionario”.....
Se poi volete, essercitatevi con la parola viceministro. Istro-istro non è così facile:, ci si avvicina troppo al potere.
Forse trovate un “il viceministro è fuori registro”oppure“il viceministro è un po' tristo” magari vi sconfinfera pure “il viceministro non è un sinistro”oppure “il dire del viceministro è salmistro”.
Ma andare avanti è difficile.
Il piccolo Michelino si è anche scusato sul suo sito punto org, ma questo è il caso in cui il tacon s'è pezo del buso.
Ha scritto che d'ora in avanti sarà più sobrio. Vuol dire che berrà meno? Non immaginavamo che bevesse. Comunque...
Certo i vecchi della gogliardia, quelli dei tempi miei, per intenderci, sarebbero stati più salaci e puntuti. Loro si esercitavano continuamente non come ora, che fatichiamo a far le rime.
Senz'altro sarebbero partiti dal cognome, cosa che a noi neanche viene in mente, ma allora facevano le cose con metodo.
Vi do un'ultima chance, guardate una foto di Michel (alla francese) Martone e provate a pensare qualcosa che faccia rima su one-one.
Magari qualcosa vi viene in mente: Michel Martone....




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(1) Ungaretti che è nato ad Alessandria d'Egitto si chiamava solo Giuseppe e ha scritto Canto Beuino che suona così:
Una donna s'alza e canta 
La segue il vento e l'incanta 
E sulla terra stende 
E il sogno vero la prende.
Questa terra è nuda
Questa donna è druda
Questo vento è forte
Questo sogno è morte.

(2) ) www.treccani.it/enciclopedia/ludovico-leporeo