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giovedì 1 agosto 2013

Cacciari, De Gregori e la sinistra. Niente da capire.

Sinistra, dice Cacciari, è parola che non serve più, in Italia, ma in Germania funziona alla perfezione e quella è la locomotrice d'Europa. Non è il termine sinistra ad essere stanco (o poroso) ma è la non chiarezza dei concetti che vuole esprimere che meriterebbe una maggior forza.




Sarà che «Quando il sole martella le zucche - come scriveva Giovannino Guareschi - i cervelli ci mettono poco a bollire.» , sarà quindi per causa di Caronte che ha preso il posto del caro vecchio anticiclone delle Azzorre, sarà perché c'è un papa che per la prima volta negli ultimi mille anni porta un nome senza averci appiccicato dietro un numero, sarà per chissà che altro motivo adesso, come accade tutte le estati, è partito il tormentone su cosa sia la sinistra. E quindi anche la destra.
Il la l'hanno lanciato due grandi del pensiero contemporaneo; un filosofo come Massimo Cacciari (anche se qualche volta prende delle cantonate come quando propose l'Albertini Raffaele come leader del fantomatico partito dei sindaci) e Francesco De Gregori che alle ultime elezioni a votato per Scelta civica ma gli si vuol bene lo stesso perché è un poeta dei tempi moderni e la sua musica ricorda a tanti la giovinezza.

Tutti e due dunque a disquisire e a dire delle loro delusioni. Che in effetti quelli che una volta erano i partiti di sinistra non è che abbiano lasciato dei grandi eredi ma come si suol dire: i padri costruiscono i figli amministrano e i nipoti vendono. E anche questo è il caso.
Tutti e due a dire che la sinistra non esiste più, che è concetto superato, per Cacciari addirittura da trent'anni, e se la piglia anche con Norberto Bobbio che oramai non può più rispondere, e che non ha saputo ammodernarsi e procede a tentoni: dalle piste ciclabili al sindacato veteronovecentista, questo a dire di De Gregori. Come se poi far un buco in una montagna fosse di per sé progressista, quando oramai non ci crede neppure più chi quel buco l'ha ideato.

Poi entrambi confluiscono sul fatto inoppugnabile che son le cose da fare quelle che dovrebbero menare la danza. E su questo come dargli torto. Che un tombino sia un tombino è inoppugnabile che se questo è non manutenuto alla prima pioggia la strada si allaga e per ripararlo non va di essere né di destra né di sinistra. È il puro buon senso che dovrebbe farla da padrone. Già ma il buon senso, che allo stato puro è difficile da trovare, dovrebbe essere uno solo e, invece, di solito si divide in tanti pezzi quante sono le zucche che il sole martellante fa bollire. E queste son da dividere tra quelle che pensano al bene comune, magari pure in tantinello rimettendoci, e quelli che pensano agli interessi del proprio particulare sperando di guadagnarci. E questi ultimi assai spesso poi si fanno del male da soli. Non guadagnano singolarmente e e in compenso perdono collettivamente. Maledicendo lo Stato che poi sono loro.

Cos'è la destra e cos'è la sinistra, al di là delle non tanto innocenti sciocchezze cantate da Gaber ma era in fine carriera quando oramai con la moglie in Forza Italia e un passato similrivoluzionario da salvaguardare doveva barcamenarsi tra l'una e l'altra posizione, è assai chiaro. Che quelli del  Pdl et similia, sulla gran parte delle questioni non siano di sinistra lo si capisce da come parlano del senso delle cose e di quanto poco prestino attenzione agli interessi collettivi che, per la loro parte sono solo la sommatoria di quelli individuali. Mentre al contrario quelli che che si ostinano a voler rimanere dall'altra parte, a sinistra tanto per dire, si aspettano che da una data scelta la stragrande maggioranza delle persone ne tragga beneficio. A prescindere dai denari che, fisicamente, si metteranno in tasca. E sentir parlare quelli della Lega, al di là delle apparenti, ma solo apparenti, minchionate da guitti d'avanspettacolo certo non viene in mente che stiano lavorando per gli interessi comuni ma solo di segmenti. Che poi quando tutti quei segmenti si dovessero sommare confliggerebbero.

Così come va da sé, e non bisogna essere stimati filosofi per capirlo, che i blocchi non sono monolitici e su taluni temi, come per esempio la conservazione dei beni archeologici, possono confluire da un lato l'aristocrazia delle signore a tre cognomi e il pensiero del figlio di un contadino diventato professore alla Normale di Pisa. Peraltro il professor Cacciari che ben conosce il tedesco per averlo studiato fin da bimbo se girasse lo sguardo in quel della Germania scoprirebbe che lì esistono ancora i socialdemocratici, che sono di sinistra, e quelli di centro che sono i democristiani e quelli di destra che sono i liberali. Categorie che se funzionano al di la delle Alpi non si capisce perché non dovrebbero funzionare anche al di qua. E comunque queste giravano anche nel Belpaese prima che si perdesse la trebisonda, che nel caso specifico si chiama elaborazione culturale e ci si mettesse ad inseguire chi gli ammmerigani come Veltroni e Melandri, chi le ammiccanti teorie tecnocratiche che pure furono mal digerite da personaggi come D'Alema o il piccolo Fassina (ex dalemiano?).

Il tombino rimane oggettivamente un tombino e allora da decidere è se si vuol costruire la fogna, che costa e che comporta costi e quindi contributi da parte di tutti, ciascuno secondo le sue disponibilità sarebbe da sperare, o si ripiega un un canaletto di scolo che alla prima pioggia andrà ad allagare le cantine del vicino. Il tombino rimane tombino e per deciderne il che farne non si dovrà scomodare né Marx né Hobbes basterà domandarsi qui prodest?. Se la risposta sarà un solo nome (o pochi) sarà una scelta conservatrice e di destra se la risposta sarà tutti allora sarà di progressista e di sinistra. Il crinale sta nel bene per pochi o per tanti. Specificando a questi ultimi che non è rincorrendo gli usi e le abitudini di quei pochi che si va a star meglio ma solo li si scimmiotta che non solo non è bello ma spesso anche (socialmente) costoso. Il fatto è che si può star meglio in modo diverso. Basta cerlarlo questo modo.

Comunque entrambi i signori in questione, il grande filosofo e il famoso poeta, commettono lo stesso errore, stare a guardare e pontificare. Che non aiuta. E in più è pure di destra.



domenica 10 marzo 2013

Gli intellettuali italiani scrivono a Beppe Grillo.

Stendere lettere politiche non è come scrivere saggi e trattati. Oltre che le idee ci vuole tatto e capacità politica. Sei intellettuali italiani ci hanno provato. Buone le intenzioni. Pessima la forma. E la risposta è stata irridente. Come ci si poteva aspettare.



E così gli intellettuali italiani hanno scoperto Grillo e il suo movimento. Bene. Bravi.
Quindi per essere in linea con la loro missione hanno preso carta e penna e gli hanno scritto. A lui e a tutti i suoi aderenti. Si sono accorti del “nuovo soggetto politico” forse a causa del boom. Che non è quello economico, come già sagacemente ha ben ricordato il Presidente Napolitano, ma quello elettorale.
Certo è che se gli intellettuali avessero frequentato di più il cinema e il teatro o si fossero scatenati in qualche concerto rock o anche solo mischiati con quelli che vanno allo stadio si sarebbero accorti che qualcosa bolliva in pentola. Ma gli intellettuali italiani, per la più parte, sono schivi e timidi e soprattutto non vogliosi di ribalta. E così si sono fatti sopravanzare da cantanti, calciatori, teatranti e anche un Nobel che avevano capito tutto con anticipo. Qualcuno anche con largo anticipo, e ora ne rivendica la primogenitura. . Ma attenzione, mica tutti questi artisti e sportivi sono giovani e underground, i più sono cresciutelli e viaggiano oltre i quaranta, con anche qualcuno che potrebbe essere pure nonno se non addirittura bisnonno dei neoeletti . Ma in fondo è stato meglio così.
Per gli intellettuali più loquaci e intervistati è stata una fortuna non essersi accorti di niente che magari qualcuno se ne usciva con qualche battuta alla Fassino, che è un sabaudo dall'acido e filiforme umorismo. E che poi il mestiere di profeta non è proprio nelle sue corde.

Comunque alla fine anche loro, gli intellettuali, hanno visto che nel triste panorama politico qualcosa pur si muove. E, almeno questa volta, nelle intenzioni, han deciso di non essere di parte ma di svolgere un ruolo ecumenico. Fatto che, oltre non essere così usuale, è anche strano. Sarà mica l'influenza di quel che sta succedendo a Roma? Dove la voglia di ecumenismo, con tutti quei bei cardinali è addirittura palpabile. Tra uno scontro e l'altro. Che da quelle parti ci vanno pesanti ma sempre con l'aria che non sia successo nulla. e che comunque la responsabilità è di uno spirito, ancorché santo, che sia aggira per li palazzi.

La moda è moda e anche gli intellettuali ne van soggetti. L'idea dell'inconsueto affascina. E talvolta dà pure alla testa. E quindi anche gli intellettuali che ambirebbero essere i cardinali della laicità, si sono impegnati a svolgere un ruolo ecumenico.
Quindi cosa di meglio di una bella lettera, magari aperta, come nei ruggenti anni '70?
La parte più difficile deve senz'altro essere stata l'intestazione. L'inizio è sempre terribile quando ci si trova davanti al foglio bianco che guarda lo scrittore con fare beffardo e sembra dire:”e adesso come cominci?”
S'immaginano i dibattiti, e la quantità di fogli appallottolati che sono stati gettati nel cestino e quelli che invece, battendo sul bordo, ne son cascati fuori. E dopo ore di discussioni e di metafisica applicata ecco l'idea: il classico “caro”.
Già, ma “caro Beppe” deve esser parso un po' troppo ammiccante e oggettivamente un po' fa anche ridere. E quindi, ideona, l'hanno doppiato con il cognome: “caro Beppe Grillo”. Che suona un po' come scrivere al vecchio collega d'ufficio (avranno mica pensato a Fantozzi, anche lui genovese, quando si rivolgeva al ragionier Filini?). Oppure fa pensare alle cene dei reduci del liceo che ci si da del tu ma col cognome: “come va Gomarasca? Mi passi il sale Incorvaia”.
Comunque, superato il primo scoglio l'idea di chiamare “amici” i militanti e gli eletti gli sarà parso naturale. Come accarezzare vigorosamente la testa dei figli piccoli degli amici. Che sopportano la tortura per amore (timore) di papà e pensano a quali pene infliggere al maniaco accarezzatore di teste.

Quindi preso l'abbrivio, lo schema successivo è semplice: 1) omaggio al vincitore 2) premessa alla proposta del mittente, 3) proposta 4) chiusa con mozione degli affetti. Il punto 4) di solito si porta appresso sempre un po' di retorica che nei comizi fa scattare l'applauso. Così è da sempre. Fin dai tempi del politburo. E oggi forse non c'è neanche più la voglia di cambiare.
L'omaggio al vincitore è presto reso: «Una grande occasione si apre, con la vostra vittoria ...». Semplice, stringato e preciso. Perfetto.
Anche la premessa è chiara. Peccato sembri un dito cacciato nell'occhio dell'interlocutore. 
Perché, anziché cercare i punti di unione (prendano esempio dai cardinali, quelli veri, i vaticani), subito si incardinano su una questione che è divaricante: «Non potete aspettare di divenire ancora più forti (magari un partito-movimento unico) di quel che già siete, perché gli italiani che vi hanno votato vi hanno anche chiamato: esigono alcuni risultati molto concreti, nell’immediato, che concernano lo Stato di diritto e l’economia e l’Europa». 
Ma chi l'ha detto? E se gli italiani fossero d'accordo? E poi con tutti gli argomenti che son sul tavolo proprio questo è da sollevare? Che non è neanche uno dei più interessanti. Concettualmente parlando.
Che poi è la risposta in negativo ad uno dei desiderata di Grillo peraltro estrapolata dal contesto. Ma comunque perché porre già alla terza riga un elemento di disunione?
Poi la proposta che viene esposta con il rude tatto attribuito, a volte a torto, agli abitanti della montagna: «Ma dire no a un governo che facesse propri alcuni punti fondamentali della vostra battaglia sarebbe a nostro avviso una forma di suicidio: gli orizzonti che avete aperto si chiuderebbero, non sappiamo per quanto tempo. Le speranze pure. Non otterremmo quelle misure di estrema urgenza che solo con una maggioranza che vi includa diventano possibili». Il tono brutale, intimativo e ultimativo della proposta inficia ogni possibilità di risposta positiva. E poi sembra che l'accordo proposto sia più strumentale che sincero. Non si fa così.
La chiusa è ugualmente surreale e si divide in due parti.
Parte uno: «Non sappiamo quale possa essere la via che vi permetta di dire sì a questi punti di programma». Ma come? Si fa una proposta senza sapere come possa essere accettata? Ma in che film può succedere questo? Al di là di un bizzarro utilizzo della consecutio temporum. Che da tante belle menti abituate a scrivere qualcosina di più corretto nell'uso della lingua ci si poteva pure aspettare.
Parte due, quella di solito dedicata alla mozione degli affetti: «Avete detto: “Lo Stato siamo noi”. Avete svegliato in Italia una cittadinanza che vuole essere attiva e contare, non più delegando ai partiti tradizionali le proprie aspirazioni. Vale per voi, per noi tutti, la parola con cui questa cittadinanza attiva si è alzata e ha cominciato a camminare, nell’era Berlusconi: Se non ora, quando?». Ma come?
Utilizzare lo slogan di un altro per convincere qualcuno è quanto di peggio si possa fare in comunicazione. Chwe è un po' come dire alla fidanzata che l'amica è più elegante.  Paul Watzlawick, La pragmatica della comunicazione, insegna.

Peccato. A firmar quella lettera c'è gente di vaglia, come Salvatore Settis e Barbara Spinelli.
Chissà che gli è preso.
Questo è uno dei casi in cui s'è pezo el tacon del buso
E infatti Grillo Beppe ha avuto buon gioco nella risposta citando addirittura quello che, in un certo tempo della sua carriera, fu un'icona dell' artista militante: Giorgio Gaber
Agli intellettuali (e anche ai politici, ad esclusione di Berlusconi e del M5S che la comunicazione la conoscono) due consigli:farsi consigliare dei seri consulenti di comunicazione. Di buoni ce ne sono, anche se pochi. Che un conto è pensare e un altro è comunicare.