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martedì 5 aprile 2016

La Boschi come D’Alema, Alfano come Maroni e Renzi come Craxi. Poi ci sono anche gli italiani.

La Boschi si nasconde dietro i poteri forti, ma non dice (come D’Alema) chi siano. Angelino sulle orme di Maroni farà gettare 300 milioni, non sono ancora gli 800 a cui arrivò il leghista ma con l’esperienza si farà. Renzi invita all’astensione avendo davanti l’esempio di Craxi di cui sta imitando gli atteggiamenti. Come noto l’avventura politica di Bettino non finì bene.

La storia, ma più spesso la cronaca, ha talvolta il gusto amaro di ripetersi. Lo fa con la perfidia del piacere masochista: andare alla ricerca delle minchionate più trucide per periodicamente ripresentarle. Se han goduto i primi possono godere anche i secondi e magari pure altri a venire. Non c’è che fare è da sempre che si gira in questo modo e cambiare verso vien difficile. Soprattutto a quelli che han raccattato qualche beneficio proprio dal grido «cambiare verso.» Che poi il verso è rimasto lo stesso.

Maria Elena nel senso di Boschi e Massimo nel senso di D’Alema, a quando si dice, non si amano, anzi di detesticchiano. Uno con l’aria che vuol essere sprezzante ed è solo caricatura l’altra invece sempre in atteggiamento da secchiona. Hanno qualcosa però che li unisce: i poteri forti. Una minchionata. Logica ancor prima che politica. La dizione “potere forte” è una tautologia. Un potere se non è forte che potere è. Difficilmente si sono visti in giro poteri deboli. Passi per D’Alema, inventore dell’allocuzione, che non ha finito l’università e quindi mostra qualche lacuna, ma la Boschi laureata in giurisprudenza dovrebbe ben saperlo. Anche se, come ha tenuto a raccontare, della razza sua è la prima che ha studiato. Alla Guccini. Che ci siano questi poteri forti i due lo sbandierano ma chi siano e dove stiano non lo dicono. Praticamente come l’araba fenice. Anche perché la Boschi sta al governo come un pezzo da novanta della lega delle cooperative, fino all’altro giorno aveva come collega un’industriale, Confindustria è sdraiata sulla linea, che poi è la sua, i favori fatti ai manager delle banche sono millanta, sui petrolieri manco a dire e i media nella grande maggioranza sono renzincensanti. Quindi chi rimane fuori? Non che la situazione fosse diversa quando al governo c’era Massimo LeaderPd. In quell’epoca c’era chi diceva: «Se parlassero in inglese sembrerebbe di entrare in una merchant bank» che è stato un bel complimento, volendo, fatto da uno che di potere se ne intendeva.  Senza contare che qualche azienda, magari dell’orbita  Finmeccanica, chissà se rientra nei poteri forti, detestava al punto il Massimo da far pubblicità sulla rivista della sua fondazione. E nella foga della difesa la Maria Elema fa qualche scivolone. Come quando dice a La Stampa:«posso sbagliare, ma mai in malafede» Grave errore. Il concetto di sbaglio presuppone la buona fede altrimenti non si chiama sbaglio ma inganno o peggio truffa. Giusto per dirne due. Così come, più appropriatamente allo stesso modo. si definisce l’errore quando in malafede.

Angelino Alfano ha molte cose che lo differenziano da Roberto Maroni: è siciliano mentre l’altro è lombardo, è alto mentre l’altro è bassotto, è un ex democristiano mentre l’altro faceva l’extraparlamentare, si veste con un certo gusto mentre l’altro sembra sempre infilato in un sacco, è mancino e l’altro no. Poi i due hanno anche alcune cosucce in comune: sono stati alleati nel centro destra hanno scaricato il loro mentore, hanno occupato, in tempi diversi, e con la stessa qualità, il posto di ministro degli interni. Non ultimo amano sprecare i soldi degli italiani. Come? Moltiplicando le giornate elettorali. Il Maroni riuscì a far sprecare all’incirca 800 milioni facendo tenere due referendum (400 mio per volta) in giorni diversi da altre consultazioni elettorali che cadevo nello stesso periodo. La prima volta, nel 2009, il referendun sul Porcellum che non raggiunse il quorum , fu piazzato tra il primo ed il secondo turno delle amministrative. La seconda fu nel 2011, referendum su nucleare ed acqua, per timore del quorum non fu accorpato alle elezioni che coinvolgevano la metà dei comuni italici. Quella volta al Maroni e agli altri furbetti gli andò male: persero il referendum e pure le amministrative. Ora ci riprova l’Angelino la spesa pare sia inferiore, solo 300 milioni che magari potrebbero essere utilizzati per riparare scuole o strade o piccole infrastrutture, magari proprio in Sicilia. E invece no, quando uno ha inaugurato un filone di minchionate subito trova emuli.

Anche il giovine Matteo Renzi si è iscritto alla lista dei replicanti di minchionate. Ha preso come esempio nientepopodimenoche Bettino Craxi, per intenderci quello che invitò gli italiani ad andare al mare invece che votare sulla preferenza unica. Era il 9 giugno del 1991, l’inizio della fine del potere craxiano. Alleluja. Quella volta 27 milioni di elettori, il 62,6 per cento respinsero l’invito qualunquista e un po’ becerotto. 

Però la saggezza non è pianta stabile e  una volta germogliata non è detto che attecchisca. L’italico popolo è bizzarro e chissà mai che, solo per fare il bastian contrario, non decida d’esser saggio e vada a votare. In ogni caso ce ne si farà una ragione.

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http://ilvicarioimperiale.blogspot.it/2012/10/indovinello-ha-fatto-buttar-via-800.html

mercoledì 29 gennaio 2014

Elsa Fornero il ritorno

Lasciare il campo non è facile. Quando si è goduta l’ebbrezza della notorietà e dei privilegi. Arnaldo Forlani se ne andò con dignità ed è rimasto nell’ombra sobriamente. Prima di lui lo fece Cincinnato. La Fornero invece sta meditando di tornare.



Ora dopo quasi un anno di assenza dalle scene sta meditando il ritorno Elsa Fornero.
Chissà cosa aveva da ridere
Una delle cose più difficili se non la più difficile in assoluto per un personaggio pubblico è uscire di scena dignitosamente e una volta fuori è continuare a rimanere nell’ombra con sobrietà. Magari approfittando della possibilità di essere dimenticato per quanto ha fatto, in genere corbellerie, durante l’esercizio della sua funzione pubblica. Sembra una prova da nulla ma pochissimi raggiungono questo risultato. Uno dei rari esempi nei tempi moderni è stato Arnaldo Forlani e per trovarne un altro prima di lui bisogna scendere fino a Lucio Quinzio Cincinnato. A dimostrazione che, scavando e scavando o aspettando e aspettando, qualcosa di buono lo si trova in tutti.

La voglia di tornare a calcare la scena è così forte per chi anche solo per un quarto d’ora è stato baciato dalla celebrità e ha potuto godere di privilegi, medioevali, che resistervi è assai arduo. Il rientro sotto l’occhio di bue, come in teatro chiamano il riflettore, richiede però qualcosa di particolare. E poiché trovare cose di buon senso che siano eclatanti è più difficile che non spiattellare sciocchezze eclatanti è a queste secondo che i più o le più fanno ricorso. Sta succedendo anche a Elsa Fornero.

Già quando era al governo si era distinta per alcune perle di rara saggezza come quando disse che lei «Non sono ferratissima per fare il ministro» o quando affermò «Sarò costretta a parlare molto lentamente, perché dovrò pensare ogni parola.» Alleluia. Causa della affermazione la presenza in sala di giornalisti. Aveva già cavalcato la notorietà negativa definendo choosy (schizzinosi) i ragazzi italiani o non conoscendo esattamente il numero degli esodati che variava ogni giorno neanche fosse lo spread. Ora dopo quasi un anno di assenza sembra stia pianificando il suo rientro. Ma perché farsi del male da soli?

Ha iniziato il suo rientro una ventina di giorni addietro, nel peggiore dei modi. Ovvero all’insegna de «io l’avevo già detto» che se c’è frase irritante per chi non ha fatto è proprio questa. Il primo «io l’avevo già  detto» era riferito al job act di Matteo Renzi. La ex ministra arrivava a dire che quel piano era in continuità con quanto da lei impostato e che a lei sarebbe tanto piaciuto di farlo. Quel piano. Piccolo dettaglio: il piano non esiste è semplicemente una mail di enunciazione di principi, come dire «viva la mamma». Che di suo suona bene e salvo qualche sciagurato caso, viene difficile contestare. Passata qualche settimana appena si è aperto un nuovo caso, nello specifico la questione Mastrapasqua, ci si è lanciata sopra come topo sul formaggio.  Il refarin è sempre lo stesso: «Io l’avevo detto.»                                                                                          
 Naturalmente Elsa Fornero ha scelto per il suo exploit La Stampa che oltre ad essere il giornale di Torino, la sua città, è anche la testata sula quale il marito scrive come editorialista. Evvabbé. Quindi l’ex ministra io l’avevo detto ha rilasciato questa dichiarazione riferita al caso Mastrapasqua:  «Le commissioni Lavoro di Camera e Senato e la commissione bicamerale sugli enti previdenziali avevano fatto pressioni per un nuovo progetto di governance dell’Inps (leggi cambiare Mastrapasuqa). L’obiettivo era una gestione più trasparente e meno accentrata e a tal fine venne istituita una commissione ad hoc per rivedere la struttura dell’Ente. Purtroppo però, nonostante i vari impulsi ricevuti la politica impedì il rinnovamento.» Che tenerezza. Verrebbe da dirle come dicevano una volta le nonne alle ingenuità dei bimbi:«povera stella.»                       Si vede proprio che non era ferratissima per fare la ministra non si è neppure accorta della colossale contraddizione: le commissioni di Camera e Senato e la Commissione bicamerale sugli enti previdenziali sono la politica. Quindi…   Evvabbè. Almeno non è più al governo.

Nel febbraio del 2013, dopo le elezioni che liberavano il paese dal governo Monti, la ministra dichiarò, con un tono che aveva il sapore della minaccia che era ricercata da una università tedesca.  Per molti era una promossa. Purtroppo non mantenuta. La Fornero è rimasta in Italia e pare voglia dire ancora la sua. Saranno felici giornalisti e comici.



mercoledì 10 luglio 2013

Standard&Poor's manda l'Italia in serie B e il parlamento chiude.

L'agenzia di rating ci punisce ma i francesi vengono a fare shopping d'aziende in Italia. I giornali, perennemente in perdita sono considerati opzioni strategiche da chi da scarpe e automobili. I parlamentari vogliono chiudere il parlamento. L'Italia sesta prova ontologica dell'esistenza di Dio

Standard&Poor's, ha appioppato all'Italia il rating BBB portandola così al penultimo gradino della scala che questi signori americani hanno ideato. Dopo BBB c'è solo BBB- che è come dire per una squadra di calcio finire tra i semiprofessionisti della serie D. 
Dopo di questo gradino ci sono solo i campionati amatoriali o le partitelle scapoli contro ammogliati di vecchia memoria o per aggiornare il concetto al linguaggio di adesso precari contro partite Iva. Ché quelli che hanno un posto fisso col cavolo che corrono il rischio di rompersi una gamba su un campetto strapelato.
Sul merito e sul metodo che hanno portato gli analisti di S&P a questa decisione c'è molto da discutere e da dire, e il ministro Saccomanni sta facendo la sua parte per salvaguardare gli interessi della ditta, come direbbe Bersani.

Quel che lascia un po' basiti, ma poi non più di tanto, e gli stranieri ce ne capiscono praticamente un'acca, è invece il contesto in cui cade la notizia che da taluni viene definita con l'aggettivo ferale. Il contesto sembra da commedia degli equivoci, Ci fosse ancora Georges Feydeau ci andrebbe a nozze.
Infatti mentre il Belpaese viene retrocesso ai margini del campionato, va ricordato che c'è stato un tempo in cui l'Italia è stata la settima potenza economica del mondo, un paio di aziende italiane cult, una nel mondo della moda (Loro Piana) e l'altra in quello della pasticceria (Cova), vendono l'80% delle loro quote a gruppi stranieri, mentre un'altra famosa, in tutto il mondo per i suoi prodotti calzaturieri (Tod's) e non solo, è in competizione con una che produce automobili (Fiat) per l'acquisto di un giornale (Corriere della Sera) e infine un gruppo parlamentare (Pdl) vuole chiudere il parlamento. Con alcuni corollari e successive domande, ovviamente retoriche, che anziché chiarire confondono ancora di più.

Corollario 1 (brevissimo): le aziende italiane valgono e per questo i gruppi stranieri le comprano. Domanda: perché il Belpaese sta andando a ramengo se le sue aziende valgono?
Corollario 2 (breve): la Fiat un giornale ce l'ha già e si chiama La Stampa, e di suo perde già un bel po' di soldi . Domanda: perché è opzione strategica l'acquisizione del Corriere della Sera che di soldi ne perde più de La Stampa?
Corollario 3 (mediamente breve): Tod's è un grande gruppo a livello internazionale della moda e del lusso e ha raggiunto questi risultati senza possedere neanche il giornaletto del paese. Domanda: che se ne fa di un giornale, oltre tutto solo nazionale, quando nel Paese il numero di lettori di quotidiani è rimasto lo stesso di oltre cinquanta anni fa?
Corollario 4 (lunghetto): Il Pdl pur perdendo clamorosamente le elezioni, non è stato rivotato da sei milioni di elettori, ha chiesto ed ottenuto un governo detto delle larghe intese. In verità le intese con gli altri partiti con cui divide il governo (Pd e Lista civica) sono praticamente inesistenti. Nel governo ha posizioni di rilievo. Ad ogni momento sostiene che, per responsabilità, parola che non sempre Maurizio Gasparri riesce a pronunciare bene e Daniela Santanché deve sillabare per non confondersi, tiene separate le grane giudiziarie del fondatore dalle questioni di governo. In passato il Pdl ha lottato per avere prima il processo lungo e poi quello breve. Domanda (anch'essa lunghetta): perché adesso che la Cassazione procede celermente (per obbligo peraltro e ha anche già individuato una scappatoia per dare maggior tempo alla difesa) vuol chiudere il parlamento per tre giorni e poi si accontenta di uno ben sapendo che il precedente storico fu un disastro? E dire che l'Aventino del 1924 poteva contare su personaggi politici di ben altro spessore che con Cicchitto e Capezzone neanche è partita.

Ad ogni domanda la risposta di buon senso è un fantastico: boh!
In questa situazione il povero ministro Saccomanni avrà i suoi grattacapi per spiegare agli analisti di S&P che qualche errore di valutazione l'hanno commesso. E anche Enrico Letta avrà il suo bel da fare, ma la responsabilità è in parte anche sua visto il suo continuo traccheggiare, nell'andare a spiegare la situazione agli amici dell'Europa.
Quindi situazione è disperata a meno che non si ricorra alla fede, in questo caso la prima enciclica di Francesco, Lumen fidei, cade a proposito e anche a sant'Anselmo d' Aosta.
Sì, perché l'Italia rappresenta, unica nazione al mondo, la sesta prova ontologica dell'esistenza di Dio:«Solo l'esistenza di un Dio buono può consentire a questa nazione di sopravvivere e cavarsela sempre.»

Purtroppo però, e ciò vale solo sul versante della fede, perché il diavolo fa le pentole ma non i coperchi c'è un corollario. E questo recita, a beneficio di UAAR: «l'Italia è la prova provata della non esistenza di Dio. Se esistesse un Dio giusto un paese come questo l'avrebbe già fatto sprofondare.»

A scelta.