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lunedì 3 aprile 2023

Quel dico, non dico.

Il dico non dico entra in politica: l’hanno usato sia il Bersani Pierluigi sia il Della Valle Diego. La chiarezza in politica, almeno in teoria, paga anche se creare confusione ha i suoi vantaggi e Meloni &Company lo sanno bene.

Nella cassetta degli attrezzi dei politici sta ben in vista la capacità del parlare oscuro e con metafore di difficile logica. In questo i vecchi democristiani erano imbattibili e il Moro Aldo un vero artista, una per tutte: le convergenze parallele: ci incontreremo un giorno, chissà quando, chissà dove, chissà perché. Anche i comunisti avevano le loro, ma con un repertorio più striminzito: incontro franco e  leale (abbiamo litigato), il dibattito è stato aspro (per poco non ci si cavava gli occhi), ma oltre a questo c’era ben poco. Gli altri partiti, un po’ meno chiese, un po’ meno creativi erano  dunque un po’più diretti e chiari. Nelle ultime puntate di otto e mezzo è spuntato un altro attrezzo vagamente affine a quel  dico non dico dal suono un vagamente omertoso. Di solito è tecnica usata nelle liti in famiglia e nei bar, in politica sembra fuori luogo. L’ha usato però il Bersani Pieluigi nella puntata del 28 marzo dove a domanda sul decreto sedicente Salvini risponde:«Si vuol deregolare non per efficienza… perché lasciamo stare eh…!» Come: lasciamo stare? Se c’è da dire, magari da denunciare qualcosa o qualcuno bisogna farlo hic et nunc, altrimenti questo si trasforma in uno di quei messaggetti per gli amici dei nemici. Alla puntata partecipa anche il Bocchino Italo, stranamente in grande spolvero, capace di utilizzare queste incertezze e ne approfitta con un provocatorio: «Vedi fascisti in giro?» La risposta è in due tempi: «Sì!» E qui il cuore si allarga: finalmente un po' di verità. Alla ribattuta:«Dove?» Segue:«Ti porto delle fotografie.» E qui lo scoramento. Ma come, delle fotografie? Anche qui fuori i nomi, fuori le circostanze, fuori i fatti. E ce ne sono: dai migranti, agli aiuti agli evasori, allo schiacciamento dei più deboli .... Poi ti domandi perché la gente non vada a votare. E di fascisti, nei termini e nei modi, ne girano addirittura in Parlamento.  Nella puntata del 29 marzo anche il Della Valle Diego s’è esercitato con lo strumento: ha diviso gli imprenditori tra i seri e i furbatti. Alla domanda chi siano i secondi ha risposto:«Quelli che hanno lasciato il Paese fingendo di stare qua.» «Ha chi sta pensando?» chiede la Gruber Lilli, ma la risposta è evanescente, come non si conoscessero le antipatie del Della Valle Diego e allora tanto vale dire. Chi invece, all’apparenza, sembra parlare chiaro, il che non vuol dire veritiero,  è la maggioranza. Ed ecco parlare delle vittime dei naufragi come di casualità e non vera scelta politica, tanto per dirne una.Poi c’è stata la trovata del LaRussa Ignazio: ha disegnato quanto successo a via Rasella come l’attacco ai musicisti di un corpo bandistico, oltre a tutto già avanti con l’età. E quindi la trovata sulla tutela della lingua italiana: bere brandy e cognac diventerà un’impresa. Ed è di oggi l’aver addebitato con chiarezza gli attuali ritardi nel pnrr al Draghi Mario, oggettivamente attribuirli a chi governa da sei mesi è francamente ridicolo. Come ridicolo è aver ripescato il ponte sullo stretto. Ma almeno, castronate incluse, questo governo parla chiaro e poi ci si domanda perché i pochi  andati ai seggi li abbia votati.

Buona Settimana e Buona Fortuna.

venerdì 28 novembre 2014

Chi contro Renzi? Nessuno, uno, centomila.

Le ricerche dicono che l’approccio personalistico venga vissuto come concretezza. Ma lo affermavano prima delle ultime elezioni regionali. Adesso, sembra, che il leader lontano sia più debole del leader vicino. Se Renzi non sembra avere un avversario tra i big nazionali degli altri partiti forse ne può trovare centomila tra quelli locali.

Pirandello senz’altro apprezzerà il titolo. già di suo amava il paradosso e perdonerà pure che sia utilizzato, un po’ stiracchiato, per una questione non così importante e filosofica come la comprensione del proprio essere.  Al dunque questa è la domanda che attanaglia la stragrande maggioranza dei commentatori politici, giornalisti, conduttori di talk show e magari anche qualcuno degli elettori. Che trovarli in questi giorni diventa pure difficile.

Chi contro Renzi? Fino ad oggi la risposta sembra essere:«nessuno» Non viene in mente alcun nome nell’attuale panorama politico che sembri in grado di contrastare l’asfaltatore. Anche i più giovani come Fitto o come Alfano o come Cattaneo, sembrano non vecchi ma addirittura decrepiti: sono lì già da una vita. Da troppo tempo girano nel fantastico mondo della politica. Gli altri fanno parte del paleolitico. E Renzi di tutto questo se ne fa una ragione come peraltro  del dissenso del sindacato e anche della scarsa affluenza alle urne. E probabilmente si è fatto una ragione anche che il suo governo esista e che i sondaggi dicano che se si votasse adesso lui, nonostante il calo di consensi, vincerebbe alla grande. Quindi chi contro? Nessuno.

Però qualcuno episodicamente ci prova a lanciare una candidatura. Magari a titolo personale. E qui entra in ballo l’uno pirandelliano. «Uno» è Salvini e «uno» è Passera. Qualche settimana addietro ha fatto una fugace apparizione come «uno» anche Diego Della Valle. Adesso è in ombra ma magari poi riappare. Cuperlo, Civati e Fassina forse hanno il buon senso di non considerarsi un «uno» che poi a stare a strascico se ne guadagna. Però, però. c'è Salvini, è come Bossi tutta demagogia nazionalpopolare o, lui lo preferirebbe, federalpopolare. E le sue cento felpe sono lì a dimostrarlo. E’ un Bossi in formato giovane, sguaiatello, senza competenze, già bollato in Europa come «assenteista» e definito da Maurizio Ferrara semplicemente  «un attaccamanifesti.» E Ferrara è uno che di patacche se ne intende non foss’altro per quelle che sostiene da trentanni e più. Data dalla sua conversione a Craxi

C’è anche Corrado Passera  che, lo ha dichiarato ufficialmente, si candiderà come aspirante premier per il centrodestra o i moderati o comunque per quelli non di sinistra. Si porta dietro, ahilui, non pochi “peccati mortali”: essere stato ministro del governo Monti e prima ancora amministratore delegato di banche che di loro non hanno un bel posizionamento nell’immaginario collettivo. Ma non solo: ha passeggiato anche con i capitani coraggiosi che hanno affossato Alitalia, facendola pagare ai contribuenti. Precedenti pesanti per presentarsi come il garante del bene comune. Forse se ne possono trovare di meglio. Ma si vedrà.

Le ricerche, però, dicono che nell’attuale contesto l’approccio “personalistico” pare funzionare e che sia anche considerato un elemento di concretezza. Ma le ultime elezioni in Emilia-Romagna suonano diversamente: non si va a votare per il leader regionale, lontano,  ma ci si sposta per quello locale:il sindaco. Lui lo si conosce e si sa cosa può fare e cosa no. Come dire che i centomila del territorio possono sparigliare. Che senz’altro è cosa che piacerebbe a Pirandello. Potrebbero i «centomila», se i singoli territori ne avessero la voglia e magari anche un po’ di capacità, connettersi e fare rete. E allora magari ogni singolo potrebbe mandare a Roma il politico che conosce meglio e di cui si fida. Che poi sarebbe un vincere facile: centomila contro uno solo. Si vince a mani basse. Lo dice anche la pubblicità.
La domanda è: chi si candida a fare da federatore dei centomila?


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giovedì 23 ottobre 2014

Chi contro Renzi?

Il premier vagheggia il partito della nazione che è come mettere in valigia il costume da bagno ed i moon boot. Una ricerca di CE&co indica nel cambiamento la domanda politica che viene dal Paese incrociandola con le categorie di destra e sinistra.  Le variabili critiche per gli aspiranti anti-Renzi: fiducia e simpatia. Al momento come concorrenti si sono palesati Passera e Della Valle. All'orizzonte c'è Di Maio  mentre Barca è scomparso.

La Storia dirà, avendone voglia e in un futuro chissà quanto lontano, se quello che Renzi sta vivendo in questi giorni sia l’apice del suo successo (e potere) o solo una tappa intermedia, e quindi si abbia spazio per un ulteriore allargamento. Certamente coloro che vivono il presente, giorno dopo giorno, apparizione tv dopo apparizione tv, cronoprogramma dopo cronoprogramma e promessa dopo promessa si stanno domandando se ci sia (o ci sarà) qualcuno che possa essere l’antagonista del vivace Presidente del consiglio. E soprattutto antagonista in cosa e in come.

Quel che è certo è che Renzi Matteo si sta espandendo come una macchia d’olio inglobando allo stato attuale, che qualcuno potrebbe pure uscirne per il rotto della cuffia, tutto e tutti. Brunetta Renato propone di dargli la tessera di Forza Italia mentre Gennaro Migliore (ironia dei nomi) lascia Sel per avvicinarsi, lento pede forse per non dare nell’occhio, a quella del Pd  Se si prendono per buoni i sillogismi (o anche il principio dei vasi comunicanti) succede che Brunetta, passando per il centro la tessera di Forza Italia la dà a Migliore. Ex pericoloso sinistro. Altro che dadaismo. 

Comunque Renzi che non si fa crescere l’erba sotto i piedi è già più oltre e sta pensando al partito della nazione. Che magari, nelle intenzioni è anche unico e dentro ci sta proprio di tutto come nelle valigie di quelli che per la vacanza non scelgono la destinazione ma l’offerta last minute. E quindi per non sbagliare infilano il costume da bagno dentro i moon boot . La logica è che, se tutti stanno ben appiattiti dentro, trovare l’alternativa al leader diventa difficile. E questo, sapendolo con certezza ma non avendone le prove, è di certo il retro pensiero del fiorentin fonasco. Quindi chi può insidiarlo ed essergli antagonista?

Una intrigante ricerca sviluppata in tre spet temporali, l’ultimo dei quali nel giugno 2014, su tre campioni indipendenti ciascuno di 800 casi, condotta da CE&Co, l’istituto di ricerca diretto da Carlo Erminero, indica come la domanda politica sia ragionevolmente univoca e saldamente ancorata al concetto di cambiamento. E che questa si polarizzi tra chi ritiene che il sistema possa essere riformato e chi per opposto che debba essere abbattuto. Con la variabile destra-sinistra, diversamente declinata a fare da spartiacque. Laddove per destra si intende che il cambiamento debba avvenire senza la costrizione di «alcuna regola avendo come unico riferimento il “merito”» mentre per sinistra si intende il riconoscimento di una «sostanziale uguaglianza: nessuno deve vincere troppo».

Gli intervistati, on line su un panel web proprietario, si sono spinti fino a definire il posizionamento di un ben nutrito numero di personaggi politici.  Quasi inutile dire che l’area mediana  tra destra e sinistra, con prevalenza centrosinistra, è la più affollata e che la differenza tra i vari nomi indicati si misura sulla propensione al cambiamento attribuita a ciascuno. Due le criticità che possono (potrebbero) spostare i posizionamenti: la fiducia (credibilità) e la simpatia. Due attributi che, come dice la parola stessa, sono “dati” più che “posseduti”. Cioè è il contesto che li esalta o li deprime.

È appurato dalla logica, ancor prima che dai numeri, che quelli che si son baloccati con la politica negli ultimi venti anni sono tagliati fuori: la loro incapacità ha generato il modello Renzi. Il quale si sta impegnando a contraddire il mito di Crono: è il figlio che mangia il genitore.  Chi è causa del suo mal pianga sé stesso. In ogni caso non potranno essere dei credibili antagonisti di Renzi con qualche possibilità di vittoria gli ultrasessantenni Bersani e D’Alema, e avranno vita grama nel breve-medio anche quelli alla Fassino e Chiamparino, che pure avevano intuito il pericolo o eran corsi in soccorso del vincitore. Non potranno farcela neanche il cinquantatreenne Gianni Cuperlo e il quarantatreenne Angelino Alfano. Per dire degli “amici”. Sono vecchi dentro e capaci di evocare un sogno tanto quanto un tappo di sughero che galleggi in una pozza d’acqua piovana. Sulla stessa barca dei perdenti trova spazio, anche se con motivazioni diverse Silvio Berlusconi. Certamente è (stato) un gran venditore di sogni ma si trova spiazzato da due fatti: Renzi promette (meglio) le stesse cose (o quasi)  che lui in vent’anni non è stato capace di realizzare e in più, patto del Nazareno, gli conviene star tranquillo per non correre altri inutili rischi. A destra non c’è nient’altro avendo il domiciliato di Arcore dato credito solo a portatori di voti dalla mediocre levatura politica.

Chi resta allora sulla piazza? Posizionato all’esatto opposto di Renzi è Grillo con una parte, forse consistente ma senz’altro non con la totalità, del M5S. Grillo però (in coppia con Casaleggio deve avere un diabolico pensiero) sta dilapidando giorno dopo giorno il tesoretto di consensi acquisito con un comportamento ondivago e dai tratti decisamente bizzarri.  E comunque come hanno insegnato tutte le rivoluzioni, da quella francese in avanti, la quantità di sangue che la gente (il popolo) è disposta a sopportare ha un limite fisiologico.  Nella stessa area e in parte con gli stessi problemi si trova anche Salvini. Il bagno di folla di Milano non sposta granché.  Con l’aggravante di una minor simpatia e maggior rozzezza.

Di nuovo o simil tale al momento ci sono solo due potenziali concorrenti che si stanno spendendo molto: Corrado Passera e Diego Della Valle. Il primo sta cercando di costruire un partito dal nome improbabile (Italia Unica) e si porta dietro il grave peccato di essere stato ministro del governo Monti. Ha alle spalle una carriera importante ma forse non è sufficiente per generare fiducia e sul versante simpatia è buio pesto. Diego Della Valle si presenta come uomo normale, di recente e planetario successo. Vanta inoltre la conoscenza, da outsider e contestatore, del grande capitale. Ma non ha alcuna struttura a sostegno e queste non si costruiscono dal nulla.

Ci sarebbe un terzo, nel lontano orizzonte: Luigi Di Maio. Lui una struttura ce l’avrebbe e potrebbe caricarla anche di altri plus: anche lui appartiene alla categoria dei normali, è equilibrato, dialettico al punto giusto (Renzi lo patisce) ha dieci anni meno del Presidente del Consiglio e si è tagliato lo stipendio. Ma prima di misurarsi con Renzi dovrebbe sistemare i conti con Grillo. Non è facile ma il tempo forse lavora per lui. Una volta c’era anche Fabrizio Barca ma di lui si son perse le tracce: se uno il coraggio non ce l’ha non se lo può dare.

venerdì 3 ottobre 2014

Diego Della Valle parla bene ma come razzola?

La sua azienda va alla grande, conosce bene il mondo degli affari. Quando è entrato nei salotti buoni ha contestato i vecchi residenti. Con Italo perde soldi ma le FFSS non si sono comportate come gentiluomini inglesi- Ha amicizie varie e inimicizie molteplici. Nel Paese più dadaista del mondo c’è posto anche per lui.

Ormai è qualche tempo, dal 1994, che Diego Della Valle gironzola nei dintorni della politica quindi le sue presenze televisive, che nelle ultime settimane si sono intensificate, non devono suonare di sorpresa per alcuno. Di lui si dice che dopo essere stato elettore del partito repubblicano sia stato incantato da Berlusconi, ma fu fascinazione di breve durata. Pare che già dopo un paio d’anni fosse deluso dal domiciliato d’Arcore e decidesse di muoversi per altri lidi. La cosa di per sé fa già salire la colonna delle positività di almeno un paio di punti.

Da quel che dice sembra uomo di buon senso piuttosto che partigiano di una parte (sinistra) piuttosto che dell’altra (destra). Con un po’ di civetteria si definisce ciabattino e non gli dispiace ricordare d’essere figlio e nipote di operai e quindi qualche ricordo, foss’anche lontano, di cosa si debba fare per arrivare alla fine del mese deve averlo mantenuto. E forse per lo stesso motivo pare che conosca bene i disagi dei pendolari che spesso cita. Indubbiamente è uomo che sa far funzionare la sua azienda e oltre alla produzione conosce bene il mondo degli affari. Ammette che star fuori da certe stanze non aiuta il business e per questo, alla fine degli anni novanta, acquistò quote di Banca Nazionale del Lavoro ed entrò nel consiglio d’amministrazione della Comit, poi in Mediobanca e quindi in Rcs. Senza voler dimenticare la Fiorentina. Una squadra di calcio fa status anche se, dopo i primi incontri, la compagnia non gli deve essere piaciuta molto e ha passato la mano al fratello.  Ma d’altra parte non sempre si possono scegliere i vicini.

Dovunque è stato ha svolto la parte del contestatore del sistema esistente. Essendo del ’53 gli deve essere rimasta attaccata qualche scoria del tardo ’68. Comunque a dare un’occhiata anche superficiale al sistema economico-finanziario italiano vien difficile dargli torto. Dopodiché lui avrà i suoi obiettivi, tutti legittimi e retti, si immagina, ma al momento non sono questi in discussione. Li si analizzerà a tempo debito.

Oltre che ai salotti sedicenti buoni della finanza italica si è dato da fare sul campo sia in Italia che negli Usa. Ha fondato un fondo di investimento dedicato al lusso (Charme), ha partecipazioni in molte aziende: Piaggio, Bialetti, Ferrari (e bisognerà vedere per quanto ancora) e Cinecittà. Negli Usa ha comprato e venduto quote di Saks Fifth Avenue. E pare abbia sempre guadagnato dalle sue operazioni. L’unica che gli va in perdita è Italo, la compagnia ferroviaria. Ma ad onor del vero sono da dire due cose. La prima è che Italo corre solo sulle tratte ricche e non si occupa affatto dei percorsi dei pendolari. E questo lascia un po’ di amaro. La seconda e che  le FFSS gli hanno creato un sacco di problemi e, per dirla come va detta, non si sono comportate come dei gentiluomini inglesi. Ma d’altra parte Mauro Moretti non ha mai preteso di esserlo. Oltre a tutto viene dalla Cgil.

Qualche volta ha detto di non essere contro la patrimoniale, se fatta con equità, talaltra ha confermato che le tasse dovrebbero essere pagate secondo i propri redditi. Non è una gran novità ma detta da un miliardario suona meglio.  

Le sue amicizie sono varie: da Luca Cordero di Montezemolo a Luigi Abete a Clemente Mastella e , forse, D'Alema Massimo. Non sono proprio la stessa cosa ma lui che li conosce di persona vi ha trovato del buono. Magari un giorno dirà dove stà. I nemici invece, come capita a molti, sono tanti: Marchionne, da sempre, poi Elkan John, che lui chiama Yaki, Berlusconi, Verdini e poi Renzi e poi il già citato Moretti. Quelli di seconda schiera non sono considerati.

Accusa Renzi di aver fatto tonnellate di promesse mentre i fatti conclusi si pesano ad etti. E anche qui dargli torto viene difficile. A sentire i beni informati starebbe pensando ad un governo fatto solo da esperti che non vuol dire tecnici. Di quelli ne ha avuto abbastanza anche lui. Il suo nuovo slogan è: «questa non è l’ultima spiaggia.» Che tradotto significa: «ci sono alternative a Renzi (ed io sono una di quelle. Se non l'unica.).» 

A questo punto restano due interrogativi: come fa ha racimolare i voti per governare e poi quali sono i suoi esperti. Dopodiché nel paese più dadaista che c’è una chance la si può dare anche a lui. Che un conto è parlare un altro è razzolare.

martedì 30 settembre 2014

Riecco D’Alema

Arriva buon quarto a criticare Renzi. Non ha proposte,non solo serie ma neanche divertenti. Esalta l’introduzione dei co.co.pro e delle altre decine di forme di flessibilità. Dà anche un piccolo omaggio alla Fornero. Deluso per mancate nomine? Va dato credito alla buona fede, come diceva Andreotti.

Dopo Ferruccio De Bortoli, dopo il segretario della Cei, Nunzio Galatino, dopo Diego Della Valle, ecco che buon quarto (quindi fuori dalla zona medaglie) arriva a criticare il Presidente del Consiglio anche Massimo D’Alema. 
Evidentemente il vice-conte vaticano se da un lato deve cedere il passo alle gerarchie di oltre Tevere dall’altro dà la sensazione di alzarsi tardi la mattina e di aver bisogno di parecchio tempo per carburare. Comunque, il Corriere della Sera gli regala un intero  paginone per dire la sua. Al solito l’intervistatore è Dario Di Vico, meglio apprezzato quando scrive su Style. Che fare la spalla (dire trombonista non sarebbe fine) non è mai bello. Comunque ognono ha la sua: Renzi ha Cazzullo.

Nella lunga intervista Massimo D’Alema non dice granché anche se lo illustra con gran dovizia di parole e una certa bella dose di supponenza che De Vico riesce a trasmettere con grande vigore. Che risultare saccenti anche quando le parole sono riportate per scritto non è da tutti. In ogni caso l’ex  aspirante al ruolo di commissario agli esteri dell’Unione butta là con non chalance anche una citazione che vorrebbe essere colta e anche questa è una sua caratteristica. La citazione viene tratta addirittura dai Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci, dice il D’Alema, e riguarda i giovani che si devono misurare con le generazioni precedenti. L’originalità è scarsa ed il senso è ovvio per non dire banale. Avrebbe potuto dirla anche lo zio di Bonanni e magari con qualche maggior ragione. E comunque pare che la cosa fosse già nota anche agli antichi egizi: i giovani non sono più come quelli di una volta.  Dopodiché D’Alema rivela all’orbe terracqueo che Matteo Renzi è in difficoltà con Bruxelles ma in questo non è solo poiché lo sono anche i socialdemocratici tedeschi e pure Draghi è attaccato dalla Merkel. Novità zero-punto-zero.  

Indi poscia l’ex navigatore D’Alema (pare che la barca Ikarus sia stata venduta, chissà a chi) si dice fermo sostenitore delle riforme istituzionali ma Renzi le fa in mal modo così come sbaglia quando affronta la questione dell’articolo 18 e più in generale del lavoro. Ovviamente lui, il D’Alema, con la vecchia guardia del Pd:«Abbiamo innovato radicalmente il mercato del lavoro. Abbiamo proceduto in maniera coraggiosa e radicale, con forme di flessibilità che con il tempo si sono dimostrate perfino eccessive.» Bene, vien da dire. Finalmente c’è qualcuno che fa l’elogio dei contratti co.co.pro. e delle altre decine di cui è composto l’italico mercato del lavoro. Uomini di tanto fegato vanno conservati. Magari in naftalina. Dimentica di dire, il vignaiolo D’Alema, che oramai le forme sono così tante che non ci si raccapezza più. Comunque, che bravo l’ex (per fortuna) deputato D’Alema. 

Ovviamente «Questi interventi avrebbero dovuto essere affiancati – ha proseguito il  nostro – da innovazioni anche nel campo del welfare e della formazione permanente dei lavoratori: purtroppo è avvenuto solo in parte.» Per responsabilità di chi? Verrebbe da chiedersi, ma non c’è alcuna risposta a verbale. Che se ci fosse la colpa ricadrebbe al solito sul destino che non solo è cinico ma pure baro. Ovviamente al D’Alema non viene in mente di considerare che quanto lui sta così disprezzando piace, Pagnoncelli docet, al 73% dell’elettorato del Pd. Una bazzecola. Naturalmente, per chi è laico e ghibellino, non basta essere maggioranza per avere ragione, come peraltro scriveva Hanna Arendt. Ma neppure l’essere minoranza dà dei punti per scalare la classifica della ragione. E come tocco finale, perché no? Anche un piccolo riconoscimento alla legge Fornero. In fondo degli oppositori a Renzi non si butta niente, come con il maiale.

Ciò che in tutta l’intervista manca, come sbagliarsi, è lo straccio di una concreta proposta alternativa a quella renziana il che trasformerebbe una semplice minoranza in un’opposizione seria con cui confrontarsi. Perché considerare l’allungamento del periodo di prova fino a sei anni per mantenere l’articolo 18 non è una proposta ma come direbbe un genovese una belinata  o un toscano una bischerata o un veneziano una monata . Sugli altri dialetti meglio non esercitarsi perché il politicamente scorretto è dietro l’angolo. Insomma il solito D’Alema che parla tanto per non dire nulla.


Qualche sospetto che l’intervista sia stata dettata più dal dispetto per mancate soddisfazioni che dalla vera voglia del confronto (mancano visioni alternative) senz’altro c’è. Tuttavia va dato credito alla buona fede, come diceva Andreotti. Buon’anima.

giovedì 3 aprile 2014

Il Colosseo lavato con l’acqua è d’oro. Una bella metafora.

Se Matteo Renzi facesse come i restauratori del Colosseo magari caverebbe qualche ragno dal buco. C’è chi pensa che una risposta semplice ad un problema complesso sia stupida, ma non è vero. Le risposte e le soluzioni complicate sono più stupide e richiedono più tempo. Con il Colosseo d’oro sarà contento Claudio Scajola.

Giallo, nelle sue varie sfumature,  sembra essere il vero colore del Colosseo. Il colore dell’oro. Ai romani dell’epoca pareva di imbattersi in un sogno quando svoltando dalle varie strade che in questo confluivano e se lo trovavano davanti. E lo stesso accadrà, moltiplicato per cento, ai contemporanei, appena sarà finito il restauro. Per portare alla luce questa meraviglia di colori è bastato solo lavarlo. A riprova che non sempre le risposte semplici sono sbagliate. O stupide.

Per essere sporco il Colosseo sporco lo era per davvero (e lo è ancora nella parte ancora da sistemare), tutta colpa dell’aria inquinata e degli scarichi delle auto.  Per portarlo a nuovo, ma lasciandogli la patina del tempo. lo stanno pulendo con l’acqua. Acqua semplice, neppure quella con le bollicine e pure pubblica, come da referendum, che quindi dovrebbe pure costare poco. Non sono all’opera macchine sofisticate o studiate alla bisogna, non si stanno usando materiali intrusivi, quindi niente solventi, nessun additivo chimico o detersivo e a quanto pare neppure uno spazzolone che tutto sommato almeno lui, lo spazzolone della nonna, ce lo si poteva pure aspettare. E invece niente. Solo acqua. Oddio, l’hanno incanalata in una bella e tutto sommato semplice ragnatela di tubi costellati da tantissimi semplici ugelli dotati di altrettanto semplici rubinetti per poter regolare l’intensità del getto, ma sempre di acqua si tratta.  E poi ci lavorano anche in pochi: dieci restauratori laureati e specializzati. Più ovviamente il direttore ai lavori che il caso vuole sia una donna. Il che è detto non tanto per fare l’ennesimo e noioso panegirico della produttività e neppure della ormai frusta questione delle quote rose, ma solo per evidenziare un dato di fatto.

Certo che se anche Matteo Renzi, qui nell’accezione di sineddoche per il totale mondo della politica, si accompagnasse a ragionamenti semplici e proponesse altrettanto semplici soluzioni il Belpaese se la caverebbe anche bene e pure velocemente. Visto questo suo inopinato amore per il mito della velocità futurista. Quello che frega i bene intenzionati sono i patteggiamenti, le mediazioni e i compromessi. Magari un po’ di semplice intransigenza farebbe bene. La legge elettorale e gli stipendi pubblici milionari o le pensioni doppie, triple e quadruple, alla Giuliano Amato per non dire di altri in più alto grado che si corre il rischio del vilipendio, con saldi a tre zeri, minimo, sono delle belle prove che però partono quasi (già) perse. Quando si comincia con l’inserire complicati sistemi di calcolo ci si mette da subito nella parte degli sconfitti. E il caso di Moretti e poi quello di Scaroni (già condannato in primo grado che sulla sua prossima nomina ci sarebbe non poco da dire) sono bei banchi di prova. O bei trabocchetti. Diventerà difficile dire che non è stato possibile fare perché i poteri forti sono troppo forti. Ché se un potere non è forte che potere è?  Comunque questa scusa frustra è già stata usata da Berlusconi che nell’evocarla non si rendeva conto, quando mai, di coprirsi di ridicolo. Che fare del vittimismo non aiuta. E mette tristezza.

Indichi Renzi, questa volta nell’accezione di lui-sé-medesimo, cosa vuole fare, bello chiaro e tondo. E magari pure come conta di arrivarci senza tirare in ballo gli obiettivi epocali che quelli li sa dire anche D’Alema. E poi detta chiara tutti gli obiettivi sono buoni che viene raro trovare esplicitato un obiettivo palesemente malintenzionato.  I contribuenti sopra i 300.000€ anno non soffriranno tanto se dovranno pagare un po’ di più di tasse e poi sono, mal contati, solo 28.000. Elettoralmente non rappresentano un granché. Così come sono tutto sommato pochi e ben controllabili gli imprenditori che guadagnano meno dei loro fattorini. Poi si faccia entrare il privato dove il pubblico scalchigna e non il contrario. Della Valle per il Colosseo spende 25milioni€ ne dovrà spendere almeno altrettanti per far sapere al mondo che lo sta facendo e ne avrà un ritorno di immagine. Bene. Se lo merita. Lo stesso si potrebbe fare con Pompei e con il resto del patrimonio archeologico ed artistico che si sta sgretolando o finendo ad ammuffire nelle cantine. E magari così potrebbero venire anche degli stranieri ad investire in sponsorizzazioni. Perché no?  Tutti se ne avvantaggerebbero e ne sarebbero contenti.


Così come senz’altro sarà contento Scajola Claudio. Magari adesso che il Colosseo è ripulito e sembra d’oro, che anche questo l’hanno fatto a sua insaputa, si terrà l’appartamento pagato solo per due terzi. O forse aumenterà il prezzo di vendita. In ogni caso sarà contento.

mercoledì 10 luglio 2013

Standard&Poor's manda l'Italia in serie B e il parlamento chiude.

L'agenzia di rating ci punisce ma i francesi vengono a fare shopping d'aziende in Italia. I giornali, perennemente in perdita sono considerati opzioni strategiche da chi da scarpe e automobili. I parlamentari vogliono chiudere il parlamento. L'Italia sesta prova ontologica dell'esistenza di Dio

Standard&Poor's, ha appioppato all'Italia il rating BBB portandola così al penultimo gradino della scala che questi signori americani hanno ideato. Dopo BBB c'è solo BBB- che è come dire per una squadra di calcio finire tra i semiprofessionisti della serie D. 
Dopo di questo gradino ci sono solo i campionati amatoriali o le partitelle scapoli contro ammogliati di vecchia memoria o per aggiornare il concetto al linguaggio di adesso precari contro partite Iva. Ché quelli che hanno un posto fisso col cavolo che corrono il rischio di rompersi una gamba su un campetto strapelato.
Sul merito e sul metodo che hanno portato gli analisti di S&P a questa decisione c'è molto da discutere e da dire, e il ministro Saccomanni sta facendo la sua parte per salvaguardare gli interessi della ditta, come direbbe Bersani.

Quel che lascia un po' basiti, ma poi non più di tanto, e gli stranieri ce ne capiscono praticamente un'acca, è invece il contesto in cui cade la notizia che da taluni viene definita con l'aggettivo ferale. Il contesto sembra da commedia degli equivoci, Ci fosse ancora Georges Feydeau ci andrebbe a nozze.
Infatti mentre il Belpaese viene retrocesso ai margini del campionato, va ricordato che c'è stato un tempo in cui l'Italia è stata la settima potenza economica del mondo, un paio di aziende italiane cult, una nel mondo della moda (Loro Piana) e l'altra in quello della pasticceria (Cova), vendono l'80% delle loro quote a gruppi stranieri, mentre un'altra famosa, in tutto il mondo per i suoi prodotti calzaturieri (Tod's) e non solo, è in competizione con una che produce automobili (Fiat) per l'acquisto di un giornale (Corriere della Sera) e infine un gruppo parlamentare (Pdl) vuole chiudere il parlamento. Con alcuni corollari e successive domande, ovviamente retoriche, che anziché chiarire confondono ancora di più.

Corollario 1 (brevissimo): le aziende italiane valgono e per questo i gruppi stranieri le comprano. Domanda: perché il Belpaese sta andando a ramengo se le sue aziende valgono?
Corollario 2 (breve): la Fiat un giornale ce l'ha già e si chiama La Stampa, e di suo perde già un bel po' di soldi . Domanda: perché è opzione strategica l'acquisizione del Corriere della Sera che di soldi ne perde più de La Stampa?
Corollario 3 (mediamente breve): Tod's è un grande gruppo a livello internazionale della moda e del lusso e ha raggiunto questi risultati senza possedere neanche il giornaletto del paese. Domanda: che se ne fa di un giornale, oltre tutto solo nazionale, quando nel Paese il numero di lettori di quotidiani è rimasto lo stesso di oltre cinquanta anni fa?
Corollario 4 (lunghetto): Il Pdl pur perdendo clamorosamente le elezioni, non è stato rivotato da sei milioni di elettori, ha chiesto ed ottenuto un governo detto delle larghe intese. In verità le intese con gli altri partiti con cui divide il governo (Pd e Lista civica) sono praticamente inesistenti. Nel governo ha posizioni di rilievo. Ad ogni momento sostiene che, per responsabilità, parola che non sempre Maurizio Gasparri riesce a pronunciare bene e Daniela Santanché deve sillabare per non confondersi, tiene separate le grane giudiziarie del fondatore dalle questioni di governo. In passato il Pdl ha lottato per avere prima il processo lungo e poi quello breve. Domanda (anch'essa lunghetta): perché adesso che la Cassazione procede celermente (per obbligo peraltro e ha anche già individuato una scappatoia per dare maggior tempo alla difesa) vuol chiudere il parlamento per tre giorni e poi si accontenta di uno ben sapendo che il precedente storico fu un disastro? E dire che l'Aventino del 1924 poteva contare su personaggi politici di ben altro spessore che con Cicchitto e Capezzone neanche è partita.

Ad ogni domanda la risposta di buon senso è un fantastico: boh!
In questa situazione il povero ministro Saccomanni avrà i suoi grattacapi per spiegare agli analisti di S&P che qualche errore di valutazione l'hanno commesso. E anche Enrico Letta avrà il suo bel da fare, ma la responsabilità è in parte anche sua visto il suo continuo traccheggiare, nell'andare a spiegare la situazione agli amici dell'Europa.
Quindi situazione è disperata a meno che non si ricorra alla fede, in questo caso la prima enciclica di Francesco, Lumen fidei, cade a proposito e anche a sant'Anselmo d' Aosta.
Sì, perché l'Italia rappresenta, unica nazione al mondo, la sesta prova ontologica dell'esistenza di Dio:«Solo l'esistenza di un Dio buono può consentire a questa nazione di sopravvivere e cavarsela sempre.»

Purtroppo però, e ciò vale solo sul versante della fede, perché il diavolo fa le pentole ma non i coperchi c'è un corollario. E questo recita, a beneficio di UAAR: «l'Italia è la prova provata della non esistenza di Dio. Se esistesse un Dio giusto un paese come questo l'avrebbe già fatto sprofondare.»

A scelta.