La
sua azienda va alla grande, conosce bene il mondo degli affari. Quando è
entrato nei salotti buoni ha contestato i vecchi residenti. Con Italo perde
soldi ma le FFSS non si sono comportate come gentiluomini inglesi- Ha amicizie
varie e inimicizie molteplici. Nel Paese più dadaista del mondo c’è posto anche
per lui.
Ormai è qualche tempo,
dal 1994, che Diego Della Valle gironzola nei dintorni della politica quindi le
sue presenze televisive, che nelle ultime settimane si sono intensificate, non
devono suonare di sorpresa per alcuno. Di lui si dice che dopo essere stato
elettore del partito repubblicano sia stato incantato da Berlusconi, ma fu fascinazione
di breve durata. Pare che già dopo un paio d’anni fosse deluso dal domiciliato
d’Arcore e decidesse di muoversi per altri lidi. La cosa di per sé fa già
salire la colonna delle positività di almeno un paio di punti.
Da quel che dice sembra
uomo di buon senso piuttosto che partigiano di una parte (sinistra) piuttosto
che dell’altra (destra). Con un po’ di civetteria si definisce ciabattino e non
gli dispiace ricordare d’essere figlio e nipote di operai e quindi qualche
ricordo, foss’anche lontano, di cosa si debba fare per arrivare alla fine del
mese deve averlo mantenuto. E forse per lo stesso motivo pare che conosca bene i
disagi dei pendolari che spesso cita. Indubbiamente è uomo che sa far
funzionare la sua azienda e oltre alla produzione conosce bene il mondo degli
affari. Ammette che star fuori da certe stanze non aiuta il business e per
questo, alla fine degli anni novanta, acquistò quote di Banca Nazionale del
Lavoro ed entrò nel consiglio d’amministrazione della Comit, poi in Mediobanca
e quindi in Rcs. Senza voler dimenticare la Fiorentina. Una squadra di calcio
fa status anche se, dopo i primi incontri, la compagnia non gli deve essere
piaciuta molto e ha passato la mano al fratello. Ma d’altra parte non sempre si possono
scegliere i vicini.
Dovunque è stato ha
svolto la parte del contestatore del sistema esistente. Essendo del ’53 gli
deve essere rimasta attaccata qualche scoria del tardo ’68. Comunque a dare un’occhiata
anche superficiale al sistema economico-finanziario italiano vien difficile
dargli torto. Dopodiché lui avrà i suoi obiettivi, tutti legittimi e retti,
si immagina, ma al momento non sono questi in discussione. Li si analizzerà a
tempo debito.
Oltre che ai salotti sedicenti
buoni della finanza italica si è dato da fare sul campo sia in Italia che negli
Usa. Ha fondato un fondo di investimento dedicato al lusso (Charme), ha partecipazioni in molte
aziende: Piaggio, Bialetti, Ferrari (e bisognerà vedere per quanto ancora) e Cinecittà.
Negli Usa ha comprato e venduto quote di Saks Fifth Avenue. E pare abbia sempre
guadagnato dalle sue operazioni. L’unica che gli va in perdita è Italo, la
compagnia ferroviaria. Ma ad onor del vero sono da dire due cose. La prima è
che Italo corre solo sulle tratte ricche e non si occupa affatto dei percorsi dei
pendolari. E questo lascia un po’ di amaro. La seconda e che le FFSS gli hanno creato un sacco di problemi
e, per dirla come va detta, non si sono comportate come dei gentiluomini
inglesi. Ma d’altra parte Mauro Moretti non ha mai preteso di esserlo. Oltre a tutto viene dalla Cgil.
Qualche volta ha detto
di non essere contro la patrimoniale, se fatta con equità, talaltra ha
confermato che le tasse dovrebbero essere pagate secondo i propri redditi. Non è
una gran novità ma detta da un miliardario suona meglio.
Le sue amicizie sono
varie: da Luca Cordero di Montezemolo a Luigi Abete a Clemente Mastella e , forse, D'Alema Massimo. Non
sono proprio la stessa cosa ma lui che li conosce di persona vi ha trovato del
buono. Magari un giorno dirà dove stà. I nemici invece, come capita a molti, sono
tanti: Marchionne, da sempre, poi Elkan John, che lui chiama Yaki, Berlusconi,
Verdini e poi Renzi e poi il già citato Moretti. Quelli di seconda schiera non sono considerati.
Accusa Renzi di aver
fatto tonnellate di promesse mentre i fatti conclusi si pesano ad etti. E anche
qui dargli torto viene difficile. A sentire i beni informati starebbe pensando
ad un governo fatto solo da esperti che non vuol dire tecnici. Di quelli ne ha
avuto abbastanza anche lui. Il suo nuovo slogan è: «questa non è l’ultima
spiaggia.» Che tradotto significa: «ci sono alternative a Renzi (ed io sono
una di quelle. Se non l'unica.).»
A questo punto restano due interrogativi: come fa ha racimolare
i voti per governare e poi quali sono i suoi esperti. Dopodiché nel paese più dadaista
che c’è una chance la si può dare
anche a lui. Che un conto è parlare un altro è razzolare.