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sabato 31 agosto 2019

Carlo Calenda: la mosca cocchiera.


Da Fedro a Gramsci ai giorni nostri  di mosche cocchiere la politica ha fatto il pieno. La teoria degli utili idioti ha delle falle: non sempre sono utili. Il miracolo del cortisone: nasce Siamo Europei. Ma non si dimette da europarlamentare. 

Carlo Calenda parlamentare europeo ex PD
 L’espressione “mosca cocchiera” è usata da Antonio Gramsci,  nei Quaderni dal Carcere, per indicare quei sedicenti politici che, pur contando nulla e quasi nessuno rappresentare, si permettono di discettare sul mondo e danno continue indicazioni di linea politica.

In verità l’espressione è di assai più antico conio e risale nientepopodimeno che a Fedro, scrisse una favola dal titolo La mosca e la mula,  così recita: "Una mosca si posò sul timone di un carro e rimproverando una mula
disse: "Quanto sei lenta! Non vuoi avanzare più velocemente? Sta attenta che io non ti punga il collo con il pungiglione".
Quella rispose: "Le tue parole mi sono indifferenti; al contrario temo costui che, sedendo sulla cassetta,
dirige la mia corsa con una frusta flessibile, e mi tiene ferma la bocca con un morso coperto di schiuma.
Per questo allontana la tua frivola insolenza; infatti so sia quando bisogna andare piano sia quando si deve correre".
In virtù di questa favola si può giustamente deridere chi, senza alcuna virtù, pronuncia vane minacce."

A rileggere queste righe non a pochi sarà venuto alla mente  il Calenda Carlo, negli ultimi mesi si è posto sua sponte e nostro obtorto collo quale l’ombelico dell’italica vita politica. Come se di ganassa nel panorama non ce ne fossero già abbastanza.  Ganassa, espressione milanese, sta ad indicare persona che vuol mettersi in mostra per far la parte del più bravo della classe, in altre parole uno spaccone. 

Il Calenda Carlo dopo qualche anno passato in varie aziende, di lui non si può dire "non ha lavorato", all’inizio della prima decade del nuovo secolo si incapriccia di politica. Bah! E così lo si trova  a fare il coordinatore di Italia Futura, il movimento politico di Luca Cordero di Montezzemolo, movimento  fallito ancor prima di nascere. Ma il nostro non demorde e si presenta alle elezioni del 2013 con Scelta Civica e viene trombato, non era sotto cortisone. Letta Enrico lo premia ed entra nel governo e di lì in avanti cambiano i governi, ma per lui un posticino lo si trova sempre.  A quel punto, 2018, quando il PD perde le elezioni gli parte l’embolo e si iscrive al partito con l’idea di guidarlo pur non essendone il segretario. Ma questo è un dettaglio. Inizia così l’era del cortisone e fonda Siamo Europei, un iscritto ad un partito che ne fonda un altro. Miracolo del cortisone. Twitta come un disperato tante volte al giorno che oramai se ne perde il conto. Dice e si contraddice. Minaccia e blandisce. Solo lui sa tutto. Una pizza. E siamo alle europee del 2019: minaccia di andare da solo, trema la segreteria del PD, poi qualcuno ricorda la teoria degli utili idioti e decidono di inglobare il suo logo in quello del partito. Comunque com’è come non è viene eletto. Con i voti del PD che lui, a parte il suo, ne mette insieme pochi. Nel frattempo non perde l’occasione di richiedere la liquidazione come ex ministro. Ma non gli tocca, non è un parlamentare. S’indigna. Evvabbé.

Twitta per far cadere il governo giallo-verde che alla fine cade. Ma lui non ne ha responsabilità. Gli piacerebbe.  Adesso il PD ha la possibilità di ribaltare la situazione e lui, il Calenda, che fa? Minaccia, se ci sarà l’accordo con il M5S, di far calare la famosa spada di Damocle: andarsene e fondare il suo partito. Alla segreteria PD tremano i polsi, poi finalmente qualcuno si rende conto e dice:  Calenda non è un utile idiota, non è utile. Se ne va sbattendo la porta, ma non lo segue nessuno. Neanche la Tinagli. Come ti sbagli. E neppure si dimette da europarlamentare. Tiene famiglia.

Continuerà a twittare, ma poco alla volta non se lo filerà più nessuno e farà la fine di Di Pietro a meno che l’altro ganassa, Matteo Renzi, non decida di fondare il suo partitino di centrodestra e allora forse le due mosche cocchiere si rincontreranno e parleranno dei bei tempi andati. Alleluja.

mercoledì 25 maggio 2016

Napolitano Giorgio si è offeso.

L’Anpi dice che chi vota NO difende la Costituzione. È un’opinione buona come un’altra, soprattutto nella polemica politica. Per molti, ma non per Napolitano Giorgio che si sente offeso. E dire che non è neanche iscritto all’Anpi.Tra i bambini non ci sono quelli che si sentono offesi.


Giorgio Napolitano senatore a vita
Quando qualcuno si offende, nel senso che le parole d’altri, magari anche senza volere, lo hanno urtato non è bello. Non è bello nel mondo del politicamente corretto e neanche in quello del politicamente non corretto. Se si vuole essere corretti. Il fatto di Napolitano, Giorgio, ex presidente della Repubblica, e attuale senatore a vita con annessi e connessi (più annessi che connessi) è noto. Il direttivo dell’Anpi ha dichiarato che scegliendo di votare NO al prossimo referendum si sentono i difensori della Costituzione. È un’opinione. Così come dire che chi vota SI è un progressista. Anche questa è un’opinione. Entrambe a seconda dei punti di vista sono discutibili. Come normale che sia. 

Napolitano Giorgio invece ha trovato l’affermazione dell’Anpi offensiva. Personalmente offensiva. Profondamente offensiva. E quindi ha voluto ribattere con una frase tutta sua che manifesta qualche aspirazione a voler divenire storica. La frase napolitana suona così: «Nessuno può dire “io difendo la Costituzione votando no e gli altri non lo fanno”. Dire questo offende anche me..Mi reca un’offesa profonda» Così parlò Napolitano Giorgio ad una manifestazione organizzata dalla fondazione Berlinguer, con il quale ha litigato ferocemente, e dalla fondazione Antonio Gramsci con il quale ha poco o nulla in comune: Gramsci era comunista e non un apparatiniko. Il fatto poi che l’offesa ancorché perpetrata solo verbalmente e non manu militari abbia gradazioni è cosa che colpisce e sulla quale magari qualche semiologo avrebbe di che argomentare. Da bambini quando si faceva baruffa con quelli della banda avversaria c’erano le offese tout court e non si stava a soppesarle in lievi-normali-fanguinose–profonde. Tutt’al più questi aggettivi venivano riservati alle ferite che con graffi-pugni-schiaffi-e-morsi si prendevano e si davano. Ma forse per chi vive di politica le cose cambiano e si perde l’animo del fanciullo. 

In più nell’affermazione di Napolitano c’è una palese contraddizione logica che ovviamente nessuno si sogna di evidenziare per tema di ulteriori offese profonde. Se nessuno può dire “io difendo” (con quel che segue) nessuno può altresì dire “nessuno può dire”. Altrimenti anche gli altri potrebbero offendersi, magari meno profondamente, per questione di status. La par condicio quando la si invoca va pur rispettata. Altrimenti si insatura la democrazia dell’unico che può dire “nessuno può dire” che di norma non è segno di democrazia. Quanto poi al sentirsi offeso questo è sentimento ego riferito che non ha oggettività. Il sentirsi offeso ha a che fare più con la psicologia e gli arcani percorsi della mente che non con l’oggettività delle affermazioni. Perché nel caso non ci si sente offesi ma si è offesi. Che è tutta un’altra storia. E qui gli esempi si sprecherebbero, ma per evitare che qualcuno si senta offeso si soprassiede. Tutto questo al netto delle questioni di merito che a guardare la versione della vecchia Costituzione promulgata il 22 dicembre del 1947, semplice e chiara e comprensibile da tutti con quella di nuovo conio vien proprio da dire che chi non la vuol cambiare ne stia proprio difendendo lo spirito e il senso. 

Val per tutti, ma ci sarà modo di tornare sul tema ,l’art. 70 sulla funzione legislativa. La vecchia se la cavava con una riga e una parola, la nuova per spiegarsi di righe ne vuol più di trenta e ben inframmezzate di rimandi a commi, codicilli, paragrafi e articoli da recuperare qua e là. Il vecchio buon senso contadino racconta che quando un testo (o anche un ragionamento) è esageratamente complicato dietro ci sta ben comodamente acquattata una qualche fregatura. E questo sembrerebbe il caso.  Per ritornare ai bimbi, che spesso la politica sembra gioco di fanciulli scapestrati, è da dire che hanno inventato l’antidoto giusto per smontare i permalosi che ad ogni piè sospinto si sentono offesi, neanche fossero l’ombelico del mondo. La frase è semplice e vien ben scandita: «chi si offende è fetente» Ecco perché tra i bambini non ci sono quelli che si sentono offesi.

mercoledì 7 ottobre 2015

Rondolino spiega il “tradimento” di Verdini.

In un articolo su l’Unità Rondolino svela l’arcano: perché Verdini è passato da Berlusconi a Renzi. Nella foga dello scrivere gli sfugge una mezza verità, ma rimedia cacciando la bufala della settimana. Senza Verdini Forza Italia è spacciata? Rondolino dice di sì anche se i sondaggi lo smentiscono.


C’è a chi piacciono i traditori e a chi no. C’è chi pensa che chi tradisce una volta tradisce sempre (antica massima popolare) e chi invece no.  C’è chi è convinto che la gestione della politica abbia pur sempre delle regole in qualche modo etiche e morali e chi no. C’è chi se non è d’accordo se ne va e chi invece cambia semplicemente di casacca e indossa, guarda il caso, quella del vincitore. Magari essendo già stato in precedenza con altri due vincitori, oggi fortunatamente bolliti. 

La quistione, direbbe Gramsci, sta tutta qui.  Per Rondolino Fabrizio che ha ripreso a scrivere sull’Unità la scelta di Verdini va capita e difesa. In fondo, dice il Brondolino, con il tradimento, pardon con l’abbandono di  Verdini s’è dato  il colpo di grazia a Forza Italia. E di questo, magari, si dovrebbe essere contenti. In verità se questo colpo di grazia ci sia stato ancora non si sa: con Verdini nella pancia Forza Italia veleggiava intorno ad un mal contato 13/15%  delle intenzioni di voto senza di lui la percentuale, largo circa, è rimasta la stessa. S’è solo portato via un tot di senatori di cui non si conosce l’esatto peso elettorale che se lo si valuta a scurrilità e volgarità dev’essere senz’altro ingente. Ma non è detto che questo sia il metro. E per certo questa non si chiama politica. Che poi, dice il Rondolino il Pd di quei voti neanche ha bisogno essendo il partito «che ha più parlamentari di tutti gli altri messi assieme,» Fatto senz’altro è vero, ma un conto è avere tanti senatori e altro è farli votare insieme. Magari ci vuole una proposta politica chiara-pulita-onesta e non una di quelle che non si può rifiutare. È tutto un altro film. 

Comunque tornando al punto: perché il Verdini ha voluto imitare Scilipoti e Razzi e altri tre di cui le cronache faticano a ricordare i nomi? «In cambio della fine, si riporta la frase testuale, della guerra civile fredda che ha segnato il ventennio berlusconiano.» Capperi. E magari si può legittimamente aggiungere anche un urca.  A simile afflato di romantico e metafisico idealismo (magari anche disinteressato) non si arriva neppure sommando il samaritano, la Maddalena, il ladrone pentito sulla croce e per soprammercato ci si mette pure il Cireneo.  

Il senatore che ha convinto, difficile immaginare con che argomentazioni, i cinque responsabili di antica memoria, a proseguire la guerra civile fredda  oggi folgorato come neanche Saulo sulla via di Damasco ha deciso di fare il percorso opposto. In realtà a questa bubbola che neppure i grulli più grulli possono mandar giù è stata smentita solo qualche riga prima: « (Vedini) ha capito per tempo che il declino del berlusconismo è inesorabile, e che l’unico modo per restare politicamente in gioco è partecipare al processo.» Ecco, così va meglio. Ma queste parole devono essere dal sen fuggite. Visto che sono state smentite dalla bufala successiva. Più sopra riportata. 

Forse la prosaica risposta esatta al perché di questo changer-la-femme è stato è la stessa che a suo tempo convinse Razzi, Scilipoti e gli altri. In fondo a stare in Senato si faran le ore piccole, si mangerà disordinatamente, si incontrano personaggi di dubbio gusto e talvolta di dubbia reputazione, il rischio dell’ulcera è dietro l’angolo, ma in fondo è sempre meglio che lavorare. E questo probabilmente basta e avanza.  Certo si fosse in Senato, nel gruppo di Verdini, l’articolo del Rondolino Fabrizio sarebbe stato commentato con più appropriate e argomentate parole ma non si è in Senato e neppure nel gruppo di Verdini. Qualche volta la fortuna arriva inaspettata.

martedì 30 settembre 2014

Riecco D’Alema

Arriva buon quarto a criticare Renzi. Non ha proposte,non solo serie ma neanche divertenti. Esalta l’introduzione dei co.co.pro e delle altre decine di forme di flessibilità. Dà anche un piccolo omaggio alla Fornero. Deluso per mancate nomine? Va dato credito alla buona fede, come diceva Andreotti.

Dopo Ferruccio De Bortoli, dopo il segretario della Cei, Nunzio Galatino, dopo Diego Della Valle, ecco che buon quarto (quindi fuori dalla zona medaglie) arriva a criticare il Presidente del Consiglio anche Massimo D’Alema. 
Evidentemente il vice-conte vaticano se da un lato deve cedere il passo alle gerarchie di oltre Tevere dall’altro dà la sensazione di alzarsi tardi la mattina e di aver bisogno di parecchio tempo per carburare. Comunque, il Corriere della Sera gli regala un intero  paginone per dire la sua. Al solito l’intervistatore è Dario Di Vico, meglio apprezzato quando scrive su Style. Che fare la spalla (dire trombonista non sarebbe fine) non è mai bello. Comunque ognono ha la sua: Renzi ha Cazzullo.

Nella lunga intervista Massimo D’Alema non dice granché anche se lo illustra con gran dovizia di parole e una certa bella dose di supponenza che De Vico riesce a trasmettere con grande vigore. Che risultare saccenti anche quando le parole sono riportate per scritto non è da tutti. In ogni caso l’ex  aspirante al ruolo di commissario agli esteri dell’Unione butta là con non chalance anche una citazione che vorrebbe essere colta e anche questa è una sua caratteristica. La citazione viene tratta addirittura dai Quaderni dal carcere di Antonio Gramsci, dice il D’Alema, e riguarda i giovani che si devono misurare con le generazioni precedenti. L’originalità è scarsa ed il senso è ovvio per non dire banale. Avrebbe potuto dirla anche lo zio di Bonanni e magari con qualche maggior ragione. E comunque pare che la cosa fosse già nota anche agli antichi egizi: i giovani non sono più come quelli di una volta.  Dopodiché D’Alema rivela all’orbe terracqueo che Matteo Renzi è in difficoltà con Bruxelles ma in questo non è solo poiché lo sono anche i socialdemocratici tedeschi e pure Draghi è attaccato dalla Merkel. Novità zero-punto-zero.  

Indi poscia l’ex navigatore D’Alema (pare che la barca Ikarus sia stata venduta, chissà a chi) si dice fermo sostenitore delle riforme istituzionali ma Renzi le fa in mal modo così come sbaglia quando affronta la questione dell’articolo 18 e più in generale del lavoro. Ovviamente lui, il D’Alema, con la vecchia guardia del Pd:«Abbiamo innovato radicalmente il mercato del lavoro. Abbiamo proceduto in maniera coraggiosa e radicale, con forme di flessibilità che con il tempo si sono dimostrate perfino eccessive.» Bene, vien da dire. Finalmente c’è qualcuno che fa l’elogio dei contratti co.co.pro. e delle altre decine di cui è composto l’italico mercato del lavoro. Uomini di tanto fegato vanno conservati. Magari in naftalina. Dimentica di dire, il vignaiolo D’Alema, che oramai le forme sono così tante che non ci si raccapezza più. Comunque, che bravo l’ex (per fortuna) deputato D’Alema. 

Ovviamente «Questi interventi avrebbero dovuto essere affiancati – ha proseguito il  nostro – da innovazioni anche nel campo del welfare e della formazione permanente dei lavoratori: purtroppo è avvenuto solo in parte.» Per responsabilità di chi? Verrebbe da chiedersi, ma non c’è alcuna risposta a verbale. Che se ci fosse la colpa ricadrebbe al solito sul destino che non solo è cinico ma pure baro. Ovviamente al D’Alema non viene in mente di considerare che quanto lui sta così disprezzando piace, Pagnoncelli docet, al 73% dell’elettorato del Pd. Una bazzecola. Naturalmente, per chi è laico e ghibellino, non basta essere maggioranza per avere ragione, come peraltro scriveva Hanna Arendt. Ma neppure l’essere minoranza dà dei punti per scalare la classifica della ragione. E come tocco finale, perché no? Anche un piccolo riconoscimento alla legge Fornero. In fondo degli oppositori a Renzi non si butta niente, come con il maiale.

Ciò che in tutta l’intervista manca, come sbagliarsi, è lo straccio di una concreta proposta alternativa a quella renziana il che trasformerebbe una semplice minoranza in un’opposizione seria con cui confrontarsi. Perché considerare l’allungamento del periodo di prova fino a sei anni per mantenere l’articolo 18 non è una proposta ma come direbbe un genovese una belinata  o un toscano una bischerata o un veneziano una monata . Sugli altri dialetti meglio non esercitarsi perché il politicamente scorretto è dietro l’angolo. Insomma il solito D’Alema che parla tanto per non dire nulla.


Qualche sospetto che l’intervista sia stata dettata più dal dispetto per mancate soddisfazioni che dalla vera voglia del confronto (mancano visioni alternative) senz’altro c’è. Tuttavia va dato credito alla buona fede, come diceva Andreotti. Buon’anima.

venerdì 1 agosto 2014

Chiude l'Unità. Ce ne si fa una ragione. O no?

La retorica vuole che quando un giornale chiude si levino alti lai. Un giornale per essere tale deve vivere di lettori e se i lettori non comprano un motivo certo c'è. A piangere sulla scomparsa del l'Unità sono i soliti di sempre con l'aggiunta di ex direttori. Veder piangere i satolli fa crescere la rabbia.

La retorica, un po' piagnona, del politicamente corretto vuole che quando un giornale chiude si levino alti lai. E più il giornale è ininfluente più alti siano i lai. Nel caso del'Unità i lai sono altissimi. Con la chiusura di un giornale, recita sempre la retorica del politicamente corretto (comunque sempre piagnona) si perde un pezzo di democrazia e di libertà. Cosa che da un certo punto di vista non solo è vera ma è verissima: si perde la libertà di fare un brutto giornale che pochi comprano e ancor meno leggono. Già, perché i lettori possono democraticamente esercitare anche loro una qualche libertà: di comprare i giornali che gli piacciono e di non comprare quelli che non li convincono.

Nel panorama editoriale italiano fogli con un numero di acquirenti che sta sui listelli di un pallottoliere ce ne sono diversi, tenuti in piedi da tycoon brianzoli o imprenditori dall'animo samaritano. Che però qualche cosa da qualche parte ci devono pur guadagnare perché un conto è essere samaritani e un conto è essere fessi. Anche se ai poveri cristi che sono costretti a sbarcare il lunario in fabbrica (sempre meno) o in ufficio (qualcuno di più) o ad arricchire il popolo delle partite IVA o del precariato (tantissimi) dove stia il tornaconto di quelli che Fortebraccio chiamava lor signori non l'hanno mai capito. Peraltro non è cosa che si possa sbandierare alla luce del sole. Come, d'altronde, certi odierni patti.

A piangere sulla scomparsa del l'Unità sono i soliti di sempre (anche Anna Maria Bernini di Forza Italia) con l'aggiunta di ex direttori, guarda caso proprio quelli che il giornale, in epoche varie hanno contribuito ad affossarlo ben bene. Forse non erano capaci? Dubbio amletico che ben volentieri si può lasciare ai posteri. Tra questi però almeno due vanno ricordati: Walter Veltroni e Peppino Caldarola.

Il primo che mai è stato comunista, sono parole sue, ma berlingueriano di fede, come se Berlinguer Enrico, che comunista diceva di essere, facesse il segretario generale del Pci a sua insaputa. Anche se la dizione del a sua insaputa fu coniata qualche decennio dopo e per altro tipo di storia. Comunque il buon Veltroni Walter, ben liquidato dalla Camera dei deputati e già suo pensionato, quando fu direttore del giornale fondato da Antonio Gramsci (altro comunista) riuscì a risollevare le sorti del quotidiano arrivando a vendere anche 320mila copie. Ma solo il sabato e col trucco. Nel senso che le copie erano vere ma non sole. Infatti erano ben accompagnate da gadget di vario tipo: videocassette, audiocassette, libri ma anche riedizioni degli album delle figurine Panini. Giusto per intendersi il film che iniziò la serie fu Ultimo tango a Parigi. Grande capolavoro si intende ma che andò a ruba nelle zone bianche e un po' bigotte, Chissà perché. Operazione di promozione fantastica. Il Veltroni ci provò anche con il marketing strategico da segretario di partito ma fu un fiasco. Un conto è gestire la tattica delle promozioni e un conto la strategia politica. Comunque con le promozioni talvolta si mettono a posto i conti ma queste non possono essere infinite e alla lunga stancano pure e quando i gadget finiscono casca il castello, perché se manca la sostanza, il prodotto, quello vero che il lettore compra, il fallimento è assicurato. E questo chi lavora nel marketing delle aziende lo sa bene. Ma Veltroni Walter ovviamente no. Comunque lui ha detto che:« Senza l'Unità siamo tutti più poveri.» Chissà che avrà voluto dire?

Ha parlato anche Caldarola Peppino, che de l'Unità fu direttore due volte (errare humanum est, perseverare autem diabolicum), con un'intervista al Corsera (31luglio). In questa racconta che se il giornale vuole rinascere deve cambiare nome (giusto per capitalizzare sulla storia) che lui quest'idea l'aveva già avuta nel 1989, dopo la svolta della Bolognina. Il nome che aveva in testa era Novità. E non è una battuta dadaista. La genialata consisteva nel fatto che le ultime tre lettere – ità – «fossero uguali al nome precedente». Che chissà cosa ci avevano di male le prime tre. Negli anni dei due regni caldaroliani le vendite sono state direttamente proporzionali alla creatività summenzionata: un disastro. Naturalmente Caldarola Peppino nell'intervista di cui sopra non pensa neanche lontanamente ad alcuna autocritica. Che non fa fine. Meglio la parte del solone. Anchwe lui pensionato della Camera dei deputati. Evviva.

Tutto ciò posto va tuttavia ricordato che l'Unità è stata una grande palestra di cultura su cui hanno scritto importanti intellettuali, non solo italiani, del novecento: Hemingway , Garçia Lorca, Louis Aragon e anche Italo Calvino, Elio Vittorini, Cesare Pavese, Pierpaolo Pasolini ed è un peccato vedere un simile patrimonio culturale sparire. E che è arrivato a diffondere fino ad 1milione di copie. Ma un giornale per essere tale deve vivere di lettori e se i lettori non comprano un motivo certo c'è. E non si può dare la colpa al «destino cinico e baro» ma piuttosto a coloro che non hanno saputo cogliere il sentire della società e poi gestire la gran quantità di denaro che l'Unità ha ricevuto negli anni.

Adesso le lacrime sparse sul prossimo centinaio di disoccupati assomigliano molto a quelle dei coccodrilli che piangono dopo aver mangiato.. E veder piangere i satolli fa crescere la rabbia.

domenica 15 aprile 2012

Soldi per sé, soldi per il partito le due Rosy d'Italia.

Non ho mai pensato che Rosy (dove il diminutivo sta per Rosa Angela) Mauro fosse un personaggio politico di un qualche interesse anzi l'ho più spesso vista nei ridicoli panni di una comparsa del redivivo circo Barnum che circolava intorno al super capo-comico Umberto Bossi.
Allo stesso modo ho sempre pensato a Rosy (Maria Rosaria per l'anagrafe)Bindi come ad una donna politica di spessore di cui apprezzare l'evoluzione, da ex democristiana votata dal profondo veneto a presidente del PD la strada è oggettivamente lunga, e mai me la sono immagina nei panni della Giovanna d'Arco dei privilegi.
In entrambi i casi forse, dato il mio irruente carattere di ghibellino, sono stato un po' manicheo. Tutto il buono da una parte e tutto il cattivo dall'altra.
Ora trovare del buono (politicamente parlando) nella Rosy della Lega (anche se ex) non è facile e bisogna scavare parecchio, e dato il basso livello da cui si parte magari anche all'in sù, eppure qualcosina c'è.
Anche dire male (politicamente, sempre) della Rosy del PD non è facile anche se lei qualche spunto negli ultimi mesi ce l'ha dato.
Eppure qualche punto in comune, oltre a quello di genere, senz'altro ce l'hanno.
Innanzi tutto sono due passionarie vere ed in carne ed ossa, a dispetto della Santanchè che invece lo è solo di plastica.
Le due Rosy, pur essendo partite con qualche handicap, .hanno fatto carriere fulminanti per il paludoso e immobile mondo politico italiota
La “Nera” come amorevolmente viene chiamata la Rosy brundisio-padana, essendo nata in quel di Brindisi ed adottata dal gallo-celta Bossi, nonostante le origini sudiste e la recente immigrazione in quel di Milano già nel 1993 veniva eletta nel consiglio comunale della “madunina” e di lì a stretto giro eccola in Regione Lombardia e poi nel Senato della Repubblica, scalando contemporaneamente posizioni nel partito. Bella carriera in soli 15 anni. Almeno dal punto di vista quantitativo.
La Rosy bianca, assistente di Bachelet, è senese ma viene eletta al parlamento europeo in Veneto nella lista della Demcrazia Cristiana partito nel quale si era iscritta solo pochi mesi prima. Oltre che nella DC è stata nel PPI, nella Margherita e poi nel PD. Adesso da Presidente. Che compiere in soli 20 anni questo percorso vuol dire saper fare dei salti in lungo che nemmeno Jesse Owens si immaginava.
Un'altra cosa che le accomuna è il denaro: la Rosy brundisio-padana, a quanto dicono i giornali lo voleva per sé, la Rosy bianca invece lo vuole per il partito e i parlamentari. Gli importi che riguardano la prima sono relativamente modesti, a quanto risulta al momento e richiesti per voglia rozza di elevazione sociale quasi che bastasse una laurea rilasciata da una università sconosciuta a cancellare le origini. E questo certo non è bello e neppure etico. Anche se poi l'hanno espulsa dalla Lega per "insubordinazione" che neanche Stalin arrivava a tanto.  L'altra invece, quella ex democristiana, di soldi per la politica e il partito e i parlamentari ne vuole molti. Anche troppi. E si accalora pure, come s'è visto nella puntata di 8 e ½ dello scorso 12 aprile. La politica non si fa senza soldi, dice la Rosy che è laureata in Scienze Politiche ed è stata ricercatrice all'Università di Siena. Magari su questo punto dovrebbe ripassare un po' di storia dei partiti e dei movimenti politici, esame obbligatorio nella sua facoltà. E quindi scoprirebbe che Andrea Costa e Filppo Turati prima e poi Gramsci e Bordiga e quindi don Sturzo fondarono partiti che diventarono subito di massa senza il becco d'un quattrino e che le case del popolo come le società di mutuo soccorso e le cooperative sia le bianche che le rosse e le verdi repubblicane si autofinanziavano. Altri tempi altra pasta di politici. Uno degli argomenti utilizzati dalla Rosy bianca è che se i privati finanziano i partiti li condizionano. Su questo punto ai tempi dell'università evidentemente deve aver perso qualche lezione. Il partito è espressione di un gruppo sociale che esprime una sua specifica visione del mondo e, conseguentemente, è portatore di interessi polici-sociali-economici. Quindi è ovvio che se un operaio metalmeccanico finanzia un partito si aspetta che lo stesso ne difenda gli interessi e la stessa cosa fa un costruttore edile. L'essere stata nwella DC qualcosa le avrebbe dovuto insegnare. Senza contare che il finanziamento pubblico non esclude quello privato e quindi … Rifletta la Rosy bianca sul fatto che l'UDC di Pierferdinando, tanto per fare un esempio, oltre a i “rimborsi” elettorali ha ricevuto in regalo dal costruttore Caltagirone un bel milioncino. Caltagirone l'avrà senz'altro fatto per aiutare lo scapestrato genero e consentirgli di continuare a baloccarsi con il suo giocattolino ma anche perchè ne condivide le finalità politiche e le conseguenti azioni. O no? Non a caso ci sono partiti di destra, di centro e di sinistra, che difendono interessi diversi. Al solito è una questione di posizionamento
Senza dubbio i partiti gestirebbero assai meglio e con maggior oculatezza i denari ricevuti dai privati non foss'altro perché questi gli e ne chiederebbero conto. In modo puntuale. E non con il pressapochismo con cui viene oggi fatto per i denari di tutti noi.
E certo non vale l'equazione che se non finanziati pubblicamente i partiti per finanziarsi sarebbero costretti a rubare, come si ebbe l'ardire di sostenere in tempi non lontani. Questo è un argomento che neanche i più disperati tra i diseredati usano più quando fanno la questua. E la stessa motivazione vale per gli esorbitanti stipendi e privilegi di cui godono i parlamentari. Non l'ha ordinato il medico di svolgere la funzione di occupante lo scranno del Senato o della Camera e quindi la motivazione non può essere economica ma semplicemente ideale e di servizio. E sopratutto quello di politico non può essere un mestiere.
Quindi i soldi fateveli dare dai vostri sostenitori. Se ci riuscite.

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