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giovedì 10 novembre 2022

Perché i renziani del PD non vanno con il Renzi?

Andarsene con Renzi  nel 2019 era un azzardo, dei quaranta che  lo seguirono solo quattordici sono rientrati in Parlamento. I renziani restano nel PD: gli manca il coraggio o sanno di non contare nel Paese. La passionaria Rosy Bindi propone lo scioglimento: la destra con la destra  e la sinistra con la sinistra.


I renziani del PD assomigliano ai tedeschi del Volga. Sono tedeschi, ma non gli sconfinfera l’idea di andare a vivere in Germania. O come i rumeni di Moldavia: hanno anche il passaporto della Romania, ma preferiscono starsene in Moldavia. Quando il Renzi Matteo se ne andò, insalutato ospite, decise di lasciare nel Nazzareno la gran parte dei suoi guastatori e si portò dietro solo i più fidati-affidabili-disperati e qualche caso umano. Covava l’idea di condizionare comunque il partito di cui era, inopinatamente e sciaguratamente, diventato segretario. Come suggestione ci poteva pure stare. C’era poi d’aggiungere la non garanzia di tornare sui nobili scranni in caso di elezioni e già questa era una buona scusa. Infatti dei quaranta che lasciarono il PD nel 2019 solo quattordici sono rientrati in Parlamento. E già, perché i renziani erano maggioranza, o giù di lì, negli organismi di partito, ma nella base e tra l’elettorato contavano e contano un po’ meno del niente. E anche questo ci stava. Infatti il partitucolo renziano se non fosse inciampato nel Calenda Carlo, incapace di raccogliere le firme per presentare in autonomia le sue liste, con grande probabilità non sarebbe tornato in Parlamento. E tutti se ne sarebbero dimenticati in un batter di ciglia e forse solo il Berlusconi Silvio l’avrebbe rimpianto. Quindi ci sta che il grosso dei renziani se ne sia rimasto quatto quatto dentro le calde e confortevoli stanze del Nazzareno. Anche in considerazione che il Letta-Cromwell, a parte il Lotti, la Morani e pochi altri per fortuna cancellati dal risultato elettorale come il Marcucci e il Romano, la gran parte se li è tenuti temendo chissà cosa. E così Guerini, Del Rio, Ascani e quelli autodefinitisi riformisti, senza dimenticare Franceschini e Fassino, sono ancora lì a giocare di sponda con il Renzi, Adesso invece la situazione è cambiata. La maggioranza, nonostante tutto è ben salda, la legislatura promette di durare cinque anni e dunque c’è il tempo, e la speranza, tutta teorica, di abbindolare qualche elettore e magari liberarsi del Calenda Carlo. Detto tra noi la convivenza non durerà. E allora perché i renziani del PD, disposti già da adesso ad abbracciare la Bricchetto Letizia in arte Moratti nonché mamma di Batman (si veda l’articolo del Gramellini Massimo su La Stampa 4 marzo 2011, nel quale si faceva riferimento a una inchiesta di cui si son perse le tracce) se ne stanno rintanati dentro un partito alla deriva e non se ne vanno?  Gli manca il coraggio? Ne hanno mai avuto, c’è da chiedersi. Gli manca la fiducia in Renzi? Ad averne. La coscienza di non essere in grado di portarsi dietro neppure il portaborse? La paura di perdere lo stipendio? Forse sperano di lucrare sul brand PD: partito di sinistra fuori e democristiano dentro? La passionaria Rosy Bindi, guarda un po’ chi tocca definire passionaria, suggerisce al PD di sciogliersi: la destra con la destra e la sinistra con la sinistra, tertium non datur  E questa sembra la soluzione più confacente. I pretesi riformisti da una parte e vadano ad allearsi con la destra: si parte dalla Bricchetto Moratti e si ritornerà in quattro-e-quattro-otto alla giunta Milazzo del 1958. Dall’altra parte quelli di sinistra, senza gli elefanti del passato, hanno già fatto danno a sufficienza, focalizzata sul progresso e non sullo sviluppo, magari impegnata dalla parte dei precari, della sanità pubblica e delle periferie, poco interessata alle privatizzazioni e molto all’efficienza sociale. Un’utopia? Forse, ma magari anche no.   

Buona settimana e Buona fortuna.

venerdì 12 giugno 2015

De Luca denuncia la Bindi che però non sarà condannata. E neanche processata.

De Luca non conosce l’art.68 della Costituzione. È quello che Madri e Padri della Costituzione vollero per l’immunità dei parlamentari. Nonostante due legislature in Parlamento, ma si è piazzato decimo nella classifica degli assenteisti.

I fatti sono purtroppo noti e, come diceva Flaiano la situazione è grave ma, oggettivamente, non è seria. Il 29 maggio a due giorni dalle elezione regionale in Campania, la Presidente della Commissione Antimafia, Bindi Rosaria in arte Rosy, comunica l’elenco dei candidati cosiddetti “impresentabili”. Impresentabili perché condannati o inquisiti per i reati più vari dall’abuso d’ufficio a quelli di mafia e camorra e qualcuno passando attraverso concussione e corruzione e anche, ma questo non è stato detto, per aver ingnomignosamente offeso le istituzioni che rappresenta.  D’altra parte l’Italia è un grande paese in grado di poter assorbire di tutto. E talvolta anche un pochetto di più.

Ovviamente tutti quelli iscritti nella lista si sono risentiti, chi più chi meno. Tra quelli che si sono risentiti di più c’è stato De Luca Vincenzo che correva, ed ha vinto, per la poltrona di governatore della regione. E il risentimento è stato tale che il 2 giugno, appena sicuro di essere stato eletto, ma non ancora nominato, ha deciso di denunciare la Rosaria Bindi per diffamazione. Apparentemente ci sta. Nonostante la condanna che il De Luca ha racimolato, in primo grado, per abuso d’ufficio e due procedimenti in corso: uno per Sea Park (associazione a delinquere e concussione) e l’altro per Crescent(abuso d’ufficio, n’ata vota, falso ideologico e lottizzazione abusiva). Insomma, robetta. Di cui comunque non si parla più.  

D’altra parte, ognuno è libero di sentirsi diffamato come crede. C’è chi diffamato non si è sentito mai, il caso del divo Giulio Andreotti è stato esemplare e chi si offende anche quando viene pescato con le mani nella marmellata. Che poi proprio di marmellata non si tratta. Magari.  ma il mondo è bello perché avariato.

Comunque l’idea di denunciare per diffamazione la Bindi, deputato e presidente della Commissione Antimafia, un po’ peregrina lo è. Dato che la Rosy nazionale ha inserito il nome di De Luca Vincenzo nell’elenco degli impresentabili nella sua qualità di presidente di una commissione parlamentare a questo deputata. Non solo la motivazione  per tale inserimento le arriva dritta dritta dal casellario giudiziario ma anche dalle disposizioni della legge Severino. Parrebbe sufficiente. In più l'atto in questione  è stato agito dalla Bindi anche in quanto parlamentare. Che c’entra?

C’entra, eccome se c’entra. Infatti all’articolo 68 la Costituzione recita: «I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni.»  
E sì, guarda un po' come è cinico e baro il destino, questa è proprio la situazione nella quale si trova Rosaria nostra,. Ma nessuno lo dice. Nessun giornalista lo scrive. In nessun talk show la questione salta fuori. Ovviamente non ne fa menzione, per delicatezza somma e innato bon ton, la stessa Bindi che probabilmente della querela di Vincenzo O' sindaco si fa un baffo. 

Certo De Luca queste cose dovrebbe saperle non foss’altro che per essere stato stipendiato dal parlamento una prima volta dal 2001 al 2006 e una seconda dal 2006 al 2008. Però che Vincenzo se ne sia dimenticato non è strano essendosi classificato al decimo posto come deputato più assenteista. Evidentemente qualche prerogativa dei parlamentari gli deve essere sfuggita. Anche se la Giunta per le Autorizzazioni ha negato l’utilizzo di alcune sue intercettazioni telefoniche.  Senz’altro con giusta motivazione. Quindi anche lui fu beneficiato dalla norma.

Né d’altra parte in questa sua crociata, santa, contro la Bindi a De Luca è stato d’aiuto il figlio Piero, laureato in giurisprudenza, referendario alla corte di giustizia dell'Unione europea, oltre che dal 2013 membro della direzione nazionale del Pd. Ma quando Vincenzo s'impunta non sente ragione come all'ultima direzione del Pd quando, alle due del mattino, sforando il tempo a lui assegnato, si è lanciato nella esilarante imitazione di Crozza. Il pubblico in sala si è divertito ed ha applaudito calorosamente. Alla direzione del Pd sanno riconoscere i comici di razza. Almeno quelli.    

venerdì 24 aprile 2015

Italicum: Rosy Bindi vuole un centrodestra forte. Anzi di più.

Rosy Bindi, nella mezz’ora a OttoeMezzo, con Gruber, Cerasa e Angela Mauro, riesce a confondere le idee degli spettatori ancor di più dell’immaginabile. Rosy Bindi l'unica democristiana che non vuol morire democristiana. E invece le toccherà, come a tutti.

Diceva quel tale che «il mondo è bello perché è avariato» e Rosy Bindi, toscana trapiantata  in Veneto e trasmigratrice dalla Dc al Pd, ne ha dato conferma assoluta durante la sua ultima performance da Lilli Gruber in compagnia di Claudio Cerasa e Angela Mauro.

Il punto del contendere su cui idealmente doveva ruotare la trasmissione era l’Italicum avendo, come da copione, una non breve lista di addentellati: la posizione della Bindi all’interno del Pd nonché quella della minoranza dello stesso per poi scendere, dopo qualche gradino dedicato a Renzi, alla visione del mondo e ogni altra questione palingenetica. Che sono tante.  Insomma, tutto come al solito quando ci si sistema intorno a quel tavolo.

Alla Bindi ciò che veramente interessa, lei dice, è «una legge elettorale che metta definitivamente (l’aggettivo è importante) in sicurezza il bipolarismo e la democrazia dell’alternanza» ed è contraria a questa legge  «che dà il premio ad una lista e non ad una coalizione e non consente la ricostituzione del campo del centrodestra.» Stupore e sorrisini ironici. La Bindi ci ha messo vent’anni ad elaborare il concetto ed ora finalmente lo può dire, chiaro chiaro, tondo tondo: essendo ammaccato Berlusconi lei, la Bindi, vuole la rinascita del centro destra. Questo sì che è amor cristiano, ama il tuo nemico, ma anche carità, spogliati del tuo (voti, egemonia e potere) e dallo ai poveri di voti, egemonia e potere. Verrebbe da chiederle cosa aspetti a saltare nelle braccia, metaforicamente parlando, di quel Berlusconi cui disse a muso duro: «non sono una donna a sua disposizione.» Ma si sa che gli attuali tempi sono confusi e di conserva anche le idee. Soprattutto nella minoranza Pd.

Per cui riassumendo: la Bindi e magari anche tutti quegli altri della sedicente sinistra Pd (che vedere un ex comunista emiliano nella sinistra del partito fa po' un  ridere) sono avversi a Renzi per due solidi motivi. Il primo è che con questa riforma non ci sarà mai (peraltro mai dire mai) una forza di centro destra in grado di contrastare il Pd e all’occorrenza batterlo e mandarlo all’opposizione. E per secondo, altro fatto gravissimo, che il Pd sia il solo partito nel campo del centrosinistra. Poiché essendo solo non può formare una coalizione. Evidentemente la signora Bindi ha nostalgia dei cespugli che contornavano la quercja e, soprattutto, non ha imparato nulla dall’esperienze passate in compagnia di Bertinotti nonostante le lunghe lezioni. E allora bene che dopo sei legislature autonomamente decida (non potrebbe fare diversamente) di lasciare il suo scranno in Parlamento.

In tutto questo sofisticato e anche un po’ astruso argomentare neppure una parola sul fatto che l’Italicum ricalchi in non pochi aspetti il vecchio Porcellum, tolga le scelte democratiche dalle mani dei cittadini e ripresenti una camera di nominati. In altre parole che le segreterie dei partiti continuino a farla da padrone.

Last but not least la Bindi teme che: «se il mio partito, non è più ancorato rigorosamente al centrosinistra perché non c’è più un centrodestra, mi diventa il partito della nazione che riproduce al suo interno il consociativismo degli interessi che vuole rappresentare nel paese.» Che è come dire ricreare la Dc. Per cui alla fine abbiamo una “vecchia” democristiana che non vuol morire democristiana. E invece le toccherà, come a tutti..  Cose da non credere.  

lunedì 27 ottobre 2014

Scontro Bindi-Serracchiani: il senso del paradossale.

Con poche battute l’ex presidente del Pd (ex Dc) e l’autorevole esponente della segreteria Pd (ex Pci) hanno dato senso al paradosso. Con alcuni corollari.

Viene difficile definire con  un aggettivo il siparietto consumato dalla Bindi e dalla Serracchiani davanti alle telecamere ed ai microfoni di SkyTg24. Forse “paradossale” è quello giusto. 

Paradossale vedere, l’ex presidente del Pd battagliare, in diretta e con parole grosse, con uno dei membri più autorevoli della attuale segreteria del suo stesso partito. Paradossale che la Bindi, ex democristiana di lungo corso, esalti la piazza, pare un milione e duecentomila manifestanti, mentre la Serracchiani ex comunista, ex Pds, sostenga si stia meglio in compagnia di pochi, un migliaio all’incirca, dentro una vecchia stazione ferroviaria costruita nella prima metà dell’ottocento.  Paradossale che la prima sia un po’ âgée mentre la seconda, nel gerontocratico panorama italico, sia quasi una ragazzina.  Paradossale che la prima, sempre da antica ex democristiana,  si commuova per le bandiere rosse mentre la seconda, sempre da ex comunista,  palpiti per la finanza alla Serra e l’imprenditoria alla Farinetti. Per intenderci il primo è quello che considera lo sciopero un costo (forse non gliene è chiaro il concetto e la funzione) e che prenderà la tessera del Pd ma ovviamente a Londra dove probabilmente c'è un circolo a Lombard Street. Mentre  Oscar Farinetti è quello che dice che negli affari l’onestà da sola non basta e ci vuole anche la furbizia. E magari in quota maggioritaria. 

Paradossale che la Bindi definisca «contromanifestazione» quella organizzata dal segretario del suo partito, eletto a stragrande maggioranza. Paradossale che la Serracchiani non colga che quelli in piazza potrebbero essere voti persi. E magari moltiplicati per due. Paradossale poi che la Serracchiani non ribatta e se ne vada.  Che di solito è quello che fa Giuliano Ferrara.  Paradossale che in piazza ci siano gli epigoni (ed esegeti sotto mentite spoglie) di quelli che il Pd l’hanno distrutto rendendolo un partito di perdenti e che, quando hanno avuto la possibilità di governare, hanno fatto harakiri. Paradossale che la nuova dirigenza sia criticata perché sta facendo quello che avrebbe voluto fare quella vecchia e non ci è riuscita. Paradossale che la vecchia dirigenza non si renda conto che è stato grazie alla inanità dei sui esponenti che questi nuovi enfant terrible sono venuti alla ribalta e ora possono zampettare sul palcoscenico della politica e delle istituzioni. Paradossale che l’attuale sinistra del Pd sia fatta da molti che nel partito sono sempre stati a destra. 

Paradossale che nel gruppo del nuovo che avanza entrino contemporaneamente un ex Sel e un ex Scelta Civica. Non è paradossale che Andrea Romano già ex dalemiano e poi ex montezemoliano voglia mettere le premesse per diventare, con il tempo, anche un ex renziano. Paradossale che Renato Brunetta dopo aver proposto di dare a Renzi la tessera di Forza Italia abbia dichiarato che lui sarebbe andato in piazza e non alla Leopolda. Che Brunetta giochi con i paradossi non è paradossale, è un economista. Così come non è paradossale questa situazione paradossale.

giovedì 5 settembre 2013

Tutti per Renzi, Renzi per tutti.

Adesso quasi tutti nel Pd pare (pare) siano diventati renziani,  ma che se ne farà Matteo di tutti questi consensi? Le parole d’ordine non sono cambiate di un ‘et’ rispetto al 2012 ma il numero dei ‘mi piace’ sta aumentato a dismisura. Se però oltre ai numeri, dice Fabrizio Barca, si mettessero in campo anche le idee non sarebbe male.


Matteo Renzi durante il tour delle cucine
A quanto pare sono ben lontani i tempi in cui Rosy Bindi (1) , facendosi portavoce della maggioranza del Pd, a chi le chiedeva se Renzi fosse un cavallo di Troia rispondeva ironizzando:  «Non esageriamo,  caso mai un camper – e aggiungeva – Il suo è un messaggio berlusconiano e grillesco.» Che, come giudizio, non era certo da considerarsi tenero, visti i termini di paragone: due comici e pure in età.
Adesso quasi tutti gli ex della Margherita, Rosy Bindi ovviamente esclusa perché deve essersi persa qualche passaggio mentre alla Camera giocava al solitario (2), hanno abbracciato le posizioni di Renzi. Anzi per essere più esatti sulla linea Renzi ci si sono addirittura sdraiati. Come si diceva una volta. Inoltre il pargolo di Firenze raccoglie consensi anche tra gli ex Ds.

Molti, racconta Gad Lerner (3),  voteranno Renzi Matteo perché seguono la logica del «non mi fido (e poco pure capisco) ma mi adeguo» che è la versione 2.0 del più esplicito «votiamo turandoci il naso. E speriamo in bene.» Tra i tanti che han deciso di appoggiare quello che ormai con familiarità chiamano Matteo, ci sono anche Fassino Piero (quando non è intento a lamentarsi per il poco stipendio che evidentemente 5,216€ netti/mese gli paion pochi)(3)  e il kennediano, che oramai non ci sono più neanche negli Usa, Veltroni Walter. Questo per dire quanto siano aggiornati. Che come mentori questi due forse è meglio perderli che trovarli viste la poca esperienza che hanno nel ramo vittorie. Però la torta si fa con gli ingredienti che si hanno a portata di mano.  Anche se sarebbe meglio sceglierli.

Sfuggono in questa ingarbugliata storia, tra gli altri, due dettagli: il primo è quale sia esattamente la linea di Renzi. Perché voler cambiare marcia in un quadro disastroso più che una linea politica è una petizione di principio. E data la situazione, neppure particolarmente originale. Che in fondo è come dire: «grazie, mamma.» quando questa a cena non presenta la solita minestrina con le stelline che navigano nel brodo. Chi può essere contrario? 
La seconda questione, più di sostanza,  è cercare di capire, poiché stante il contesto non può essere altro che un tentativo, cosa effettivamente sia cambiato dal punto di vista dei contenuti renziani da novembre 2012.  Dicendo allora quel che ripete oggi, anche se un po’ più stancamente ma i mesi passano per tutti, ovvero la persecuzione della palingenesi del partito, il sindaco di Firenze perse per 40 a 60 contro Bersani. Proporzioni che oggi paiono cambiate e ribaltate per difetto soprattutto se lo sfidante è tale Gianni Cuperlo che oltre ad essere dalemiano doc, cioè noioso e pure un tantinello supponente, pare non abbia altri meriti.  Di Civati non vale dire, ché lo prende già abbastanza per i fondelli Tommaso Labate sul Corriere.

Ora il Matteo dovrà gestire questa improvvisa messe di consensi e se, come già raccontava Dumas,tutti sono per uno va da sé che, per obbligo, l’uno debba essere per tutti. Finché si è in quattro, come ben sanno D’Artagnan ed i suoi soci, non è difficile ma quando si comincia ad essere quattrocento o quattromila la questione si fa un po’ più ardua soprattutto perché, come nella miglior tradizione del partito democratico Michele Salvati insegna (4), tutti questi consensi nascono di vertice e si trascinano dietro le diverse basi.  Talvolta magari recalcitranti. Ché va bene essere amici dei capi corrente ma qualche beneficio deve pur scendere per li rami e allora cominceranno i guaietti. Perché le correnti non si eliminano per decreto e se anche queste fingeranno di scomparire chiamandosi tutti o quasi renziani ecco che spunteranno, come funghetti in autunno, i renziani di destra e quelli di sinistra e quelli di centro e quelli di centrosinistra e quelli di centrodestra.  E magari pure quelli di centrocentro. La qual cosa poi significa essere capo a dodici. Perché la tradizione democristiana in questo era maestra e gli ex Ds l’hanno imparato in un fiat.

Apparentemente l’unico che all’interno del Pd non s’è ancora innamorato di Matteo Renzi – a D’Alema il sindaco fiorentino piace perché gli dà modo di avere una parte in commedia - è Fabrizio Barca e lo dimostra mettendo sul piatto il primo vero dilemma: si sceglie tra progetti di società o tra capitani di ventura?  Che se per caso si dovesse scegliere tra progetti di società allora sì che si assisterebbe ad un vero congresso ed il Pd diventerebbe un vero partito e non la sommatoria di disperati alla ricerca di un posto. E di uno stipendio. Che altre idee pare non ce ne siano in circolazione.



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(3)  Corsera 23 agosto 2013

sabato 10 agosto 2013

Il governo Letta non va in vacanza.

A forza di spostare tutto un po' più in là il governo Letta s'è dimenticato di fare la prenotazione alla pensione Mariuccia. Oramai è tardi tutte le camere sono state prese. Non andare in vacanza sta diventando una moda da Vip (vecchi in pensione) imitata anche da papa Francesco.

Oramai non andare in vacanza è diventata una moda. Una volta c'erano le Baleari poi le Seychelles quindi i safari in Africa e infine il Vietnam. 
Enrico Letta nell'attività in cui riesce meglio
Ma le mode girano ora è il momento della non vacanza. I primi a snobbare le vacanze sono stai iVip cioè i “vecchi in pensione” che questa pratica la conducono da anni. L'ha rilanciata con autorevolezza papa Francesco, anche se poi si è fatto un week-end lungo in quel di Copacabana dove, come si sa, ogni donna è sovrana. Il tempo non è stato dei migliori ma tutti quelli che si sono ritrovati con Francesco pare si siano divertiti. E adesso ci arriva, buon ultimo, il governo Letta che la pratica di arrivare dopo gli altri e di mettere tutto “un po' più in là” la sta facendo diventare una pratica di vita.

Ovviamente ciascuna delle categorie summenzionate ha i suoi bravi motivi per quella scelta che non è la stessa per tutti.
I Vip cioè i “vecchi in pensione” non vanno in vacanza per snobismo: non vogliono confondersi con altri che usurpano l'acronimo Vip traducndolo in very important person che poi questi important a vederli in tv sembrano più prossimi alla categoria cafonal. E con loro i “vecchi in pensione” hanno poco a che spartire. Detto con il massimo rispetto per gli autentici cafoni ovvero per quelli che se ne andavano e magari ancora vanno in giro per sbarcare il lunario: i c'a fune (traduzione letterale: quelli che hanno la fune).
Papa Francesco rinuncia alle ferie perché in ditta ha trovato un tal marasma che rimettere a posto tutto (ammesso e non concesso che lo voglia fare per davvero) richiederà ben più tempo che non quello delle ferie e comunque Roma in agosto è vivibilissima e senza confusione come da sempre ci ha raccontato il cinema: da Il sorpasso (anni antichi) a Pranzo di ferragosto (anni più recenti). E poi comunque nell'albergo di santa Giulia c'è l'aria condizionata e già questa fa vacanza. Peraltro i Vip originali (vecchi in pensione) l'aria condizionata non ce l'hanno, mica perché costa cara ma per avversione ideologica. Preferiscono il ventaglio, più chic, o il ventilatore usato però solo nelle ore notturne, causa zanzare.
Il governo Letta tutti questi problemi non ce li ha e quindi, perché non va in vacanza?
Perché la coerenza li ha fregati. Questa è la vera verità.

Fino ad ora il governo del “fare un po' più in là” ha funzionato egregiamente su tutte le questioni importanti: sulla nuova legge elettorale, che verrà fatta un po' più in là, sulla decisione sull'Imu, che verrà presa un po' più in là, sull'aumento dell'Iva, che si deciderà un po' più in là, sulla riduzione dei costi della politica che per essere sicuri che vada sempre più in là si pensa di prenderla a rate neanche si trattasse dell'acquisto di un frigorifero. E comunque i partiti hanno invece incassato che è poco una bella paccata (per dirla alla Fornero, chi se la ricorda più?) di milioni che una legge truffaldina ha istituzionalizzato nel metodo e nel merito. Che poi se una legge è truffaldina chi l'ha ideata e resa esecutiva come deve essere definito? Alla faccia delle vibranti e bavose commozioni di circostanza. E l'elenco del “fare più in là” si può allungare di molto altro ancora come ad esempio la questione della decadenza di Berlusconi da senatore o la legge sull'omofobia o la norma sul voto di scambio per arrivare alla definizione su come punire la diffamazione a mezzo stampa. Senza contare tutti quei provvedimenti che, ad onor del vero, non sono neanche calendarizzati “un po' più in là”. Nel senso che non sono proprio in agenda tanto sono considerati poco importanti come la questione dell'equità fiscale e pure sociale. Il governo Monti sulla questione ci ha campato per quindici mesi senza mai neppure fare uno sforzo. Ma d'altra parte chi ha due o tre o anche quattro incarichi e ricava da ciascuno diverse decine di migliaia di euro al mese come può capire chi tira la cinghia? Oggettivamente è sforzo troppo grande e quindi non può. 

Ecco perché il governo Letta non va in vacanza gli è capitato che l'appunto per la prenotazione della pensione Mariuccia sia finito nelle cose da fare “un po' più in là” e così hanno perso il turno. Ormai è tardi tutto già preso.
Gli resta però sempre la possibilità di svagarsi con qualche giochino elettronico, il subbuteo di cui il premier Enrico Letta va matto richiede troppo spazio e diversi giocatori appassionati. Per informazioni sui giochini elettronici rivolgersi alla deputata Rosy Bindi. Per intenderci quella che ha richiesto con foga alla direzione del suo partito la deroga per potersi presentare alle elezioni avendo oramai superato di gran lunga i termini stabiliti dal regolamento. In molti si domandarono perché la Bindy volesse tornare in parlamento dopo oltre quindici anni di permanenza su quegli scranni. Ora si ha la risposta: per giocare con il tablet (pagato dai contribuenti magari) in un ambiente sereno, ben condizionato sia d'estate che d'inverno e anche ben remunerato. Ora è chiaro.


Se poi il governo e tutti i suoi ministri a cominciare da quello degli Interni decidesse di andare “un po' più in là” e lasciasse il posto a gente che faccia meno proclami ma più fatti farebbe cosa buona e giusta.

giovedì 20 dicembre 2012

Nel Pd ci sono 10 derogati. Dieci di troppo.

Lo statuto del Pd prevede l'incandidabilità dopo tre mandati. In dieci fanno istanza di deroga. Chi sono?  Che hanno fatto in tutti questi anni? Perché vogliono restare? Pare che nessuno glielo abbia domandato.


C'è chi dice che quelli della direzione del Pd sono uomini. Come tutti. E quindi hanno cuore e sensibilità. 
E chi sciaguratamente dispone di cuore e sensibilità fa una fatica tremenda a dire di “no”. 
Anzi, quella sgradevole parolina nessuno proprio la vuole pronunciare.
E così quando l'intera direzione nazionale Pd, circa centocinquanta tra padri nobili e altrettante nobili madri più un tot di aggregati che le eccezioni sono di questo mondo, si è trovata davanti quelle dieci domandine di parlamentari che ambiscono a rimanere tali non hanno avuto l'animo di dire di “no” .
E così in quattro-e-quattro-otto hanno pronunciata il magico vocabolo: “deroga”. 
Probabilmente l'han fatto anche per non dover offrire le spalle a piagnistei successivi. Che la stagione è fredda e influenza e reumatismi stanno dietro l'angolo.
I dieci, come arcinoto, in rigoroso ordine alfabetico sono: Mauro Agostini, Rosy Bindi, Claudio Bressa, Anna Finocchiaro, Beppe Fioroni, Mariapia Garavaglia, Beppe Lumia, Franco Marini, Cesare Marini, Giorgio Merlo. Che alcuni sono notissimi al largo pubblico ed altri completamente ignoti.
La statistica recita: tre donne, sette uomini, due ex pci, un ex socialista che con la scusa della diaspora te li trovi dovunque e, come ti sbagli, sette ex democristiani. Professionalmente parlando, al di là della lunga carriera parlamentare: un magistrato (Finocchiaro), un imprenditore (Cesare Marini), due consulenti (Bressa e Lumia), due ricercatori universitari (Bindi e Fioroni), una insegnante (Garavaglia), un dirigente d'azienda (Agostini), un pensionato (Franco Marini) e, per finire, anche un giornalista (Merlo).
Mancano metalmeccanici, idraulici, avvocati ed architetti, ma questa potrebbe parer demagogia.
Poco importa, anche per non dover scomodare la decenza, che diversi di questi siano componenti della Direzione nazionale.
Cioè, in altre parole, c'è il caso che alcuni si siano autovotati la deroga. Se così fosse sarebbero stati assolutamente nella norma e non avrebbero derogato dall'usanza.

Ma non solo. A loro merito, di tutti i dieci derogati ben s'intende, va detto che sono anche stati tra i tanti che si ritrovarono soci fondatori del partito. Bindi, Finoccchiaro e Fioroni furono addirittura nel comitato promotore.
E tutti e dieci, insieme ad altri 2.848 alla prima Assemblea Costituente del 27 ottobre 2007, votarono plaudenti e gaudenti lo statuto.
Statuto brillante e innovativo, in alcune sue parti. In particolare laddove prevede che non ci debbano essere sovrapposizione di incarichi e che dopo un po' di tempo speso a lavorare per il partito, la causa e qualsiasi altro nobile motivo, sia necessario riposarsi. Come pare sia addirittura successo anche a chi mise mano all'inizio del mondo. Che almeno ai sette cattolici simile considerazione qualcosa dovrebbe suggerirgli.
Per questo anche l'articolo 21 (incandidabilità e incompatibilità), che al comma 3 recita: “Non è ricandidabile da parte del Partito Democratico per la carica di componente del Parlamento nazionale ed europeo chi ha ricoperto detta carica per la durata di tre mandati”, fu votato alla unanimità.
Che quindi aver votato una risoluzione per poi a breve giro rinnegarla non è bello. 
Forse questi dieci si sentivano derogati ante litteram o non han fatto mente locale alla loro posizione o addirittura viene il dubbio che non sappiano far di conto. Che se avessero pensato alle rispettive anzianità di servizio avrebbero capito d'essere a rischio. Con molta probabilità si tratta di tutte e tre le ipotesi messe insieme. E questo non depone a loro favore.

I dieci di cui sopra hanno tutti superato da un bel pezzo la fatidica soglia dei tre mandati: chi con larghezza come Finocchiaro Anna, sette legislature che tradotto significa 25 anni tra camera e senato (nel frattempo per sette anni è stata anche consigliere comunale a Catania), che supera di poco l'ottantenne Marini Franco che di anni passati a scaldare quegli scranni compreso quello di presidente del senato ne ha totalizzati 21. Avendo speso quelli precedenti a fare il sindacalista. Poi c'è la Bindi: una volta al parlamento europeo più cinque volte a quello nazionale . Già due volte ministro della Sanità e poi ministro della Famiglia. 
Di quest'ultima esperienza si cita il disegno di legge detto "Dico", dal tono blandamente omeopatico, che comunque non passò. E anche alcune sue esternazioni del tipo: « Non sarei mai favorevole al riconoscimento del matrimonio fra omosessuali: non si possono creare in laboratorio dei disadattati. È meglio che un bambino cresca in Africa». Giusto per non perdere la memoria.
Quindi a seguire tutti gli altri che è stucchevole stare a stilarne un'algida classifica.

Giuseppe Fioroni, tre legislature
Tuttavia per dare onore di cronache agli ultimi che si spera siano i primi, come scritto nei sacri testi, a togliere il disturbo sta, in fondo all'elenco, Beppe Fioroni che è usurato da solo tre legislature. Cosa che non gli ha impedito di totalizzare circa 25.000€ di multe per varie infrazioni stradali. Che già questo giustificherebbe la sua messa a riposo o il suo ritorno alla più tranquilla professione di ricercatore universitario. Che, in questo ruolo non avrà bisogno né di scorte né di auto blu e quindi serenità per lui, per noi e anche un bel risparmio per l'erario. Le multe infatti non le paga l'onorevole.
Chissà che così, calato nella vita di quelli normali, non torni a capire, ammesso e non concesso che l'abbia mai fatto, le questioni della sua precaria categoria.

Tutti e dieci hanno biografie eccelse (tratte da parlamento openopolis o dai siti personali ndr) che raccontano di quanto numerosi e gravosi siano i loro impegni.
Così, ad esempio Gianclaudio Bressa, maturità classica, consulente aziendale ed ex sindaco di Belluno, partecipa a due raffinate e professionalmente puntute commissioni: affari costituzionali e giunta per il regolamento.
Che competenze poi abbia un consulente aziendale (in che branca forniva la sua consulenza non si sa) in quel tipo di commissioni è un mistero. Ma, come noto, il parlamento apre ampi orizzonti e molti spazi di aggiornamento culturale. In più questo stakanov si occupa di: economia, stato, cittadinanza e immigrazione, politica, lavoro, enti locali ordine e sicurezza, finanziamenti pubblici, società, imprese, regioni, pubblica amministrazione, partiti e movimenti politici, giustizia, diritto, cittadinanza, finanziamento pubblico ai partiti, ambiente e territorio, comuni e altri 515 argomenti. Non solo, nell'ultima legislatura è stato presente al 63% delle votazioni. Dove occupasse poi il restante trentasette ancora una volta non si sa.
Gianclaudio Bressa, 57 anni,
quattro legislature
Che per tener dietro a tutto questo ci vuole un bel fisico. Questo sì che è un lavoro usurante da cui qualsiasi gruista vorrebbe scappare. Lui invece no. Resta e spera non di raddoppiare che l'ha già fatto ma di quintuplicare la presenza. D'altra parte ha solo cinquantasette anni.
Per non dire di Giorgio Merlo, giornalista di Rai Piemonte, è un ex dc e avrà 63 anni a luglio.
Sulle spalle ben quattro legislature e nel suo sito scrive: “Quello che conta non sono le singole 'discese in campo' anche se autorevoli e rumorose. In gioco c’è il progetto politico ... Il resto è prevalentemente gossip”. Che come petizione di principio non è niente male. Ma di petizioni di principio son lastricate molte strade. E non tutte portano in bei posti.
Dopo di che il suo indice di produttività parlamentare lo classifica al posto numero 407 su 630. Nonostante vanti una presenza alle votazioni eccezionalmente alta: 91 per cento. Ma forse la presenza da sola non basta.
Poi c'è Mauro Agostini che già a 39 anni, adesso ne ha 60, era segretario regionale dei Ds in Umbria. Quattro le legislature e come tiene a ricordare fu, negli stessi anni, tesoriere nazionale con Veltroni e Franceschini. Spiccata tendenza al doppio lavoro. Si interessa di economia, imprese, stato, tasse e imposte, famiglia, salute, umbria e altri 486 argomenti.
Come rinunciare a uno così che peraltro un impiego fuori dal parlamento già ce l'ha: è in aspettativa dal ruolo di Direttore Generale di Sviluppumbria spa, Finanziaria regionale dell'Umbria. Come poi possa operare Sviluppumbria senza Direttore Generale da diciotto anni è un mistero. O forse ne possono fare tranquillamente a meno perché figura ininfluente. Mah.
Invece pare che neppure il Pd possa fare a meno di un Cavaliere di Gran Croce dell'ordine al merito della Repubblica Italiana e di chi ha ottenuto la Medaglia d'oro per i benemeriti della Sanità Pubblica ovvero di Mariapia Garavaglia da Cuggiono. Per le sue competenze di insegnante è stata ministro della sanità per ben undici mesi, da aprile 1993 a maggio 1994. e nessuno se ne è accorto. Che poi abbia anche manifestato con Militia Christi e Forza Nuova in difesa della famiglia è un accidente della storia sfuggito ai compagni di partito. In compenso Roma le piace così tanto che non contenta di starci da diciannove anni e centosessantanove giorni come parlamentare ne è stata anche, ovviamente in contemporanea, vicesindaco. Per ben due volte. Però il suo ultimo collegio elettorale è stato il Veneto. Cosa vuol dire la creatività.

Chi invece all'ultima tornata quelli del Pd proprio non ce lo volevano mettere in lista è Giuseppe Lumia. Che già era stato deputato quattro volte e pure Presidente dell'Assemblea regionale siciliana del partito. Lui minacciò di passare all'Idv e allora, come per incanto fu candidato al senato e, come soprammercato, anche capolista. E quindi per lui le legislature sono a quota cinque. E vorrebbe che diventassero sei. Che è un bel numero tondo.

Giuseppe Lumia, quattro volte deputato
una volta senatore
Percorso inverso invece quello di Cesare Marini che per tre volte senatore adesso gli tocca sedere alla camera. Ma non si deve stare scomodi neanche a  Montecitorio. Anche lui come tutti gli altri segue una enormità di argomenti e vota con diligenza, per l'84% delle volte è presente, ma in quanto a produttività e al posto numero 436. Però è un grande co-firmatario.
Per ben 997 volte ha firmato emendamenti, disegni di legge, mozioni, interpellanze e di tutto e di più ancora presentati da altri colleghi deputati. Il che significa che ha una gran capacità di relazione o di accodamento. A scelta. Anche lui, comunque, non si fa mancare impegni extraparlamentari ed è sindaco di San Demetrio Corone nel circondario di Cosenza.

Ora tutto ciò posto, la domanda ai dieci è: ma perché volete a tutti i costi ricandidarvi? Se contributo al Paese volevate dare, avete già dato. Ritornate alle avite professioni, che per fortuna un lavoro l'avete ancora. Rigeneratevi e provate un po' a riscoprire come vive la gente normale. Magari domandatevi se qualcun altro avrebbe potuto far di meglio. E non siate presuntuosi.
Ma a quanto pare nessuno della direzione nazionale e tanto meno il segretario Bersani ha fatto domande.

giovedì 29 novembre 2012

Che bella la settimana prima del ballottaggio


Sono come i giorni che corrono prima degli esami. L'adrenalina scorre a fiumi e l'eccitazione è massima. I cuori battono all'impazzata e di tanto in tanto vengono i sudori freddi. Sembra un torneo di calcetto. E c'è chi perde le staffe.


In attesa del d-day si gioca e si scherza come ai tempi del liceo. O, se si vuole parere più maturi, come a quelli dell'università. Prima della tesi. Talvolta ripercorrendo a mente tutto il programma si pensa «acc..., questa non la so.» Panico. Ma poi ci si ripiglia,subito dopo perché sale dal profondo anche la domanda “che si sa.” Di solito quella più facile. Cuor contento il ciel l'aiuta.
I giorni scorrono lenti e frenetici al tempo stesso. La questione di fondo resta: “dove vanno a finire i voti degli alti tre?”
Gli incontri clou sono già programmati: 
Bersani-Puppato, Renzi-Tabacci, Bersani-Tabacci, Renzi-Puppato. Già, perché a guardarla bene più che l'agenda di una settimana politica sembra il calendario dei play-off di un torneo di calcetto. Dando seguito alla semantica di un tifoso obnubilato che definì il coinvolgimento in politica con “discesa in campo.” Dimostrando anche in questo scarsa competenza.
Gli spogliatoi di solito stanno a livello dei seminterrati e i giocatori salgono scalette per raggiungere il terreno di gioco. Quindi “si sale in campo.” Almeno si va verso l'alto. Che per chi viaggia sotto il metro e mezzo dovrebbe essere una bella aspirazione
E con l'aiuto di tutti e anche un po' della fortuna ci si libererà definitivamente “del liftato del cucù.” Che Angela Merkel non l'ha ancora dimenticato.

La partita Bersani-Vendola c'è già stata. Con soddisfazione di entrambi. Anzi Nichi a cose fatte ha detto «ho sentito profumo di sinistra.» Cosa vuol dire avere il senso dell'olfatto. Anche se, di solito, dopo il calcetto quel che si sente non è profumo e comunque come dicono i britannici, che se ne intendono, la politica quando è ben fatta non è solo ispirazione ma anche traspirazione. E pure tanta. Nel senso di fatica.
Comunque Bersani ha portato a casa i tre punti. Almeno in potenza. Ché i voti, fuori dal porcellum non si spostano come cassette di pomodoro. In compenso non ci sarà l'incontro Renzi-Vendola, perché il secondo gioca solo con chi conosce e con Bersani ha antica frequentazione. Anche se poi su tanto divergevano e divergono, non foss'altro che sull'atteggiamento avuto sulla prima proposta Marchionne e sull'articolo 18. E questo è da spiegare alla base di Sel.
Matteo Renzi conferma che se perderà non andrà in Africa e i popoli di quel continente ringraziano sentitamente avendo già ospitato Nino Benvenuti, Guido Bertolaso, Flavio Briatore e schivato Walter Veltroni. Anche per loro, una volta tanto, un po' di fortuna. Inoltre il fiorentino ribadisce che non chiederà strapuntini di potere ma continuerà a fare il sindaco. Bello. Si tratterà di vedere se vero. E soprattutto se quelli che si sono impegnati con lui saranno della stessa idea.

Chi invece vuole a tutti i costi rimanere è Rosy Bindi che sempre più assomiglia a Daniela Santanché. Per toni e atteggiamenti. Si vede che le passionarie hanno tratti comuni. Plastica a parte. Che poi partire dall'Azione cattolica per arrivare al vaffa lanciato a Bianca Berlinguer in diretta tv non è un bel viaggio.
Il derby Bersani-Renzi s'è giocato con fair play pur ciascuno ribadendo il proprio stilema. Di volta in volta si sono dati reciprocamente ragione, hanno condiviso alcune posizione e ribadito che su altre l'accordo non c'è. D'altra parte fanno parte dello stesso partito anche se di diverse correnti. Ci sta.

Pier Luigi non ha rinunciato alla vivida metafora e se n'è uscito con un «meglio un passerotto in mano che un tacchino sul tetto.» Perché poi uno debba tenere un passerotto in mano e che ci faccia un tacchino sul tetto non si sa. Forse quelli della Lipu (Lega italiana protezione uccelli, ndr) non apprezzeranno ma oramai è detta, a beneficio dei cultori del genere. Matteo ha cercato di spruzzare un po' di sinistra qua e là, neanche fosse Chanel n°5 e poi, ha inseguito il segretario sul terreno delle metafore. Ha paragonato sé stesso e Bersani a due allenatori. Neanche a dirlo. Ovviamente Bersani è l'allenatore che gioca con vecchie glorie (che poi son vere glorie?) ed è perdente, mentre lui ha moduli di gioco aggressivi e vincenti. 
Quindi tutto nella norma.
L'ultima domanda di Monica Maggioni: «avete una persona a cui chiedere scusa. E perché.»
Bersani è paterno: «la mia famiglia, mia moglie e le figlie, per tutto il tempo rubato. E il parroco per lo sciopero dei chierichetti». Con tanto di richiesta coram populo di perdono dall'aldilà. Da Giovanni XXIII al parroco di Bettola, che altro può mancare?
Mentre il riferimento di Renzi continua ad essere il giovane precario:«chiedo scusa a mio fratello che laureato con centodieci e lode in medicina ha lasciato Firenze per non fare il medico fratello del sindaco. E se ne è andato all'estero.»
Colpo di scena. Bersani dice: «Come mio fratello. Dico sul serio. Come mio fratello.»
Vuoi vedere che avevano un fratello in comune e non lo sapevano?
Alla notizia a D'Alema sarà venuto uno sturbo.

lunedì 10 settembre 2012

Il matrimonio gay? “famolo strano”. Si scrive sempre Bin ...di, ma talvolta si legge Bin ...etti.

Famolo strano? No, famolo normale. Ch'è pure meglio
Ma che bella la nemesi storica.
I moderati che ironizzavano e ironizzano sulla “creatività al potere”, stupendo slogan del '68 francese, si sono poi spesso ritrovati a invocarla, la creatività, per trarsi d'impaccio in quel che gli vien difficile fare. Ma poiché alla creatività son poco avvezzi rischiano sempre un autogol.
Tra i casi recenti come non ricordare il tronfio Giulio Tvemonti che parlava di finanza cveativa perché non essendo pvatico nel far di conto con questa pensava di coprire le magagne di un governo inetto e bolso. Comunque gli è andata male, come prevedibile.
E' di questi giorni un altro bell'esempio: Maria Rosaria Bindi in arte Rosy.
L'inventrice dei DICO per sostenere tesi conservatrici s'è messa ad invocare creatività e trasgressione. Neanche l'Alighieri, toscano come lei avrebbe immaginato simil contrappasso. Cose da non crederci.
Il tema all'ordine del giorno è il matrimonio gay. Maria Rosaria che dovrebbe far parte dei moderati progressisti si trova invece sulle posizioni moderate conservatrici della sua ex  (e si spera mai rimpianta) compagna di partito Paola Binetti, con cui condivide la radice del cognome. Sarà un caso?
A chi le chiede di poter coronare il sogno d'amore con tanto di fiori di d'arancio, confetti, organo e paggetti la presidente del Pd, vaga rassomiglianza con maga Magò e come questa anche un po' pasticciona risponde: "Io ti auguro di fare quello che vuoi nella vita, ma in questo Paese c’è la Costituzione. Il matrimonio è un istituto che è stato pensato storicamente per gli eterosessuali. Potreste avere più fantasia per inventarne uno vostro". Ma che, per il matrimonio c'è un nostro, un vostro e un loro?
La frasetta, anche lontano da ogni malizia, può essere tradotta con un rivoluzionario “la creatività risolve” e con un ancor più trasgressivo “famolo strano”. 
Famolo strano?
Ma come presidente Rosy se chiedono un matrimonio normale, no ma se lo fanno strano invece sì?
Che c'è pure il rischio che tra registi, fotografi, creatori di moda , artisti, scultori e romanzieri e pure politici e avvocati qualcuno se lo inventi per davvero, creativo e strano, il matrimonio gay. Poi allora che succede? Cilici della Binetti a parte. Svenimenti in Vaticano et similia? E a noi che ce ne importa?
Onorevole Bindy, di Binetti ce ne è già una ed  è più che sufficiente. Lasci perdere non prenda  il suo ruolo.
Questo matrimonio famolo normale. Ch'è meglio

domenica 15 aprile 2012

Soldi per sé, soldi per il partito le due Rosy d'Italia.

Non ho mai pensato che Rosy (dove il diminutivo sta per Rosa Angela) Mauro fosse un personaggio politico di un qualche interesse anzi l'ho più spesso vista nei ridicoli panni di una comparsa del redivivo circo Barnum che circolava intorno al super capo-comico Umberto Bossi.
Allo stesso modo ho sempre pensato a Rosy (Maria Rosaria per l'anagrafe)Bindi come ad una donna politica di spessore di cui apprezzare l'evoluzione, da ex democristiana votata dal profondo veneto a presidente del PD la strada è oggettivamente lunga, e mai me la sono immagina nei panni della Giovanna d'Arco dei privilegi.
In entrambi i casi forse, dato il mio irruente carattere di ghibellino, sono stato un po' manicheo. Tutto il buono da una parte e tutto il cattivo dall'altra.
Ora trovare del buono (politicamente parlando) nella Rosy della Lega (anche se ex) non è facile e bisogna scavare parecchio, e dato il basso livello da cui si parte magari anche all'in sù, eppure qualcosina c'è.
Anche dire male (politicamente, sempre) della Rosy del PD non è facile anche se lei qualche spunto negli ultimi mesi ce l'ha dato.
Eppure qualche punto in comune, oltre a quello di genere, senz'altro ce l'hanno.
Innanzi tutto sono due passionarie vere ed in carne ed ossa, a dispetto della Santanchè che invece lo è solo di plastica.
Le due Rosy, pur essendo partite con qualche handicap, .hanno fatto carriere fulminanti per il paludoso e immobile mondo politico italiota
La “Nera” come amorevolmente viene chiamata la Rosy brundisio-padana, essendo nata in quel di Brindisi ed adottata dal gallo-celta Bossi, nonostante le origini sudiste e la recente immigrazione in quel di Milano già nel 1993 veniva eletta nel consiglio comunale della “madunina” e di lì a stretto giro eccola in Regione Lombardia e poi nel Senato della Repubblica, scalando contemporaneamente posizioni nel partito. Bella carriera in soli 15 anni. Almeno dal punto di vista quantitativo.
La Rosy bianca, assistente di Bachelet, è senese ma viene eletta al parlamento europeo in Veneto nella lista della Demcrazia Cristiana partito nel quale si era iscritta solo pochi mesi prima. Oltre che nella DC è stata nel PPI, nella Margherita e poi nel PD. Adesso da Presidente. Che compiere in soli 20 anni questo percorso vuol dire saper fare dei salti in lungo che nemmeno Jesse Owens si immaginava.
Un'altra cosa che le accomuna è il denaro: la Rosy brundisio-padana, a quanto dicono i giornali lo voleva per sé, la Rosy bianca invece lo vuole per il partito e i parlamentari. Gli importi che riguardano la prima sono relativamente modesti, a quanto risulta al momento e richiesti per voglia rozza di elevazione sociale quasi che bastasse una laurea rilasciata da una università sconosciuta a cancellare le origini. E questo certo non è bello e neppure etico. Anche se poi l'hanno espulsa dalla Lega per "insubordinazione" che neanche Stalin arrivava a tanto.  L'altra invece, quella ex democristiana, di soldi per la politica e il partito e i parlamentari ne vuole molti. Anche troppi. E si accalora pure, come s'è visto nella puntata di 8 e ½ dello scorso 12 aprile. La politica non si fa senza soldi, dice la Rosy che è laureata in Scienze Politiche ed è stata ricercatrice all'Università di Siena. Magari su questo punto dovrebbe ripassare un po' di storia dei partiti e dei movimenti politici, esame obbligatorio nella sua facoltà. E quindi scoprirebbe che Andrea Costa e Filppo Turati prima e poi Gramsci e Bordiga e quindi don Sturzo fondarono partiti che diventarono subito di massa senza il becco d'un quattrino e che le case del popolo come le società di mutuo soccorso e le cooperative sia le bianche che le rosse e le verdi repubblicane si autofinanziavano. Altri tempi altra pasta di politici. Uno degli argomenti utilizzati dalla Rosy bianca è che se i privati finanziano i partiti li condizionano. Su questo punto ai tempi dell'università evidentemente deve aver perso qualche lezione. Il partito è espressione di un gruppo sociale che esprime una sua specifica visione del mondo e, conseguentemente, è portatore di interessi polici-sociali-economici. Quindi è ovvio che se un operaio metalmeccanico finanzia un partito si aspetta che lo stesso ne difenda gli interessi e la stessa cosa fa un costruttore edile. L'essere stata nwella DC qualcosa le avrebbe dovuto insegnare. Senza contare che il finanziamento pubblico non esclude quello privato e quindi … Rifletta la Rosy bianca sul fatto che l'UDC di Pierferdinando, tanto per fare un esempio, oltre a i “rimborsi” elettorali ha ricevuto in regalo dal costruttore Caltagirone un bel milioncino. Caltagirone l'avrà senz'altro fatto per aiutare lo scapestrato genero e consentirgli di continuare a baloccarsi con il suo giocattolino ma anche perchè ne condivide le finalità politiche e le conseguenti azioni. O no? Non a caso ci sono partiti di destra, di centro e di sinistra, che difendono interessi diversi. Al solito è una questione di posizionamento
Senza dubbio i partiti gestirebbero assai meglio e con maggior oculatezza i denari ricevuti dai privati non foss'altro perché questi gli e ne chiederebbero conto. In modo puntuale. E non con il pressapochismo con cui viene oggi fatto per i denari di tutti noi.
E certo non vale l'equazione che se non finanziati pubblicamente i partiti per finanziarsi sarebbero costretti a rubare, come si ebbe l'ardire di sostenere in tempi non lontani. Questo è un argomento che neanche i più disperati tra i diseredati usano più quando fanno la questua. E la stessa motivazione vale per gli esorbitanti stipendi e privilegi di cui godono i parlamentari. Non l'ha ordinato il medico di svolgere la funzione di occupante lo scranno del Senato o della Camera e quindi la motivazione non può essere economica ma semplicemente ideale e di servizio. E sopratutto quello di politico non può essere un mestiere.
Quindi i soldi fateveli dare dai vostri sostenitori. Se ci riuscite.

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