Ciò che possiamo licenziare

giovedì 10 novembre 2022

Perché i renziani del PD non vanno con il Renzi?

Andarsene con Renzi  nel 2019 era un azzardo, dei quaranta che  lo seguirono solo quattordici sono rientrati in Parlamento. I renziani restano nel PD: gli manca il coraggio o sanno di non contare nel Paese. La passionaria Rosy Bindi propone lo scioglimento: la destra con la destra  e la sinistra con la sinistra.


I renziani del PD assomigliano ai tedeschi del Volga. Sono tedeschi, ma non gli sconfinfera l’idea di andare a vivere in Germania. O come i rumeni di Moldavia: hanno anche il passaporto della Romania, ma preferiscono starsene in Moldavia. Quando il Renzi Matteo se ne andò, insalutato ospite, decise di lasciare nel Nazzareno la gran parte dei suoi guastatori e si portò dietro solo i più fidati-affidabili-disperati e qualche caso umano. Covava l’idea di condizionare comunque il partito di cui era, inopinatamente e sciaguratamente, diventato segretario. Come suggestione ci poteva pure stare. C’era poi d’aggiungere la non garanzia di tornare sui nobili scranni in caso di elezioni e già questa era una buona scusa. Infatti dei quaranta che lasciarono il PD nel 2019 solo quattordici sono rientrati in Parlamento. E già, perché i renziani erano maggioranza, o giù di lì, negli organismi di partito, ma nella base e tra l’elettorato contavano e contano un po’ meno del niente. E anche questo ci stava. Infatti il partitucolo renziano se non fosse inciampato nel Calenda Carlo, incapace di raccogliere le firme per presentare in autonomia le sue liste, con grande probabilità non sarebbe tornato in Parlamento. E tutti se ne sarebbero dimenticati in un batter di ciglia e forse solo il Berlusconi Silvio l’avrebbe rimpianto. Quindi ci sta che il grosso dei renziani se ne sia rimasto quatto quatto dentro le calde e confortevoli stanze del Nazzareno. Anche in considerazione che il Letta-Cromwell, a parte il Lotti, la Morani e pochi altri per fortuna cancellati dal risultato elettorale come il Marcucci e il Romano, la gran parte se li è tenuti temendo chissà cosa. E così Guerini, Del Rio, Ascani e quelli autodefinitisi riformisti, senza dimenticare Franceschini e Fassino, sono ancora lì a giocare di sponda con il Renzi, Adesso invece la situazione è cambiata. La maggioranza, nonostante tutto è ben salda, la legislatura promette di durare cinque anni e dunque c’è il tempo, e la speranza, tutta teorica, di abbindolare qualche elettore e magari liberarsi del Calenda Carlo. Detto tra noi la convivenza non durerà. E allora perché i renziani del PD, disposti già da adesso ad abbracciare la Bricchetto Letizia in arte Moratti nonché mamma di Batman (si veda l’articolo del Gramellini Massimo su La Stampa 4 marzo 2011, nel quale si faceva riferimento a una inchiesta di cui si son perse le tracce) se ne stanno rintanati dentro un partito alla deriva e non se ne vanno?  Gli manca il coraggio? Ne hanno mai avuto, c’è da chiedersi. Gli manca la fiducia in Renzi? Ad averne. La coscienza di non essere in grado di portarsi dietro neppure il portaborse? La paura di perdere lo stipendio? Forse sperano di lucrare sul brand PD: partito di sinistra fuori e democristiano dentro? La passionaria Rosy Bindi, guarda un po’ chi tocca definire passionaria, suggerisce al PD di sciogliersi: la destra con la destra e la sinistra con la sinistra, tertium non datur  E questa sembra la soluzione più confacente. I pretesi riformisti da una parte e vadano ad allearsi con la destra: si parte dalla Bricchetto Moratti e si ritornerà in quattro-e-quattro-otto alla giunta Milazzo del 1958. Dall’altra parte quelli di sinistra, senza gli elefanti del passato, hanno già fatto danno a sufficienza, focalizzata sul progresso e non sullo sviluppo, magari impegnata dalla parte dei precari, della sanità pubblica e delle periferie, poco interessata alle privatizzazioni e molto all’efficienza sociale. Un’utopia? Forse, ma magari anche no.   

Buona settimana e Buona fortuna.

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