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giovedì 5 settembre 2013

Tutti per Renzi, Renzi per tutti.

Adesso quasi tutti nel Pd pare (pare) siano diventati renziani,  ma che se ne farà Matteo di tutti questi consensi? Le parole d’ordine non sono cambiate di un ‘et’ rispetto al 2012 ma il numero dei ‘mi piace’ sta aumentato a dismisura. Se però oltre ai numeri, dice Fabrizio Barca, si mettessero in campo anche le idee non sarebbe male.


Matteo Renzi durante il tour delle cucine
A quanto pare sono ben lontani i tempi in cui Rosy Bindi (1) , facendosi portavoce della maggioranza del Pd, a chi le chiedeva se Renzi fosse un cavallo di Troia rispondeva ironizzando:  «Non esageriamo,  caso mai un camper – e aggiungeva – Il suo è un messaggio berlusconiano e grillesco.» Che, come giudizio, non era certo da considerarsi tenero, visti i termini di paragone: due comici e pure in età.
Adesso quasi tutti gli ex della Margherita, Rosy Bindi ovviamente esclusa perché deve essersi persa qualche passaggio mentre alla Camera giocava al solitario (2), hanno abbracciato le posizioni di Renzi. Anzi per essere più esatti sulla linea Renzi ci si sono addirittura sdraiati. Come si diceva una volta. Inoltre il pargolo di Firenze raccoglie consensi anche tra gli ex Ds.

Molti, racconta Gad Lerner (3),  voteranno Renzi Matteo perché seguono la logica del «non mi fido (e poco pure capisco) ma mi adeguo» che è la versione 2.0 del più esplicito «votiamo turandoci il naso. E speriamo in bene.» Tra i tanti che han deciso di appoggiare quello che ormai con familiarità chiamano Matteo, ci sono anche Fassino Piero (quando non è intento a lamentarsi per il poco stipendio che evidentemente 5,216€ netti/mese gli paion pochi)(3)  e il kennediano, che oramai non ci sono più neanche negli Usa, Veltroni Walter. Questo per dire quanto siano aggiornati. Che come mentori questi due forse è meglio perderli che trovarli viste la poca esperienza che hanno nel ramo vittorie. Però la torta si fa con gli ingredienti che si hanno a portata di mano.  Anche se sarebbe meglio sceglierli.

Sfuggono in questa ingarbugliata storia, tra gli altri, due dettagli: il primo è quale sia esattamente la linea di Renzi. Perché voler cambiare marcia in un quadro disastroso più che una linea politica è una petizione di principio. E data la situazione, neppure particolarmente originale. Che in fondo è come dire: «grazie, mamma.» quando questa a cena non presenta la solita minestrina con le stelline che navigano nel brodo. Chi può essere contrario? 
La seconda questione, più di sostanza,  è cercare di capire, poiché stante il contesto non può essere altro che un tentativo, cosa effettivamente sia cambiato dal punto di vista dei contenuti renziani da novembre 2012.  Dicendo allora quel che ripete oggi, anche se un po’ più stancamente ma i mesi passano per tutti, ovvero la persecuzione della palingenesi del partito, il sindaco di Firenze perse per 40 a 60 contro Bersani. Proporzioni che oggi paiono cambiate e ribaltate per difetto soprattutto se lo sfidante è tale Gianni Cuperlo che oltre ad essere dalemiano doc, cioè noioso e pure un tantinello supponente, pare non abbia altri meriti.  Di Civati non vale dire, ché lo prende già abbastanza per i fondelli Tommaso Labate sul Corriere.

Ora il Matteo dovrà gestire questa improvvisa messe di consensi e se, come già raccontava Dumas,tutti sono per uno va da sé che, per obbligo, l’uno debba essere per tutti. Finché si è in quattro, come ben sanno D’Artagnan ed i suoi soci, non è difficile ma quando si comincia ad essere quattrocento o quattromila la questione si fa un po’ più ardua soprattutto perché, come nella miglior tradizione del partito democratico Michele Salvati insegna (4), tutti questi consensi nascono di vertice e si trascinano dietro le diverse basi.  Talvolta magari recalcitranti. Ché va bene essere amici dei capi corrente ma qualche beneficio deve pur scendere per li rami e allora cominceranno i guaietti. Perché le correnti non si eliminano per decreto e se anche queste fingeranno di scomparire chiamandosi tutti o quasi renziani ecco che spunteranno, come funghetti in autunno, i renziani di destra e quelli di sinistra e quelli di centro e quelli di centrosinistra e quelli di centrodestra.  E magari pure quelli di centrocentro. La qual cosa poi significa essere capo a dodici. Perché la tradizione democristiana in questo era maestra e gli ex Ds l’hanno imparato in un fiat.

Apparentemente l’unico che all’interno del Pd non s’è ancora innamorato di Matteo Renzi – a D’Alema il sindaco fiorentino piace perché gli dà modo di avere una parte in commedia - è Fabrizio Barca e lo dimostra mettendo sul piatto il primo vero dilemma: si sceglie tra progetti di società o tra capitani di ventura?  Che se per caso si dovesse scegliere tra progetti di società allora sì che si assisterebbe ad un vero congresso ed il Pd diventerebbe un vero partito e non la sommatoria di disperati alla ricerca di un posto. E di uno stipendio. Che altre idee pare non ce ne siano in circolazione.



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(3)  Corsera 23 agosto 2013