Dal 1987 ad oggi ha occupato scranni parlamentari a Roma e Bruxelles. Il suo pensiero politico: quaunquismo, razzismo, egoismo e una bella doosa di volgarità. Non ci mancherà.
Bossi Umberto, classe 1941, in Parlamento del 1987 è stato politico più furbo che sagace, più tattico che strategico, più opportunista che leale, più attento a interessi particolari e secondo la magistratura anche suoi personali, che a quelli generali. Ha fatto parte della categoria berlusconiana dei “politici che non hanno mai lavorato”. E per questo la prima moglie lo ha liquidato. Di lui la Storia, ammesso che la Storia abbia tempo e voglia di occuparsene, ricorderà il pensiero politico inesistente innervato di becero qualunquismo, egoismo e razzisno, e le molteplici volgarità, il cattivo gusto, epica fu l’intervista in canottiera e slip da bagno, e i comizi turpiloquianti. Ha insultato praticamente tutti: a partire dai Presidenti della Repubblica, definì Napolitano «terrone» accompagnando l’epiteto con il gesto delle corna. Ha vilipeso la bandiera: «Quando vedo in tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo». O anche, a Venezia, durante un comizio, rivolto a una signora che esponeva la bandiera nazionale con l’usuale grazia le gridò: «il tricolore lo metta al cesso». Disse anche di aver ordinato «un camion di carta igienica tricolore», tanto per tenere alto il livello dello scontro politico. Con lo stesso aplomb trattò i suoi avversari politici. Nella sua prima giravolta ha chiamato Berlusconi, «Berluscaz» e l’ha accusato di essere colluso con la mafia, salvo poi governare con lui nei decenni successivi e diventare suo ministro per la devoluzione. Bufala ridicola: servì solo a dargli uno stipendio in più. Commentò l’uscita dalla Lega del professor Miglio, teorico del federalismo, con una vivida metafora: «Miglio è una scureggia persa nell’universo». Tanto per coniugare aria ad aria. E poi con quel suo abituale dico non dico affermò che i padani ce l’avevano duro. Beati loro. Accordatosi con Rocco Buttiglione, Massimo D’Alena e sotto il patrocinio del Presidente Oscar Scalfaro fece cadere il primo governo Berlusconi, i maligni dicono gratis. In compenso per finanziamento illecito, prese soldi da Enimont, fu condannato in via definitiva. L’allora segretario amministrativo ci rimise le penne e lui invece no. Come ti sbagli. Oltre al finanziamento illecito è stato condannato per resistenza alla forza pubblica, vilipendio alla bandiera e al Presidente della Repubblica e poi diffamazione pluriaggravata, istigazione a delinquere, truffa ai danni dello stato e appropriazione indebita. A proposito di Roma ladrona. Ci fu poi chi, con spirito goliardico, trasformò lo slogan padroni a casa nostra in un più preciso ladroni a casa loro. Ha millantato centomila bergamaschi armati di fucile pronti a fare la secessione: una farsa. Qualche invasato ci sarà pure stato ma dichiarare di metterne insieme centomila fa solo ridicolo. Si guadagnò una condanna anche per questo. Salvo errori od omissioni, ha totalizzato, condanne all’incirca per una decina d’anni o giù di lì, ma mai ha avuto il piacere di visitare la rotonda di San Vittore o salire i tre gradini di Regina Coeli. La truffa ai danni dello stato è andata prescritta mentre per l’appropriazione indebita è stato salvato dall’inopinata norma introdotta dal governo Gentiloni che prevede il non luogo a procedere se la vittima del reato, in questo caso la Lega Nord, non presenta querela. E Salvini ha preferito salvare il suo ex mentore. Ma guai a parlare di casta. Anche in questa occasione a rimetterci è stato il solo Belsito, segretario amministrativo. Evvabbé. Con sicumera attaccò la frase dell’Inno Nazionale là dove recita: “che schiava di Roma”. Si coprì di ridicolo dimostrando di non sapere di cosa stesse parlando: la frase in questione è riferita alla vittoria e non alla padania. Grassa e beata ignoranza. Ma anche questo gli è scivolato addosso come nulla fosse. Naturalmente come tradì Berlusconi così tradì anche i nuovi amici Buttiglione e D’Alema, quest’ultimo in un momento di particolare ebbra ispirazione arrivò a definire la Lega «una costola della sinistra», con ciò dimostrando scarsa conoscenza dell’anatomia politica dello Stivale. Anche questo passaggio di ritorno da sinistra a destra fu ispirato da puro idealismo e, come dicono i maligni: fatto gratis. Quando nel 2001 i consensi alla Lega si ridussero al 3,6%, confortò i suoi che mogi mogi giravano per la la sede di via Bellerio dicendo che quel miserrimo tre percento valeva doppio perché indispensabile e, dicono sempre i maligni, l’ha gentilmente offerto gratis al colluso con la mafia. Ciliegina sulla torta: il Bossi Umberto si è sempre battuto contro l’adozione di bambini da parte delle coppie gay, dichiarando, parole sue: «I poteri occulti hanno tentato di far passare in Europa, con l'appoggio dei comunisti e delle lobby gay, l'affidamento dei bambini in adozione alle coppie omosessuali. … lanciamo un monito alla nuova famiglia Addams. Guai, Europa! Giù le mani dai bambini, sporcaccioni!» E in aggiunta ha definito quella gay come «famiglia artificiale». Evidentemente averla detta «famiglia Addams» non era sufficiente. Il suo scranno vuoto dopo nove legislature non commuove fa solo pensare a come avrebbe potuto essere meglio occupato.
Buona
settimana e buona fortuna.
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