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sabato 8 agosto 2020

Nuovo Ponte, Nuova Vita?

Il 3 di agosto ennesima inaugurazione del ponte sul Polcevera, ci si augura l’ultima. Hanno parlato in tanti,  Sergio Mattarella e Renzo Piano avrebbero dovuto essere gli unici e gli altri a far da contorno. Ma così non è stato.



E così il 3 di agosto, dopo un anno e trecentocinquattaquattro giorni dal disastro sul Polcevera, si è inaugurato il nuovo ponte che collega il levante ed il ponente di Genova. Non è questa la prima inaugurazione, ma si spera ardentemente che sia l’ultima.  Di retorica e sproloqui ce n’è d’abbondanza in giro.  Gli organizzatori hanno voluto una manifestazione sobria e per questo è stata chiamata la pattuglia delle frecce tricolori, oltre centomila euro di spesa, e si sono scomodate le più alte cariche dello Stato che a muoverle di scorte, sicurezza, trasporti, annessi e connessi di denari ne sono andati a badilate. Ciascuno, comunque, è stato ben preparato per la recita dell’usuale pistolotto, scritto da altri, e per la passerella.  Hanno preso la parola il Presidente del consiglio, la Presidente del Senato, il Presidente della Camera, il Presidente della Regione Liguria, il Commissario straordinario  all’opera nonché Sindaco di Genova. Ha parlato anche l’Architetto Renzo Piano che tra i sei in questione era l’unico ad averne pieno titolo e senza alcun interesse personale: non deve essere rieletto, non ha bisogno di rinverdire  la sua immagine, di suo ha fama internazionale e non provinciale e ha pure deciso di non guadagnarci un centesimo avendo lui e il suo studio lavorato gratuitamente al progetto. Peraltro l’Architetto Renzo Piano non è nuovo a simili atti eversivi: usa la sua indennità di Senatore a vita, giustamente tassata, per pagare lo stipendio o borsa di studio a cinque giovani architetti. E’ l’unico tra i Senatori a vita a compiere questo alto atto di civismo,mentre  altri pur avendo introiti diversi intascano senza batter ciglio anche questi. Così va i mondo.

Era presente all’inaugurazione anche il Capo dello Stato Sergio Mattarella, non ha parlato. E avrebbe dovuto essere l’unico a farlo rappresentando l’unità del popolo e della nazione avendo gli altri come comprimari silenti. L’architetto Renzo Piano escluso,

Il Presidente Sergio Mattarella ha preferito incontrare privatamente, senza giornalisti, uffici stampa et similia, ventidue parenti delle quarantatre persone uccise dall’incuria e dall’avidità di pochi. E’ stato quello del Presidente un grande gesto del tutto non capito dalle alte cariche dello Stato che gli stavano attorno. La prova di non aver capito l’hanno data parlando. L’architetto Renzo Piano escluso.

Poi per essere chiaro il Presidente Sergio Mattarella il giorno dopo ha detto di rispetto della Costituzione e di non assalto alla diligenza. Grazie Signor Presidenti per questi suoi due gesti.

Buona settimana e buona fortuna.

lunedì 20 ottobre 2014

Il ministro Andrea Orlando vuol chiudere San Vittore.

Arriva al  ministero della Giustizia su suggerimento di Napolitano. Racconta a Cazzullo che per la riforma  intende coinvolgere l’opposizione. San Vittore va chiuso e bisogna costruire nuove carceri. Interessato a cogliere “l’occasione urbanistica” piuttosto che considerarne le conseguenze .

Domenica epocale quella del 19 ottobre per Andrea Orlando: ha ottenuto la prima pagina del Corriere della Sera. Andrea Orlando 45 anni, spezzino, maturità scientifica e nulla più, una vita passata a correre nei corridoi di partito, Pci prima poi Ds e adesso Pd, in altri tempi lo si sarebbe detto un apparatiniko, ha la spiccata tendenza a stare sempre dalla parte della maggioranza, magari pure con qualche mal di pancia. Attualmente aderisce alla corrente dei “giovani turchi”, è alla terza legislatura e alla seconda esperienza come ministro. La prima la fece con Richetto Letta al Ministero (senza portafoglio) dell’Ambiente mentre adesso è a quello della Giustizia. Su suggerimento, si dice, del Presidente Napolitano.  In entrambi i casi competenze tutte da verificare. Renzi infatti gli avrebbe preferito Nicola Gratteri che di lavoro fa, per l’appunto, il magistrato e qualcosa ne mastica. Soprattutto Gratteri mai si sarebbe sognato di far eleggere al Csm una candidata senza i necessari requisiti. Come Teresa Bene. Ma tant’è.

Per raggiungere la prima pagina del Corsera occorrono due condizioni: una necessaria e una sufficiente. Quella necessaria è la capacità di spararle grosse senza necessariamente dire qualcosa di sensato mentre quella sufficiente è di avere come sponsor un giornalista di peso. D’Alema per esempio sul dire non ha mai avuto problemi e  si avvale della collaborazione ormai antica di Dario Di Vico. Sulla prima condizione Andrea Orlando si sta allenando mentre come sponsor ha l’aspirante vicedirettore Aldo Cazzullo.  Che però è in prestito essendo questi abituato a ben altri calibri e Renzi ne è il benchmark.

Per sparata si intende una affermazione che colpisca l’immaginario e al tempo stesso dimostri quanto sia, al minimo, disinformato sul senso e sulle conseguenze chi la pronuncia. E questo è il caso. Emblematico. Già il titolo in prima pagina: «Cambio la giustizia con l’opposizione E San Vittore va chiuso», promette bene e molto spiega.  Trovare accordi con chi s’è votato leggi ad personam verrà facile solo se si starà su quella china. Alternativamente più che difficile sarà altamente improbabile, anche a mettere in campo qualità dorotee di cui, a sentir Renzi «l’Orlando pacioso» è ben dotato. L’idea poi di chiudere San Vittore senz’altro a molti piacerà  sul piano simbolico ancor prima che su quello fattuale. Vorrebbe, il giovane ministro, rimodulare «il piano carceri, anche per cogliere l’occasione urbanistica  legata a immobili di grande valore. Io sono per chiudere le carceri ottocentesche con i raggi, come San Vittore, non per riaprirlo altrove ma per sostituirlo con un carcere più piccolo e fuori Milano.» Bell’idea quella ridurre le dimensioni visto che si parla di carceri super affollate.

Nel merito: spostare il carcere storico all’esterno della città ha valenza simbolica, che è come dire nascondere la pena, ancorché civile ed umana, agli occhi dei cittadini. Che poi disquisire sulla localizzazione centrale dei simboli del vivere sociale è intuitivo ancor prima che banale. Quindi c’è un aspetto logistico: il carcere deve essere facilmente raggiungibile soprattutto con comodi mezzi pubblici da tutti coloro che intorno alla figura del carcerato ruotano. In prima battuta i parenti: genitori anziani e famiglie con scarsi mezzi che non sempre possiedono automobili o hanno soldi da buttare in viaggi. E poi di coloro che prestano la loro opera nell’ambito del volontariato e spesso si tratta di pensionati. Senza voler dire degli avvocati e dei giudici che è meglio se spendono più tempo nello studio delle carte piuttosto che in auto e nel traffico.

Se poi il giovane signor ministro volesse informarsi sulla struttura di San Vittore potrebbe scoprire che dei sei raggi che lo compongono ne sono attivi solo quattro e che ogni braccio è dotato di cento celle e quindi se tutti i raggi fossero operativi si avrebbero a disposizione almeno seicento celle e non le attuali quattrocento . E che, almeno in parte, il sovraffollamento è dato proprio dal deficitario rapporto tra il numero dei detenuti e quello degli spazi a disposizione. Quindi se si ponesse mano alle opere di ristrutturazione magari utilizzando i detenuti stessi molto si risolverebbe. A beneficio del ministro l’informazione che il lavoro per tutti i detenuti è un bene prezioso assai desiderato e ricercato. Una chiacchierata, anche breve, con gli operatori gli disvelerebbe il segreto. Peraltro durante il Consiglio Comunale straordinario tenutosi nel carcere il 5 ottobre del 2012 Luigi Pagano, attuale vicecapo del Dap, annunciò che il ministero aveva sbloccato i fondi per far ripartire i lavori di ristrutturazione del IV raggio. Mentre è notizia di ieri che già si sia allineato al pensiero del ministro. Capita.

Non c’è alcuna necessità di consumare altro territorio con nuove costruzioni quando basta rammendare (per dirla con Renzo Piano) quanto già esistente. Senza contare che il Piano di governo del territorio varato nel maggio 2012 dalla giunta Pisapia ha definitivamente sancito che San Vittore non verrà spostato,  bloccando così ogni ipotesi di speculazione edilizia. Pare inoltre che la Sovrintendenza ai beni culturali abbia posto un vincolo e che ci sia pure l’interesse del FAI. Non ultima la considerazione che il numero degli appartamenti invenduti o non affittati a Milano è in continuo aumento. Come dire quindi che non si sente la necessità di altre costruzioni.

Infine giusto un paio di domande. La prima: Per la edificazione di San Vittore sono stati impiegati poco meno di sette anni, dal giugno 1872 al maggio 1879, ritiene il signor ministro di poter garantire la costruzione di un nuovo carcere in analogo spazio di tempo? O addirittura inferiore se ipotizza una struttura più piccola.. La seconda: il costo dell’opera a moneta corrente è stato di 11.573.000€. Crede di poter rispettare un simile budget?

Quindi magari, a beneficio di ministri e giornalisti, varrebbe la pena prendere qualche informazione prima dell’intervista e magari essere adeguati alla bisogna, che a dire che gli asini volano più o meno son capaci tutti. E comunque è storia vecchia.

mercoledì 27 agosto 2014

Mentana. l'Iva e la scuola di Cavezzo. Pura demagogia

Ogni limite ha la sua demagogia ma Mentana lo supera. Vuole sia tolta l’Iva dalle opere per la scuola di Cavezzo, costruita con i fondi raccolti da la7 con il Corsera. È illogico e pericoloso. Si tratta solo di vanità. Che gli italici pagherebbero cara.

Anche questa sera, con il solito cipiglio, Mentana Enrico, occhio fisso sul gobbo che gli scorre davanti, ci ha raccontato che è stata una giornata epocale e piena di significato. I fatti esteri e quelli italici sono stati oggi più importanti di quelli di ieri e lo saranno meno di quelli di domani. Lo fa tutte le sere. Gli spettatori de la7 oramai se ne sono fatta una ragione. Questa volta però ha voluto stupire e nel finale si è lanciato in una cruda critica sull’applicazione dell’Iva. Pareva quasi, detto senza alcun intendimento d’offendere, di sentire parlare Matteo Selvini, il leghista. Che solo il giorno prima in quel di Alzano Lombardo aveva piroettato sulla stessa pista anche se con minor garbo. Ma d’altra parte uno è un ruspante gallo-celta mentre l’altro viene dai piani alti del giornalismo.  

In soldoni, che proprio di soldoni si tratta, la faccenda si può riassumere così: la7 con il Corriere della Sera ha lanciato una sottoscrizione per aiutare le popolazioni terremotate dell’Emila e in totale hanno raccolto poco meno di 3 milioni. Importo senz’altro ragguardevole. Con questi denari in quel di Cavezzo, settemila anime nella bassa modenese tra Mirandola, Medolla e San Prospero, è stata costruita una scuola. Anzi due la scuola elementare e quella media. Un istituto comprensivo, come si dice adesso. Il progetto è stato curato dallo studio di Renzo Piano e si vede. Inoltre con la ricostruzione sono aumentati i servizi. Adesso c’è la palestra che prima non c’era, ci sono zone ricreative che prima non c’erano e il verde e i servizi di urbanizzazione. Insomma una meraviglia. Meglio che non ci fosse stato il terremoto ma già che ha voluto passare da queste parti s’è fatto di tutto per migliorare la situazione. All’ora qual è il problema? Il fatto è che s’è pagato l’Iva. Al 10%. Come tutti. Ma poiché l’importo della costruzione è alto, tre milioni appunto, l’Iva, mal contata è stata di 300.000 eurini. Bene, dov’è il problema?

Secondo il Mentana Enrico che nel dare la non-notizia sfoggiava occhi lacrimosi che neanche un vitello ne sarebbe capace, lo Stato dovrebbe rinunciare a quei trecentomila euro che a detta della signora sindaca, Lisa Luppi, potrebbero essere spesi per far cose ancora più belle. Il che oltre che ovvio è anche banale. In tutta questa bella pantomima si fa passare, come farebbe il Salvini leghista, lo Stato per una orrenda sanguisuga, vessatore di donne, vecchi e bambini nonché terremotati, specificatamente di Cavezzo. Però ogni demagogia dovrebbe, come la pazienza avere un limite. O meglio ogni limite dovrebbe avere la sua demagogia. E questa volta si è strabordato giocando malamente sui sentimenti della solidarietà e della generosità. E per essere certo di un qualche effetto il buon Mentana ha chiamato in causa prima Renzi e poi tutti i parlamentari della zona. C’è di che scatenare un bel polverone. A danno di tutti. Ma la demagogia, si sa, non guarda in faccia nessuno. E poi perché Cavezzo sì e l’Aquila no? E poi perché solo i terremoti e non anche le alluvioni. E poi perché le frane no? E l’acqua alta a Venezia? E le piogge torrenziali? E la lava dell'Etna? E le mareggiate? e scivolare su una buccia di banana, no?

Per rimettere le cose sui piedi anziché farle saltellare a testa in giù si può ripercorrere il tracciato della ricostruzione. Per il progetto si affida l’incarico ad uno studio professionale che studierà, progetterà, coordinerà ed alla fine emetterà parcella, con Iva. E lo stesso farà l’impresa di costruzione prescelta che a sua volta avrà comprato sabbia, cemento, cazzuole e betoniere e tutto il resto necessario da altri fornitori che avranno emesso debita fattura con Iva inclusa così come avranno ricevuto a loro volta dai loro fornitori analoghe fatture con Iva. Almeno si auspica.

Le imprese quando vendono sono “soggetti passivi” di Iva ovvero l’incassano ma la riversano allo Stato detratta quella che loro hanno pagato per realizzare la loro prestazione. L’Iva che per una azienda non è un costo perché va a compensazione, ovvero quella pagata viene compensata da quella incassata, se non la si riceve dal cliente lo diventa automaticamente. Quindi un danno economico e finanziario per l’azienda fornitrice. Ma non solo.

Bisogna anche capire quanto è lunga la catena del valore. Un esempio semplice semplice: il costruttore (che ha consegnato la scuola emettendo fattura con Iva) ha comprato il cemento da un cementificio (che ha emesso fattura con Iva) il quale a sua volta si è approvvigionato di materia prima da una cava (che ha fatturato con Iva) che a sua volta ha pagato un trasportatore per la consegna (che ha emesso la sua fattura con Iva). E un’impresa di costruzioni non ha un solo fornitore ma molte decine: impianti elettrici, sanitari, piastrelle, porte, finestre giusto per dirne alcuni, ciascuno dei quali se ne porta dietro altrettanti. E poi ci sono gli elementi di arredo: banchi, sedie, lavagne e magari anche computer e tutta la tecnologia per i laboratori di lingue. A che punto della filiera si deve interrompere il pagamento dell’Iva?

E  tutto questo al netto dell’italica furbizia sulla cui creatività c’è sempre da imparare. L’evasione dell’Iva nel 2013 è stata stimata in 52 miliardi. Che sorbole come commento da solo non basta. Non ultimo il fatto che se tutte le spese effettuate per il ripristino delle zone terremotate fossero Iva esenti quegli incassi mancati Stato non sparirebbero d’incanto ma, come già accade in virtù dei 52 miliardi di cui sopra, tutti gli italici se li ritroverebbero, senza parere, come costo aggiuntivo o sulle accise o sull’Irpef e o su qualche tassa regionale o magari comunale. E anche qui la fantasia dei tassatori è inimmaginabile. Per cui i cittadini di Cavezzo, signora sindaca in testa pagherebbero individualmente più tasse. Chi glielo va a spiegare che queste sarebbero le conseguenze della sparata di Mentana?

Magari Mentana, Enrico, che ha una bella redazione, avrebbe fatto meglio a chiedere lumi sul funzionamento dell’Iva ad un suo redattore esperto in materia e anche al Corsera suo partner in questa avventura che ne ha diversi o  magari anche al suo commercialista. Forse questo gli avrebbe fatto la consulenza gratis, senza fattura e senza Iva.  La demagogia è come il prezzemolo la si piazza in tutte le salse. Ma questo non è tempo di salse e neanche di demagogia.

lunedì 27 gennaio 2014

Renzo Piano vuole rammendare l'Italia

L'architetto-senatore crede che un politico dovrebbe attenersi al giuramento degli eletti di Atene. Lasciare la città meglio di come la si è avuta in consegna. Non è necessario costruire il nuovo basta rammendare l'esistente. Nel progetto investe il suo emolumento di senatore a vita



Una dei recenti mantra di Renzo Piano, architetto nel mondo e senatore nella repubblica italiana, dice che l'Italia debba essere rammendata. Con ciò intendendo che, dal punto di vista architettonico ed urbanistico, già molto è stato fatto, non sempre bene nel precedente e nell'attuale secolo, ma soprattutto che quanto costruito non ha goduto di una adeguata manutenzione. Che poi è un modo carino ed educato per dire che mai questa è stata fatta. E che anzi proprio quanto è di recente costruzione specialmente nelle periferie delle città sia anche un bell'esempio di degrado. Di lì a dire che là dove c'è degrado delle cose non è difficile trovare anche il degrado sociale e, ovviamente, viceversa è passo abbastanza breve e comunque è un dato di fatto sotto gli occhi di tutti.

In genere ad ogni teorema corrispondono dei corollari e anche questo dell'architetto-senatore non fa eccezione.
Il primo corollario del teorema del rammendo recita che è inutile se non addirittura dannoso lavorare per l'esplosione delle città che al contrario dovrebbero implodere ovvero guardare al loro interno e lavorare sulle ristrutturazioni. E poiché la gran parte dei cittadini abitano in periferie si farebbe bene a partire da queste. D'altra parte due dati sono più che emblematici: in Italia ci sono oltre cinque milioni di appartamenti vuoti e si consumano otto metri quadrati di terreno al secondo. Che oggettivamente son numeri da far rabbrividire anche considerando che una bella fetta dello stivale è costituita da montagne. Quindi la domanda è: perché continuare a costruire?

Il secondo corollario è che metter mano al rammendo può portare anzi senz'altro porterebbe, per non dire in modo più direttivo che porterà, alla creazione di nuove professionalità e quindi nuovi posti di lavoro sia per i giovani sia, magari, anche per quelli meno giovani. Che molti di questi ultimi sono stati fatti accomodare su poltrone ben lontane dal lavoro sia dalla crisi finanziaria sia da discutibili scelte politiche, di norma ponzate da bonzi dell'economia che magari non sanno cosa voglia dire tenere sotto controllo un bilancio familiare. Così magari non si darà la colpa alle nutrie per il collasso di un argine, che, anche se vero, suona un po' buffo, oppure non ci si trova con una scuola su cinque che pare non sia in regola con le norme basilari della sicurezza. E pure, verrebbe da dire, del buon senso.

Per tener dietro a teorema e conseguenti corollari Renzo Piano ha deciso di impostare un progetto, d'altra parte è un progettista e fare progetti è il suo mestiere, e già che c'è anche di finanziarselo con il suo emolumento di senatore a vita. In questo modo i soldi dati alla politica tornano alla polis che è un bel circolo virtuoso. Che se anche altri senatori a vita seguissero l'esempio nessuno se ne adombrerebbe. Perché un'idea se non la si mette in pratica è solo una astrazione buona giusto per parlarne al bar. L'architetto-senatore ha battezzato il progetto con la sigla G124 che altro non è che il numero del suo ufficio nel palazzo del Senato nel quale stanno lavorando sei giovani architetti. Tre uomini e tre donne. Tutti italiani e con esperienza internazionale, ça va sans dire. I sei hanno un anno di tempo per presentare il lavoro che con ogni probabilità dimostrerà che crescita e sviluppo si possono coniugare anche con rammendo e non necessariamente con il nuovo. Probabilmente poche volte negli ultimi vent'anni e forse pure qualcuno di più, le stanze del Senato hanno avuto la possibilità di assistere a lavori e si immagina pure a discussioni effettivamente intese a lasciare meglio quello che si è trovato. Neanche a dirlo.

Già, perché proprio al giuramento degli eletti ateniesi fa riferimento Renzo Piano quando, in modo atipico per gli standard nostrani, definisce il concetto di politica. Per la cronaca il  giuramento suonava così: «Giuro di restituirvi Atene migliore di come me l'avete consegnata.» Se si dovessero giudicare con questa massima i politici di lungo corso che hanno scaldato gli scranni dell'italico parlamento negli ultimi cinque o sei lustri ci sarebbe poco da stare allegri. Non foss'altro avendo come parametro l'andamento del debito pubblico. Senza voler dire del numero degli inquisiti e condannati che in quei palazzi stanno dentro. Ma tant'è.

D'altra parte in Senato siede anche Maurizio Gasparri che commentò con fine umorismo la presenza di Renzo Piano alla seduta del 27 novembre (decadenza di Berlusconi) dicendo: «Non può fare come le tricoteuses che andavano ad assistere ai ghigliottinamenti. A Renzo Piano oggi gli mancano solo i pop corn per guardare lo spettacolo. Stavo pensando di fargli recapitare dei pop-corn, ma essendo vicepresidente del senato non l'ho fatto.»
Che Gasparri pensi che in Senato si tengano spettacoli lo fa acuto osservatore, che da lui non ce lo si aspetta. Che poi lui sia uno dei vicepresidenti non ne è altro che la conferma alla sua audace intuizione.

Poi, magari, ci si può divertire a confrontare biografie e reputazione degli attori in campo così si può dare specifica qualificazione allo spettacolo in scena: i tratta di una farsa.
Che poi a domandarsi se possa fare di più in Senato Renzo Piano con una sola presenza o Maurizio Gasparri in cento sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Una cattiveria. Ma forse salutare.