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venerdì 8 ottobre 2021

Enrico Letta sta cominciando a perdere.

Letta si sente in sintonia con il Paese che per la metà non va a votare. Pensa che il futuro sia Calenda che a livello nazionale conta per il 3 per cento dei votanti. E torna a fidarsi di Ranzi. Enrico, ancora una volta, stai sereno.


Da pochi giorni si è conclusa la prima delle due giornate elettorali amministrative. In questo breve lasso di tempo tutti, meno il Draghi Mario che di queste bagatelle se ne impippa, a sgolarsi per dire che la sinistra ha vinto. Qualcuno addirittura ha paventato di vedere i cosacchi abbeverare i cavalli a San Pietro. Non è successo e non succederà. Anche il Letta Enrico non ha saputo resistere e s’è messo a pontificare sul fatto che “siamo tornati in sintonia con il Paese” e poi s’è lanciato a profetare future alleanze.  Evidentemente il micro successo di questo giro gli ha dato alla testa. Prima di perderla. Il neo-giovane-virgulto non ha grande dimestichezza con la memoria. Ha subito dimenticato che i successi di Bologna e Napoli, quello di Milano con il Pd c’entra come i cavoli a merenda, sono stati conditi da tassi di astensionismo che solo per uno zic non sono bulgari. E se questa è la sintonia con il Paese c’è solo da sperare che la fine del mondo arrivi prima della prossima tornata elettorale. Dopo di che il suo spirito ecumenico, che tanto valeva si facesse prete, lo porta ad avere visioni mistiche sul futuro della sinistra. Già vagheggia l’Enrico di una macro alleanza che vada da Calenda Carlo a Conte Giuseppe passando dal Renzi Matteo. E con Calenda e Renzi viene difficile parlare di sinistra. E anche qui un piccolo calo di memoria: con il Renzi Matteo è già alleato, tanto è circondato da renziani e quando tornerà a Montecitorio lo toccherà con mano nel caso non si fosse accorto di chi compone la sua segreteria e capeggi i suoi gruppi parlamentari. E poi c’è la nuova grande voglia: Calenda. Calenda Carlo che pare abbia vinto arrivando terzo. A Bersani andò peggio: arrivò primo, ma non vinse. Comunque è arrivato terzo a Roma con il 19,87 per cento e con il solito quasi cinquanta per cento di astensionismo. Quindi a bocce ferme, se tutti votassero, mal contato, vale a livello locale il nove per cento. A livello nazionale invece intorno il tre, sempre con la questione dell’astensione, sempre mal contato, vale la metà: uno per cento e rotti e da queste basi già pone condizioni. Draconiane. E poi c’è, per l’appunto, il M5S. Un rebus. Forse Enrico Letta sogna di poter fare come Draghi, ma c’è un fatto: Draghi se ne infischia dei partiti che lo sostengono ed essendo un nominato a vita se lo può permettere. Enrico invece, dopo una breve esperienza da raccomandato, ha dovuto fare i conti con i voti. E se vuole i voti della sinistra deve dire con chiarezza cose di sinistra e smettere di essere il turibolo dell’uomo della provvidenza. Difficile. E allora stai ancora sereno Enrico.

Buona settimana e buona fortuna.

 

 

sabato 19 settembre 2020

Cottarelli, per …

 Stanco di fare il predicatore ha l’ ambizione di voler entrare in politica. Pensa a un partito tutto suo, chissà con che fondi. Dimentica le esperienze di Monti e Passera. Il referendum taglia parlamentari  non gli piace, lui voleva tagliare il Senato tutto intero.


Googolando qua e là può capitare di imbattersi in una notizia del tutto irrilevante, ma d’altra parte non si può sempre parlare di cose serie. Quindi può capitare il caso che si legga di un evento accaduto in quel di Vescovato, Vescuaàt in dialetto vescovatino, ridente paesino di quasi quattromila anime in provincia di Cremona dove viene data la cittadinanza onoraria nientepopodimenoche a Cottarelli Carlo. Urca! Cottarelli Carlo appartiene alla casta degli economisti, cioè a dire quelli che ti diranno domani, con grandi dettagli e dotta scienza perché quello che avevano previsto ieri oggi non si è verificato. In virtù della sua permanenza  al Fondo Monetario Internazionale il Cottarelli Carlo fu chiamato nel 2013 da tale Letta Enrico, quando ancora non sapeva di dover star sereno, a rivedere l’italica spesa pubblica e lui ci si è messo di buzzo buono ipotizzando tagli a non finire. Dove la calcolatrice ha prevalso sul buon senso. Per esempio, tanto per citarne alcuni tra i più lungimiranti: tagli alle sedi decentrate dello Stato, ai vigili del fuoco, alle capitanerie di porto,  all’illuminazione pubblica fino ad arrivare alla sanità pubblica. Sai che bello se quel piano fosse stato messo in pratica. Fu in quel periodo che, negli ambienti che contano, fu soprannominato Carlo Mani di Forbici. Però questo è il passato. Il presente racconta di massiccio prezzemolismo sui media e ad ogni manifestazione possibile fino ad arrivare a quella di Vescovato dove il Cottarelli Carlo ha raccontato delle sua ambizione-aspirazione-desiderio: entrare in politica «mi piacerebbe – ha detto - perché uno a fare sempre il predicatore si stufa». Che come motivazione è senza dubbio pregnante, non c’è che dire: sapesse come si stufa un operaio a far sempre il solito lavoro con l’aggravante di un basso salario. Naturalmente l’ingresso in politica richiede una presa di posizione sui fatti immediati: il referendum, tanto per dire. E qui il Cottarelli Carlo è deciso sul votare “no”. E anche qui le motivazioni sono indubbiamente forti: innanzi tutto è un taglio lineare, e questo, parole sue «è stupido». Mica come la cancellazione del Senato, che lui aveva proposto. Quello non era lineare era verticale. Bah! In più, seconda motivazione cottarelliana, questa riduzione dei parlamentari non porta grandi risparmi: secondo i suoi calcoli, diamoli per buoni, solo solo 57 milioni all’anno pari allo 0,007 della spesa pubblica italica. Giusto un caffè per italiano come enfatizza Pierferdinando Casini in uno spot televisivo. In sostanza 57 milioni sono bruscolini. Nessuno che abbia fatto notare a questo novello aspirante Pericle che tutte le democrazie occidentali si sono dotate di due Camere secondo la logica dei pesi e contrappesi. E questo per evitare che una sola Camera non abbia controllo e possa sparare idiozie a raglio. Quindi abolirne una questo sì è stupido. Così come nessuno gli ha fatto notare che con 57 milioni di euro all’anno si possono costruire tanto per dire 15 scuole, magari piccole in zone disagiate o 5 ospedali, magari piccoli in zone disagiate. Quindi prima di far andare le calcolatrici meglio mettere in moto il cervello. Tutto ciò posto viene la domanda delle cento pistole: con chi si può candidare il Cottarelli Carlo? In questo ha le idee molto molto chiare: «Uno potrebbe anche farsi il suo partito. – Ha detto - Ma non so se sono capace di essere un bravo politico». Ecco bravo, rifletta sulla sua seconda frase: non sa se ne è capace.  Bene, rifletta e si ricordi del partito di Mario Monti che nacque come Scelta Civica e morì come Sciolta Civica e della ridicola esperienza di Italia Unica fondata da Corrado Passera. Di un altro simile esperimento non se ne ha bisogno. Continui a pontificare nelle televisioni: il danno è minimo.

Buona settimana e Buona fortuna

sabato 30 maggio 2020

Tre storielle e la quarta vien da sè


Settimana ricca di fatti: l’Europa regala denari, Gasparri dà dell'asino a Boccia, le nuove lacrime della Bellanova Le sardine si pescano o non si pescano? Sala Beppe, nella parte del persico trota,  attacca Solinas Christian. Ancora una volta tocca dare ragione a Calenda Carlo. 

 Le sardine si pescano o non si pescano. Il futuro delle sardine
Questa che si sta chiudendo è stata settimana ricca di esilaranti fatti: l’Europa che regala denari salvo darli l’anno prossimo ed attendere il placet di tutti i ventisette paesi che compongono la UE, quindi cinque presidenti di regione che non vogliono l’election day, facendoci buttare un mare di denari e infine Gasparri che dà del somaro a Boccia. C’è di che scompisciarsi.  Tra questo ricco florilegio, che ce ne sono molte altre, ho scelto tre storielle e mezzo. Sul mezzo poi vi dirò.
Al dunque, non si può non partire con il post su facebook di Mattia Santori. Con questo abbiamo scoperto, come non averlo immaginato prima, che le Sardine si sciolgono. E perché? Per «dissidi interni, litigate per i post e paranoie complottiste»
. In altre parole si dimostra come questo movimento non abbia granché di originale: assomiglia al PD  di quando c’era Renzi o alla attuale maggioranza di governo ora che Renzi ha un partitino tutto suo. By the way, in tutti i peana elevati a questo movimento nessuno ha mai riflettuto sul fatto che le Sardine riempivano le piazze là dove le aveva già riempite Grillo. Che il Mattia Santori e la Jasmine Cristallo in quattro e quattr’otto fossero in grado di moltiplicare i pesci? Per i pani ci vuole un po’ più di tempo. Ma non dovremo aspettare visto che si sciolgono.
Vien poi il Christian Solinas, presidente della regione Sardegna, che pensando una cosa tutto sommato di buon senso la dice sbagliata: vuole che in Sa Sardinia, regione con pochi contagiati e ancor meno morti, ci vada in vacanza solo gente sana. Come dargli torto. Dopo di che si inventa passaporti e certificati e minchionate varie. Abbocca come un persico trota nientepopodimeno che il Sala Beppe. L’ex city manager di Letizia Moratti, vale la pena ricordarselo, si sente tirato in ballo e quindi risponde: "Me ne ricorderò quando dovrò decidere dove andare in vacanza". Per inciso, pare, pare, che il Beppe le vacanze le passi a Portofino. Ma pur di metter becco ….
Come terza esilarante storiella: nuove lacrime per la Bellanova. Come si ricorderà la Teresa Bellanova le prime le ha versate per gli invisibili che saranno visibili,  ma per soli sei mesi, giusto il tempo delle raccolte, poi chissà. Adesso la Teresa Bellanova ha l’opportunità di versarne ancora: perché il suo partitino nella commissione per le autorizzazione a procedere ha salvato Salvini, non presentandosi all’appello. Oddio non è che i tre voterelli renziani fossero determinanti, quando mai, ma è stato un segno di amicizia con il leghista. O no? E qui sì che la ex bracciante e poi sindacalista ha di che piangere. Poi, dato che non c’è due senza tre, ecco che il Fontana e il Gallera gli danno un’altra occasione bella, bella: la sua compagna di partitino, Patrizia Baffi, è stata eletta presidente della Commissione d’inchiesta Covid con i voti della    Lega e dei suoi alleati. La Commissione in questione ha un compito delicato: indagare  su come la Regione ha gestito la questione  Corona virus. Essere il controllore eletto dal controllato non è da tutti. La Baffi, nonostante la richiesta del suo partito, ha deciso di non dare le dimissioni. E anche qui la ex bracciante ed ex sindacalista ha di che piangere. Oh se ha di che piangere.
All’inizio dicevo che anche della mezza storiella esilarante, eccola: Calenda Carlo ha definito la risposta del Sala Beppe “puerile”. È la seconda volta che mi tocca dare ragione al Caleda Carlo. E la cosa è preoccupante.
Buona settimana e buona fotuna.

domenica 12 marzo 2017

La politica italiana ha bisogno di dadaismo.

L’attuale quadro politico è monotono al punto da essere quasi catatonico. Si è alle repliche. Tutte le parti in commedia sono scritte e gli attori le interpretano con la pedanteria dei dilettanti.Renzi 2 ripete il Renzi 1, Pisapia copia Prodi, D’Alema-Rossi-Speranza (Bersani) fanno l’imitazione di Bertinotti. Berlusconi è il piazzista di sempre, la sociale Meloni fa la sinistra e Salvini ricalca l'antico Bossi.  Il M5S è troppo impegnato in spifferi e correnti. E la politica?


La prima repubblica aveva tanti difetti, ma un pregio: aveva brio. Dopo ogni elezione la suspance era assicurata: si passavano settimane per mettere d’accordo i partiti che avrebbero formato il governo, le formule erano quasi infinite: monocolore, tri-quadri-penta partito, goversno di centro-sinistra ma anche di centro-destra, governo balneare, governo di minoranza con l’appoggio esterno, arco sostituzionale e chi più ne aveva più ne poteva mettere. Chi aveva capacità d’invenzione poteva metterla in pratica. Anzi ne era sollecitato. I ministeri si contavano come le monarchie e, tutto sommato, il debito pubblico non era neanche granché. E poi c’era anche una buona dose di pubblico manicheismo: i buoni da una parte i cattivi dall’altra, anche se poi su appalti, dividendi e robette varie si trovava un’unità che quelli del Regno Unito se la sognavano.

Adesso invece tutti monocordi che si ripetono sempre uguali. Una noia mortale. Tra venerdì, sabato e domenica ogni schieramento s’è messo in moto, ma nonostante il gran girare non è uscito nulla di rilevante quanto al nuovo poi, lo zero assoluto. Renzi nella versione di ex presidente del consiglio e di ex segretario di partito ha ricicciato la solita solfa sul futuro e sul cambiamento. Non ha parlato della sua avversione a inciuci e caminetti solo perché dietro le quinte il buon Luca Lotti si dava da fare per armonizzare le tante anime della maggioranza. Cioè inciuci e caminetti. Qualcuno lo si conquista al proprio campo con una posizione da  presidente di qualcosa, partito o commissione o dipartimento, qualcun altro come vice, altri ancora promettendo il cambio della posizione in parlamento: prima c’era il marito poi toccherà alla moglie o viceversa. E poi ci sono le posizioni nelle aziende di Stato. Roba che nella prima repubblica erano maestri di creatività e non aspiranti stregoni.
Pisapia avendo un passato modesto il giusto  deve rifari ad altri. Ed ecco che rimette in scena il Prodi delle passate stagioni. Ne sta assumendo anche il tono di voce e la stessa strategia. Poi non avendo a portata di mano un Bertinotti, lui sì pirotecnico, ripiega sul trio d’Alema-Rossi-Speranza (Bersani). Contando nel miracolo dell’irish coffee, che con tre mezzi, whiskey-caffè-panna, si possa fare un intero.  

I tre e un pezzo di cui sopra hanno potuto diventare di sinistra solo grazie al Renzi Matteo – unico suo risultato pratico -  che fino a prima del fiorentino erano sempre stati a destra di qualcosa, addirittura del ma-anche Veltroni. Il che è tutto dire. Adesso hanno riscoperto bandiere rosse e pugni chiusi che gli vengono pure male sia per la poca abitudine sia per l’artite galoppante.
A destra lo scenario è quello di sempre: Berlusconi fa come sempre il piazzista promettendo la famosa e fumosa rivoluzione liberale che, ammesso e non concesso vinca le elezioni prossime non riuscirà a portare a termine per manifesta incapacità. Però sa già a chi dare la colpa. La Meloni Giorgia continua nel sogno della destra sociale e ci mette della buona volontà per occupare spazi a sinistra e qualche volta la si potrebbe pure confondere con una di Sinistra Italiana. E il Salvini Matteo ripete su scala nazionale quello che regionalmente andava blaterando il Bossi Umberto.  Insomma noia estrema.

Il M5S non avendo antiche radici si adatta al panorama. Tromboneggia sui dettagli anziché studiare per evitare gli errori altrui e soprattutto propri per costruirsi il futuro. Sembra siano incanalati verso la formazione di correnti e spifferi vari e tutto sommato non paiono in grado di aggregare persone di pensiero e di esperienza.

Di Andrea Orlando e Michele Emiliano non si dice. Si sono svegliati adesso più per contrattare che per opporsi, come avrebbero dovuto fare al momento giusto, ma erano assopiti.

Ci fosse all’orizzonte un Tristan Tzara, ideatore del dadaismo, ci sarebbe la speranza di un disegno. Ma così non è, semplice lotta per poltrone come ha scritto Frabrizio Barca. E la politica?

giovedì 11 settembre 2014

Renzi: per la rivincita bisogna aspettare il 2017.

Con il comizio di chiusura della festa de l’Unità Renzi si è risparmiato l’hashtag «#volemosebene». Vecchi elefanti e giovani triceratopi dovranno aspettare il novembre del 2017 per giocare di nuovo. Se ci saranno ancora. Però ha offerto una segreteria unitaria. Cioè con un unico pensiero. Unitario.

Probabilmente tutto si può dire di Renzi Matteo, come di ognuno d’altronde, ma non che non parli chiaro. Come pochi, in verità. Magari nelle sue lunghe prolusioni, in genere a braccio, non sempre dice granché ma è un fatto che sa dirlo con estrema chiarezza. Lo pensano in molti. A dimostrazione che nei comizi contano di più le orecchie di quelli che stanno con il naso all’insù che le parole che escono dalla bocca di quello che sta sul palco. Ma è sempre stato così.

Durante il discorso di chiusura alla festa del l’Unità il Renzi ha elencato tutte le meravigliose cose che il governo cioè lui ha fatto in questi sei mesi, che poi di concreta-concreta c’è stata sola l’elargizione degli 80 euro. Sono quegli eurini che, almeno nelle intenzioni avrebbero dovuto accendere un pochino la ripresa, ma non è andata, almeno fino ad ora, così. Gli italici, gente di lunga memoria oltre che incalliti risparmiatori, in previsione di altri guai che sospettano siano sempre dietro l’angolo, si sono ben guardati dallo scialare e li hanno conservati. 

Tutti gli altri provvedimenti doverosamente elencati sono in divenire anche se sono stati talmente ben enunciati che in molti, compresi quelli del governo e il Renzi in testa, li danno per cosa già fatta. Basta crederci. Ciò di cui comunque dovranno farsi una ragione i suoi oppositori interni è che per loro la vita sarà più che grama e questa volta Renzi non l’ha gabellata da furbetto. Dato che se li trovava tutti lì, dai vecchi elefanti come D’Alema e Bersani, ai giovani triceratopi come Fassina e Cuperlo, si è evitato di sprecare l’hashtag che tiene in serbo da un po’: «#volemosebene». E quindi, guardandoli ben benino, ha scandito chiaro chiaro che la partita di rivincita, se proprio ci tengono, si giocherà nel 2017. Puntualizzando che sarà il novembre 2017. Quindi verso la fine dell’anno. Sottintendendo: con chi ci sarà ancora e se potrà. Perché anche questo è da tenere in debito conto e qualche mano è corsa velocemente ad infilarsi in tasca. Poco importa se a questo annuncio di calendario qualche istante prima aveva ecumenicamente offerto la formazione di una segreteria unitaria. Tanto tutti sanno che per unitaria si deve leggere «che abbia un unico pensiero.» Cioà il suo: quello del Renzi. Perché stare nella segreteria, ancorché unitaria, non vuol dire giocare ma solo guardare più da vicino Renzi che gioca. Comunque il Matteo l’ha giocata bene, come quasi sempre. Così se gli altri non ci staranno la colpa sarà solo loro.

Certo che per tutti quelli abituati ai complottini strapaesani in stile pci che scimmiottavano quelli più legnosi del pcuss deve essere stato un bel colpo. Perché un conto è ficcare i denti nella mortadella, che più o meno son buoni tutti e altro azzannare un bel blocchetto di marmo. Che qualche dolorino lo procura. Chissà se i rottamati  hanno riflettuto, magari anche per un solo minuto, sui tanti errori fatti negli ultimi trent’anni e si sono resi conto di quanto il giovane virgulto che li sbertucciava dal palco ne era il frutto.  Eh già perché Renzi è proprio il frutto dell’inanità e della cecità di quelli che non hanno saputo leggere la partita che stavano giocando. Fossero stati vagamente capaci probabilmente sarebbero ancora lì.


Comunque, forse, vecchi elefanti e giovani triceratopi si saranno consolati pensando che uguale sorte, quasi negli stessi momenti veniva riservata a Luca Cordero di Montezzemolo, licenziato da Marchionne in diretta tv. Ma la relazione finisce lì. Montezzemolo ha vinto tanto e loro quasi niente. Montezzemolo se ne va con una buona uscita “privata” di 27milioni ben guadagnati e loro quando si ritireranno avranno il vitalizio “pubblico” da parlamentari. Che sia ben guadagnato è tutto da vedere.