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mercoledì 21 agosto 2019

Crisi di governo: si scopron le tombe risorgono i morti.


La politica non è l’arte del possibile ma quella dell’eterno ritorno,  Nietzsche a riveder la sua filosofia ridotta a questo ne impazzirebbe. Eppure stanno tornando tutti quelli che si sperava di aver persi e sepolti, politicamente parlando.



Non c’è niente di meglio di una bella crisi di governo per veder rispuntare i cari vecchi amici, ormai dati per morti, politicamente s’intende, che non si vedevano da parecchio tempo. Non che se ne sentisse la mancanza, ma, si sa, fa sempre piacere rivederli, specialmente quando si tratta di fini umoristi che dirli politici farebbe arrossire e non solo Aristotele.
Ed ecco allora rispuntare dal nulla, come un fungo in autunno, il caro vecchio“mortadella” in arte Romano Prodi che, come di suo solito, butta là una proposta rivoluzionaria: il governo Ursula. Gli anziani avranno pensato alla coeva Ursula Andersen, piccolina, ma stupenda in Agente 007 – licenza di uccidere. Mentre i più giovani a Úrsula Corberó. Entrambe sexy, ma la suggestione è di breve durata e subito abbandonata pensando che la proposta viene da Prodi, baciapile il giusto. E infatti il riferimento è a Ursula von der Leyen nuova commissaria europea. Proposta non originale dal momento che assomiglia all’ammucchiata dell’Ulivo, che ti puoi aspettare di meglio? Mentre quello che si aspetta il redivivo Romano, che ha passato gli ultimi anni in una tenda fuori dal campeggio del Pd è la candidatura e successiva elezione a Presidente della Repubblica che sarebbe bello avere al Quirinale il consulente della Repubblica Popolare Cinese. Il Romano è sempre stato uno spiritoso.
Come spiritoso è sempre stato anche il Pierferdinando Casini di cui, nonostante la pluridecennale presenza in parlamento, si erano perse le tracce. Lui è un dispensatore di perle di saggezza: “la soluzione poi arriva da sola”. Fine politico dalle ampie vedute e repentini spostamenti.
Naturalmente non poteva mancare l’immarcescibile D’Alema. Anche Er Massimo sentenzia: “un governo con il M5s si può fare”. Se lo dice lui come nn crederci. Dopo la trombata dell’ultima tornata elettorale sta sgomitando in ogni dove pur di farsi ricordare nonostante i più facciano di tutto per dimenticarlo.
E poi che dire del mitico Renzi Matteo che, avendo finito i popcorn, ha lanciato per primo l’ipotesi del governo tra Pd e pentastellati a causa dei quali si è ingozzato di mais scoppiettante. Naturalmente con il supporto dell’odiata Leu. La verità è che teme come il fuoco le elezioni: primo perché Zingaretti sforbicerà alla grande il pattuglione renziano che siede in parlamento e secondo, di conseguenza, tornerebbe a contare nel partito come il due di picche e allora la scelta della nuova formazioncina politica sarebbe quasi inevitabile. Come il suo fiasco.
È ritornato sulla scena anche Scilipoti, il Belpaese nn si fa mancare nulla. Poi ci sono gli assenti. Temporanei, ça va sans dire. Per il momento non hanno parlato Tonino Di Pietro, Antonio Razzi, Ciriaco De Mita, il suo ex sottopanza Clemente Mastella e neppure Piero Franco Rodolfo Fassino che timoroso di essere bastonato a Torino è andato a farsi eleggere in Emilia Romagna, dove il Pd ha preso una bella scoppola.
Ops, ci si dimenticava di Enrico Letta che al meeting di Comunione e Liberazione, mancando Formigoni, ha ottenuto una standing ovation e ha tracciato la road map per l’Europa e spergiura che non vuole ruoli. Excusatio non petita … con quel che segue.
E gli italici? A mangiare il popcorn davanti alla TV guardando i film di Rai3

domenica 12 marzo 2017

La politica italiana ha bisogno di dadaismo.

L’attuale quadro politico è monotono al punto da essere quasi catatonico. Si è alle repliche. Tutte le parti in commedia sono scritte e gli attori le interpretano con la pedanteria dei dilettanti.Renzi 2 ripete il Renzi 1, Pisapia copia Prodi, D’Alema-Rossi-Speranza (Bersani) fanno l’imitazione di Bertinotti. Berlusconi è il piazzista di sempre, la sociale Meloni fa la sinistra e Salvini ricalca l'antico Bossi.  Il M5S è troppo impegnato in spifferi e correnti. E la politica?


La prima repubblica aveva tanti difetti, ma un pregio: aveva brio. Dopo ogni elezione la suspance era assicurata: si passavano settimane per mettere d’accordo i partiti che avrebbero formato il governo, le formule erano quasi infinite: monocolore, tri-quadri-penta partito, goversno di centro-sinistra ma anche di centro-destra, governo balneare, governo di minoranza con l’appoggio esterno, arco sostituzionale e chi più ne aveva più ne poteva mettere. Chi aveva capacità d’invenzione poteva metterla in pratica. Anzi ne era sollecitato. I ministeri si contavano come le monarchie e, tutto sommato, il debito pubblico non era neanche granché. E poi c’era anche una buona dose di pubblico manicheismo: i buoni da una parte i cattivi dall’altra, anche se poi su appalti, dividendi e robette varie si trovava un’unità che quelli del Regno Unito se la sognavano.

Adesso invece tutti monocordi che si ripetono sempre uguali. Una noia mortale. Tra venerdì, sabato e domenica ogni schieramento s’è messo in moto, ma nonostante il gran girare non è uscito nulla di rilevante quanto al nuovo poi, lo zero assoluto. Renzi nella versione di ex presidente del consiglio e di ex segretario di partito ha ricicciato la solita solfa sul futuro e sul cambiamento. Non ha parlato della sua avversione a inciuci e caminetti solo perché dietro le quinte il buon Luca Lotti si dava da fare per armonizzare le tante anime della maggioranza. Cioè inciuci e caminetti. Qualcuno lo si conquista al proprio campo con una posizione da  presidente di qualcosa, partito o commissione o dipartimento, qualcun altro come vice, altri ancora promettendo il cambio della posizione in parlamento: prima c’era il marito poi toccherà alla moglie o viceversa. E poi ci sono le posizioni nelle aziende di Stato. Roba che nella prima repubblica erano maestri di creatività e non aspiranti stregoni.
Pisapia avendo un passato modesto il giusto  deve rifari ad altri. Ed ecco che rimette in scena il Prodi delle passate stagioni. Ne sta assumendo anche il tono di voce e la stessa strategia. Poi non avendo a portata di mano un Bertinotti, lui sì pirotecnico, ripiega sul trio d’Alema-Rossi-Speranza (Bersani). Contando nel miracolo dell’irish coffee, che con tre mezzi, whiskey-caffè-panna, si possa fare un intero.  

I tre e un pezzo di cui sopra hanno potuto diventare di sinistra solo grazie al Renzi Matteo – unico suo risultato pratico -  che fino a prima del fiorentino erano sempre stati a destra di qualcosa, addirittura del ma-anche Veltroni. Il che è tutto dire. Adesso hanno riscoperto bandiere rosse e pugni chiusi che gli vengono pure male sia per la poca abitudine sia per l’artite galoppante.
A destra lo scenario è quello di sempre: Berlusconi fa come sempre il piazzista promettendo la famosa e fumosa rivoluzione liberale che, ammesso e non concesso vinca le elezioni prossime non riuscirà a portare a termine per manifesta incapacità. Però sa già a chi dare la colpa. La Meloni Giorgia continua nel sogno della destra sociale e ci mette della buona volontà per occupare spazi a sinistra e qualche volta la si potrebbe pure confondere con una di Sinistra Italiana. E il Salvini Matteo ripete su scala nazionale quello che regionalmente andava blaterando il Bossi Umberto.  Insomma noia estrema.

Il M5S non avendo antiche radici si adatta al panorama. Tromboneggia sui dettagli anziché studiare per evitare gli errori altrui e soprattutto propri per costruirsi il futuro. Sembra siano incanalati verso la formazione di correnti e spifferi vari e tutto sommato non paiono in grado di aggregare persone di pensiero e di esperienza.

Di Andrea Orlando e Michele Emiliano non si dice. Si sono svegliati adesso più per contrattare che per opporsi, come avrebbero dovuto fare al momento giusto, ma erano assopiti.

Ci fosse all’orizzonte un Tristan Tzara, ideatore del dadaismo, ci sarebbe la speranza di un disegno. Ma così non è, semplice lotta per poltrone come ha scritto Frabrizio Barca. E la politica?

domenica 29 maggio 2016

Si riparla del ponte sullo stretto: elezioni vicine?.

Di questo ponte ne parla  Plinio il Vecchio fin dal 251.a.c. In oltre duemila anni di progetti ne sono stati fatti a bizzeffe, ma sempre senza costrutto. Denis Verdini una volta era contro, però in politica tutto è mutevole. Il ponte sullo stretto è la cartina di tornasole della vicinanza delle elezioni.

Dice un proverbio di recente conio che chi non è capace di montare una tenda canadese, otto o dieci pioli e tre stecche, di solito si mette a progettare cattedrali. E allora dai con il rilancio del ponte sullo stretto. Tanto progettare il grande è mediaticamente più impattante e magniloquente che far le piccole cose che aiutano gli abitanti del Belpaese a vivere un po’ meglio e magari con dignità. Ne sanno qualcosa gli abitanti di Messina che periodicamente devono tirar fuori da cantine e solai le taniche di plastica per fare il pieno d’acqua dalle autobotti neanche fossero nomadi nel deserto.  Quindi in una città che manca d’acqua  che dispone di una rete idrica da terzo o fors’anche quarto mondo la prima cosa che viene in mente di fare è per l’appunto il ponte sullo stretto. Evviva.

L’idea del ponte è vecchia anzi vecchissima, ne parlarono già i romani nel 251 a.c. e sembra anche che qualcosa fecero, racconta Plinio il Vecchio. E all’epoca a governare c’era gente seria che quando decideva, decideva sul serio, e non blaterava su «è finito il tempo di…» E, in effetti, piacerebbe a tutti che finisse il tempo delle patacche. Ma, verosimilmente, se ne dovranno sentire e veder smerciare ancora un bel po’. Sic transeat gloria mundi per rimanere in tema con i romani antichi.

Ne hanno parlato a fine marzo Alfano e Lupi, che per autorevolezza e puntualità non sono secondi ad alcuno, e adesso ne riparla nientepopodimenoche lo stesso Presidente del Consiglio Renzi Matteo. Per intenderci quello che i compagni di scuola chiamavano “il bomba”. L’idea quindi è di far risorgere dalle ceneri la società Stretto di Messina S.p.A, già posta in liquidazione il 15 aprile 2013.  Società che grazie alle ponzate, nell’ordine, di Berlusconi-Prodi-Berlusconi-Monti è costata, tra annessi e connessi (più connessi che annessi) agli italiani la bazzecola di un miliardo e quattrocentocinauqnta milioni di euro. Al coro degli entusiasti si è aggiunto con fervore anche il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti  Graziano del Rio che vagheggia già di una tratta ferroviaria diretta da Torino a Palermo. Lo stesso pathos il ministro non lo dimostra per le piccole tratte che milioni di pendolari usano tutti i giorni. Questi non fanno notizia. Lì magari sono ancora in servizio le vecchie e sante littorine della buon’anima. Si fa per dire.

Certo che sollevare una questione del genere parrebbe proprio bizzarro se non pungesse vaghezza che in questo momento stanno per tenersi le elezioni amministrative in 1.363 comuni,  e poi in ottobre il referendum costituzionale e chissà se a stretto giro non ci saranno pure le elezioni politiche.  Queste ultime di solito marciano di pari passo con promesse iperboliche che vanno dall’abolizione delle tasse, all’incremento dei posti di lavoro fino ai più enormi investimenti del bigoncio, quando mancano i denari per le scuole e le infrastrutture minime. In aggiunta nello stesso tempo si stanno cementando, altro che ponti, alleanze quanto meno bizzarre tra il Pd e il gruppo di Ala. E qui va ricordato che il comandante in capo di Ala, senatore Denis Verdini, il 27 ottobre del 2011 votò per  la soppressione dei finanziamenti allo stretto. Momento di inaudita saggezza. Quindi un problema nel problema. Però tutto è mutevole: Renzi voleva fare il rottamatore e si trova a riciclare ferri vecchi, dalemiani-prodiani-veltroniani-bersaniani di provatissima fede sono diventati in un batter d’occhi renziani di ferro (sempre che Renzi resti), Debora Serracchiani che minacciava di uscire se fosse entrato Verdini adesso ci convive allegramente e  fa finta di niente. Allora perché stupirsi se domani Denis Verdini decidesse di resuscitare il costoso cadavere? In ogni caso, allegri i cuori, si faranno le elezioni, vicine, medie e lontane, irrilevanti, e pioveranno sul capo le solite banali promesse catartiche, anch’esse irrilevanti, ma la vita di tutti con gioie e dolori andrà avanti comunque.  E si butteranno altri denari, come sempre. Nulla di nuovo sotto il sole.

giovedì 18 ottobre 2012

D'Alema: “non sono un cane morto”.






“Non sono un cane morto” E' così che Massimo D'Alema dice  per significare che continuerà la sua battaglia contro Matteo Renzi. Metafora sgradevole e di cattivo gusto per nulla stemperata dal solito "diciamo”.
A questo punto per portare avanti la sua difesa il lider maximo mette in campo tutte le truppe che ha: le oltre 600, c'è chi dice 500 ma anche 700 firme pugliesi a far la parte della fanteria, che dà l'impressione della potenza, perché è tanta ma che poi al lato pratico ha ben poco peso e quindi le dichiarazioni a raffica, neanche fossero gli elicotteri di  apocalypse now e infine, ecco le interviste all'Unità e a otto-e-mezzo, come le portaerei della sesta flotta americana del Pacifico,. Ma sono portaerei vuote . Di aerei non c'è neppure l'ombra e i cannoni sono caricati a salve.

Atmosfera da caduta dell'impero quella che hanno respirato Lilli Gruber e Riccardo Jacona  nello studio de la 7.(1)  D'Alema ha occhi spiritati che talvolta sembrano lucidi, sguardo che vaga nervosamente da tutte le parti : sulla superficie del tavolo e poi in alto e poi di lato e pare alla ricerca di un punto di riferimento, che ahilui non c'è. Ancora qualche “diciamo” buttato qua e là ma senza più la convinzione di un tempo. Anche tutte le mossette della testa, così abilmente riprese da Sabrina Guzzanti, sono lente e fuori tempo. Manca il ritmo di una volta. C'è stanchezza. Un pò d'orgoglio, "se c'è una fase difficile io mi mobilito" e rivendicazioni conto terzi. “Ora che c'è Monti siamo rispettati non come prima con Berlusconi.”  Già ma che c'entra questo con la questione dei propri fallimenti?
Eh sì perché la lista è lunga a cominciare dalla bicamerale alla "stimolata" caduta del primo governo Prodi per prenderne il posto e poi farne a sua volta due governi, di nessun peso per il Paese e poi le guerre e poi  il partito assegnato prima a Veltroni e poi a Fassino, che si esaltava dicendo “abbiamo una banca”, e a inseguire prima i leghisti, "sono una costola della sinistra", e poi Fini e il disastro di Rutelli come candidato premier e poi il ritorno a Prodi e le batoste locali: due volte in Puglia, e poi a Milano a Cagliari e poi a Napoli e poi a Genova e a Palermo. E che altro doveva accadere ...

Fa tenerezza sentire D'Alema dire che Renzi non è di sinistra mentre invece lui sì . Ma come? E da quando?
Cesare Romiti per definire il governo D'Alema disse: “se avessero saputo parlare in inglese mi sarebbe parso di entrare in una merchand bank anziché in un ministero”
Mentre quelli della base gli chiedevano altro quell'altro che Nanni Moretti seppe interpretare  con la vivida metafora del: “D'Alema dì qualcosa di sinistra ... D'Alema dì qualcosa di sinistra.... D'Alema dì qualcosa ...” Già, ci si sarebbe accontentati anche del semplice “qualcosa”
Quel qualcosa che mai fu detto. Allora era così. Il partito diventava da bere, anche se un po' in ritardo rispetto agli anni ruggenti ma non sempre si può essere al posto giuto al momento giusto. E questo D'Alema lo sa bene non essendo mai arrivato al giusto tempo al giusto posto.
E alla fine la richiesta di maggior rispetto e gentilezza per gli anziani, specie se donne. Che detto da lui ancor più che patetica suona stonata proprio per quell'aria che ha sempre avuto di poter montare sulla testa di chiunque pur di raggiungere, con determinazione, l'obiettivo.

Dice bene Fabio Mussi (2)  questa è una generazione di politici che è arrivata al potere a 40 anni e l'ha tenuto per oltre 20 purtroppo senza raggiungere l'obiettivo anzi fallendo. Bisogna farsene una ragione. E magari pensare anche di poter fare i nonni.E a denti stretti finalmente D'Alema dice che non si candiderà, e ma c'è un ma. Se vincerà Bersani lui non avanzerà richiesta di deroga allo statuto mentre se vincerà Renzi allora darà battaglia.  Quindi se vincerà Renzi sarà lotta dura e poi rottura. Ma questo non è il modo di pensare di un vero leader che antepone il proprio “interesse” personale al bene comune del partito e magari anche del Paese. Lo dice anche il dalemiano Staino.
E allora piuttosto che cercare di seguire questa logica fatta tutta di egotismo ed evanescenza vien da chiedere: “Onorevole D'Alema, ma perché ha parlato di cane morto?”



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(1) la7 17 ottobre 2012
(2) Pubblico del 17 ottobre 2012