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giovedì 18 ottobre 2012

D'Alema: “non sono un cane morto”.






“Non sono un cane morto” E' così che Massimo D'Alema dice  per significare che continuerà la sua battaglia contro Matteo Renzi. Metafora sgradevole e di cattivo gusto per nulla stemperata dal solito "diciamo”.
A questo punto per portare avanti la sua difesa il lider maximo mette in campo tutte le truppe che ha: le oltre 600, c'è chi dice 500 ma anche 700 firme pugliesi a far la parte della fanteria, che dà l'impressione della potenza, perché è tanta ma che poi al lato pratico ha ben poco peso e quindi le dichiarazioni a raffica, neanche fossero gli elicotteri di  apocalypse now e infine, ecco le interviste all'Unità e a otto-e-mezzo, come le portaerei della sesta flotta americana del Pacifico,. Ma sono portaerei vuote . Di aerei non c'è neppure l'ombra e i cannoni sono caricati a salve.

Atmosfera da caduta dell'impero quella che hanno respirato Lilli Gruber e Riccardo Jacona  nello studio de la 7.(1)  D'Alema ha occhi spiritati che talvolta sembrano lucidi, sguardo che vaga nervosamente da tutte le parti : sulla superficie del tavolo e poi in alto e poi di lato e pare alla ricerca di un punto di riferimento, che ahilui non c'è. Ancora qualche “diciamo” buttato qua e là ma senza più la convinzione di un tempo. Anche tutte le mossette della testa, così abilmente riprese da Sabrina Guzzanti, sono lente e fuori tempo. Manca il ritmo di una volta. C'è stanchezza. Un pò d'orgoglio, "se c'è una fase difficile io mi mobilito" e rivendicazioni conto terzi. “Ora che c'è Monti siamo rispettati non come prima con Berlusconi.”  Già ma che c'entra questo con la questione dei propri fallimenti?
Eh sì perché la lista è lunga a cominciare dalla bicamerale alla "stimolata" caduta del primo governo Prodi per prenderne il posto e poi farne a sua volta due governi, di nessun peso per il Paese e poi le guerre e poi  il partito assegnato prima a Veltroni e poi a Fassino, che si esaltava dicendo “abbiamo una banca”, e a inseguire prima i leghisti, "sono una costola della sinistra", e poi Fini e il disastro di Rutelli come candidato premier e poi il ritorno a Prodi e le batoste locali: due volte in Puglia, e poi a Milano a Cagliari e poi a Napoli e poi a Genova e a Palermo. E che altro doveva accadere ...

Fa tenerezza sentire D'Alema dire che Renzi non è di sinistra mentre invece lui sì . Ma come? E da quando?
Cesare Romiti per definire il governo D'Alema disse: “se avessero saputo parlare in inglese mi sarebbe parso di entrare in una merchand bank anziché in un ministero”
Mentre quelli della base gli chiedevano altro quell'altro che Nanni Moretti seppe interpretare  con la vivida metafora del: “D'Alema dì qualcosa di sinistra ... D'Alema dì qualcosa di sinistra.... D'Alema dì qualcosa ...” Già, ci si sarebbe accontentati anche del semplice “qualcosa”
Quel qualcosa che mai fu detto. Allora era così. Il partito diventava da bere, anche se un po' in ritardo rispetto agli anni ruggenti ma non sempre si può essere al posto giuto al momento giusto. E questo D'Alema lo sa bene non essendo mai arrivato al giusto tempo al giusto posto.
E alla fine la richiesta di maggior rispetto e gentilezza per gli anziani, specie se donne. Che detto da lui ancor più che patetica suona stonata proprio per quell'aria che ha sempre avuto di poter montare sulla testa di chiunque pur di raggiungere, con determinazione, l'obiettivo.

Dice bene Fabio Mussi (2)  questa è una generazione di politici che è arrivata al potere a 40 anni e l'ha tenuto per oltre 20 purtroppo senza raggiungere l'obiettivo anzi fallendo. Bisogna farsene una ragione. E magari pensare anche di poter fare i nonni.E a denti stretti finalmente D'Alema dice che non si candiderà, e ma c'è un ma. Se vincerà Bersani lui non avanzerà richiesta di deroga allo statuto mentre se vincerà Renzi allora darà battaglia.  Quindi se vincerà Renzi sarà lotta dura e poi rottura. Ma questo non è il modo di pensare di un vero leader che antepone il proprio “interesse” personale al bene comune del partito e magari anche del Paese. Lo dice anche il dalemiano Staino.
E allora piuttosto che cercare di seguire questa logica fatta tutta di egotismo ed evanescenza vien da chiedere: “Onorevole D'Alema, ma perché ha parlato di cane morto?”



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(1) la7 17 ottobre 2012
(2) Pubblico del 17 ottobre 2012

giovedì 25 marzo 2010

Ma chi era Ikarus? La vera storia dell'idolo di D'Alema

Massimo D'Alema, come tutti, battezza le sue barche. si chiama antropomorfismo. Spesso i nomi propri dati alle cose o agli animali disvelano caratteristiche della personalità del proprietario.



Quando un uomo (o una donna, per pari opportunità) ama in modo particolare un animale od anche una cosa gli attribuisce caratteristiche e qualità umane. Questa attitudine si definisce antropomorfismo, parola che, neanche a dirlo deriva dal greco. Anzi da ben due parole greche: άνθρωπος (anthrōpos), "umano", e μορφή (morphē), "forma".

Chi ha “forma umana”- ça va sans dire - deve avere anche un nome, che lo faccia ancora più umano.       Di solito questo nome è ben rappresentativo del carattere e delle intenzioni di chi lo ha imposto. Ecco perché il cavallo di Tex Willer si chiama Dinamite mentre quello di Don Chisciotte si chiama Ronzinante, la spada di Re Artù si chiama Excalibur, che in celtico significa acciaio lucente o acciaio indistruttibile, il cane di Ulisse si chiama Argo, che significa veloce (da notare il fine accostamento). Così come al più grande, veloce e lussuoso transatlantico del mondo, anno 1912, fu assegnato il nome di Titanic. Nome perfetto. Anche se oggi difficilmente si può trovare un armatore disposto a battezzare il suo naviglio, foss’anche un gozzo con quel nome. E poi c’è chi ha chiamato Ikarus la sua “barca”. Che non è proprio quel che si definisce un gozzo.

Già, ma chi era Ikarus?                                                                                                                              
Era il figlio di un architetto ateniese, tale Dedalo che inventò e disegnò il labirinto nel quale Minosse, mitico re di Creta, fece rinchiudere il Minotauro e già che c’era anche il suo architetto preferito con tanto di figlio. Dedalo, che era un geniaccio del bricolage, riuscì a fuggire costruendo per sé e Icaro due belle paia d’ali le cui piume erano tra loro saldate con della cera. Naturalmente la raccomandazione di babbo Dedalo al figliolo fu di  star lontano dal sole, perché si sa che la cera col calore si scioglie. Icaro, che se fosse stato figlio di un padano, sarebbe stato definito “un trota”, al sole si avvicinò. Anche troppo. Evidentemente il fatuo (e perverso) desiderio di essere accarezzato anche se per pochi secondi da quel calore lo eccitava. Ma il brillante risultato di tanta eccitazione fu la caduta. Icaro precipitò in mare ed andò a fondo.

Ora la domanda è: perché ci si ostina a chiamare, per ben due volte, la propria barca  con questo nome da “trota”? Evidentemente perché si ha il recondito desiderio di solcare il fondo. Ma allora bisognava chiamarla Nautilus. Più appropriato. Questo l’aveva capito anni fa nonno Nanni – detto il moretto - quando disse “con questi non andremo da nessuna parte”. E aveva ragione.