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venerdì 3 gennaio 2014

Stesso reddito diversa fiscalità.

A seconda di come si guadagna il proprio imponibile varia la tassazione. Chi più specula, al solito meno paga. Si analizzano cinque casi, assolutamente normali, in cui a parità di reddito corrispondono percentuali di tassazione che vanno dalla totale esenzione fino al 33% che poi sarebbe come dire guadagnare 70.000€/anno.





Che l’Italia sia il paese dove ogni differenza è sovrana, neanche fossimo a Copacabana, è fatto ormai noto anche ai bambini dell’Islanda non perché lo studino a scuola ma più semplicemente perché questa nozione è talmente naturale che la succhiano con il latte materno. 


Qui, nel Belpaese, nulla è uguale al suo simile. E questo da sempre e ovunque. 

Nei tribunali è riportata la scritta. La legge è uguale per tutti ma come chiosò il maestro di vita principe Antonio de Curtis in arte Totò c’è sempre qualcuno per il quale la legge è più uguale. Lo  stesso vale per il carcere se il delinquente è un manager di grido, per esempio l’ex amministratore delegato di una banca, è quasi certo che finisce in infermeria e non in una di quelle cellette super affollate dove magari lo metterebbero a dormire all’ultimo piano del letto a castello. E lo stesso vale se si è parlamentari o giornalisti: la reversibilità della pensione o la messa a carico per le spese sanitarie del convivente non coniuge è assicurata. Per chi non fa parte delle due caste ovviamente no. Per conferma confrontare la differenza di trattamento tra il compagno di Ivan Scalfarotto e Adele Parrillo compagna non sposata del regista  Stefano Rolla morto a Nassiria che da 10 anni combatte per vedere i suoi diritti riconosciuti. Ma tant’è.

Ora si ipotizzi il caso di un reddito lordo di 15.000€, e si immagino cinque diverse origini del reddito. La domanda è: hanno lo stesso trattamento fiscale? La risposta, ovvia e scontata è: no. Neanche a dirlo.

Primo caso: reddito da lavoro dipendente. Per comodità si prende in considerazione la situazione più semplice ovvero di un dipendente che abbia solo questo unico reddito, che sia single e non possegga l’appartamento nel quale abita. I suoi 15.000€ annui verranno tassati, alla fonte, nella misura del 23%. Traducendo il tutto in netto a questo signore restano in mano 11.550€. Poco meno di 1.000€/mese.

Secondo caso: rendita finanziaria da titoli di Stato. Sempre per comodità, cosa vuol dire lasciare ad altri l’ingrato lavoro dell’azzeccagarbugli, si va a pensare che questi 15.000 erurini siano il risultato di cedole maturate nell’anno grazie alla sottoscrizione del Btp Italia e similari e che il fortunato possessore di questa sommetta non abbia altri redditi, magari è un disoccupato e sempre magari vive anche lui in affitto e per soprammercato è pure senza famiglia.  Bene,  il suo reddito sarà tassato, alla fonte come nel caso precedente, con un più modesto 12,50%. Che già rispetto al primo caso si sta parlando di una tassazione che suona circa le metà. Gli restano in mano puliti quasi 1.100€/mese non c’è da scialare ma c’è gente che con lo stesso importo ci mantiene una famiglia di quattro persone. Peraltro si passa sopra il fatto che , mica si può stare a guardare tutto,  per generare 15.000€ di cedole da Btp al tasso del 2%  lordo occorra avere un tesoretto di circa 750.000€. Quindi il signore in questione non lo si potrà definire propriamente come uno che sia sulla soglia dell’indigenza.  No, questo signore non è un povero.

Terzo caso: rendita finanziaria da azioni od obbligazioni, ovviamente non statali. Sempre mantenendo lo stesso rendimento e sempre ipotizzando che il possessore abbia le stesse caratteristiche socio-demografiche dei due di prima: senza famiglia, senza lavoro e senza casa di proprietà. Per lui i 15.000 eurini saranno tassati quasi quanto il lavoratore dipendente, anche se un po’ di meno: 20%. Quindi netti restano 12.000€/anno. Cifra tonda. Su questo personaggio meglio non fare illazione altrimenti ci si perde. Poiché un conto è se specula in borsa, potrebbe anche avere un capitale minimo ed essere solo fortunato, altro è se investe in obbligazioni e in questo caso il tesoretto su cui contare potrebbe avere perimetri variabili, assai variabili: dalla metà alla stessa dimensione  del signore di cui al caso 2.

Quarto caso: la rendita deriva da un appartamento dato in affitto. Anche qui stessa situazione delle precedenti. Questo è il solo reddito ed il poveretto è costretto a vivere a casa della mamma. Sempre per comodità di situazione si immagina che si tratti di un appartamento medio in una zona media della città., con una rendita catastale media. In questo caso le cose si complicano un pochetto perché il proprietario si troverà senz’altro a dover saldare il 23% di Irpef a cui però dovrà aggiungere su per giù un altro 10% dovuto al fatto  che l’appartamento pur essendo l’unico di proprietà viene considerato come “seconda casa”. Si arriva così, l’un per l’altro,  al 33% di tassazione. Percentuale che fa riferimento al quarto scaglione della tabella Irpef. Che poi è come dire avere un reddito annuo lordo che si aggiri intorno ai 70.000€. Il che ovviamente non è. Perché il povero tapino da quell’appartamento ricava solo 15.000€.

Quinto caso: colf e badanti. Se il reddito complessivo di 15.000€ fosse guadagnato da una coppia di badanti, marito e moglie, regolarmente iscritti all’Inps ed in regola in tutto e per tutto (quindi con un atto di fede, che forse pure a papa Francesco costerebbe un qualche sforzo, si immagina che il “nero” in Italia non esista) e che ciascuno dei due percepisca un salario pari a  7.999,00€/anno la tassazione sarebbe pari a zero. Questo perché golf e badanti con un reddito dichiarato fino a 8.000€/anno sono esentati dal pagamento dell’Irpef.

Cinque casi, con le loro storture, son più che sufficienti a dimostrare quanto possa essere farlocco l’italico fisco. E certo è necessario essere un docente della Bocconi (Mario Monti) o un laureato alla Normale di Pisa (Enrico Letta) o un docente di Ca’ Foscari (Renato Brunetta) o un commercialista di grido (Giulio Tremonti) per non accorgersi della iniqua imbecillità del sistema. Certo che se questi quattro, proprio loro quattro, anziché svolazzare nell’empireo dei massimi sistemi si acconciassero a guardare le piccole cose da vicino forse, forse ci sarebbe più equità nel sistema fiscale e magari anche minori tasse. È chiaro però che guardare le piccole cose e capirle pure richiede una qualità d’ingegno normale - e magari anche di buon senso, ma non è detto - che in quei quattro è difficile trovare.  Magari lo zio di Bonanni…


giovedì 25 luglio 2013

Indennità di disoccupazione dei co.co.pro, tassazione su colf e badanti e la nuova proposta sulle pensioni. Le scempiaggini della burocrazia.

Nel paese dove le commissioni di saggi crescono come funghi in autunno il non sense delle leggi, leggine e provvedimenti la fa da padrone. Magari si chiedesse un parere alla famosa massaia di Voghera alcune scempiaggini potrebbero essere evitate. Giusto per non far fare ai burocrati e politici la parte dei fessi.


Che l'Italia sia un paese, per non dire il paese per eccellenza, dove la burocrazia la fa da padrona e anche le cose più semplici divengano complicate più che una constatazione è una tautologia. Il Belpaese vive di regole, regolette e codicilli che hanno nel non sense la loro stella polare. 
Basta dare un'occhiata al modulo del 730 per rendersene conto. Ma qui sarebbe come sparare sulla croce rossa.  E dire che tra Napolitano e Letta si son messi insieme un bel numero di saggi, che pensare di averne così tanti mette la pelle d'oca.Tre casi di non sense, tra i tanti, sono quelli che riguardano l'indennità di disoccupazione dei co.co.pro, la tassazione di colf e badanti e la proposta, in gestazione, per raggiungere l'agognata pensione.

Un co.co.pro (che sta come moltissimi sanno per collaboratore coordinato a progetto) è incredibile ma vero, può chiedere l'indennità di disoccupazione. Deve solo rispondere a qualche requisito di base.
Primo requisito è poter dimostrare che il contratto a progetto sia terminato. E questo ci sta.
Secondo passaggio: dimostrare che nell'anno precedente si sia lavorato per meno di dodici mesi. Se si è lavorato per le canoniche cinquantadue settimane non si può chiedere l'indennità. Ora si supponga che il fortunato precario abbia lavorato per dieci mesi, ecco che la porticina si apre un pochino e lascia intravvedere uno siraglio che però potrebbe chiudersi all'istante. Infatti, terzo passaggio: è necessario che nell'anno in corso (quello nel quale si chiede l'indennità) si abbia lavorato per almeno un mese. Quindi se si perde il lavoro a novembre e  ad aprile dell'anno successivo ancora  non si è trovato lavoro non si può presentare la domanda., Bisogna prima impiegarsi, per almeno un mese, in un altro contratto precario, a prescindere da professionalità e qualifica.. Ma il nostro contratto a progetto è fortunato: l'anno scorso ha lavorato per dieci mesi e in quello corrente per uno. Perfetto. Si può passare alla casella successiva.

A questo punto risolte le questioni del quando può compilare il modulo e aspirare al quantum. Il quantum è definito nella misura del 30% dello stipendio lordo dell'anno precedente. Bene. Ma non è così semplice. Infatti c'è un “ma”. E il "ma" consiste sull'ammontare dello stipendio dell'anno precedente che se eccede i 20.00€ lordi lo spiraglio si chiude di botto. Lo stipendio del nostro non raggiunge quel limite e si ferma a 17.000€, pensa la fortuna e quindi crede di poter incassare 5.100€. Errore. L'indennità non può superare i 4.000€. Domanda: se si definisce che il livello di reddito per la richiesta è di 20.000€ e la percentuale riconosciuta è del 30% come si può porre il tetto massimo di indennità a 4.000€? Mistero.
Forse varrebbe la pena, magari, di rendere i numeri logici e lineari, ovvero si abbassa il livello di stipendio e si mantiene la percentuale o si fa il contrario. Se così fosse, mantenendo il reddito a 20.000€ la percentuale scenderebbe al 20% e l'indennità massima sarebbe, guarda il caso proprio di 4.000€. Miracolo? No, semplice buon senso. 

By the way l'Inps nell'anno successivo manderà un Cud che dovrà essere inserito nella dichiarazione dei redditi. Eh già, l'indennità è lorda, nel senso che si pagheranno le tasse. Sull'indennità di disoccupazione. Infine:l'indennità verrà corrisposta in un'unica soluzione, entro un paio di mesi (così dicono) e se ne frattempo il co.co.pro trova lavoro? Nessun problema, non deve restituire nulla. Piccolo codicillo: un co.co.pro può chiedere l'indennità di disoccupazione una sola volta nella vita. Questo vuol dire sperare di non rimanere mai più senza lavoro. Un vero inno all'ottimismo.

La legislazione sulla tassazione di colf e badanti è un grazioso invito all'evasione fiscale. Vero e poiché si è nel Belpaese neanche tanto strano. Colf e badanti sono tenuti al pagamento dell'Irpef solo se superano il livello di reddito di 8.000€.
Se l'importo è superato scatta l'aliquota del 23%. Perfetto, si direbbe in un paese normale, fino a 8000€ c'è franchigia e poi sull'eccedenza si applica la tassazione. No, non è così: troppo facile. Se si dichiara un reddito fino a 8.000€ non si paga nulla se invece il reddito diventa di 8.010€ ecco che lo Stato esige il versamento 1.842,30€. Il 23% sull'importo di 8.010€. Domanda quante colf e badanti supereranno il tetto degli 8.000€? E quanti si accorderanno con i datori di lavoro per non superare il tetto e ricevere una parte del salario in nero?

Terzo caso, al momento virtuale. Per superare l'impasse sulla disoccupazione si sta facendo strada la proposta secondo cui si potrà andare in pensione prima dei 67 anni dimostrando di averne lavorati 38. Ovviamente con unapiccola riduzione dell'assegno. E questo è logico ed accettabile anche in considerazione del fatto che col passare degli anni la riduzione si assottiglierà fino a scomparire. La proposta, in estrema sintesi, recita: si potrà andare in pensione a 62 anni con 38 di contribuzione. Perfetto. Semplice. Semplicissimo. Tutto qui? No, c'è il solito “ma”?D'altra parte come si potrebbe vivere senza un “ma”? 
I 38 anni di contribuzione devono appartenere esclusivamente alla categoria dei subordinati. Pertanto se ci sarà qualcuno, si immagina quattro gatti di cui non vale al pena di occuparsi, che avrà, per esempio, 26 anni di contribuzione come subordinato e altri 12 come parasubordinato, il co.co.pro. di cui sopra che ha versato contributi alla gestione separata, non potrà aderire a questa proposta e dovrà continuare a lavorare. Anche se ha 62 anni e versato nelle due gestioni l'ordinaria e la separata il numero prescritto di anni. Ovvio, no?
Che non si dica che questa sia disparità di trattamento. Ci mancherebbe..

Come si può aspirare ad essere un paese normale se non c'è logica neppure nelle operazioni più semplici? E mentre nel Belpaese ci si arrovella su busillis che anche la famosa massaia di Voghera saprebbe risolvere con la mano sinistra mentre si dedica in contemporanea al ragù i duchi di Cambridge si fanno beffe della crisi regalando al figlio ben tre nomi e  contribuendo contemporaneamente allo sviluppo dell'industria del merchandising reale. Evviva.