Ciò che possiamo licenziare

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giovedì 30 aprile 2015

Quanto ci manca Flaiano.

Tornasse Ennio Flaiano a farci visita si divertirebbe moltissimo ed altrettanto divertirebbe il popolo. Quasi tutto il popolo. Non riderebbero solo quelli con l’ego ipertrofico e i monomaniaci. Quantità trascurabili ma estremamente pericolose. L’Ennio potrebbe spaziare a tutto tondo: dalla politica al sociale e dal laico al clericale. Una vera bazza.

Chissà come si divertirebbe il Flaiano con il Renzi. Il quieto Gentiloni, che lo definì come “il bambino che mangia i comunisti”, aveva avuto una santa visione ma peccava per difetto. Oltre ai comunisti (che poi sono ex) il bimbo in questione si è slappato anche vecchi piazzisti e aspiranti bancarottieri. Con lo stomaco che si ritrova, e che in qualche immagine fa bella mostra di sé,  più che a un bambino assomiglia a un’anaconda. Taglia gigante. Di oppositori riesce a papparsene anche cinquanta alla volta neanche fossero ostriche. Però forse un po’ cozze lo sono e per questo gli viene facile. A giustificazione un ex dissidente, tra quelli che all’ultimo momento gli votano a favore, si giustifica dicendo che non può votare contro il suo segretario di partito che è anche presidente del consiglio. Situazione che fino ad ora gli deve essere sfuggita, povero. Comunque stiano tranquilli i dissidenti il vice, Guerini Lorenzo, rassicura che contro i discoli che non verranno presi provvedimenti disciplinari. D’altra parte tanta bontà d’animo era già stata dimostrata con i dieci della commissione costituzionale: sollevati dal loro incarico solo per toglierli dall’imbarazzo di votare una legge che la loro coscienza non approva. Roba che un redivivo Iosif Vissarionovič Džugašvili dovrebbe venire a prendere lezioni per poter capire un po’ di stalinismo. Stalinismo 2.0.

Farebbe la gioia di Flaiano anche il  ministro del lavoro Poletti Giuliano per due buoni motivi: il suo peso (poco) nel governo e il suo feeling (poco) con i numeri. Ogni volta che i giornalisti gli chiedono delle prossime mosse del governo sui temi di sua competenza risponde che «Non so. Non si è ancora riunito il consiglio dei ministri» Che è come dire che solo lì scopre la linea del suo ministero. Sui numeri poi è disarmante. Dato che Renzi ha deciso che il job act deve funzionare lui si sforza di sostenerlo e spara numeri  a raglio. I nuovi occupati nel bimestre gennaio-febbraio 2015 disse « sono oltre 400mila» e sono risultati 13 (esatto tredici). A marzo disse «grazie al job act  la disoccupazione diminuisce.» È aumentata.

E poi ci sono anche i boys e le girls, politicamente parlando. Oddio i boys e le girls, sempre politicamente parlando, si assomigliano tutti/e: stesso atteggiamento, stesso modo d’interrompere l’interlocutore, stesse argomentazioni. Se gli cambi il cartellino non si riesce a distinguere quelli/e che sono del “papi” da quelle/i che sono di Renzi. Anche perché se si chiudono gli occhi sentire delle differenze tra Renzi e il “papi” viene difficile.

Ma non solo di sola politica laicità si nutrirebbe il Flaiano. Avrebbe a disposizione anche papa Francesco che si dà al femminismo e giudica scandaloso che una donna guadagni meno di un uomo. Il che di suo è anche giusto se non fosse che nella Chiesa le donne, che lì chiamano suore, vanno in giro con il capo coperto (come le mussulmane ortodosse) e quando va bene si occupano della cucina altrimenti gli tocca la lavanderia.  A  Francesco questa volta la storia della pagliuzza e della trave gli deve essere sfuggita. Così come ha fatto un altro scivolone sulla questione dell’ambasciatore di Francia. Sui gay aveva detto che non si sentiva di giudicare poi quando ha l’occasione di incontrarne uno, l’ambasciatore di Francia appunto, pone il veto neanche questo avesse il colera.  

Se ci fosse Flaiano sai che divertimento.

sabato 6 dicembre 2014

Indovina chi si incontra a cena?

Roberto Saviano chiede spiegazioni per una cena di 4 anni fa. Il ministro Poletti trova «sgradevole essere tirato in ballo». Andreotti non accettava inviti se non conosceva i commensali e Cuccia dei suoi azionisti conosceva tutto, ma proprio tutto. Se si fanno minchionate è giusto essere bacchettati.

Giulio Poletti è stato attaccato da Roberto Saviano perché nel 2010 andò ad una cena dove sedeva il gotha di quello che poi è diventato il caso «Mafia Capitale» 
Narrano alcune leggende metropolitane, che di solito sono delle gran bufale ma qualche volta ci prendono, che Giulio Andreotti, detto il divo Giulio, ma anche lo zio Giulio, ma anche belzebù e anche la volpe, fosse solito, prima di accettare inviti a cena, chiedere chi fossero gli altri a tavola. E se aveva delle cattive impressioni declinava. Non che poi tutte le sue frequentazioni fossero specchiate, ma almeno un po' alle apparenze ci teneva. Inoltre i soliti bene informati dicono anche che volesse conoscere la disposizione dei posti in modo da avere affianco solo persone presentabili. Si fa per dire. Sempre le stesse leggende metropolitane raccontano che Enrico Cuccia, presidente di Mediobanca, che peraltro non accettava mai inviti a cena, conoscesse per filo e per segno, comprese le magagne, tutti i suoi azionisti. E con prodigiosa memoria ricordasse, in privata sede e solo agli interessarti, episodi per così dire divertenti. Almeno finché rimanevano in quelle stanze che quei muri non aveno né bocca né orecchie. Leggende metropolitane. Ma come spesso raccontano i parroci di campagna bisogna sempre far tesoro di queste favole perché dentro nascondono spesso un bel po' di saggezza.

Giuliano Poletti invece andava a cena senza informarsi sugli altri commensali e soprattutto senza aver ben chiaro chi fossero i suoi associati. Già, perché allora non era ministro ma più semplicemente il presidente di Legacoop nazionale. A dirla così sembra una bocciofila mentre invece era ed è una potenza economica non da ridere. Nel 2009, l'anno prima della cena incriminata, la Legacoop nazionale gestiva 15.000 cooperative (sono 15.000 da sempre e in questo assomigliano ai cinesi di Milano che di numero non cambiano mai), ottomilioni di soci, quasi mezzo milione di dipendenti e circa 56 miliardi di fatturato. E così, neanche fosse l'ospite invitato all'ultimo perché gli altri a tavola erano in tredici, lui ci andò senza fare domande e si sedette proprio di fronte a Gianni Alemanno, allora sindaco. Già chiacchierato. E come niente fosse si trovò in compagnia di Salvatore Buzzi e di tutti quegli altri che ai giorni nostri vengono classificati in ordine alfabetico nel fascicolo «Mafia Capitale». 

Uno dice: «Mica si possono conoscere tutti i presidenti delle cooperative aderenti.» E questo è vero, ma quante cooperative fatturavano 16 milioni di euro in quegli anni? Che sono quanti ne faceva la cooperativa 29 giugno di Salvatore Buzzi nel 2009. Pochine vien da dire. Qualcuno avrebbe dovuto dirlo al presidente che si sarebbe trovato di fronte ad un fenomeno: perché una cooperativa di ex detenuti che mette insieme in pochi anni quel popò di giro d'affari dev'essere guidata proprio da un genio. Dato per scontato che quei soldi non li abbiano messi insieme facendo delle rapine. Se poi si pensa che quel gruzzoletto il Buzzi lo faceva con un'amministrazione comunale di colore avverso deve essere genio due volte.

Da cui discende che se quelli di destra utilizzano una cooperativa di sinistra i fatti sono due: o la 29 giugno ha prezzi e qualità strabilianti o viene usata come effetto candeggina. Ovverosia per dimostrare che tuttto è regolare e sbiancare eventuali magagne. Gli si fa vincere qualcosina. Garette marginali. Premi di consolazione. Ma sedici milioni di eurini non sono propriamente un premio di consolazione. E allora qui gatta ci cova.

E ci covava sì perché già allora si mormorava sulla «parentopoli nera» di Alemanno Ginni e anche sulle gare d'appalto qualcosa si diceva. E non erano cosa belle. Ma l'imolese Giuliano Poletti, presidente, non sapeva nulla. E nulla sapeva il suo staff e nulla la Legacoop di Roma e tanto meno quella del Lazio. Che a guardare solo gli ultimi due livelli, che sono quelli più legati al territorio, c'è da chiedersi come quell'organizzazione abbia potuto e possa tutt'ora mettere insieme quel bel fatturato degno di una multinazionale.


La vulgata, nel vecchio Pci, diceva che per i funzionari di carriera il partito fosse il paradiso, il sindacato il purgatorio e le associazioni di massa l'inferno. E lì stava Poletti. Poi le Coop un po' si sono risollevate perché controllare i flussi di cassa fa crescere nella scala sociale e nella reputazione. Soprattutto quando il partito non è più forte come un tempo e l'autonomia si è allargata. Però, magari, metterci un po' d testa quando si viene invitati da qualche parte o quando vien richiesto di stringere qualche mano, magari adesso che si è ministro, non fa male. Soprattutto se non si è in debito.

martedì 19 agosto 2014

L'orsa, l'asino e i citrulli.

Un’orsa fa l’orsa un asino fa l’asino e i citrulli al solito fanno i citrulli. Orsa e asino sono facilmente identificabili i citrulli sono una massa in continuo movimento ed evoluzione. La citrullaggine non è cosa solo italiana, di citrulli ce ne sono anche all’estero.

Le cronache degli ultimi due giorni sono state centrate su due simpatici animali un’orsa e un asino e una categoria che non è in via d’estinzione. Anzi.: i citrulli.
Andando con ordine il primo posto per serietà e rispetto delle leggi di natura spetta all'orsa. Si chiama Daniza  ed è una dei 100 esemplari che staziona in Italia.  Daniza è assurta agli onori della cronaca perché ha fatto l'orsa, cioè si è comportata come un orsa. Avendo recentemente partorito due begli orsetti e sentendoli aggrediti da un bipede cercatore di funghi li ha difesi. Attaccando l’estraneo. È normale. In situazioni del genere l'orsa sa fare solo l'orsa. Perché stupirsi? Soprattutto se si cercano funghi e si incappa in due orsacchiotti e li si vede a trenta metri di distanza il buon senso dei non citrulli dice di allontanarsi velocemente e non di nascondersi dietro un albero. E poiché l'orsa si è comportata da orsa sarebbe da citrulli abbatterla cioè sparargli che vuol dire ucciderla. Tutto il mondo, specialmente quello anglosassone animalista da sempre, ne ha già parlato il Guardian, definirebbe il fatto come un atto di pura barbarie e l'immagine del Paese e quindi anche il turismo ne soffrirebbe.  Lega nord e Forza Italia chiedono invece il blocco del programma che ha riportato gli orsi nei boschi italiani, sostenendo che questo «danneggia il turismo.» Quindi chi sono i citrulli?

Pimpon è il nome di un asinello di circa 19 anni costretto dal suo padrone, un francese, a portarsi in groppa oltre 100 chili di materiale vario con l’obiettivo di arrivare a Roma essendo partito Santiago di Compostela. Giustamente il povero animale viene sequestrato dalla pubblica autorità per motivi di evidente umanità, verrebbe da dire animalità, essendo piagato e male in arnese. Ma la legge dei citrulli è sempre all’erta e quindi per ritardi burocratici e di non trasmissione degli atti l’asinello finisce il periodo di sequestro e torna nelle mani dell’aguzzino. Sembra di assistere nuovamente al bellissimo film, anche lui francese, intitolato Au hasard Balthazar la storia di ingiustizie e nequizie è la stessa. Comunque per farla breve la cronaca racconta di due sequestri, una ricca offerta in denaro, rifiutata, di una telefonata del console francese, della dichiarazione della Direzione generale del ministero della Salute in difesa del quadrupede, di un tentativo di rapimento dello stesso da parte dell’orrido proprietario, di un inseguimento del rapitore da parte della polizia e alla fine di un ulteriore sequestro dell’asinello da parte dell’autorità italica. Il fatto inizia il 16 di giugno e finisce, si spera, il 13 di agosto. Quasi due mesi. Chi sono i citrulli?

Citrullaggine internazionale.  A Tel Aviv si celebra un matrimonio. Fatto di per sé poco rilevante se non per gli sposi. Errore. Lui è arabo e lei è ebrea, da due giorni convertita all’Islam. Vien da dire «saranno fatti loro.» Di nuovo errore. Un partito della destra ebraica insorge. Il tribunale di Tel Aviv permette ai dimostranti di esprimere la propria contrarietà al fatto: quando la citrullaggine prende le vesti della giustizia. Però c’è un però: i dimostranti possono manifestare ma solo a duecento metri di distanza e rinchiusi in appositi recinti sorvegliati dalla polizia a cavallo. Quando la citrullaggine ancorché legalmente vestita dimostra di non saper scegliere.

Citrullaggine nazionale. Viene intervistato dal Corriere della Sera il ministro del Lavoro Giuliano Poletti da Imola. Per chi non lo sapesse Imola era definita «la città dei matti» perché di manicomi dall’inizi dell’800 ne aveva ben due: il Manicomio centrale e il manicomio dell’Osservanza, vere città nella città. Sarà un caso. Poletti ha parlato di pensioni, di contributi di solidarietà da prelevare da quelle più alte e per definire queste ha sibillinamente aggiunto «dipende da dove si mette l’asticella.» neanche si trattasse degli europei di atletica. A stretto giro gli hanno risposto Mariastella Gelmini, quella della galleria del neutrino, e Gasparri quello che firma leggi che non ha scritto e nemmeno letto. E poi sono intervenuti anche Edoardo Patriarca deputato pd ignoto ai più e l’ex lega ambiente, ex socialista, ex forzista, ex ministro ed attuale, chissà per quanto, Ncd Maurizio Sacconi. Chi sono i citrulli? Nessuno si azzardi a rispondere: gli italiani.