Ciò che possiamo licenziare

mercoledì 15 aprile 2026

La Meloni Giorgia rafforza la nostra immagine nel mondo.

Il comportamento dell'attuale governo di destra rafforza l’opinione che le cancellerie del mondo hanno da sempre degli italici. Evviva.


La Meloni Giorgia, più furba di quanto sia intelligente, ha posto un altro tassello allo scarabocchio al quale sta alacremente lavorando da tre anni e mezzo. Ha rafforzato lo stereotipo degli italiani come non affidabili. Vero: la storia non si ripete, ma spesso l’oggi assomiglia, talvolta in maniera impressionante, allo ieri. E di solito in peggio. Si ricorda nel mondo come i Savoia,disgraziatamente identificati con il popolo italiano,  raramente abbiano finito una guerra stando con chi l’avevano iniziata. Il “grande statista Mussolini”, definizione data dalla Meloni Giorgia, era pronto a sganciarsi dalla tossica alleanza con l’imbianchino tedesco, quando la sconfitta era evidente, ma non ne ebbe il coraggio; nell’ultimo appuntamento il capo nazista lo accolse urlando come un ossesso e il sedicente duce, spaventato e tremebondo tacque e subito si ritirò. Poi si travestì da caporale tedesco per passare il posto di blocco. Pessima figura. Ma questo sanno fare i fascisti: coraggiosi quando in squadra vanno a picchiare un singolo, pronti alla fuga appena c’è un minimo di reazione; si rammenti come Emilio Lussu, da solo, mise in fuga un manipolo di camice nere intenzionato a bruciargli la casa. Oggi la Meloni Giorgia, aspirante pontiere, per calcolo elettorale, quindi per vigliaccheria, ha deciso di recidere il rapporto con il Trump Donald J, nelle cancellerie avranno pensato: “i soliti italiani”. E quindi la nostra credibilità scende al minimo. Questo succede quando si decide di essere sgabelli e la Meloni Giorgia ha fatto di tutto per assumere questo ruolo, in esclusiva. Piccola postilla numero uno: non è stato il Trump a tagliare il rapporto, ma la  pretesa underdog della Garbatella. Il primo s’è sentito tradito, abituato agli sdilinquimenti precedenti: proprio quanto è successo. Piccola postilla numero due: la solidarietà, merce senza valore quando non supportata da fatti concreti, espressa dalla Schlein  Elly e degli altri corifei è fuori luogo: non si può compatire l’incendiario, piuttosto il bosco.

Buona settimana e buona fortuna.

lunedì 13 aprile 2026

Silvia ahi, ahi, ahia

 Mentori e sponsor si accalcano. Magari dare un’occhiata alla loro storia e poi sfregare il cornetto di corallo aiuterebbe.


Silvia rimembri ancor quel tempo della tua vita mortale, quando…
il Franceschini Dario dava il suo sostegno al Renzi Matteo e questo si lanciava a corpo morto in un referendum suicida che neanche un kamikaze. Ricordi Silvia? Probabilmente no. I due in questione, il Franceschini e il Renzi, da qualche tempo vanno raccontando al mondo chi debba essere l’anti Meloni alle prossime elezioni. La Salis Silvia in primissima battuta si era portata bene: «Sono stata eletta sindaca di Genova, intendo portare a termine il mio lavoro». Così ha detto. Brava, sette più. Poi ha aggiunto come fosse contro le primarie: dividono e non uniscono. Boh! Il sottotesto dava ad intendere, soprattutto ai malpensanti, un vago pensiero-desiderio-aspirazione a presentarsi. Però non l’ha detto. Nei pochi giorni precedenti, all'oggi ha cambiato un pochino la sua narrazione:«Se me lo chiedono…» Sottinteso: ma certo che sì, a c**o Genova. Ambizione legittima, non elegante, tuttavia con i tempi correnti la soluzione ci sta. Purtroppo. Parere non richiesto e decisamente disinteressato: dare un’occhiata a chi sono gli sponsor. Innanzi tutto sono due democristiani nell’anima, ciò significa pragmatici, disposti ad ogni gioco, untuosi e dunque viscidi. Il Franceschini persegue da sempre l’ambizione di essere il Richelieu della politica italiana, ma non ci riesce. Seduto al suo tavolino, davanti allo specchio si esercita a dare le carte, stando sia dalla parte del banco sia in quella del giocatore. Fino ad ora non ha mai ottenuto risultati di lungo respiro. Epica la dichiarazione,  durante una trasmissione televisiva, di dare il suo appoggio al candidato segretario Renzi Matteo. Notizia quasi sorprendente poiché due secondi prima faceva parte della maggioranza. Cose che capitano. L’altro, il Renzi Matteo, raccolse, appena eletto, un eccezionale   risultato alle elezioni europee, peraltro impostate dai precedenti. Nel giro di breve si montò la testa e, come un Lauro Achille, si mise a regalare ottanta euro al mese. Per sopramercato mise nella posta anche la sua testa. Pensava di essersi comprato gli italici non tenendo conto del loro pragmatismo. Incassata la prebenda questi sono passati a richiedere il dovuto. Da furbazzo non si dimissionò dal parlamento, impapocchiò una scusa partecipò alle elezioni, col PD, venne eletto, si scisse, fondò un partito, cambia opinione ad ogni stormir di fronda e vivacchia all’intorno del tre per cento. Gli unici a non essersi accorti di questa storiella sono i responsabili delle televisioni: lo invitano a iosa. Sicuramente “a gratis”, benefattori dell’umanità. Se questi due sono gli sponsor meglio guardarsi intorno, strofinare il cornetto di corallo lanciarsi in altri più crudi scongiuri e magari restare dove si è. Sarà un bel momento di crescita. Se la Salis Silvia non se n’è accorta ebbè ce ne si farà una ragione.

Buona settimana e buona fortuna.  

lunedì 6 aprile 2026

Se Trump morisse le borse schizzerebbero?

Senz’altro i bookmaker londinesi ci stanno già lavorando e raccogliendo le puntate. All’apparenza il mondo cambierebbe, ma in realtà non si muoverà di uno zig.

Senz’altro partirebbe uno spericolato rally che metterà a dura prova le coronarie degli investitori. Tuttavia il punto sarà come il nefasto evento andrà a manifestarsi. Certo gli appassionati di algoritmi stanno già pensando di dare una risposta. E comunque prima di loro i bookmaker londinesi hanno già pronte le quotazioni. C’è da scommetterci. Senz’altro la causa e modo del passaggio a miglior vita di the Donald è elemento dirimente. Probabilmente il suicidio, come accaduto all’amico Jeffrey Epstein, verrebbe dato 5000:1, come la vittoria del Leicster in Premier League.  Probabilmente più modesta sarebbe la vincita nel caso di un colpo apoplettico sul campo da golf di Mar-a-Lago. A una certa età, settantanove anni a mesi ottanta, sforzarsi nello swing, specialmente nel backswing, ma tutte le quattro posizioni hanno notevoli gradi di pericolosità, può portare a patimenti: dal colpo della strega a quello apoplettico. Ovviamente con l’avanzare dei giorni i rischi aumentano. Inoltre il controllo dei campi da golf non è propriamente agevole e dunque la possibilità di infiltrati malintenzionati è tutt’altro che remota. Oltre agli infiltrati, per rimanere sullo stesso segmento d’azione, va considerata la possibilità di rendere esplosive le palline. Non si pensi sia un’idea peregrina, la CIA ha pianificato di uccidere Fidel Castro con sigari esplodenti, per cui siamo lì. Nei servizi segreti assumo solo ceativi, possibilmente svalvolati. L’operazione cubana comunque non andò in porto, pure quella delle palline di Trump pare difficile. Nel caso il Donald entrerebbe nella classifica dei presidenti morti in carica, otto quasi il venti per cento. Forse la carica non porta bene. In ogni caso: quattro deceduti per cause naturali e quattro sparati. In ciascuno dei due si muoverebbe la classifica e probabilmente, potendo scegliere preferirebbe il secondo: se ne parlerebbe a iosa, senz’altro avrebbe all’attivo un documentario alla JFK, una commissione parlamentare come la Warren  libri, saggi trasmissioni televisive come se piovesse. Sai la gratificazione dell’ego. Il tumore alla prostata è quotato decisamente meno essendo neoplasia abbastanza comune, forse l’ha anche già avuto e (quasi) nessuno lo sa. Potrebbe considerarsi anche l’incidente stradale con tanto di carambola, ma dopo i film di Van Damme e consimili sarebbe un dejà vu. Però i bookmaker non si fermeranno solo a questi casi stimeranno anche gli effetti collaterali. In borsa il comparto armi patirebbe una flessione, però lieve data la grinta della Ursula e della Kaja e anche del Guido (Crosetto) e della Giorgia; non potrebbero più fare sfoggio del latinorum: si vis pacem para bellum. La guerra con L’Iran probabilmente finirebbe a breve e quindi apertura dello stretto di Ormuz e quindi … sciambola. Giù il prezzo del petrolio, dei fertilizzanti e pure del gas… Col tempo, lungo, scenderebbe anche quello della benzina alla pompa, sul carrello della spesa invece nessuna illusione: chi ha dato ha dato chi ha avuto ha avuto, con invito a dimenticare il passato. Insomma il cetriolo finisce sempre nello stesso posto del consumatore. La questione israelo-palestinese tornerebbe ad essere regionale e comunque con scarso impatto sull’economia mondiale. Sull’Ucraina boh, è un guazzabuglio tra russi, fratelli? cugini? e quelli non li capisce nessuno. Infine l’incognita dell’isolazionismo minacciato ma mai attuato: gli americani, si sa, non sono capaci di starsene buoni a casa loro: vivono di esportazioni e di guerre (mai più vinta una dopo la seconda mondiale) in compenso tendono a considerare i due termini come sinonimi. Esportano democrazia facendo la guerra o viceversa. Sono però fortunati: durante le ultime si sono sempre imbattuti nel petrolio, cosa vuol dire il caso. Last but not least mancherà materiale per chi campa di satira, ma gli artisti italici non ne risentiranno troppo, hanno solo l’imbarazzo della scelta: Tajani, Craxi, Boccia e tutto il resto del parlamento. Alla fine, se non si è scommettitori incalliti resta solo aspettare per vedere. E se ne vedranno delle belle.

PS. Lunga vita al Trump Donald J.

Buona settimana e buona fortuna


giovedì 26 marzo 2026

Subito un nuovo referendum

Grande risultato del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati: con un solo NO già quattro dimissioni. E se ci riprovassimo? Con qualche altro referendum si darebbe una bella ripulita al parlamento.


Finalmente il referendum si è chiuso, non se ne poteva più, in compenso ci sono state grandi novità. Innanzi tutto nessuno ha trovato sotto il cuscino immigrati illegali, stupratori,  pedofili, spacciatori,rimessi in libertà, serial killer, stragisti, tagliatori di gomme, le case crollate, i terremoti, Sodoma, Gomorra, una tremenda inondazione, le cavallette… Al dunque, con anticipo, nell’uovo di pasqua si sono trovate prima tre poi quasi quattro dimissioni.

Si sono dimessi il Delmastro Delle Vedove Andrrea, la Bartolozzi Giusy e, dopo qualche ora pure la Garnero Santanchè Daniela tutte e tutti con qualche banale e trascurabile affaire con la giustizia. Ma sono cose che succedono,  chi non ha problemi con la giustizia è un paria. Infine, solo giovedì 26 marzo si è dimesso pure il Gasparri Maurizio, ma lui di solito cade in piedi. Pure questa volta. Ha lasciato spontaneamente e con nonchalance  il ruolo di presidente dei senatori di Forza Italia, anche  se quattordici su diciotto lo stavano, detto con chiara espressione inglese, pomp out. Tuttavia il Gasparri non se l’è presa troppo infatti per lui si è presentata l’opportunità di occupare lo scranno di presidente della Commissione Affari Esteri. Non è granche, ma meglio di niente. Quindi un mezzo licenziamento, almeno nella forma. Ma la trombata è potente.

Comunque c’è chi dice: “la purga deve fare il suo corso, l’intestino è lungo”.  Il metodo è vagamente stalinista e quindi chissà cosa riserveranno i prossimi giorni.

Certo se un referendum quasi innocuo, se i ciucci del governo l’avessero scritto bene, ha creato questo trambusto si dovrebbe pensare di impostarne altri tre o quattro  e c’è da immaginarsi lo sconquasso. Altro che la rivoluzione del 1789. Le teste a rotolare (metaforicamente) sarebbero molte e molte di più.

Le promesse per i nuovi referendum saranno: finalmente una giustizia riformata, più giusta e più veloce, non si butta niente come con il maiale, la benzina a cinquanta centesimi, la pace nel mondo, il sole d’inverno, le domeniche d’agosto con la neve, un set di pentole, una bici con cambio shimano…

Al dunque avanti con i nuovi referendum.

 

Buona settimana e buona fortuna.

giovedì 19 marzo 2026

Il Bossi Umberto è morto: ha portato la volgarità in politica.

 Dal 1987 ad oggi ha occupato scranni parlamentari a Roma e Bruxelles. Il suo pensiero politico: qualunquismo, razzismo, egoismo e una bella doosa di volgarità. Non ci mancherà.


Bossi Umberto, classe 1941, in Parlamento del 1987 è stato politico più furbo che sagace, più tattico che strategico, più opportunista che leale, più attento a interessi particolari e secondo la magistratura anche suoi personali, che a quelli generali. Ha fatto parte della categoria berlusconiana dei “politici che non hanno mai lavorato”. E per questo la prima moglie lo ha liquidato. Di lui la Storia, ammesso che la Storia abbia tempo e voglia di occuparsene, ricorderà il pensiero politico inesistente innervato di becero qualunquismo, egoismo e razzisno, e le molteplici volgarità, il cattivo gusto, epica fu l’intervista in canottiera e slip da bagno, e i comizi turpiloquianti. Ha insultato praticamente tutti: a partire dai Presidenti della Repubblica, definì Napolitano «terrone» accompagnando l’epiteto con il gesto delle corna. Ha vilipeso la bandiera: «Quando vedo in tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo». O anche, a Venezia, durante un comizio, rivolto a una signora che esponeva la bandiera nazionale con l’usuale grazia le gridò: «il tricolore lo metta al cesso». Disse anche di aver ordinato «un camion di carta igienica tricolore», tanto per tenere alto il livello dello scontro politico. Con lo stesso aplomb trattò i suoi avversari politici. Nella sua prima giravolta ha chiamato Berlusconi, «Berluscaz» e l’ha accusato di essere colluso con la mafia, salvo poi governare con lui nei decenni successivi e diventare suo ministro per la devoluzione. Bufala ridicola: servì solo a dargli uno stipendio in più. Commentò l’uscita dalla Lega del professor Miglio, teorico del federalismo, con una vivida metafora: «Miglio è una scureggia persa nell’universo». Tanto per coniugare aria ad aria. E poi con quel suo abituale dico non dico affermò che i padani ce l’avevano duro. Beati loro. Accordatosi con Rocco Buttiglione, Massimo D’Alena e sotto il patrocinio del Presidente Oscar Scalfaro fece cadere il primo governo Berlusconi, i maligni dicono gratis. In compenso per finanziamento illecito, prese soldi da Enimont, fu condannato in via definitiva. L’allora segretario amministrativo ci rimise le penne e lui invece no. Come ti sbagli. Oltre al finanziamento illecito è stato condannato per resistenza alla forza pubblica, vilipendio alla bandiera e al Presidente della Repubblica e poi diffamazione pluriaggravata, istigazione a delinquere, truffa ai danni dello Stato e appropriazione indebita. A proposito di Roma ladrona. Ci fu poi chi, con spirito goliardico, trasformò lo slogan padroni a casa nostra in un più preciso ladroni a casa loro. Ha millantato centomila bergamaschi armati di fucile pronti a fare la secessione: una farsa. Qualche invasato ci sarà pure stato ma dichiarare di metterne insieme centomila fa solo ridicolo. Si guadagnò una condanna anche per questo. Salvo errori od omissioni, ha totalizzato, condanne all’incirca per una decina d’anni o giù di lì, ma mai ha avuto il piacere di visitare la rotonda di San Vittore o salire i tre gradini di Regina Coeli. La truffa ai danni dello stato è andata prescritta mentre per l’appropriazione indebita è stato salvato dall’inopinata norma introdotta dal governo Gentiloni che prevede il non luogo a procedere se la vittima del reato, in questo caso la Lega Nord, non presenta querela. E Salvini ha preferito salvare il suo ex mentore. Ma guai a parlare di casta. Anche in questa occasione a rimetterci è stato il solo Belsito, segretario amministrativo. Evvabbé. Con sicumera attaccò la frase dell’Inno Nazionale là dove recita: “che schiava di Roma”. Si coprì di ridicolo dimostrando di non sapere di cosa stesse parlando: la frase in questione è riferita alla vittoria e non alla padania. Grassa e beata ignoranza. Ma anche questo gli è scivolato addosso come nulla fosse. Naturalmente come tradì Berlusconi così tradì anche i nuovi amici Buttiglione e D’Alema, quest’ultimo in un momento di particolare ebbra ispirazione arrivò a definire la Lega «una costola della sinistra», con ciò dimostrando scarsa conoscenza dell’anatomia politica dello Stivale. Anche questo passaggio di ritorno da sinistra a destra fu ispirato da puro idealismo e, come dicono i maligni: fatto gratis. Quando nel 2001 i consensi alla Lega si ridussero al 3,6%, confortò i suoi che mogi mogi giravano per la la sede di via Bellerio dicendo che quel miserrimo tre percento valeva doppio perché indispensabile e, dicono sempre i maligni, l’ha gentilmente offerto gratis al colluso con la mafia. Ciliegina sulla torta: il Bossi Umberto si è sempre battuto contro l’adozione di bambini da parte delle coppie gay, dichiarando, parole sue: «I poteri occulti hanno tentato di far passare in Europa, con l'appoggio dei comunisti e delle lobby gay, l'affidamento dei bambini in adozione alle coppie omosessuali. … lanciamo un monito alla nuova famiglia Addams. Guai, Europa! Giù le mani dai bambini, sporcaccioni!»  E in aggiunta ha definito quella gay come «famiglia artificiale». Evidentemente averla detta «famiglia Addams» non era sufficiente. Il suo scranno vuoto dopo nove legislature non commuove fa solo pensare a come avrebbe potuto essere meglio occupato.

Buona settimana e buona fortuna.

sabato 10 gennaio 2026

La favola di nonno La Russa.

Lemme lemme con metodo anfibio si procede “istituzionalmente” alla riabilitazione del fascismo. Questa volta il percorso è a ritroso e si parte dal 26 dicembre 1946. Fra non molto si arriverà al 22 ottobre 1922. Ma alla fine la magagna salta fuori.


Come succedeva un tempo, magari ancora oggi, le feste natalizie erano, o sono i momenti in cui ai bimbi si raccontano fiabe. Fiabe che grondano bontà e amore. Specialmente quelli più piccini ne restano  affascinati e, di solito, chiedono il bis o addirittura ne pretendono un’altra. E così sfruttando il momento il Presidente del Senato La Russa Ignazio con l’aria del nonno s’è messo a raccontare una favoletta ai più grandicelli e pure a quelli decisamente più âgèe. La favola non comincia con il sognante “C’era una volta”, ma con un più prosaico “Era il 26 dicembre del 1946”, come nonno il Larussa Ignazio si deve ancora fare la mano. Comunque: “Era il 26 dicembre del 1946 quando un gruppo di uomini” si riunirono nello studio di un assicuratore, il Michelini Arturo, per dar vita ad un nuovo soggetto politico.  Erano uomini “sconfitti dalla storia – ricorda, bontà sua, nonno La Russa - sconfitti dalla guerra, sconfitti nella loro militanza che era stata per l’Italia in guerra, l’Italia fascista”.  La favola, come tutte le favole richiede un po’ di fantasia e la capacità di accettare l’inverosimile e il fantastico e nonno La Russa ce la mette tutta. Gli uomini di cui racconta il nonno La Russa erano inverità tipetti poco raccomandabili, venivano dalle repubblica di Salò, il governo fantoccio del Mussolini Benito agli ordini della Germania nazista. In quel gruppetto c’era,per dire di quello in seguito più famoso, il redattore capo della rivista razzista ed antisemita Difesa della razza. Il suo primo articolo fu contro  nientepopodimenoche l’imperatore Caracalla, cosa vuol dire non avere il senso del ridicolo,  reo di aver concesso la cittadinanza ai provinciali ed aver promosso il meticciato. Naturalmente, come ti sbagli, gli italiani di religione ebraica non erano italiani. Quindi d’un tratto ci perdevamo gli scienziati Bruno Pontecorvo, Emilio Segrè, Gino Fano, Adriana Enriques, Alessandro Terracini, Bruno Levi, Giorgio Mortara e Beniamino Segre, tanto per citarne alcuni e anche Amedeo Modigliani, Italo Svevo, Arrigo Minerbi, Angelo Sraffa... Gran brutto affare per l’Italia. In un altro articolo scrisse: “Il razzismo deve essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia e viva in tutti noi la coscienza della razza”. Idiozie sesquipedali allo stato puro. Il suo nome era Almirante Giorgio. Gli altri di quel “gruppo di uomini” erano fatti sullo stesso modellino. Quindi c’era e c’è poco da stare allegri.  La narrazione di nonno La Russa prosegue favoleggiando: “quegli uomini non si arresero (avrebbero dovuto, almeno all’intelligenza) e non chiesero neanche per un attimo di tornare indietro”. Sarebbe stato paradossale per degli sconfitti dalla storia. Come parola d’ordine scelsero “non rinnegare e non restaurare”. Ora sul restaurare, a quei tempi, non c’era proprio possibilità alcuna. Sul rinnegare invece c’è molto da dire. Sarebbe stato onesto se avessero rinnegato la vigliaccheria delle quadre d’azione abituate a colpire in dieci contro uno, salvo poi scappare a gambe levate come quando Emilio Lussu prese a fucilate quelli che volevano assaltare la sua casa di Cagliari. Sarebbe stato onesto se avessero rinnegato gli assassinii di don Minzoni, dei fratelli Rosselli, di Matteotti...  E anche le guerre coloniali, le leggi razziali, l’aver mandato soldati con mezzi insufficienti ad essere carne da macello, aver varato le leggi fascistissime (alcune delle quali sono richiamate sotto mentite spoglie da alcune aspiranti attuali),  l’essere stati spie e servi dei nazisti, torturatori e fucilatori di partigiani, loro sì difensori dell’onore dell’Italia. Quindi magari dolersi per il male fatto,tanto comunque la storia non si cancella, e per quante fole si raccontino resta sempre lì a indicare torti e ragioni. Poi nell’esaltazione del momento la confusione si fa palpabile e dilaga: “quegli uomini” fondarono un partito ma non lo chiamarono partito bensì movimento (pensavano al futuro) e aggiunsero “sociale, perché volevano che la loro azione fosse a favore della gente, della gente comune” (cosa mai successa, neppure adesso che i nipotini di quegli uomini sono al governo, anzi) e poi la terza parola: italiano, “l’identità nazionale il punto forte”. Sai la novità: dimentica il La Russa come tutti i partiti di quel periodo, ad eccezione della Democrazia Cristiana, avevano come terza parola italiano: dal PRI al PLI, al PSI, al PSDI, financo allo Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria e al PCI. E per finire in gloria l’esaltazione del simbolo, la fiamma, e qui casca l’asino. Il nonno, oramai stanco per la lunga favola. si lascia scappare: la fiamma “è un simbolo di continuità, un simbolo di amore, di resilienza, si direbbe oggi. Un simbolo che guarda all’Italia del domani e non del ieri, senza dimenticare la nostra storia”. Filotto. A parte il pasticcio semantico il senso è chiaro. Ahinoi! 

Buona settimana e Buona fortuna.

mercoledì 7 gennaio 2026

La vocazione a fare lo sgabello.

Si pensa di essere furbi a cercare un alleato forte per ottenerne vantaggi con poca spesa. La storia insegna quanto l’amico di ieri si trasformi nel nemico di domani. I partiti fascisti questa lezione non l’hanno mai imparata.

                                            

Quel che stupisce a guardare con un minimo di attenzione i partiti fascisti, ex fascisti, post fascisti, un po’ fascisti, qualinquisticamente fascisti, quasi fascisti è che nonostante il continuo biascicare di nazione, onore, orgoglio nazionale e altra paccottiglia patriottica (il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie, Samuel Johnson) sono sempre disposti a fare da sgabello a qualcun altro. È continua la ricerca dell’alleato più importante, più forte, più aggressivo. Ogni volta pensano che il “gorilla” di turno sia in grado di raccogliere dal ramo più alto la mela d’oro per cederla loro come grazioso omaggio. La storia, peraltro, riporta non pochi esempi. Chi non ricorda il Mussolini Benito vagheggiante di qualche migliaio di morti per sedersi al tavolo dei vincitori, quelli veri erano i nazisti di Hitler,per spartirsi le spoglie della Francia. Voleva la Tunisia, la Corsica, Gibuti e chissà cos’altro. Ottenne in realtà i classici due cocomeri e un peperone. Il vero padrone dell’alleanza aveva deciso diversamente, senza neanche consultarlo, e quindi gli lasciava solo alcune frattaglie di nessun peso. Il patto tuttavia era così stretto e la dipendenza, anche psicologica, così forte da far evolvere un razzista in un feroce antisemita, lui che aveva avuto un’amante ebrea, l’ha addirittura sgrezzato, e molti amici e collaboratori israeliti. E così mise i suoi sgherri alla ricerca, casa per casa, degli ebrei da consegnare alla mostruosa macchina delle SS e, per non farsi mancare nulla trasformarli in cacciatori e torturatori di partigiani. La fine fu ignominiosamente commentata: “ ci hanno sempre trattati come servi e ora mi hanno anche tradito”. Emblematico e miserrimo il passaggio dal plurale dei servi al singolare del tradito. In ogni caso: ce ne ha messo di tempo per capirlo. La storia di suo non ha alcuna voglia di ripetersi, ma gli uomini e le donne di scarsa memoria ci tengono ad infilarsi in situazioni già viste. Frasi come “è un patriota e io ammiro i patrioti” stanno solo a dire di miopia e pochezza culturale: prima o poi i due patrioti si troveranno uno di fronte all’altro, proprio perché patrioti difensori del proprio interesse nazionale, a meno che il più “piccolo” non si metta, o continui, a fare da sgabello. La qualità fondamentale dello sgabello è di non avere qualità, di essere sprovvisto di  opinioni, ossequiente, disposto a ogni giravolta a sostenere l’insostenibile e con una certa propensione ad accettare l’umiliazione e far la fine del nocciolo della ciliegia: sputato fuori.

 Buon anno e buona fortuna.  

sabato 27 settembre 2025

Povero Giovanni Floris, che figuraccia.

 A di Martedì, Floris:”Non si può riproporre Mussolini propagandando il bene che avrebbe fatto”. Augias: “No, che ha fatto. Intendiamoci, calma, Floris”. Forse questo è lo spunto per cominciare a fare i conti, mai veramente fatti, con il fascismo?


Nella puntata del 23 settembre scorso il buon Floris Giovanni ha involontariamente messo in scena, conversando con Corrado Augias, un istruttivo siparietto. Nel di mezzo della conversazione  il Floris Giovanni n’è uscito con: «La sinistra ha avuto Che Guevara, la destra non poteva certo riproporre, questa destra, la destra populista, la destra di legge e ordine, non poteva riproporre gli esempi italiani, non poteva certo riproporre  Mussolini, per quanto, in qualche misura, sia stato propagandato il bene che avrebbe fatto e per questo…» E qui cade l’interruzione di Augias: «No, che ha fatto, intendiamoci, calma, Floris, Mussolini ha fatto cose buone, non è che avrebbe fatto, le ha fatte…».  L’impreparato Floris prima è interdetto poi riprende slancio:«Quali?»

Risponde Augias:«Ha fatto tante cose… » Di nuovo Floris, questa volta con sorrisetto ironico e l’aria da ”mò t’erudisco er pupo”: «I treni... la pianura pontina … neanche l’inps … rimane poco…». La claque applaude, come al solito. Adesso è la volta di Augias, intellettuale di tutto rispetto, certo non può essere accusato di filo fascismo:«Ha tatto tante cose buone, ha fatto l’IRI, ha fatto la miglior edilizia che abbiamo avuto nel novecento, ha risanato con l’IRI le imprese che andavano in malora …» Ancora applausi, anche se un po’ fiacchi, si sa, la claque batte le mani a comando a prescindere da quanto viene detto. E qui l’Augias avrebbe potuto allungare l’elenco, ma si ferma, per carità di patria. Finalmente il Floris rinsavisce: «Il punto è il prezzo che si pagava». Ancora Augias: «Esattamente, quella è la cosa, tutto quello si pagava con la rinuncia alla libertà. Allora, quelle cose buone avevano un costo altissimo». Floris quindi chiude, salvando goffamente un po’ di faccia con un «Giustissimo».

Il punto, sotteso allo scambio di battute,  quindi diventa come impostare i conti con il fascismo. Gli italiani questi non li hanno mai fatti. Si sono limitati al manicheo tutto male-tutto bene. Cose da stadio. Non s’è avuto una Norimberga, appena si pescava un gerarca subito lo si fucilava e neppure più di tanto ci sono state epurazioni, anzi il Togliatti Palmiro  promulgò l’amnistia e così liberi tutti. Non fu neppure perseguito il neonato MSI, Movimento Sociale Italiano, che del fascismo era l’erede nonostante nella costituzione venisse vietata la ricostruzione del PNF. Non è così che funziona. I vecchi ragionieri nel preparare un bilancio procedevano tracciando su un foglio bianco una riga verticale e in testa alle due sezioni scrivevano dare e avere. E’ ovvio , l’ha detto la storia: il bilancio del ventennio è negativo, così pesantemente negativo da suggerire di non ripetere l’esperienza. L’annientamento fisico degli avversari politici, le uccisioni di Matteotti, di don Minzoni, dei fratelli Rosselli, solo per dire di tre, le leggi razziali e l’indifferenza degli italiani e la vigliaccheria di chi denunciava per denaro i compatrioti di religione ebraica, le guerre coloniali e poi quella disastrosa con gli alleati nazisti non possono essere giustificati, con le le tante cose buone (Augias). Tirannide e operatività sociale viaggiano su due binari diversi e per nulla interconnessi. Questa non va negata, è storia, anzi facendolo si cade nel ridicolo, quella, ugualmente non negata, va combattuta sul piano delle idee. Magari dimostrando come sia stata di nocumento al progresso del Paese. Sarebbe interessante se Corrado Augias volesse dedicare una o più puntate della sua trasmissione, la Torre di Babele, al tema delle cose buone dimostrando quanto di più avrebbero potute essere se non imbrigliate dalla dittatura.

Buona settimana e Buona fortuna

venerdì 5 settembre 2025

Fede Emilio, Prodi Romano, Giuseppe De Rita e Armani Giorgio.

All’inizio della settimana muore il Fede Emilio alla fine Armani Giorgio nel mezzo le riflessioni del Prodi Romano sul mondo e quelle sensate di Giuseppe De Rita.


Il 2 settembre corrente anno il Fede Emilio è morto a 94 anni (non sono pochi) in una residenza per anziani in quel di Segrate, guarda il caso. Il 3 settembre il solito florilegio di coccodrilli, probabilmente pronti da anni. I soprannomi affibbiatigli hanno scandito la sua carriera: ammogliato speciale, genero di prima necessità, sciupone l’africano,  Emilio Fido… Tanto per ricordare i più facili. Qui casca a pennello  il tormentone di Peppino De Filippo «e ho detto tutto». Poco gli esegeti si sono soffermati sulle vergogne vere. Al primo posto la diretta di Vermicino del 12 e 13 giugno1981 dove il dolore e la morte vennero, per la prima volta in Italia, resi spettacolo e gettati in pasto alle fauci  della ggggente. Per quei giorni se ne è saziata, ma l’appetito vien mangiando, si sa. Probabilmente, mutatis mutandis,  il Fede Emilio si sentiva nei panni di Kirk Douglas, il giornalista di L’asso nella manica, 1951, regista Billy Wilder. Però quanto scorreva sui teleschermi non era finzione ma tragedia vera. Peraltro il protagonista del film non è finito bene e neanche il Fede Emilio. Poi la sommatoria delle condanne: per favoreggiamento della prostituzione (4 anni e 7 mesi) e associazione per delinquere finalizzata alla diffamazione (2 anni) per un totale  di 6 anni e 7 mesi. Di processi ne ebbe altri e ne uscì assolto. Comunque non fu scontato un solo giorno di carcere e nemmeno in affidamento ai servizi sociale. Infine la colpa più grave, quella spiattellante la bassezza morale dell’uomo: aver cambiato la squadra di calcio passando da tifoso della Juventus a supporter sfegatato del Milan. Questo nel mondo del calcio è parificato al ripudio della mamma. Una vergogna. Il Fede Emilio si giustificò parlando di amore per Berlusconi. De gustibus. Il 4 corrente mese il giornalismo tutto, e non solo, di questa scomparsa se ne era già fatta una ragione.

Dopo l’intervento sul nulla del Draghi Mario al meeting di Comunione e Liberazione il Prodi Romano, per non essere da meno, ha voluto pareggiare i conti e dunque ha scritto un pezzo per Il Messaggero, il 4 settembre. Nell’articolo,vacuo oltre il giusto, il Prodi Romano raccomanda all’Europa tutta di non fossilizzarsi a voler vendere prodotti solamente agli USA, esiste anche il resto del mondo. Bella pensata. E dunque racconta di guardare a est, all’Asia, alla Cina. Dimentica l’Africa dove peraltro ci sono tanti  ricchissimi e il ceto medio si sta formando e allargando. E poi c’è anche il sud America. Ma il Prodi Romano  conosce solo la Cina  infatti nel 2011, anticipando il Renzi Matteo e il D’Alema Massimo, dilettanti allo sbaraglio, fu consulente del governo cinese e di China Development Bank cui verosimilmente, da buon samaritano,  spiegò come approcciare l’Europa. Illuminante l’articolo del Sole 24 pubblicato il 14 settembre 2011. Magari raccontando le sue esperienze di due volte Presidente del Consiglio italiano e per cinque anni (1999-2004) Presidente della Commissione europea, nonché come sia riuscito a distruggere l’IRI (Istituto per la ricostruzione industriale). I dirigenti cinesi avranno preso buona nota di indirizzi e numeri di telefono. Certo se il buon samaritano avesse riportato alla vecchia Europa notizie dall’Est, se ne avesse avute, forse non ci si troverebbe nell’attuale penosa situazione. Ma ai samaritani non si può chiedere tutto.

Mentre il duo del vuoto assoluto stava preparando le loro perfomance, più quietamente il fondatore del Censis, Giuaseppe De Rita, rilasciava il 31 agosto una illuminante intervista. In questa sottolineava: “Il Paese va avanti alla cieca, infatti la premier cavalca questa aurea mediocritas”. Gli intellettuali dovrebbero indicare la via poiché i profeti non ci sono più, non li ha neanche la Chiesa. Sull’egemonia i paletti sono pochi e solidissimi:  il puntare della destra all’egemonia è una pretesa ridicola, come esercitarla nominando sovrintendenti graditi al governo. «L’egemonia non si afferma con il potere, ma attraverso un lungo lavoro di cultura, e di dialogo vero con la gente». Sui tre anni di governo Meloni;«Ha espresso una grande furbizia: cavalca l’onda. Non si può chiederle di avere una visione, non ce l’ha neppure la sua classe dirigente». E dunque? «Non basta indignarsi, ci vogliono azioni concrete». In altre parole o noi ci diamo da fare o faremo la fine del Titanic: balliamo mentre affondiamo. E gli imprenditori, letto in controluce, non l’hanno capito.

Alla fine della settimana, 4 settembre, è mancato l’Armani Giorgio. Un grande artista dell’abbigliamento, circa tredici miliardi di fatturato e un patrimonio personale di sette. Non male. Anche in questo caso coccodrilli a iosa, necrologi da tutto il mondo comprese le grandi banche d’affari statunitensi. Non c’è che dire un personaggio di rilevanza mondiale. Qualcuno l’ha definito il fondatore del Made in Italy. Dai commentatori è mancato solo il più classico del santo subito. I conti però si fanno sistemando l’avere e il dare e nel dare qualcosa non funziona. Come quando, maggio 2024, la Giorgio Armani Operation è stata sottoposta ad amministrazione giudiziaria: da sette anni agevolava il caporalato: «Lavoro nero da fame». Oppure, ed è recentissima 1 agosto 2025, la multa di 3,5 milioni comminata dall’Antitrust per pratica commerciale scorretta. E poiché l’Armani Giorgio seguiva tutto queste due bagatelle di ieri e dell’altro ieri doveva conoscerle. Sempre, quando i bilanci sono esageratamente positivi, è necessario chiedersi il perché.

Buona settimana e Buona fortuna.

 

lunedì 25 agosto 2025

Il Draghi Mario o “del nulla”. E poi la Meloni e la Schlein

.Il Draghi pontifica spargendo banalità, la Meloni all’ennesimo naufragio si commuove e la Schlein tratta con cacicchi e capi bastone come fosse in un suk. Buona fortuna Italia.


Ebbene sì, il Draghi Mario, con quel suo sorrisetto apotropaico, è riapparso dal nulla. Di lui si era parlato qualche mese addietro quando presentò alla von der Leyen Ursula un rapporto di ben quattrocento pagine per fare il punto sullo stato dell’Europa. Quattrocento paginette, pure se dattiloscritte con corpo 16 e spaziatura 2, sono un bel mattoncino e ci vuole un sacco di tempo a scriverle e ben di più a leggerle, sempre che ci sia scritto qualcosa e “non si pesti l’acqua nel mortaio” come diceva la mia adorata nonna. Pestare l’acqua nel mortaio significa compiere un’operazione inutile con largo spreco di tempo e fatica senza ottenere alcun risultato. E in effetti in quelle quattrocento pagine vi è un solo pensiero degno di nota, laddove l’apotropaico, rivolto ai ventisette dell’Europa, scrive o fa scrivere a qualche sherpa, “dite no a tutto. Non ho idea di quello che bisogna fare, ma fate qualcosa”. Magari purchessia aggiungo per dagli un aiutino come si usava nei quiz d’antan. Anche al meeting di Rimini, Comunione e Fatturazione, il tante volte raccomandato da un condannato in via definitiva oer truffa ai danni dello Stato non si è smentito e ha intrattenuto la platea sul “nulla”. Non il nulla come concetto filosofico sul quale si sono arrovellati i filosofi greci dal quinto secolo avanti Cristo in poi e il nostro su questa materia forse non brilla, ma quello più prosaico del dire quelle belle banalità note anche i bimbi delle elementari: l’Europa come entità politica non esiste e proprio perché non esiste conta nulla. Bella scoperta. E c’è chi si domanda perché non lavori ancora in Goldman&Sachs. Naturalmente la platea di Comunione e Liberazione, a riprova della finezza del suo palato, ha applaudito fino a spellarsi le mani e c’è mancato poco partisse la solita richiesta: santo subito. Peraltro dell’apotropaico il Presidente Cossiga disse: “un vile, un vile affarista non si può nominare presidente del Consiglio dei Ministri chi è stato socio della Goldman &Sachs… è il liquidatore dell’industria pubblica italiana”. Comunque, prima dell’exploit draghiano, l’italico popolo s’è stranito per la dichiarazione della Meloni Giorgia dopo l’ennesimo naufragio: “sorge in tutti un forte sentimento di sgomento e compassione”. Chi mai crederebbe sia la stessa Meloni Giorgia reclamante il caro vecchio blocco navale o dare ordine perché il porto sicuro sia sempre più lontano, con l’obbiettivo chiaro di spostare le navi delle ong per più tempo dalle zone di soccorso. Praticamente antesignana della politica del Netanyahu Bibi. Eppure è così. Evvabbé. Infine il ritorno all’ovile della Schlein Elly. È stata eletta per il suo straziante grido: basta cacicchi e capi bastone. Finalmente, avrà pensato l’elettore del PD, un po’ di aria fresca e magari s’è illuso di veder accompagnati alla porta le renziane e i renziani di vecchio conio ancora tramanti nell’ombra e magari anche chi plaudiva ai procacciatori di voti con fritture miste e giri in battello. E invece no. Ora che si avvicinano le elezioni regionali ecco la Schlein Elly fare accordi e compromessi con cacicchi e capi bastone dell’intero stivale così come si usava all’epoca dei democristiani e dei socialisti. Bei tempi, di schifo. Al dunque cosa resta? Ma per Diana, la solita cara vecchia Italia sempre uguale a sé stessa,con tutte le sue rogne.

Buona settimana e buona fortuna.


mercoledì 6 agosto 2025

Vittoria! Dazi al 15%.

 È stata dura, ma alla fine ce la si è fatta: l’UE, Italia inclusa, ha ottenuto i dazi al 15% per esportare negli USA. Si è avuto lo sconto.

                                                             


Un antico adagio racconta come la vittoria abbia cento padri mentre la sconfitta sia orfana. Il governo della Meloni Giorgia, mai si esime dall’essere creativo, si vedano le dichiarazioni del ministro Lollobrigida Francesco, ne ha ideata una terza: la sconfitta, pure umiliante, si può spacciare per vittoria. E così dopo aver spesso detto quanto sia dannosa ogni qualsivoglia guerra commerciale e nell’italico specifico aver fatto dichiarare da Confindustria e Coldiretti come i dazi (aggiuntivi?, boh) avrebbero penalizzato le nostre esportazioni e, dopo aver reso incandescenti le calcolatrici per giungere a conclusioni catastrofiche come pezzi di punti di PIL bruciati e robusti licenziamenti dietro l’angolo (cosa sempre piaciuta ai padroni) ecco l’incredibile scoperta: anche con quel 15%, tutto sommato, ci si può star dentro e anzi, magari, quasi quasi, è pure un’opportunità. In fondo cosa volete che sia portare il costo di una bottiglia di vino da 50 a 60 dollari: il danaroso yankee neanche ci farà caso e lo stesso sarà per una spruzzata di parmigiano sugli spaghetti o per una fetta di prosciutto. L’importatore scaricherà sul distributore che scaricherà sul grossista che scaricherà sul punto vendita o sul ristoratore che scaricheranno sul consumatore. Insomma tutto normale. L’economia funziona così.   Evvabbé, si dirà, sono i soliti vaneggiamenti della politica. Ma se neppure su un tema come questo si riesce ad avere le idee chiare su cosa si potrà far conto? Innanzi tutto i bonzi della politica, con il solito codazzo di economisti, non hanno ancora saputo dire se il famoso 15% si somma al dazio già praticato o se lo sostituisce. In un caso si passerebbe dal 3/4/5% (tanto per dire) al 18/19/20% nel secondo, per esempio sulle automobili, questa sparata trumpiana sarebbe addirittura vantaggiosa per i brand UE e per gli USA sarebbe come martellarsi sulle ginocchia poiché il dazio passerebbe dall’attuale 27 al 15%. Quindi, forse forse, si dovrà parlare di sommatoria del futuro all’esistente. Ma questo non viene detto a chiare lettere alla ggggente che soprattutto d’estate si beve le peggio cose. La strategia di Trump Donald J. noi italici l’abbiamo già vista messa in pratica: un prezzo di listino alto o altissimo a cui corrisponde uno sconto scontissimo. C’era uno, poi condannato per frode, il quale era solito presentare la sua mercanzia a 100, ma poi dire al compratore.” Poiché sei tu, te la vendo a 10”. All’italico la politica dello sconto piace tantissimo, lo fa sentire furbo e l’idea dell’affare lo sconfinfera. Il Trump Donald J. ha molto studiato ed imparato dell’italico truffatore così come l’imbianchino nazista ha imparato dal trombone fascista. Poi gli studenti hanno superato i maestri. Ora dunque sappiamo di aver concluso un ottimo affare anziché un dazio al 100% o magari di più l’abbiamo contenuto al solo 15%. Dei geni. E allora tutti insieme potremo intonare un famoso canto goliardico, suona così: Fiam felici siam contenti, le ch…e ed il c.l porgiam riverenti, al nostro gentile e amato sovrano sia dono gradito il b..o dell’a.o. Il Trump Donal J. ne sarà entusiasta e lo sarà anche chi nell’ombra e senza mai apparire ha così tenacemente difeso patriotticamente l’interesse nazionale.

Buona settimana e buona fortuna.

lunedì 21 aprile 2025

È morto Papa Francesco.

 

Retorica e magniloquenza vanno a nozze. Tutti a scrivere necrologi super ultra commoventi. L’ultimo regalo di Bergoglio: farci ridere di gusto.


Come accade ogni volta che muore un grande, o preteso tale, della terra per pochi giorni, più forte nelle prime ore poi lentamente a scalare, retorica e magniloquenza si scatenano. Invadono televisioni, radio, quotidiani e quasi ogni spazio del web. Interviste, dibattiti, confronti, ricordi, aneddoti, tutto fa brodo per   avere pochi istanti di visibilità e vantare uno speciale rapporto con il defunto, tanto questo non è certo lì a smentire e quindi piangere come coccodrilli. Soprattutto quelli il cui pensiero e azione erano e sono più lontani dal sentire del nobile defunto. Ovviamente la morte di Papa Francesco non poteva sfuggire alla regola. Ecco allora populisti, sovranisti, razzisti, fascisti (ex, post, attuali), nazzisti, antisemiti, bombaroli, assassini, genocidi, mandanti e organizzatori di campi di concentramento, evasori ed elusori fiscali, schiavisti, sfruttatori di lavoratori, millantatori, fomentatori di guerre,corruttori e corrotti distruttori delle ricchezze pubbliche e tutti gli altri farabutti di ogni risma e specie scrivere commoventi necrologi inneggianti alla pace, mentre ci si lavora fomentando guerre senza speranza. A leggerli ci si può solo scompisciare dalle risate. Eppure si fa menzione agli ultimi mentre si programmano spese miliardarie in armamenti a scapito di ospedali, scuole, abitazioni degne di questo nome e manutenzione dell’ambiente. Falsi e false come Giuda. Tutti e tutte a parlare della mancanza di un punto di riferimento, cui mai ci si sono appoggiati e appoggiate, del grande vuoto, ma quando Papa Francesco era in vita i suoi suggerimenti cadevano, quelli sì, nel vuoto. Ha saputo parlare al cuore di tutti, baggianata sesquipedale: per contrappasso sta a testimoniare del fallimento dell’azione pastorale dati i comportamenti dei toccati nel cuore, rimasto duro come sasso. Papa Francesco ha letteralmente spedito il cardinal Zuppi a fare il giro delle sette chiese (laiche) a mendicare pace (non solo in Europa, ma anche nei rimanenti sessantanove conflitti sparsi per il mondo), uguaglianza, solidarietà e ha ottenuto il nulla. Tutti e tutte senza vergogna. Se gli autori e le autrici di quei meravigliosi necrologi, grondanti compassione, avessero condiviso un millesimo del pensiero di Francesco il mondo sarebbe ribaltato, ma così non è. C’è stato anche chi si è messo a giocare con la cabala ricordando Pio X e Pio XI sono morti a ridosso delle due guerre mondiali, agosto 1914 e febbraio 1939. Per fortuna Bergoglio non ha scelto il nome di Pio che evidentemente porta sfortuna. Questo è stato l’ultimo regalo fattoci da Papa Bergoglio farci ridere di gusto accostando testi e autori e autrici. E anche di rabbia. Comunque, dice l’adagio, morto un papa se ne fa un altro e anche per il conclave,le grandi manovre sono iniziate da tempo. Ci sarà da ridere.

Buona settimana e Buona fortuna.

mercoledì 9 aprile 2025

La Giorgia vola a Washington.

Il viaggio della Meloni Giorgia a Washington a due giorni dai dazi europei e aver sentito quel che il Trump Donald J.D.  si aspetta dagli alleati non butta bene.

Al dunque dopo un po’ di palleggi, va-non-va-va-no-non-va-si-va, finalmente la Meloni Giorgia ha avuto il placet del suo mentore ammerigano e in conclusione luce verde. Veramente una sfortuna andare nella tana del grizzly bear  giusto a due giorni dal via libera ai dazi  europei contro gli Usa. E non solo, dopo la chiara dichiarazione del Trump Donald J. sul cosa si aspetta dai suoi alleati: quelli in fila per entrare alla Casa Bianca. E barcamenati oggi e barcamenati domani alla fine non si sa più dove si è: La Giorgia sta andando a Washington, ma cosa va a fare non sa, vola molto in alto, non vede niente, non si vede un accidente da lì. Lucio Dalla docet. Certo ci vorrebbe un pensiero strategico in testa, ma se alle spalle l’imperativo categorico è solo vincere! si va poco lontano. E la nemesi storica è lì a raccontarcelo. L’idea di partecipare, solo per sedersi al tavolo dei vincitori e senza pensiero strategico, era stata stentoreamente declamata ottantacinque anni fa  e si sa come è andata a finire. Ma c’è anche un altro episodio che la Meloni Giorgia dovrebbe aver ben presente e se non lo ricorda dovrebbe ben studiarselo: quando l’italico duce incontrò il teutonico führer per chiedergli il permesso di sganciarsi, ma non ebbe il coraggio di presentare la richiesta perché il tedesco, ancor prima di qualsiasi parola dell’alleato, cominciò a sbraitare e parlò ininterrottamente per ore. Al piccolo italiano rimasto in silenzio rimase solo dichiararsi d’accordo. Senza sapere sul cosa. A Washington potrebbe accadere lo stesso. Allo yankee non manca la fantasia e il carattere. Un piccolo suggerimento: Ogni piccolo movimento, spara. Prima che l'altro faccia lo stesso con te Ogni piccolo movimento, spara. A questo punto cosa si potrà dire al ritorno della Meloni Giorgia? Forse come disse Cicerone: "Scimus quod ille tibi dedit, et quod tu illi dedisti" .

Buona settimana e buona fortuna.


martedì 1 aprile 2025

La Francia non ha un Nordio.

 Al momento neppure una Cartabia. I francesi hanno tagliato la testa al loro re e sono cartesiani. La Le Pen si è dichiarata colpevole, ma pretende l’assoluzione in quanto eletta. Quante somiglianze con l’Italia e quante differenze.


La premessa di base è che il popolo francese non ha mai avuto complessi di inferiorità nei confronti di chi lo governa. I francesi sono stati i primi a tagliare la testa del loro re e l’hanno fatto a furor di popolo, e con una certa disinvoltura, non per congiura di palazzo e non per decisione di partito. E su quella testa mozzata hanno costruito i diritti dell’uomo. Pertanto non fa sorpresa e tanto meno mena scandalo che la Le Pen Marine sia stata condannata per appropriazione indebita di fondi europei. Dovevano servire per fare politica e invece la Le Pen Marine li ha utilizzati per pagare il cameriere del babbo, vecchio arnese del fascismo d’oltr’alpe, tanto impresentabile che la figlia l’ha espulso dal partito. Niente male. In Francia, almeno al momento non c’è un Nordio Carlo come ministro della giustizia e neppure hanno avuto una Cartabia Marta, quindi la parola giustizia corre il suo senso classico: punire i malfattori. La pena inflitta: quattro anni, di cui due abbuonati, centomila euro di multa e cinque anni di ineleggibilità rientra nelle stato delle cose. Così dice la legge. Il passaggio sulla ineleggibilità assomiglia a quanto avevano elaborato due dei migliori ministri della seconda repubblica: prima la ministra Paola Severino e successivamente il ministro Alfonso Bonafede.  La legge di quest’ultimo, entrata in vigore il 31 gennaio 2019, era detta spazzacorrotti. Giusto per capirsi. Un nome una garanzia. E queste sono le differenze, tante,e le somiglianze, poche, con lo Stivale. Dopo di che c’è un punto della comedie francaise somigliante, anche troppo, povera Francia, a quanto avvenuto e avviene nel Belpaese: la protagonista. La Le Pen Marine ieri sera ha utilizzato lo spazio del telegiornale per piagnucolare, per attaccare la giudice, per rivendicare una sorta di impunibilità: sono stata eletta dal popolo quindi non posso essere condannata. Nulla di nuovo per le italiche orecchie: il condannato in via definitiva e tante volte prescritto Berlusconi Silvio usava lo stesso metodo non ancora portato a legge come il Nordio Carlo e prima di lui la Cartabia Marta, sta cercando di fare. Ora la domanda che i cartesiani si pongono è semplice: Le Pen Marine i soldi avuti per fare politica li ha usati nel giusto modo o li ha distratti per altro? La risposta imbarazzante, dicono le prove e ammissione stessa della Le Pen Marine, è la seconda, indi per cui la condanna con annessi e connessi. Alti e stantii lai si stanno alzando dalle destre del globo terracqueo, ma in Francia la legge è legge. Ahiloro! Alla destra, anche fascista, toccherà aspettare un Nordio o una Cartabbia. Noi che li abbiamo potremmo anche regalarglieli.

Ps. La Meloni Giorgia chiama suo mentore: il giudice Paolo Borsellino. La Le Pen Marine ha utilizzato come slogan: abbiamo le mani pulite. Il mondo va alla rovescia.

Buona settimana e buona fortuna  

domenica 30 marzo 2025

La MAGA Giorgia.

 Settimana ricca per la MAGA Giorgia, prima intervista con il Financial Times a far da tappetino a J.D. Vance poi a fare la smargiassa da Azione: non è lì per sostituire gli attuali alleati e Calenda abbozza.                                                



L’altro giorno l’autorevolissimo Financial Times ha deciso di dedicare qualche spazio alla MAGA Giorgia. Nell’intervista la nostra MAGA nazionale ha tentato un piccolo sgamuffo quando ha definito puerile la richiesta fattale di decidere da quale parte stare: con gli USA o con l’Unione Europea? In realtà la richiesta non è puerile, è semplicemente stupida. Come chiedere a una fascista (al femminile solo per parità di genere) se preferisce la dittatura o la democrazia. Si sa già qual è il vero sentire dell’interpellata a prescindere dalla risposta che potrà rappattumare. Quindi sarebbe opportuno avere domande intelligenti, o quanto meno non fesse, dall’opposizione. L’intervista è proseguita con la dichiarazione scontata, e qui il barbatrucco non ha funzionato poiché al cuore non si comanda e ha preso il sopravvento. E quindi ecco uscire in un afflato d’amorosi sensi la completa condivisione del discorso di J.D.Vance, vice presidente USA. Per intenderci quello del nuovo sceriffo arrivato in città, quello della poca democrazia in Europa, della censura verso gli avversari,quello del dovete difendervi da soli, tenuto a Monaco. Ripreso il controllo dei sensi la MAGA Giorgia ha riproposto la stantia formula del io sto con l’Italia e non si può fare a meno né dell’Europa né degli degli USA. Evvabbè.  Per sfruttare l’abbrivio a poche ore di distanza ecco la MAGA Giorgia al congresso di Calenda per recitare la solita stantia tiritera: vogliamo la pace e per questo dobbiamo armarci (3,5% ipotizza il Crosetto che ha le mani in pasta negli armamenti, nel senso che se ne intende e ha cercato di infilare la moglie nei servizi segreti), e dunque armare l’Ucraina perché faccia la guerra alla Russia per conto nostro (tanto a morire ci vanno i loro, finché ne hanno) mentre sui dazi neppure un accenno e le fabbriche italiane chiudono. Il suo mentore segreto (si fa per dire) era più esplicito: parlava di aratri e di spade, di Italia proletaria in lotta con le potenze demoplutocratiche, di battaglia del grano e di autarchia, e arrivava a preconizzare un’Europa fascista o fascistizzata, e quasi ci siamo. Ma la MAGA Giorgia preferisce giocare a rimpiattino perché non ha il phisique du role e non sarà ricattabile personalmente, ma lo è politicamente: il Salvini Matteo (ben ha imparato la lezione del Bossi Umberto) sta lì a ricordarglielo tutti i giorni. Infine la chicca: non sono qui per sostituire i miei attuali alleati, come fosse la padrona delle ferriere. By the way Salvini e la sua scalchignata Lega vale più del doppio di Azione. In ogni caso, al momento nessuno, Calenda in particolare, si è risentito da tanta arroganza. Beato lui.

Buona settimana e buona fortuna.

sabato 22 marzo 2025

Le uova e la frittata

 C’è un evidente parallelo tra la frittata e il PD: se non si rompono le uova e buttano i gusci non riesce. La Schlein Elly deve domandarsi perché la quinta colonna renziana è rimasta nel partito.



Per fare la frittata bisogna necessariamente rompere le uova è legge ancor più che fisica culinaria. Lo sanno bene tutte le massaie, a cui affiderei senz’ombra di dubbio il ministero dell’economia, e allo stesso modo, ma indubbiamente senza lo stesso avito sapere, tutti i cuochi del mondo. A questi però affiderei poco o nulla. I primi ad essere felici della possibilità di strapazzare le uova senza romperle sono indubbiamente gli anglosassoni e segnatamente gli yankee: ne fanno scorpacciate a colazione. Ci pensano e ci ripensano soprattutto da quando il loro supervotato Trump ha fatto, il merito è tutto suo, schizzare il prezzo per singolo uovo da 30cent a oltre 50cent. Ecco, lo stesso problema attanaglia quella sorta di neoveltroni rispondente al nome di Schlein Elly. Lei vuole rimanere segretaria del PD pur avendo il presidente dello stesso, il Bonaccini Stefano, e la metà di quelli che inopinatamente occupano scranni nel parlamento europeo, del tutto sordi alle sue indicazioni di voto e sono pronti, anche in Italia ad impipparsi dei suoi desiderata. E dunque sei, vuoi essere, la leader, si fa per dire, di un partito devi avere la maggioranza schiacciante degli iscritti, dei votanti e alla fine anche dei supposti eletti. Altrimenti ci fai la figura veltroniana del frescone. La ipotizzata minoranza ha chiesto il congresso straordinario e la Elly anziché cogliere la palla al balzo s’è impegnata in un super carpiato per evitarlo. Altro che sì … ma. E invece per avere una bella frittata, cioè un bel partito, non resta che rompere le uova e buttare i gusci ovvero liberarsi della quinta colonna renziana che mina ogni progetto vagamente sensato. La Schlein Elly dovrebbe domandarsi perché i Guerini, i Del Rio, le Moretti, le Picerno, le Ascani, le Morani e via dicendo sono ancora lì e non hanno accompagnato il Renzi Matteo nella sua fuoriuscita. Semplice: non hanno i voti, non rappresentano nessuno e se si presentassero fuori dall’ombrello del PD non raccoglierebbero neanche i consensi per essere consiglieri di condominio. Forse unica eccezione il Bonaccini Stefano, ma a non volerlo è proprio il Renzi Matteo per non avere un concorrente in casa: lui ha capito come funziona. Vien da rimpiangere il vecchio centralismo democrato: prima c'era spazio per la discussione, poi si votava tutti insieme.  E allora un po’ di coraggio Schlein Elly, si liberi della zavorra e lavori per un partito di vera opposizione, capace di definire una proposta politica sensata e soprattutto strategica. Se non ne è capace tolga il disturbo. Tanto, per essere irrilevanti non c’è che l’imbarazzo della scelta.

Buona settimana e buona fortuna.    

lunedì 10 marzo 2025

Fuori gli USA dalla Nato e anche l’Italia.

 Dopo settant’anni finalmente l’Italia sarà fuori dalla Nato. Si dovrà ancora una volta dire grazie agli americani: dopo il piano Marhsall sono stati prodighi di doni e quindi non gli può negare nulla. Ai politici italici piace fare da sgabello agli stranieri.

I più attempati tra i lettori del Vicario Imperiale ricorderanno come i giovani degli anni ’50, ’60 e oltre abbiano manifestato, anche sotto la pioggia e nelle splendide giornate di primavera,,sgolandosi  con slogan e motti talvolta irridenti altre strappacuore per chiedere l’uscita dello Stivale dalla Nato. Si era partiti “da meno armi e più pane” e via via si era saliti nelle richieste. Naturalmente gli yankee e i loro maggiordomi locali (così erano garbatamente definiti quelli del pentapartito con l’aggiunta del Msi) resistevano senza troppa fatica e così, lemme lemme, le basi Usa sono cresciute di numero, magari con testate nucleari. L’Urss (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) appoggiava, almeno formalmente, le manifestazioni, pagavano gli striscioni e le bandiere, o poco di più. Alcune teste sono state rotte dai manganelli della polizia, ma quel democratico sangue poco copiosamente versato non ha ottenuto alcun risultato. L’Italia tuttora fa parte della Nato e non pochi di quei diversamente giovani pensando ai bei tempi passati si commuovono tuttora. Ma adesso il mondo si sta capovolgendo e tutto sta per cambiare. Oggi è il presidente degli Stati Uniti a far suo il grido di quei tempi, cambiando il soggetto: «Fuori gli Usa dalla Nato». Cose da non credere. Questa scelta sarà senza dubbio prodromica di ben altri risultati. Innanzi tutto un punto è da sottolineare: l’attuale POTUS non è né un sincero democratico e neppure di sinistra, ma un duro e puro destro, pure un po’ bullo, di quelli che non dicono ma ordinano, pensano solo al business, hanno in antipatia i poveri, gli immigrati e i servizi sociali di tutti i tipi, senza contare un certo fastidio verso il mondo LGBTQ+. Ah, finalmente la destra mostra qualche suo lato positivo, dimostrando di non essere composta solo da evanescenti, prudenti e gelatinosi Tajani. Un po’ di estremismo fa bene alla salute. Il bello di questa nuova situazione sta nell’immaginarsi il futuro e come gli alleati (cor)risponderanno a questa rivoluzione copernicana. Viene facile immaginarsi la MAGA Meloni Giorgia seguire pedissequamente il suo guru e bracciarsi e urlare invece dello stantio fun-zio-ne-ranno il più moderno fuori-l’Italia-dalla-Nato. Eh sì, perché quando fai lo sgabello una volta lo fai per sempre e la storia del mascellone con il baffetto è lì a dimostrarlo. Certo il fucilatore Almirante Giorgio si rivolterà nella tomba, ma si consolerà pensando ai palestinesi: i sub umani di oggi, così bollati dai sub umani di ieri. Tutto torna. A questo punto gaudeamus igitur l’Italia sarà finalmente fuori dalla Nato e avremo pane pace e lavoro. Così si diceva una volta. Certo brucerà un po’ dover dare il merito andrà dato a post fascisti, di fuori, ma pur sempre fascisti dentro. Tuttavia non si può avere tutto o come dicono a Roma nun stà a guardà er capello..

Buona settimana e buona fortuna.

lunedì 3 marzo 2025

Tu quoque, Giorgia.

Travolto da un rullo compressore, Zelensky è ancora vivo. Colpo mortale quando la Meloni Giorgia lo invita a riavvicinarsi a Trump Donald, cioè a chiedere scusa.


Quando la Meloni Giorgia ha incontrato lo Zelensky Volomydyr in quel di Londra, dopo i baci, gli abbracci e gli smaglianti sorrisi a favore di fotocamera, ha commentato a tutto vantaggio dei media: L’ho visto dispiaciuto, ma lucido. Come dire: è finito sotto un rullo compressore ma è ancora vivo. L’espressione del viso dello Zelensky Volodymyr con il dispiacere ci stava tutta, un po’ meno con la lucidità. Anzi a fianco della ridanciana Meloni l’ucraino sembrava ancor più frullato. E soprattutto il poveretto non aveva sentito l’ultima raccomandazione della Meloni Giorgia che suonava del tipo: hai fatto arrabbiare papà, vai a chiedergli scusa e baciagli la mano (quella che ti ha menato per benino). Anche gli altri leader, specialmente quelli più guerrafondai e prodighi di pacche sulle spalle, i due comportamenti vanno di pari passo, hanno lanciato lo stesso suggerimento, ma non è la stessa cosa. Macron, Starmer, Rutte ( dopo Stoltemberg cognome evocativo, un passo avanti)Scholz o il polacco Tusk (l’unico quasi sincero poiché teme tocchi a lui la prossima volta) non sono così fascinosi come la Giorgia. Non hanno quei grandi occhioni azzurri i capelli biondi e boccolosi come la Danae tizianesca e per soprammercato ha l’aria della mamma comprensiva. Proprio da lei quel suggerimento non se l’aspettava e andando con la memoria ai suoi trascorsi di attore avrà pensato al Giulio Cesare di Shakespeare laddove questi, rivolto a Bruto (figlio adottivo, mentre lei, fino ad ora mamma adottiva) Tu quoque Giorgia … Probabilmente solo in quel momento si è reso conto (nella sostanza) di essere stato scaricato a tutto tondo. Ancora qualche passaggio sottomano e poi in tuffo la meta finale: ragazzo, lo vedi anche tu, non possiamo fare più nulla. Tuttavia in tanta ambascia è quasi certa una punta di perfidia rivolta alla Meloni Giorgia: toccherà anche a te, l’hai già sperimentato quando sei andata a Mar-a-Lago per salvare la giornalista Sala Cecilia, (figlia di un amministratore di Monte dei Paschi di Siena e senior advisor di J-P- Morgan), quando ti ha mollata vicina a una colonna mentre lui si dedicava ad altro.E l’Italia è quello che è.. E in quel momento la lucidità dello Zelensky Volomydyr sarà splendente.

Buona settimana e buona fortuna.