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mercoledì 6 agosto 2025

Vittoria! Dazi al 15%.

 È stata dura, ma alla fine ce la si è fatta: l’UE, Italia inclusa, ha ottenuto i dazi al 15% per esportare negli USA. Si è avuto lo sconto.

                                                             


Un antico adagio racconta come la vittoria abbia cento padri mentre la sconfitta sia orfana. Il governo della Meloni Giorgia, mai si esime dall’essere creativo, si vedano le dichiarazioni del ministro Lollobrigida Francesco, ne ha ideata una terza: la sconfitta, pure umiliante, si può spacciare per vittoria. E così dopo aver spesso detto quanto sia dannosa ogni qualsivoglia guerra commerciale e nell’italico specifico aver fatto dichiarare da Confindustria e Coldiretti come i dazi (aggiuntivi?, boh) avrebbero penalizzato le nostre esportazioni e, dopo aver reso incandescenti le calcolatrici per giungere a conclusioni catastrofiche come pezzi di punti di PIL bruciati e robusti licenziamenti dietro l’angolo (cosa sempre piaciuta ai padroni) ecco l’incredibile scoperta: anche con quel 15%, tutto sommato, ci si può star dentro e anzi, magari, quasi quasi, è pure un’opportunità. In fondo cosa volete che sia portare il costo di una bottiglia di vino da 50 a 60 dollari: il danaroso yankee neanche ci farà caso e lo stesso sarà per una spruzzata di parmigiano sugli spaghetti o per una fetta di prosciutto. L’importatore scaricherà sul distributore che scaricherà sul grossista che scaricherà sul punto vendita o sul ristoratore che scaricheranno sul consumatore. Insomma tutto normale. L’economia funziona così.   Evvabbé, si dirà, sono i soliti vaneggiamenti della politica. Ma se neppure su un tema come questo si riesce ad avere le idee chiare su cosa si potrà far conto? Innanzi tutto i bonzi della politica, con il solito codazzo di economisti, non hanno ancora saputo dire se il famoso 15% si somma al dazio già praticato o se lo sostituisce. In un caso si passerebbe dal 3/4/5% (tanto per dire) al 18/19/20% nel secondo, per esempio sulle automobili, questa sparata trumpiana sarebbe addirittura vantaggiosa per i brand UE e per gli USA sarebbe come martellarsi sulle ginocchia poiché il dazio passerebbe dall’attuale 27 al 15%. Quindi, forse forse, si dovrà parlare di sommatoria del futuro all’esistente. Ma questo non viene detto a chiare lettere alla ggggente che soprattutto d’estate si beve le peggio cose. La strategia di Trump Donald J. noi italici l’abbiamo già vista messa in pratica: un prezzo di listino alto o altissimo a cui corrisponde uno sconto scontissimo. C’era uno, poi condannato per frode, il quale era solito presentare la sua mercanzia a 100, ma poi dire al compratore.” Poiché sei tu, te la vendo a 10”. All’italico la politica dello sconto piace tantissimo, lo fa sentire furbo e l’idea dell’affare lo sconfinfera. Il Trump Donald J. ha molto studiato ed imparato dell’italico truffatore così come l’imbianchino nazista ha imparato dal trombone fascista. Poi gli studenti hanno superato i maestri. Ora dunque sappiamo di aver concluso un ottimo affare anziché un dazio al 100% o magari di più l’abbiamo contenuto al solo 15%. Dei geni. E allora tutti insieme potremo intonare un famoso canto goliardico, suona così: Fiam felici siam contenti, le ch…e ed il c.l porgiam riverenti, al nostro gentile e amato sovrano sia dono gradito il b..o dell’a.o. Il Trump Donal J. ne sarà entusiasta e lo sarà anche chi nell’ombra e senza mai apparire ha così tenacemente difeso patriotticamente l’interesse nazionale.

Buona settimana e buona fortuna.

martedì 1 aprile 2025

La Francia non ha un Nordio.

 Al momento neppure una Cartabia. I francesi hanno tagliato la testa al loro re e sono cartesiani. La Le Pen si è dichiarata colpevole, ma pretende l’assoluzione in quanto eletta. Quante somiglianze con l’Italia e quante differenze.


La premessa di base è che il popolo francese non ha mai avuto complessi di inferiorità nei confronti di chi lo governa. I francesi sono stati i primi a tagliare la testa del loro re e l’hanno fatto a furor di popolo, e con una certa disinvoltura, non per congiura di palazzo e non per decisione di partito. E su quella testa mozzata hanno costruito i diritti dell’uomo. Pertanto non fa sorpresa e tanto meno mena scandalo che la Le Pen Marine sia stata condannata per appropriazione indebita di fondi europei. Dovevano servire per fare politica e invece la Le Pen Marine li ha utilizzati per pagare il cameriere del babbo, vecchio arnese del fascismo d’oltr’alpe, tanto impresentabile che la figlia l’ha espulso dal partito. Niente male. In Francia, almeno al momento non c’è un Nordio Carlo come ministro della giustizia e neppure hanno avuto una Cartabia Marta, quindi la parola giustizia corre il suo senso classico: punire i malfattori. La pena inflitta: quattro anni, di cui due abbuonati, centomila euro di multa e cinque anni di ineleggibilità rientra nelle stato delle cose. Così dice la legge. Il passaggio sulla ineleggibilità assomiglia a quanto avevano elaborato due dei migliori ministri della seconda repubblica: prima la ministra Paola Severino e successivamente il ministro Alfonso Bonafede.  La legge di quest’ultimo, entrata in vigore il 31 gennaio 2019, era detta spazzacorrotti. Giusto per capirsi. Un nome una garanzia. E queste sono le differenze, tante,e le somiglianze, poche, con lo Stivale. Dopo di che c’è un punto della comedie francaise somigliante, anche troppo, povera Francia, a quanto avvenuto e avviene nel Belpaese: la protagonista. La Le Pen Marine ieri sera ha utilizzato lo spazio del telegiornale per piagnucolare, per attaccare la giudice, per rivendicare una sorta di impunibilità: sono stata eletta dal popolo quindi non posso essere condannata. Nulla di nuovo per le italiche orecchie: il condannato in via definitiva e tante volte prescritto Berlusconi Silvio usava lo stesso metodo non ancora portato a legge come il Nordio Carlo e prima di lui la Cartabia Marta, sta cercando di fare. Ora la domanda che i cartesiani si pongono è semplice: Le Pen Marine i soldi avuti per fare politica li ha usati nel giusto modo o li ha distratti per altro? La risposta imbarazzante, dicono le prove e ammissione stessa della Le Pen Marine, è la seconda, indi per cui la condanna con annessi e connessi. Alti e stantii lai si stanno alzando dalle destre del globo terracqueo, ma in Francia la legge è legge. Ahiloro! Alla destra, anche fascista, toccherà aspettare un Nordio o una Cartabbia. Noi che li abbiamo potremmo anche regalarglieli.

Ps. La Meloni Giorgia chiama suo mentore: il giudice Paolo Borsellino. La Le Pen Marine ha utilizzato come slogan: abbiamo le mani pulite. Il mondo va alla rovescia.

Buona settimana e buona fortuna  

domenica 30 marzo 2025

La MAGA Giorgia.

 Settimana ricca per la MAGA Giorgia, prima intervista con il Financial Times a far da tappetino a J.D. Vance poi a fare la smargiassa da Azione: non è lì per sostituire gli attuali alleati e Calenda abbozza.                                                



L’altro giorno l’autorevolissimo Financial Times ha deciso di dedicare qualche spazio alla MAGA Giorgia. Nell’intervista la nostra MAGA nazionale ha tentato un piccolo sgamuffo quando ha definito puerile la richiesta fattale di decidere da quale parte stare: con gli USA o con l’Unione Europea? In realtà la richiesta non è puerile, è semplicemente stupida. Come chiedere a una fascista (al femminile solo per parità di genere) se preferisce la dittatura o la democrazia. Si sa già qual è il vero sentire dell’interpellata a prescindere dalla risposta che potrà rappattumare. Quindi sarebbe opportuno avere domande intelligenti, o quanto meno non fesse, dall’opposizione. L’intervista è proseguita con la dichiarazione scontata, e qui il barbatrucco non ha funzionato poiché al cuore non si comanda e ha preso il sopravvento. E quindi ecco uscire in un afflato d’amorosi sensi la completa condivisione del discorso di J.D.Vance, vice presidente USA. Per intenderci quello del nuovo sceriffo arrivato in città, quello della poca democrazia in Europa, della censura verso gli avversari,quello del dovete difendervi da soli, tenuto a Monaco. Ripreso il controllo dei sensi la MAGA Giorgia ha riproposto la stantia formula del io sto con l’Italia e non si può fare a meno né dell’Europa né degli degli USA. Evvabbè.  Per sfruttare l’abbrivio a poche ore di distanza ecco la MAGA Giorgia al congresso di Calenda per recitare la solita stantia tiritera: vogliamo la pace e per questo dobbiamo armarci (3,5% ipotizza il Crosetto che ha le mani in pasta negli armamenti, nel senso che se ne intende e ha cercato di infilare la moglie nei servizi segreti), e dunque armare l’Ucraina perché faccia la guerra alla Russia per conto nostro (tanto a morire ci vanno i loro, finché ne hanno) mentre sui dazi neppure un accenno e le fabbriche italiane chiudono. Il suo mentore segreto (si fa per dire) era più esplicito: parlava di aratri e di spade, di Italia proletaria in lotta con le potenze demoplutocratiche, di battaglia del grano e di autarchia, e arrivava a preconizzare un’Europa fascista o fascistizzata, e quasi ci siamo. Ma la MAGA Giorgia preferisce giocare a rimpiattino perché non ha il phisique du role e non sarà ricattabile personalmente, ma lo è politicamente: il Salvini Matteo (ben ha imparato la lezione del Bossi Umberto) sta lì a ricordarglielo tutti i giorni. Infine la chicca: non sono qui per sostituire i miei attuali alleati, come fosse la padrona delle ferriere. By the way Salvini e la sua scalchignata Lega vale più del doppio di Azione. In ogni caso, al momento nessuno, Calenda in particolare, si è risentito da tanta arroganza. Beato lui.

Buona settimana e buona fortuna.

giovedì 1 dicembre 2022

Piccoli inciucisti crescono.

Una volta gli inciuci si facevano nell’ombra ora in televisione. Calenda sculaccia i berluscones e li invita a essere più amici del governo. La Meloni Giorgia ha i suoi bei problemi con Salvini e Berlusconi, ma saranno meno se si porta in casa il duo Calenda-Renzi?

Una volta c’erano i grandi inciucisti (i maligni vedono in D’Alema Massimo il più grande di tutti, ma forse è fama usurpata), questi zitti-zitti e quatti-quatti,combinavano accordi nell’ombra delle sacrestie o più prosaicamente nelle cucine. Accordi barattati per alte strategie o almeno dignitosi compromessi, ma così non erano né mai sono stati. L’inciucio¹ è per definizione vergognoso e nulla ha di nobile. Ora i tempi sono cambiati, si è nell’era della comunicazione e tutto deve essere comunicato e così il Calenda Carlo l’idea dell’inciucio l’ha resa pubblica. Raggranellata alla bell’e meglio una manciata di deputati e senatori, in tutto sono 30, ha deciso di mettersi all’opposizione del governo di destra, ma opposizione responsabile. Il senso di opposizione responsabile il Calenda Carlo l’ha chiarito in un battito di ciglia: ha chiesto pubblicamente alla Presidente del Consiglio un appuntamento (i maligni penseranno preceduto da chissà quante telefonate segrete avente a oggetto un qualche do ut des) per presentarle una contromanovra, così il Calenda Carlo l’ha definita, alla legge di bilancio. Ottenuto l’appuntamento s’è presentato con trentacinque pagine suddivise in otto punti e ne ha fatto grazioso dono. Quando se n’è uscito, con l'aria paffutella del bimbo di buona famiglia ha dichiarato di essere soddisfatto e ha aggiunto: «Giorgia Meloni è preparatissima e intelligente: ha apprezzato». Poi per essere sicuro di far ben passare il messaggio ha sculacciato pubblicamente Forza Italia e tutti i berluscones invitandoli ad appoggiare con più energia il Governo e non mettersi a fare un’opposizione strisciante. E così si arriva al paradosso: un partito di opposizione incita un partito di governo ad essere più amico del governo. E questa volta il  Calenda Carlo non era sotto cortisone. L’inciucetto è ben visibile: il Calenda Carlo ed il suo federando amico Renzi Matteo, lontano dalla ribalta non ci stanno bene e dunque si dicono disponibili. I numeri non sono dalla loro: hanno la metà dei parlamentari di Forza Italia, ma probabilmente stanno avviando altri inciucetti, questa volta nella tradizione cioè nascosti, per portare dalla loro forzisti di scarsa fede. Così come ritengono, ahinoi con qualche ragione, di avere l’appoggio dei renziani del PD. Quei renziani di cui il Letta  Enrico, ci è o ci fa?, non s’è voluto disfare. Per fortuna alcuni a lasciali fuori dal Parlamento hanno pensato gli elettori. Però, però, però conviene alla Meloni Giorgia fare il cambio: Caleda al posto di Forza Italia? Deve la Presidente del Consiglio ricordare le recenti performance del Calenda Carlo, su tutte il bacio dato al Letta Enrico, i precedenti non dicono bene e anche quelle del Renzi Matteo, orgogliosamente rivendicante la sua capacità di far cadere un governo ogni due anni. Un’aspide in seno forse è meno pericolosa. Certo la Presidente Meloni Giorgia potrà agitare questo spauracchio con i riottosi alleati, ma il rischio di cadere  dalla padella nella brace è dietro l’angolo. Fidarsi del duo, ammesso che duri, Calenda-Renzi è un bell’azzardo. A meno che il retro pensiero della Presidente non ricattabile non sia per altre elezioni anticipate vista la crescita di cui i sondaggi la accreditano. Magari spera in un plebiscito con un Parlamento tutta dello stesso colore. Ma non sono più quei tempi. Dovrà farsene una ragione.

Buona settimana e Buona fortuna

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https://ilvicarioimperiale.blogspot.com/2013/04/linciucio-cose-come-quando-e-chi-lo-fa.html




lunedì 3 ottobre 2022

O Pera o gatto.

Pera Marcello: una carriera all’insegna del prima, poi e infine. Ha un record: la militanza in tutti e tre i partiti del centrodestra. Eletto nel collegio di Sassari ha portato via il posto a un gatto. Il suo cognome fa riferimento a una cosa inanimata.


«Ti mando in Sardegna!» era la terribile minaccia buona per tutti i dipendenti dello Stato dai poliziotti ai magistrati ai funzionari, magari impegnati con solerzia nel loro lavoro e che nel farlo, magari, avevano pestato qualche piede di riguardo. Talvolta, però, può accadere all’apparente minaccia di trasformarsi in opportunità. Una grande opportunità E questo deve aver pensato il Pera Marcello, da Lucca, quando gli hanno offerto la candidatura al collegio uninominale di Sassari. Il Pera Marcello è uomo d’esperienza: prima ragioniere poi filosofo e infine politico. Tutta la sua vita è stata scandita hegelianamente da un prima, un poi e un infine: anche in politica. Prima è socialista poi s’impegna sulla questione morale, aderisce al movimento di Massimo Severo Giannini¹, per mani pulite invoca una vera, radicale, impietosa epurazione², per dire solo una delle sue tante incendiarie dichiarazioni di quel periodo. Nel 1994, in un momento di grande lucidità definisce il Berlusconi Silvio: è a metà strada tra un cabarettista azzimato e un venditore televisivo di stoviglie, una roba che avrebbe ispirato e angosciato il povero Fellini³, infine, a stretto giro,,sempre nel 1994, aderisce a Forza Italia e comincia a criticare il pool mani pulite, arrivando a definirlo golpista.  E poiché è la somma che fa il totale nel 1996 viene eletto senatore in quel di Lucca, naturalmente per Forza Italia di cui nel 1998 diventa vicepresidente. Nel 2001 viene rieletto, sempre a Lucca, ma è l’ultima volta in casa, dopodiché inizia l’esperienza del paracadutato: nel 2006 nella circoscrizione Emilia-Romagna, nel 2008 in quella del Lazio; una circoscrizione gli dura meno di un pacchetto di sigarette. Nel 2020  assurge all’incarico di consigliere politico questa volta del Salvini Matteo. Ad oggi la sua carriera di globetrotter della politica lo porta a cambiare nuovamente partito, adesso, ma bisogna vedere quanto dura, è con Fratelli d’Italia. Così si è girato tutti e tre i partiti dell’italico centrodestra. Non è un primato da tutti, solo lui e il Tremonti Giulio lo posono vantare. Il nuovo partito lo candida alle elezioni politiche del corrente anno, al Senato nel collegio uninominale di Sassari, collegio dato per sicuro dove, come si usa dire il centrodestra potrebbe eleggere anche un gatto. Ma poiché non tutte le ciambelle escono col buco e un cigno nero è sempre in agguato, la Meloni Giorgia e i suoi strateghi lo piazzano anche nel plurinominale della Campania. Lo vogliono proprio in Parlamento, non c’è che dire. La spunta a Sassari. Non è la prima volta che il Pera Marcello ha a che fare con questa parte della Sardegna anche se una precedente fu esperienza asprigna: ebbe a che dire con Francesco Cossiga.

Nella seduta del Senato del 26 ottobre 1998 il Pera si rivolse al senatore a vita Francesco Cossiga così: «Un barbaricino che ruba pecore è forse vittima della sua miseria, un barbaricino che sequestra persone è forse vittima del sottosviluppo economico della sua zona, ma un barbaricino che si dedica all’abigeato parlamentare che cos’è? Io e lo dico sine ira, ma certo cum studio, credo che quel barbaricino sia un ladro di democrazia». Da notare i due dotti passaggi in latino, si vede che è preparato.

Il sassarese Cossiga non poteva non ribattere e così fece:« Al senatore Pera vorrei dire che io non sono barbaricino, io sono dell’Anglona, i miei avi erano pastori, probabilmente hanno anche rubato pecore. La mia famiglia ha l’onore di annoverare per sé forse ladri di pecore, ma anche eroi del Risorgimento. Data la pesantezza dei suoi giudizi, direi che il mestiere dei miei avi lo confesso: forse pastori e forse anche ladri di bestiame. Nella tradizione italiana il nome di cose inanimate si dà, di solito, a coloro che sono di incerte origini. Lascio quindi derivare quale fosse il mestiere delle sue ave». Risposta sapida il giusto⁵.

Il Pera Marcello viene eletto a Sassari con il 41% dei voti e il collegio registra l’affluenza del 53,11%, quindi in Senato va a rappresentare poco più del venti per cento dei tattaresi, non certo un grande numero, Forse quell’ottanta per cento che ha snobbato le urne e non l’ha votato ha ricordato le sprezzanti parole  sulla miseria e sul sottosviluppo economico e magari anche il dire pungente del senatore a vita Cossiga e non se l’è sentita di farsi rappresentare da lui. Se ci fosse stato un gatto, magari, forse.

 

Buona settimana e buona fortuna.

 

 

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1         "Campioni d'Italia", di Gianni Barbacetto, Marco Tropea editore 

2         La Stampa, 19 luglio 1992

3         Citato in Michele De Lucia, Siamo alla frutta, Kaos 2005. ISBN 8879531530

4          Pera, il ragioniere che diventò presidente Un carattere d'acciaio per il filosofo dalle mille e mille contraddizioniIl Tirreno, 28 dicembre 2001

5         https://www.youtube.com/watch?v=hWrwdsSHXF8

giovedì 16 giugno 2022

Referendum + amministrative = Tomella

Ad ogni elezione riemerge il piacere della tomella. E se i referendum non bastano si può tomellare su quanto la Meloni Giorgia sia fascista o su Macron-Scholz-Draghi, i tre Re Magi arrivati in Ucraina. Cercheranno di spiegare a Zelenski cosa sia una tomella, ma lui lo sa già. Da anni.

Domenica 12 giugno, i seggi per i cinque referendum e le elezioni amministrative non si erano ancora chiusi e già era partita la solita tomella: tutti vincitori e nessun perdente con, a corollario, considerazioni sull’astensionismo. Giusto per non perdermi qualcuno per strada decodifico tomella. In quel di Bologna e zone collegate, dicesi tomella: riversare fiumi di parole sul prossimo cercando di convincerlo delle cose più disparate (da dizionario bolognese). In altre parole tutti, ad esclusione del M5S, hanno dichiarato di aver vinto, anche i promotori dei cinque referendum: è vero che non se li è filati quasi nessuno, ma tra i quattro gatti che hanno varcata la soglia dei seggi hanno vinto i sì. E facendo due conticini sulla carta del pane, come era usa fare Bice, la mia tata, si scopre quanto segue: il referendum più votato, quello sulla separazione delle carriere ha ottenuto il settantotto e briscola per cento di sì, pari a 23. 211 persone, pari allo 0,14% degli aventi diritto, sono solo sedicimilioniecinquecentomila. C’è di che scompisciarsi. Ciò posto la tomella è proseguita sui “veri” vincitori: tutti. In verità, ha spiegato il professor D’Alimonte, l’unico dato sensato da valutare è quello relativo all’elezione dei sindaci alla prima tornata: sono 28 per il centrodestra e altrettanti per il centrosinistra, quindi parità. Allora si è passati ad analizzare i voti: sciocchezza sesquipedale, dice sempre il prof D’Alimonte. Se si considerano i 142 comuni sopra i 15.000 abitanti si scopre che la Lega ha ottenuto meno del 6% quando alle ultime europee aveva raggranellato oltre il 30% e i sondaggi quotidiani la danno oltre il 15%, quindi il dato delle amministrative è poco verosimile, per non dire farlocco.Tutta colpa della miriadi di liste civiche che appoggiano ogni candidato. Altro tema: perché l’astensione? E giù fiumi di parole per dare corpo all’assoluto nulla: la riedizione stanca della tomella, delle ultime dieci elezioni. E di tomella in tomella siamo già arrivati a giovedì stando sempre in prima pagina mentre la guerra in Ucraìna è scivolata tra pagina 18 e pagina 20. Come collateral due tomelle fresche di giornata: quanto è fascista la Meloni Giorgia e, benché fuori tempo massimo, la riedizione dei tre Re Magi: hanno perso la strada per Betlemme e quindi vanno a Kiev. Quanto è fascista la Meloni? A giudicare dall’intervento fatto a Vox vien da dire sia più ridicola che fascista e probabilmente lei stessa riguardando il filmato se ne convincerà. Una risata sarebbe sufficiente a sommergerla, ma l’italico amore per la tomella la salverà. Cosa ci va a fare il Draghi Mario con il Macron Emanuel e lo Scholz Olaf a Kiev? Ad espletare un compito fondamentale: spiegare al combattente e, dice lui, vincente, Zelenski Volodymyr come si fa una tomella. Stupiranno i tre Re Magi nel sentirsi rispondere che lui, il Zelenski Volodymyr lo sa perfettamente cos’è una tomella e come si confeziona. E ne darà una prova pratica. Tra tomellisti ci si intende.

Buona settimana e buona fortuna.

mercoledì 25 marzo 2020

I pirati del CoronaVirus


Il Coronavirus ci ha anche fatto scoprire i pirati. I Fratelli della Costa non stanno neanche tanto lontano, dall’altra parte del mondo, nei caldi mari delle Antille, ma che li abbiamo a portata di mano. Anzi siamo noi alla portata delle loro mani. E sono mani rapaci. 


 
Uno dei paradossi della situazione che stiamo vivendo è che mentre noi ci stiamo impegnando allo spasimo per conoscere Coronavirus, e ne veniamo a capo pochissimo se non poco, lui, il Coronavirus sta facendo di tutto per farci conoscere meglio. Si sta dimostrando una sorta di specchio del genere umano. Per esempio ci ha appena mostrato come esistano ancora i pirati. Però attenzione non si sta parlando di quel romanticone del Corsaro Nero e dei suoi fratelli, per come ce li ha raccontati Salgari, ma di farabutti e cialtronazzi della più bell’acqua.
Il Coronavirus ci ha anche fatto scoprire che i Fratelli della Costa non stanno neanche tanto lontano, dall’altra parte del mondo, nei caldi mari delle Antille, ma che li abbiamo a portata di mano. Anzi siamo noi alla portata delle loro mani. E sono mani rapaci.
Nei giorni scorsi i Cinesi che sembrano volerci bene, sarà in ricordo Marco Polo o del gesuita Matteo Ricci, ci hanno mandato un bel po’ di mascherine e materiali vari per aiutarci a combattere il malefico virus. Purtroppo gli aerei cinesi hanno dovuto fare uno scalo tecnico nella repubblica Ceka e mal gliene incolse. Infatti le autorità di questo Paese, Paese europeo, hanno dato una mano ad alleggerire il carico. Anzi se lo sono preso tutto e con la destrezza dei migliori ladri matricolati l’hanno fatto sparire in un batter d’occhio. Scoperti, prima hanno tentato di negare, come fanno tutti i cialtroni, poi hanno parlato di un equivoco e infine hanno detto che oramai non si poteva fare più nulla: avevano già distribuito tutto il materiale ai loro ospedali che, nel più solerte dei modi l’ha già registrato e messo in uso: l’efficienza ceka. Per non essere da meno hanno fatto qualcosa di simile anche le autorità polacche. Anche loro dei fulmini nel distribuire subito il requisito.
E noi? E il nostro governo? Ci siamo rimasti mali. Ma ancora di più ci devono essere rimasti male il Salvini Matteo e la Meloni Giorgia, perché alla testa dei due stati ci stanno amici loro: nella repubblica Ceka c’è Andrej Babiš che ha fondato un partito tutto suo, si chiama ANO 2011, con l’obiettivo di “combattere la corruzione e altro nel suo Paese”. Si deve essere dimenticato nel programma del settimo comandamento. Può capitare. In Polonia invece comanda Andrej Duda che è il capo del partito Diritto e Giustizia, nome emblematico quant’altro mai.
Sia Duda sia Babiš hanno lo stesso slogan: “prima i polacchi” e “prima i ceki”. E infatti si sono fregati i materiali che dovevano arrivare prima agli italiani. Ci sarà modo per Salvini Matteo e per Meloni Giorgia di mettere insieme un paio di pensieri sul fatto che se tutti sono prima degli altri si cade al volo nel homo homini lupus.
Buona settimana e buona fortuna