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martedì 26 agosto 2014

Jonathan che avrà 40 nel 2020 - 3#puntata

«Beh così – la corressi – ancor prima di fare scomparire le auto si stimola la partecipazione che come sai è libertà e magari si riduce la corruzione e pure l’apparente dabbenaggine di chi amministra la cosa pubblica che spesso ha sottoscritto contratti sfavorevoli, ancorché legalmente inattaccabili e si permette ai cittadini di mantenere il controllo sul territorio. Insomma l’uovo di Colombo.
«E poi?» incalzava Ludmilla
«E poi, sempre per rimanere sulla mobilità, a ciascuno secondo il suo bisogno.»
«Ovvero?»
«Ovvero che ognuno possa muoversi in città secondo le su necessità. Pertanto offrirgli il massimo delle alternative possibili. Considerando in particolar modo i costi sociali di un’operazione e non solo quelli economici. Pensa a cento persone che debbono andare al lavoro ed il tram che ritarda anche di solo di 10 minuti: si stanno sprecando circa 8 ore di lavoro: una intera giornata uomo che se moltiplicata per il numero delle volte in cui questo accade dà dei numeri impressionanti. Ovviamente tutte queste ore devono essere recuperate e lo si fa a danno di altro. Si ritarda nell’andare a prendere i bambini da scuola e, a cascata, si fa la spesa di corsa e si torna a casa più tardi e più stressati. E dunque meno tempo per la famiglia o per il riposo, o per il tempo libero. E tutto questo ha un costo, un costo sociale occulto, che proprio perché non si vede palesemente non viene considerato. Quindi massimo sviluppo dei mezzi pubblici, abolendo quelli che vanno a gasolio, e sviluppo del car-sharing – meglio se elettrico - sull’esempio del bike sharing e magari pure dei taxi che devono poter contare su un interessante rapporto di costo-beneficio. Ciò che è importante non è tanto la dimensione del mezzo quanto la sua frequenza di passaggio. Troppe volte si vedono enormi tram viaggiare semivuoti. Se non sei certo del tempo di percorrenza del mezzo pubblico tendi a fare da solo e così si crea il problema. In una parola va reso conveniente innanzitutto in termini di tempo e poi anche di costi l’uso del mezzo pubblico contro quello privato. E’ semplice. Basta volerlo.

La signora Felicita servì due tazzone di minestrone freddo. Ludmilla affondò il cucchiaio e dopo aver gustato il sapore di quella bontà insistette.
«Che altro proponi?»
«Aumentare le possibilità di telelavoro: meno gente si sposta meno traffico si ha. Cioè meno consumo di petrolio, meno inquinamento, aria più pulita, meno malattie, meno costi per la sanità, meno assenze dal lavoro e come saldo, già che ci siamo, più produttività. Però decentramento, viabilità e telelavoro sono solo tre dei punti della città ideale, altri sono quelli che fanno riferimento alla generazione dell’energia verde, alla raccolta differenziata, alla cultura – a Milano oltre ai grandi e famosi teatri ce ne sono ancora circa una trentina e forse più, che mettono in scena produzioni di grande qualità ma sono semisconosciuti e non sempre facilmente raggiungibili - e poi lo sport poche piscine pubbliche meno di una per zona, e ancor meno palestre e spazi verdi. E poi largo alla creatività ed all’artigianalità che di solito vanno mano nella mano. Ma sul come fare ascolta la gente che vive come consumatore o gestore tutte queste situazioni. Così come stai facendo con me. Perché alla fine tutto si tiene.»
«Hai qualcuno sotto mano?» mi chiese Ludmilla.

Più le stavo vicino più mi piaceva, aveva la grande capacità di cogliere l’essenza delle cose e di voler arrivare al fondo del ragionamento senza frapporre obiezioni, che certamente aveva, ma si teneva per il momento della verifica. Roba da innamorarsene.
«Certo – risposi – ho amici in quasi ogni settore della mia città ideale: Egidio informatico, Marcella frequentatrice di musei e gallerie d’arte, Bashir bibliotecario, Marina ciclista e manager, Enrico Maria teatrante, Andrei badante (c’è anche la questione anziani),, Yolanda designer Igiaba giornalista di una radio cittadina, Mario bidello, Teresa artista digitale, Deliou editore e Ambrogio portinaio e Dragomira amministratrice di condomini»
«Bene, chiamali.»

La prima ad arrivare fu Marcella, giunse proprio mentre la signora Felicita stava servendo un superbo vitel tonnè con capperi di Pantelleria. Una vera delizia. Poi arrivarono tutti gli altri.
«E così avete trasformato la città?» chiese Kofi
«Sissignore. Guarda là, sul tetto del PAC, c’è il fotovoltaico come su quelli di tutti gli edifici pubblici, dalle scuole alle case dell’edilizia popolare. Tutta la luce pubblica della città deriva da quelli. Naturalmente si sta proseguendo con gli edifici privati. L’aumento della domanda ha stimolato la ricerca: i nuovi pannelli sono più piccoli, più potenti e meno costosi. E c’è più occupazione.»
«Avrete consumato molto territorio per tutte queste opere.»
«No. Le piscine sono state costruite negli scantinati delle scuole e il nuovo è stato edificato laddove c’era già del costruito. Semplice ed ovvio.»
«È una storia perfetta – ha commentato Kofi - . Questa sera vado a vedere uno spettacolo in teatro di via Porpora, cento posti. Fanno il tutto esaurito ogni sera vuoi venire con tua moglie?»
«Certo. Mia moglie è un’artista. Che ne dici di un aperitivo al laghetto di San Marco?»
«Ci sono stato ieri sera con una amica. Posto molto suggestivo. L’acqua era limpidissima e veniva voglia di farci il bagno e poi il tramonto era eccezionale. Il cielo era completamente arrossato sembrava un tramonto boreale. Non credevo si potesse vedere a Milano.»
«Già. Quelli della mia età ricordano com’era la città e non la rimpiangono di certo. Per una volta la nostalgia fa cilecca.»

Ah, dimenticavo, Ludmilla ora è l’ambasciatrice del thought in Milan, gira il mondo e racconta la sua esperienza. Non è mia moglie né glielo mai ho chiesto. Sposai Bérénice, la scultrice da cui Kofi ha comprato una creazione. Anche lei prese diverse volte il mio taxi nel giro di pochi giorni. Fu amore a prima vista. Evidentemente la filosofia di Eraclito con il mio taxi non funziona.(fine)

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