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giovedì 27 ottobre 2022

Povera Serracchiani. Povero PD.

Dibattito alla Camera: la Serracchiani viene ridicolizzata. “Le sembra che io stia un passo dietro agli uomini” dice Meloni. Non sono le polemichette a dare egemonia culturale, ma il saper cosa fare e il come fare. Il PD non lo sa e nemmeno la Serracchiani.


L’intervento della Serracchiani Debora, capogruppo del PD alla Camera dei Deputati, è stato scialbo il giusto. Come la sua lettura del resto. Ha giocato su banalità: il numero delle donne nel governo, non ha notato di quanto siano diminuite nel suo gruppo, è scivolata sul passo dietro gli uomini e ha tentennato dicendo di timori, ripeto timori. Evidentemente non si rende conto di quanto lei e il PD siano lontano dalla realtà. Frase questa da lei pronunciata, rivolgendosi alla allora dirigenza del PD, nel marzo 2009, frase fortunata: nell’aprile il Franceschini Dario la candidò, eletta, al Parlamento europeo. Nelle primarie dello stesso anno lei sostenne il Franceschini Dario nella corsa alla segreteria del partito, non eletto. Ecco, se la Serracchiani Debora fosse vicino alla realtà per non dire dentro la realtà, avrebbe dato ben altre motivazioni al voto di sfiducia. Avrebbe, per esempio, dovuto incalzare, la Presidente del Governo sul come fare, visto quanto piace a Meloni Giorgia il verbo fare, a mettere in pratica il suo ampio programma. E allora sarebbe piaciuto sentire la Serracchiani Debora e magari anche tutto il PD chiedere alla Meloni Giorgia come intenda spendere con efficacia i denari del Pnrr, e come intenda cambiarlo e come voglia modificare il reddito di cittadinanza, tenendo conto che, dati Inps alla mano, la gran parte dei percettori non può oggettivamente lavorare. Sarebbe piaciuto sentirla chiedere come fare perché una donna non debba rinunciare a lavorare per avere un bimbo e come fare a che molti immigrati non debbano lavorare a condizioni non accettabili per gli italiani. Perché a fare un bel discorso sono buoni tutti, ma come dicevano le nostre nonne e bisnonne: tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E, soprattutto, per saper far domande intelligenti e non polemichette da strapazzo bisogna conoscere le risposte. Ma le risposte la Serracchiani Debora e il PD non le conoscono.

Buona settimana e Buona fortuna

sabato 30 luglio 2022

Enrico stai sereno 4.0

Letta tenta la roulette russa con cinque colpi nel tamburo e una sola camera vuota. Nel PD non si parla tanto di programmi, non saprebbero da che parte cominciare, quanto di candidature. E naturalmente di alleanze. Neanche Groucho Marx ne avrebbe immaginate di simili.


Questa volta a dirlo non è il Renzi Matteo, ma lo stesso Enrico Letta. Il risultato sarà sostanzialmente lo stesso e non è detto ci sarà ancora un posto a Science Po ad aspettarlo. Quando i fallimenti diventano troppi il valore delle scuse scema. Comunque, per non saper né leggere né scrivere a guardare quelli che passano per essere i prossimi futuri parlamentari del PD scorre un brivido lungo la schiena: sono gli stessi degli ultimi quindici anni. Gli stessi, come ha ricordato Gianni Cuerlo (anche lui speranzoso di tornare in Parlamento) a InOnda del 30 luglio, che hanno regolarmente pertato il PD a perdere le elezioni e pure si sono trovati a governare e in quei governi, Draghi incluso, hanno contato come il due di picche meravigliosamente interpretando la parte dello stuoino. A partire dallo steso Letta Enrico  sempre prono, meglio sarebbe stato di no, ai tecnici prestati alla politica. Forse qualcuno ricorda il biglietto autografo mandato al Monti Mario nella seduta in cui questi ottenne, ahinoi, la fiducia. Il Monti Mario, con la classe che lo contraddistingue, sventolò a favore di telecamere il miserrimo scritto di sudditanza sbertucciandone l’estensore. Al dunque pare che i collegi sicuri andranno ai renziani del PD, da Marcucci a Lotti (quello che trafficava con Palamara), da Del Rio alla Serrachiani e magari anche dalla Ascani e alla Morani. Se qualcuno vorrà spiegare il loro valore aggiunto per il Paese, per il parlamento e per il partito sarà ben accetto. Poi naturalmente, il bel correntone del Guerini Lorenzo che tra gli adepti renziani vanta pure, se non ha cambiato corrente proprio in questi giorni, il Piero Fassino. La volta passata per farsi eleggere, lui piemontese, è andato in Emilia-Romagna, collegio supersicuro. Naturalmente nel club non può mancare il Franceschini Dario, quello che spalancò la porta della segreteria al Renzi Matteo. Bell’affare. Naturalmente il Franceschini amerebbe avere al suo fianco in uno dei due rami del parlamento anche la moglie e non sarebbe il primo caso. E poi c’è la questione delle alleanze e qui neanche Groucho Marx ci sarebbe arrivato: abbracciare il Calenda Carlo. Quel bravissimo Calenda Carlo, ex Italia Futura, ex scelta Civica, capace di essere capolista  per il PD nelle Euappena del 2019 e, appena eletto capace di abbandonare il PD (quindi all’elenco va aggiunto anche ex PD) mantenendo tuttavia il seggio, chissà quando ci va, a Strasburgo e ovviamente lo stipendio. Oggi quel Calenda, mentre il Letta Enrico trepida, sta valutando se allearsi con il suo ex partito portandosi qualche berlusconiano di lungo corso: il Brunetta, la Gelmini e la Carfagna. Resta a vedere se dietro questi nomi ci saranno anche voti. E poi come fantasma aggirantesi nel panorama politico sta il Renzi Matteo. Due spiccioli di voti, ma agognato come fosse il depositario dell’asso vincente. Per pudore, si spera, il Letta non lo vuole nelle sue liste, ma consente a garantirgli tre/quattro posti sicuri tramite il Calenda: come fare la roulette russa con cinque colpi nel tamburo e lasciarne vuota una sola camera. Anche qui la domanda è d’obbligo: qual è il valore aggiunto  apportato alla politica italiana dal Renzi Matteo? Al di là di parole mancate, tradimenti e volubilità d’affetti. Tutte cose già viste e agite con maggior classe dai vecchi della vecchia DC. B the way il Renzie ha le sue radici proprio lì.

Quindi: stai sereno Enrico. E spera ci sia ancora qualche posto libero in Francia.

Buona settimana e buona fortuna.

lunedì 21 novembre 2016

Renzi cambia verso con De Luca

A Caserta Renzi perdona De Luca per il ritardo ma gli intima di non parlare. Renzi ha imparato ad accendere il fuoco con i bastoncini. De Luca accende il fuoco elettorale con fritture miste e giri in barca. Disprezzo per gli elettori e ironia per il premier. Elogio del clientelismo. Serracchiani, Romano, Fiano, Morani e gli altri pasdaran renziani tacciono.

De Luca Vincenzo mostra a Renzi Matteo la strada

Quando in quel di Caserta De Luca Vincenzo è arrivato tutto trafelato all’ennesima manifestazione pro riforma tenuta dal Renzi Matteo è stato accolto da un: «Vada per il ritardo, basta che non fai dichiarazioni» E questa è stata l’unica novità dell’intera manifestazione. Un bel cambio di verso. Non c’è dubbio. Finalmente si dà un pochino di concretezza a quell’impegnativo slogan perché cambiare di verso non è come dirlo.

D’altra parte in un discorso ripetitivo il giusto in cui Renzi ha raccontato per l’ennesima volta che c’è il nuovo ed il vecchio, che c’è chi vuol cambiare (lui) e chi invece no (gli altri), che lui «non  è quello che …», al posto dei puntini metteteci quello che volete che tanto va bene qualsiasi cosa e infine che tutti  ce l’hanno con lui, un guizzo di originalità ci voleva. E sentirgli parlare a De Luca in quel modo è stato un vero cambio di verso. Forse si è accorto che non sempre il De Luca fa ridere. Anche se ci si mette d’impegno.

In verità per un boyscout di provincia il cambio di verso è stato trovarsi a braccetto con un vecchio comunista, oggi ex come tanti, con la spiccata tendenza al clientelismo: «Una clientela organizzata, scientifica, razionale come Cristo comanda. Ah, che cosa bella!» Certo Robert Baden-Powell questo incontro di amorosi sensi non se lo sarebbe aspettato, ma d’altra parte lui insegnava ad accendere il fuochi con i bastoncini mentre De Luca accende il sacro fuoco del renziano nuovo invitando il suo amico Franco Alfieri a raggranellare qualche voto offrendo delle fritture miste. Il che dimostra quanto siano tenuti in conto dal De Luca gli elettori campani. Gente pronta a farsi convincere a votare  questo o quello in cambio di miserie. Al confronto il comandante Lauro era un ingenuo spendaccione, regalava chili di spaghetti e scarpe, ma quella era l’epoca del boom economico. Oggi si è un po’ più tirati.

Tirati sì ma poi neanche tanto se è vero che con il suo amico De Luca il giovane Renzi, questa volta nei panni di presidente del consiglio, è stato estremamente generoso: ha dato 270 milioni di euro per Bagnoli, altri 500 per la terra dei fuochi e poi ancora 50, sempre milioni, non si sa a che titolo, ma il De Luca Vincenzo ha garantito che ci sono. E se lui dice che ci sono ci sono per davvero. E ancora 2 miliardi e 700 milioni per il Patto per la Campania. E poi promesse di finanziamenti per Caserta, Pompei, Ercolano e via dicendo. Pare proprio che tra il Renzi ed il De Luca scorra un fiume di denaro pubblico. Ovviamente per il bene del popolo.

Però se questo è amore non è esattamente a doppio senso infatti De Luca è un pragmatico che bada al sodo: «Vi piace Renzi non vi piace Renzi a me non me ne fotte un c… » E dimostra neanche tanto tra le righe di considerare il giovin fiorentino un po’ giuggiolo e si gongola facendo l’elenco dei vari finanziamenti. Ogni voce è stata chiosata con un: «E ce li ha dati» per chiudere con un «Che vogliamo di più?» Proprio come se stesse parlando dell’amico un po’tarlucco a cui si possono spillare soldi e favori a iosa.


Anche se vedere il Renzi Matteo nella parte del fesso viene difficile considerandolo un bel furbetto. Se quei quattrini ha rilasciato con tanta facilità ci sarà, forse, magari, può essere, un vago ma senz’altro non personale o politico tornaconto. Chi mai potrebbe sospettarlo? E anche questo è un bel cambio di verso: passare dalla rottamazione delle vecchie cariatidi all’elogio del clientelismo. Che di nuovo ha proprio poco.  Naturalmente di tutto ciò Andrea Romano, Emanuele Fiano, Alessia Morani, Alessandra Moretti e quel campione di renzismo che è Ernesto Carbone non parlano. Zitta  anche la Serracchiani. Come ti sbagli.

venerdì 26 agosto 2016

Al terremoto mancava il fine umorismo di Sallusti. E le banalità degli altri .

Sallusti vuole che si ripeta il miracolo del duo Berlusconi-Bertolaso andato in scena a L’Aquila. Renzi: magari anche no. La solita solidarietà pelosa di politici che invadono twitter. I casi Lupi Serracchiani. Ferruccio De Bortoli gioca con le parole. E fa male.

Di Alessandro Sallusti tutto si può dire meno che non sia un fine umorista. Lo ha dimostrato molte volte nel suo disperato immolandosi in difesa del fratello del suo editore. L’ha fatto una volta di più (di immolarsi e di manifestare il suo sense of humor) scrivendo l’editoriale dal titolo «Forza Italiani Forza Renzi» apparso oggi, 25 agosto, sul quotidiano che meritatamente dirige. Solo a un fine umorista poteva venire in mente di raccomandare all’attuale Presidente del Consiglio di ispirarsi per la gestione del dopo terremoto di Amatrice a quanto fece il duo Berlusconi-Bertolaso sette anni fa a L’Aquila. 

Il simpatico direttore de il Giornale non si trattiene dal definire quell’operato come «il miracolo del duo Berlusconi-Bertolaso». E infatti è stato più che miracoloso andare a far passerella per ben 31 volte in quella martoriata città in meno di due anni di presidenza del consiglio, che neanche Naomi Campbell durante la settimana della moda. Per gli amanti della statistica significa quasi più di una volta al mese tenuto conto che negli ultimi del 2011 il Berlusconi Silvio aveva ben altre gatte da pelare. E altrettanto miracoloso è stato che nessuno si sia sfracellato al suolo stando sui balconcini delle case prefabbricate piazzate nelle sedicenti newtown. Così come ha anche del miracoloso che i denari immediatamente inviati da Obama, Merkel e dagli altri cinque capi di Stato presenti a quel G8 non siano stati adoperati per procedere hic et nunc alle opere cui erano stati destinati. E come non bastasse nella speciale classifica dei miracoli del duo B&B (che non sta per Bed&Breakfast anche se qualche attinenza con la prima delle due “b” senz’altro c’è) è il fatto che lo stato del centro storico de L’Aquila nel novembre del 2011, alla fine della trista avventura del Berlusconi Silvio a palazzo Ghigi fosse più o meno quello della mattina del 6 aprile 2009. Che poi nei cinque anni a seguire poco o nulla sia cambiato non è un buon motivo per giustificare il pregresso. Per chi infine avesse perso il senso della memoria, e senz’altro il Sallusti Alessandro è tra questi, può far un tuffo in quei giorni rivedendo il documentario di Sabina Guzzanti dal titolo Draquila. Comunque il Renzi Matteo ha già declinato l’invito sallustiano rispondendo in tempo quasi reale: «Non faremo quello che ha fatto Berlusconi.» Ottimo, finalmente. Sempre che poi non si arrivi a fare peggio che come noto al peggio non c’è limite.

Qualche dubbietto comunque il Renzi Matteo lo lascia dicendo «non lasceremo solo nessuno.» Che in potenza è una bella frase che però è già stata raccontata e in atto ha quagliato pochino.
Ma il simpatico Sallusti non è l’unico ad utilizzare strumentalmente il drammatico evento, ci si mettono anche i twittatori compulsivi quelli che non possono passare giorno senza che un loro cinquettio, quando non sono molti di più, invada noiosamente e melensamente twitter. L’importante è esserci al di là del senso e, talvolta, della decenza. In casi di calamità la solidarietà, quella virtuale s'intende va a fiumi, per quel che costa. E allora perché non aggiungerci anche un bell’abbraccio? Lo fanno, quasi con le stesse parole, sia Maurizio Lupi che Debora Serracchiani entrambi «si stringono alle famiglie delle vittime.» Frase che a ben guardarla, magari con un po’ di logica, non si capisce cosa voglia significare anche considerando il fatto che gli estensori della medesima se ne stanno ben distanti e magari anche comodi. Insomma il solito esercizio di retorica che nulla sposta sul lato pratico, specialmente se personale. Altro sarebbe se alle parole seguissero fatti come ad esempio impegnare l’orologio di famiglia o magari rinunciare ad una mensilità, soprattutto da parte di chi ne ha più d’una, e devolverne il ricavato a uno dei tanti fondi per la ricostruzione. Magari anche senza tanta pubblicità come fanno tutti quelli che silenziosamente mettono mano al borsellino. Detto così, senza malizia o retro pensieri.

Poi c’è anche chi si balocca con le parole e ne mette in fila un tot, calmierato solo dai 140 caratteri. Ferruccio De Bortoli scrive:«#terremoto il dolore per chi non c’è più, l’aiuto a chi soffre e ha perso tutto, il grazie ai tanti che si prodigano con tutte le loro forze»  Vien da rispondere: il dolore è cosa seria e va rispettato evitando di infilarsi abusivamente in quello di chi lo patisce, l’aiuto o è concreto o non è e quindi mano al portafoglio personale, magari aderendo all’insegnamento «non sappia la mano destra quello che fa la sinistra». La frasetta sul grazie riecheggia il solito “armiamoci e partite”. Magari un poco di silenziosa (e concreta) dignità aiuterebbe.

venerdì 15 aprile 2016

Giorgio Napolitano: dal peggio al più peggio.

Se non votare è lecito e legittimo, votare cos’è? Possono due posizioni opposte essere entrambe lecite e legittime? E l’opportunità politica? Però il Presidente Mattarella va a votare. Dato che il referendum si farà e costerà non era più logico per il renzi-crew partecipare e votare no? Invece meglio barare.


Giorgio Napolitano dopo diverse settimane di silenzio ha deciso che gli italici dovessero sentire la mancanza di una sua opinione e non avessero di che discutere e quindi ha esternato. Lo ha fatto con grande responsabilità e senso delle istituzioni come si conviene ad un (per fortuna) ex presidente della Repubblica e ad un ex (sempre per fortuna) presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. E quindi che ha detto il Napolitano? Una bazzecola a proposito del referendum del 17 aprile: «non andare a votare è lecito e legittimo.» Ohibò! 

Un ex, o magari ancora, campione delle istituzioni che spara contro le istituzioni. Cose che capitano in questo strano Paese chiamato Italia. Come se Giolitti nel 1915 si fosse schierato per il nefando «né aderire né sabotare». Non  lo si era ancora visto ma adesso grazie a Napolitano s’ha anche questa ghiotta occasione.  La polpetta risulta ancor più avvelenata perché l’esternazione di Napolitano viene dopo che il Presidente Sergio Mattarella ha fatto sapere che invece lui si recherà alle urne e voterà. Magari per dar corpo a quell’articolo della Costituzione che dichiara il votare come un diritto e, guarda caso, anche un dovere. Non male. Va da sé che il Napolitano nel pronunciare la sua sentenza non è stato minimamente sfiorato dal concetto di «opportunità politica». Che nel caso avrebbe taciuto.  

A questo punto vengono spontanee diverse domande: se non votare è lecito e legittimo allora votare cos’è? Anche il voto è lecito e legittimo? Magari anche sì, potrebbe azzardare qualcuno. Allora la questione cruciale: come può essere che due posizioni contrarie siano entrambe lecite e legittime? Qui si va ben oltre la doppia verità di Averroè e del togliattismo più sfrenato. Si entra direttamente nell’empireo del non-sense. O, se si detesta la metafisica, nel regno della negazione dell’opportunità politica.  Perché per dirla tutta e chiara nessuno tra i più sfegatati astensionisti tipo la Serracchiani, il Guerini, lo Scalfarotto, il Fiano, la Boschi e la Madia, o l’ultimo arrivato Andrea Romano e via renzianeggiando, ha mai pensato di recarsi al seggio e fare una bella e grossa croce sul «no». Visto che il referendum comunque si farà e visto che si spenderanno 300milioni di eurini (quante scuole messe in sicurezza?) sia che ci si vada sia che non ci si vada, Questa sì posizione lecita, legittima e pure civicamente sana. Ma il fatto è che i paladini del non voto, che invece vorranno masse sterminate al referendum di ottobre, temono che se si raggiungerà il fatidico quorum vincerà il «sì». Perché non bisogna essere dei fulmini di guerra per capire che rinnovare le concessioni ad libitum significherà avere piattaforme abbandonate e non smantellate ed aree non bonificate. Anzi più tempo quei sarchiaponi resteranno in mare senza funzionare maggiori saranno le possibilità di altro inquinamento. Come se quello esistente già non bastasse. Alleluja, alleluia. 

In questo modo le compagnie che declamano nei loro siti internet il perseguimento della Corporate Social Responsibility, che si scontra regolarmente facendosi male contro il paracarro dei profitti, non smantelleranno e neanche bonificheranno. Perché costa meno lasciare ammalorare dei tubazzi di ferro che metterci mano e smontarli e trasportarli a terra e poi smaltirli . Alla faccia dei gonzi. Pensare che questo possa essere un favore fatto  a qualcuno magari-magari, non è solo malizia. Ma tant’è. Rimane anche il dubbietto che incitare al non voto sia anche un po’ barare conoscendo già il risultato finale. Il che non è bello. Per non dire di etica e di valori morali. Magari nascosto in qualche cassetto c’è il solito sondaggetto che racconta come in Italia circoli troppa coscienza ecologista. E allora meglio barare. 

In tutto ciò ci si augura che questa sia l’ultima esternazione di Napolitano Giorgio, cui si augura lunga vita e altrettanto lungo riposo poiché tutti hanno diritto alla pensione soprattutto quelli che hanno passato dieci legislature nel comodo Parlamento italico, tre nel caldo Senato, nonché due anche nel lussuoso, visti i rimborsi spese, parlamento Europeo e un paio d’anni da senatore a vita nonché, ahimè, otto abbondanti da presidente della Repubblica. 

giovedì 31 marzo 2016

Il caso Regeni: il grande trucco, la grande ignavia.

Che la morte di Giulio Regeni sia opera di apparati statali egiziani è più che una suggestione. Che gli egiziani stiano prendendo per i fondelli il governo italiano è una certezza. Dai big della politica solo retorica e nessun vero fatto. La paura è perdere 5.180mln di interscambio con l’Egitto. Se Giulio Regeni fosse stato inglese,americano, francese o tedesco?

Perché il grande trucco? Perché trucco significa, definizione da vocabolario, “espediente per nascondere o falsare la realtà, inganno." Perché ignavia? Perché ignavia significa, definizione da vocabolario, “pigrizia morale che rende inertidi fronte a qualsiasi impegno.” Trucco e ignavia sono le due parole che meglio rappresentano il caso di Giulio Regeni. Tutti  gli attori in tragedia (ad eccezione della famiglia Regeni, di Amnesty International e della associazione Antigone) si stanno dando da fare per nascondere la realtà come se non fosse di per sé abbastanza chiara. Disse Pierpaolo Pasolini:«io lo so ma non ho le prove» E la frase ben si attaglia, oggi come allora, anche a questo caso.  Giulio Regeni fu rapito-sequestrato-arrestato lo scorso 25 gennaio. Da chi?  In uno stato di polizia come quello egiziano vien difficile non pensare che il rapimento-sequestro-arresto non sia stato fatto da organi istituzionali. Magari, solo per carità di patria, definiti deviati, come si usa dire (e si è usato dire anche per i nostrani) quando si vuol mettere una foglia di fico sopra il grande marciume. Poi, come spesso accade ai deviati hanno innannellato una serie di minchionate. 

Sbagliato pensare che i deviati siano astuti come faine e machiavellici come Niccolò, di norma oltre che delinquenti son anche dei fessi. E la cosa è trasversale: Watergate e piano Solo, giusto per risvegliare la memoria, sono lì a dimostrarlo. La prima delle minchionate è stata far trovare il 3 febbraio il corpo di Giulio Regeni debitamente torturato lungo una strada. Chi se non i deviati avrebbero potuto farlo? Soprattutto in un Paese che ha fatto della tortura, da sempre, il principale metodo di governo. Ecco, il governo egiziano appunto, frutto di un golpe si sarebbe detto in tempi passati ma si era troppo ideologici, dal 3 si mette a prendere lo Stato italiano per i fondelli come neanche l’India è riuscita a fare in quattro anni di continui esercizi . In meno di due mesi il governo egiziano ha detto che si è trattato di un incidente automobilistico, di una squallida storia di sesso e magari droga (al rock n’roll non sono arrivati, non adeguatamente preparati in materia) e di un rapimento. Manca la rissa tra ubriachi, l’incidente domestico e il suicidio. Quando arriveranno anche a questo avranno completato il cerchio. Il tutto naturalmente condito con parole di comprensione per la famiglia, il generale Abdel Fattah el-Sisi ha voluto informare gli italiani che anche lui è padre, come peraltro moltissimi maschi del regno animale, e ovviamente di amicizia per l’Italia. Che se non ci fossero amici chissà che avrebbero escogitato.  

E da parte dell’Italia invece? Ovviamente il meglio che i politici e i governanti del Belpaese sanno fare: dichiarazioni. Di tutti i tipi e di tutte le fatte. Piccoli esempi dei maggiorenti del Pd e del governo:
Matteo Renzi «Abbiamo detto all’Egitto: l’amicizia è un bene prezioso ed è possibile solo nella verità» 12 febbraio alla trasmissione Radio anch’io Prima dichiarazione a nove giorni dal ritrovamento del corpo
Debora Serracchiani «Il Governo egiziano si decida a collaborare. Verità chiara e completa sull'assassinio di Giulio #Regeni, non ricostruzioni inverosimili» 26 marzo twitter
Lorenzo Guerini «Accanto ai genitori di Giulio #Regeni, al loro dolore e alla loro dignità, lavoriamo senza fermarci per la verità piena sulla sua uccisione» 29 marzo twitter
Paolo Gentiloni: «Piste improbabili ed offensive. Pronti a trarre le conseguenze se non ci sarà collaborazione» Corriere della Sera 29 marzo  
Roberta Pinotti «Al fianco della famiglia #Regeni,non ci accontenteremo senza arrivare alla verità.» 25 marzo twitter
Angelino Alfano «Avremo il nome degli assassini. Il nostro governo lavora in modo determinato per ottenere la verità Risultato importante è che, davanti alla nostra fermezza nel perseguimento della verità, dopo qualche ora gli egiziani si sono comunque riposizionati e ci hanno fatto sapere che le loro indagini sono ancora in corso». 26 marzo Corriere della Sera
Maria Elena Boschi «Vogliamo tutta la verità» 31 marzo question time Camera dei Deputati
Dopo questa sfilza di affermazioni ci si può immaginare lo stato d'animo dei governanti egiziani.

In quanto a fatti? Sono stati mandati in Egitto un po’ di agenti definiti esperti che hanno potuto aumentare la loro esperienza su una branca particolare dell’intelligence: come farsi menare per il naso in presa diretta. Che volendo fare esperienza nel settore non era necessario andare in Egitto bastava fare un salto in Parlamento o leggere taluni disegni di legge o addirittura il programma del governo Renzi. Questo come quelli dei precedenti, Letta, Monti, Berlusconi et similia.

Solo il 29 di marzo finalmente una proposta concreta, il senatore Luigi Manconi, che ritwitta Antonella Napoli, chiede durante la conferenza stampa al Senato di richiamare l’ambasciatore italiano da il Cairo.  Ma subito il ministro Orlando tentenna: «bisogna capire se è utile sguarnire in questo momento una postazione come quella». Chissà quanto ci vuole a capirlo.

Magari invece sarebbe piaciuto sentire qualcosa di fermo e deciso come l’invito all’ambasciatore egiziano di presentarsi alla Farnesina o magari anche di ritornarsene a casa e pure di fermare i voli da e per l’Egitto e cominciare, forse timidamente, a praticare qualche sanzioncina. Invece no. Il pacchetto Egitto vale per l’economia italiana 5.180 mln (dato 2014) e non si vorranno mica perdere tutti quei soldi solo per la morte di un ricercatore universitario? Già s’è visto cosa s’è fatto per la visita di Rouhani con i paraventi alle statue. Il deputato Ernesto Carbone teorizzò addirittura: «per 20 miliardi avrei fatto pure di più» Già e quanti miliardi ci vogliono per una vita?

E allora ancora retorica come se piovesse, «non ci accontenteremo di verità di comodo» tuona il presidente Renzi dagli Usa. Come suo solito: ogni volta che c’è un guaio lui è da un’altra parte, e viceversa. E poi le maglie della serie B con la scritta «verità per Giulio Regeni» Cioè il nulla ben impachettato e ben confezionato solo come gli italici sanno fare.

Domanda: se Giulio Regeni fosse stato inglese, americano, francese o tedesco? Beh, anche qui «io lo so, ma non ne ho le prove»: la musica sarebbe stata tutt'altra. Probabilmente dall’Egitto non ci sarebbero giunte tutte quelle dichiarazioni fesse, probabilmente qualche testa vicina al presidente el-Sisi sarebbe caduta, o magari anche la sua e non solo metaforicamente, probabilmente ci sarebbero state scuse ufficiali e probabilmente anche un indennizzo. E senz’altro inglesi, americani, francesi e tedeschi non solo non avrebbero perso un soldo ma ne avrebbero guadagnato in dignità e rispetto internazionali. All’Italia invece no.





mercoledì 8 ottobre 2014

Giuseppe Civati il plaudente pentito.

Sabato è in piazza santi Apostoli con Vendelo e applaude con calore poi si accorge di quelli di Gazebo si blocca e prende l’aria di essere lì per caso. Un altro pezzo del nuovo che avanza.  Oggi dovrà decidere come votare sul job act. Forse dovrebbe studiare l’azione politica di Pietro Ingrao.

Il titolo di questo pezzo può parere criptico mentre, invece, riprende didascalicamente l’avvenimento. Sabato 4 ottobre Giuseppe Civati, in arte Pippo, Pippo Civati, ha partecipato ad una manifestazione politica in piazza santi Apostoli. E questo ci sta poiché il Pippo di cui sopra è un deputato del Pd eletto nel collegio della Brianza. La manifestazione era organizzata da Sel, partito di opposizione mentre il Pd è quello che regge il governo. E anche questo ci sta perché andare alle manifestazioni di quelli che non la pensano allo stesso modo è sinonimo di laicità e democrazia. 

Civati Pippo è entrambe le cose tanto da prendere la parola e sostenere non tanto le ragioni del suo partito, ammesso che ce ne siano, ma quelle degli altri: del partito di opposizione. E qui laicità e senso della democrazia vanno un po’ oltre quello che ci si aspetterebbe. Infine quando prende la parola Vendola, leader degli oppositori, il Civati Pippo ne sottolinea i passaggi salienti applaudendo con un certo trasporto. Ma non sempre. Quando si accorge della presenza della telecamera di Gazebo (trasmissione dissacrante di Rai 3, tv) si blocca, prende l’aria di essere lì per caso. Poi a fine comizio le immagini (domenica 5 ottobre) mostrano per intero l’amletico dubbio che squassa l’animo, il cuore e la mente del giovane brianzolo: "mi si nota di più se bacio Vendola o se me ne vado senza farmi notare?" Considerando che Vendola Nichi potrebbe essere il suo nuovo leader mentre quello che ha tacciato di essere di destra, il Renzi Matteo, è il capo della sua attuale parte. Il dilemma è autentico e lacerante. Nel Pci si diceva così. Anche perché sarà il Renzi a decidere, in qualche modo, i candidati alle future elezioni e per come lo si conosce ad alcuni non farà sconti. Specialmente se gli parranno di scarso peso.e non utili. Anche se talvolta un’opposizione evanescente e velleitaria lo è. Alla fine il Civati bacia ed abbraccia il Vendola ma sgattaiola velocemente altrove. Un po' sì e un po' no.Come ti sbagli!

Tutta la carriera del Civati Pippo ha danzato su questi dilemmi. È indubbio che a lui “stare a sinistra” piaccia. Un po’ come ai bimbi piacciono le patatine fritte ne sono golosi ma non ne sanno il perché. Quindi di lì a dar del senso alla  dichiarazione ce ne corre. 

È stato con Ignazio Marino quando ci sono state le prime primarie del Pd, poi è stato con Matteo Renzi alla prima Leopolda, quella dei rottamatori. Deinde poscia è stato con la Serracchiani alla prima di “il nostro tempo”. Poi la Serracchiani si è convertita al renzismo. È stato il primo e forse l’unico ad aver abbandonato Renzi. Quindi è stato il primo pontiere tra Pd e Movimento 5 Stelle. Insomma le prime gli piacciono da morire. Non c’è iniziativa che odori vagamente di nuovo che non lo veda se non promotore perlomeno partecipante. Adesso  è il primo del Pd con il movimento di Vendola.

Oggi (8 ottobre) dovrà decidere come votare ha le classiche tre possibilità: votare a favore per disciplina di partito ma allora meglio non applaudire i leader altrui, votare contro ma allora meglio uscire dal partito, lasciare dall’aula e bersi un cappuccino alla bouvette e sarà la scelta peggiore. Sull’onda di quella che fece il sannita Gaio Ponzio.

Se proprio vuole fare il “sinistro” all’interno del Pd vada a studiare la storia politica di Pietro Ingrao. Ne avrà da imparare.

giovedì 7 giugno 2012

Blasco batte zio Benny il sedicesimo 6-0, 6-0.

Non capita spesso in queste pagine di parlar bene di qualcuno, sono così pochi i meritevoli. Blasco è trasgressivo anche nella beneficenza: si rifà al vangelo. Benedetto XVI invece sembra aver dimenticato il passo di Matteo sull'elemosina.

Non è facile trovare qualcuno di cui poter dir bene. Sono così pochi.
Eppure qualche volta, che non diventi un vizio, in queste pagine  è successo : s'è fatto per Salvatore Settis e s'è fatto per Carlo Maria Cipolla,  entrambi uomini di scienza,  gente con la schiena dritta, che ce ne sono pochi e anche cattedrattici. Che quest'ultimo non sempre è titolo di merito (1).
Poi s'è fatto per un paio di politici Ciriaco De Mita, ma era in confronto ad una Serrachiani non autosufficiente, e Franco Giordano che è stato sorpreso a viaggiare in 2° classe tra Napoli e Milano, per un comico. Maurizio Crozza quando sospese lo show per l'alluvione di Genova e per due tecnici: Mario Monti quando annichilì lo sprovveduto Roberto porcellum Calderoli sulla questione della cena di Natale e Andrea Riccardi quando stigmatizzò un certo modo di fare politica. Insomma poca roba: forse il 6% dell'intera raccolta. Per stare dalla parte di numeri, come dicono i tecnici bocconiani.
Ma l'idea di dover prendere a modello un anarco-rock-star di sessant'anni suonati con qualche trascorso poco edificante proprio non ce lo si immaginava. Il Vicario Imperiale non è mica la controfigura di Alfono Signorini e queste neanche da lontano potrebbero essere scambiate per le pagine di Chi.
Eppure questa volta, con grande piacere e godimento (perché anche questo è dadaismo), si scrive di Vasco Rossi uno dei protagonisti del mondo dello spettacolo. Forse-forse tra i più fuori delle righe, forse-forse tra i più “trasgresssivi” e, forse-forse-forse, anche tra i più sinceri. Già: forse-forse-forse. Si è usato il plurale nel caso che a chi legge venissero in mente altri esemplari. Rari.
E anche tra i più blasfemi.
Si tra i più blasfemi perché scrisse: “metteteci Dio sul banco degli imputati e giudicate anche lui, con noi e difendetelo voi buoni cristiani … gli voglio raccontare di una vita che ho vissuto e non ho capito a cosa è servito ….”
Carlo Maria Cipolla
Questo campione del transgredior da concerto ha deciso di andare oltre (trasgredire) le normali e tradizionali e anche un po' becere convenzioni buoniste che tanto ammorbano questo disgraziato Paese. A chi gli ha proposto di partecipare ad un concerto di beneficenza per l'Emilia-Romagna, lui che abita vicino a dove è stato il terremoto ha risposto di no. Che lui Blasco non ci sta. Probabilmente all'escusatio non petita dell'ideatore del concerto, “non lo faccio per immagine”, non ha dato peso. Non l'ha proprio … pesata.
E sulla sua pagina facebook ha scritto: “No. Non parteciperò a nessun concerto di beneficenza. Non amo quel modo di farla, poco costoso e poco faticoso. Certo rispetto chi la fa così, ci crede ed è sincero. Ma io penso che la beneficenza si debba fare tirando fuori i soldi dal proprio portafoglio, senza troppo spettacolo e pubblicità.”
Accidenti.
Salvatore Settis
Bella differenza con chi invece si è semplicemente limitato a “girare” i denari  raccolti con le offerte dei pellegrini e a strombazzarne su tutti i media la destinazione. Quasi che  quei soldi non fossero inequivocabilmente e per definizione destinati ad opere di bene. Ohibò.
Che Blasco abbia letto del vangelo di Matteo quei versetti che sono sfuggiti a zio Benny il sedicesimo, e a tutto il resto del governo Vaticano?
Il testo recita, giusto come ricordo: “quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta.” E queste non sono bollicine.
Morale: Blasco batte zio Benny il sedicesimo 6-0; 6-0. Chi l'avrebbe mai detto e pure giocando fuori casa.
E quasi sicuramente Blasco, che probabilmente non sa neanche come sia fatta una racchetta da tennis, piacque a Carlo Maria Cipolla ed è simpatico anche a Salvatore Settis.
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(1) http://www.ilvicarioimperiale.blogspot.it/2010/06/buon-compleanno-salvatore-settis.html; http://www.ilvicarioimperiale.blogspot.it/2010/08/omaggio-carlo-maria-cipolla.html; http://www.ilvicarioimperiale.blogspot.it/2010/09/rimpiangere-ciriaco-de-mita-accidenti.html ; http://www.ilvicarioimperiale.blogspot.it/2011/10/incredibile-dictu-il-caso-di-franco.html ; http://www.ilvicarioimperiale.blogspot.it/2011/11/show-must-go-on-or-not.htm;l http://www.ilvicarioimperiale.blogspot.it/2012/01/la-risposta-scritta-del-primo-ministro.html