Ciò che possiamo licenziare

Visualizzazione post con etichetta Draghi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Draghi. Mostra tutti i post

venerdì 26 agosto 2022

Il discorso del Mario.

Al meeting i ciellini applaudono sempre tutti, a raglio. Draghi ha raccontato quanto è bravo, ha invitato ad andare a votare anche se per lui la fregoli Meloni o lo stuoino Letta pari. sono Se il discorso voleva essere una nuova autocandidatura alla presidenza della Repubblica è risultato deboluccio.

E così il Draghi Mario è tornato a Rimini e il copione si è ripetuto al millesimo. Innanzitutto gli applausi, tutti i media hanno tenuto a sottolinearlo, essere durati 2,30 minuti. Evviva, alleluia. Dettagli, comunque. Gli integralisti ciellini a Rimini applaudono sempre, si direbbe a raglio. Nelle quaranta edizioni del meeting hanno applaudito, più o meno con gli stessi tempi, vado a memoria, tutto e il suo contrario: da Andreotti a Bersani, da D’Alema a Berlusconi, da Prodi a Monti, giusto per citarne alcuni. Tutti con programmi e moralità, larvatamente diversi, ma per i neobaciapile pari sono: l’importante è che siano qualcuno essendo loro l’altra parte. Quindi i due minuti e briscola di applausi non contano. Il discorso è stato un melting pot di allegre banalità.  Ha esordito, il Draghi Mario, raccontando innanzitutto a sé stesso e poi ai ciellini e al mondo intero la sua più grande verità: quanto sono stato bravo. D’altra parte solo se si è bravi si cammina sulle acque e viceversa. Poi ha bellamente sbugiardato il Calenda Carlo dicendo che un’agenda Draghi non esiste, al massimo si può parlare di metodo Draghi. Però questo non è di nuovo conio: governare a colpi di decreti, portare le leggi al consiglio dei ministri due minuti prima della sua chiusura e farle votare senza alcuna discussione del parlamento lo si era già visto fare. Magari non tutti questi comportamenti insieme e , forse, mai in cotal quantità, ma tant’è. Dopo ciò ha bordeggiato sul semiqualunquismo: qualsiasi sia il governo che verrà farà bene. In altre parole che vada al governo la fregoli Meloni Giorgia (in quale versione: esagitata Vox o educanda Fox?), gli ha sempre votato contro, o lo stuoino Letta Enrico, gli voterebbe a favore anche se si convertisse al terrapiattismo, per lui pari è. Il fatto che nelle liste dei FDI ci sia nientepopodimenoche il Tremonti Giulio, ministro dell’economia nel mitico 2011 quando il governo Berlusconi portò il Paese sulla soglia del default non lo turba minimamente E questo perché, passaggio vagamente populista con quel tocco di nazionalismo che fa tanto capitani coraggiosi, in Italia c’è tanta brava gente che lavora e che produce. Con a chiudere l’invito di andare a votare anche se non se ne vede la ragione: se un governo vale l’altro, del Parlamento non c’è bisogno e l’Italia ce la farà comunque. Perché andare a votare? Quanto poi al produrre sarà da vedere quanto si potrà fare considerando la drammatica situazione dell’energia a cui certo non si pone rimedio con ridicoli e risibili pannicelli caldi come l’ora in meno di riscaldamento e il limite ai 19 gradi. Misure incontrollabili e perciò stesso automaticamente inapplicabili. Se questo voleva essere il discorso per una nuova autocandidatura alla presidenza della Repubblica è risultato deboluccio nei contenuti e arrogantiello nella forma. L’apotropaico sorrisetto non è mancato. Forse, a guardarsi in giro, nonostante il desolante panorama, si può trovare di meglio.

Buona settimana e buona fortuna.

giovedì 21 luglio 2022

Così Draghi ce l’ha fatta.

 Ci ha lavorato per settimane e infine ha raggiunto il risultato. Al confronto il non-sense del Cappellaio Matto e di Joseph K  è logica allo stato puro. L’opposizione può farla solo il duo Meloni (si vede tanto) Fratoianni (si vede poco), tertium non datur. Gli sarebbe piaciuto fare un discorso su bivacchi e manipoli, ma è democristiano e non ce l'ha fatta. È passata la mozione Casini.

E dai e dai alla fine il Draghi dott. prof. Mario è riuscito a squagliarsela dando la colpa a tutti, anche al gatto che passava di là per caso. In verità non vedeva l’ora. Se l’è cercata con acribia e pertinacia e c’è riuscito. Per un cartesiano tutta la vicenda ha del paradossale ed è incomprensibile, infatti francesi, tedeschi e anche gli spagnoli e tutti gli altri non ci hanno capito un’acca. Hanno chiesto lumi a tal Gentiloni Paolo che, con l’abilità propria, gli ha confuso ulteriormente le idee. Al confronto il non-sense del Cappellaio Matto, di Joseph K o del Grillo Parlante o della Bella e la Bestia è logica allo stato puro. Il Draghi aveva già deciso di andarsene ben prima del discorso dello scorso 22 dicembre, quello del nonno al servizio delle istituzioni, per intenderci. La colpa l’ha addossata al M5S perché questo, stanco di vedersi smantellare tutto quanto aveva fatto, dalla legge spazza corrotti sostituita dalla riforma Cartabia (ben criticata dalla UE), dal reddito di cittadinanza continuamente biasimato (contro il parere dell’Istat), così come il bonus 110% (pure se apprezzato da Nomisma), aveva ipotizzato di uscire dalla maggioranza che comunque sarebbe rimasta ben salda con oltre il 70% dei consensi. La prima giustificazione addotta dall’uomo della provvidenza è stata: «non potete farlo perché se lo fate voi , poi magari lo fanno anche altri». Non male. Mi ricorda un compagno del liceo, diceva alle ragazze che corteggiava: «devi dirmi di sì, altrimenti anche le altre mi diranno di no». Nella testa del camminatore sulle acque  l’opposizione può fargliela solo il duo Meloni-Fratoianni e nessun altro, tertium non datur. Quindi non avendo nessuno disposto a sfiduciarlo si è sfiduciato da solo dopo aver picchiato il suo pupazzetto. E questo nonostante la scissione del Di Maio Luigi a cui avrebbe potuto seguirne un’altra, del Grippa Davide. Naturalmente nessuno ci ha visto il suo zampino. Poi per avere certezza di essere sfiduciato s’è messo a pestare i calli alla Lega, nel primo discorso, e poi ad insultare ancora i poveri 5Stelle nel secondo parlando di poco discernimento. Per finire chiede venga posta la fiducia sulla proposta presentata dal Casini Pierferdinando, vecchio democristo, che così recita: udite le comunicazioni del premier si approva. Cosa-dove-come-quando? Non è dato sapere. Probabilmente, come letto su facebook, il Draghi dott. prof. Mario avrebbe voluto centrare il suo discorso su manipoli e bivacchi, ma essendo democristiano non ce l’ha fatta. E adesso? Resterà con la scusa del disbrigo degli affari correnti e sorriderà apotropaicamente sapendo già a chi dare la colpa prossima ventura. Ps. La mozione Casini  è stata approvata.

Buona settimana e buona fortuna.

martedì 5 luglio 2022

Gli algerini sono uomini d’affari.

Il gas algerino ci costa più di quello russo, ma meno della quotazione di Amsterdam. L’ad di Sonatrach ha annunciato un tour per ridiscutere i prezzi con i clienti. L’Italia non rientra nelle tappe, con noi la politica del carciofo. 


Tutti ricorderanno con orgoglio e commozione la data dell’11 aprile corrente anno, quando l’apotropaico camminatore sulle acque fece un salto in Algeria. Era accompagnato dal fido neo-Lancillotto, il cavaliere senza paura, ma con qualche macchia visto come tradiva il suo re amoreggiando con la di lui moglie, al secolo Luigi Di Maio. In quella data memorabile furono firmati accordi memorabili e ancor più memorabili allocuzioni e tweet ebbero l’onore di essere scanditi. Nell’ordine si disse, con belle parole ovviamente, che: 1) si dava una risposta significativa alla dipendenza dal gas dell’orrendo russo, 2) l’accordo andava a tutelare le famiglie e le imprese italiche, 3) in breve avremmo avuto 9 miliardi di metri cubi di gas, 4) il Mediterraneo sarebbe diventato l’hub dell’energia. La prosaica traduzione: l’Italia avrà un bel po’ di gas a prezzi più convenienti: nel senso che quello algerino costerà più di quello russo, ma meno del prezzo di mercato scandito ad Amsterdam e per sopramercato il caro, vecchio mare nostrum diventerà una sorta di supermercato dell’energia a cui attingeremo a piene mani e, incredibile dictu, ci guadagneremo tutti, a partire dalla Tunisia che riceve royalty per far passare i gasdotti sul suo territorio. D’altra parte se i soldi ci sono perché non distribuirli. Bello, bellissimo anzi fantastico. Quindi gioia gaudioque. Forse, la prudenza non è mai troppa. Comunque, presi dall’entusiasmo s’è deciso anche un vertice intergovernativo  per il 18 e 19 prossimi venturi. Una dragata unica. In data odierna , tuttavia e ben prima della data del vertice, l’ad di Sonatrach, per intenderci l’Eni algerina, ha comunicato che sta avviando un tour con i vari clienti, per rivedere i prezzi del suo gas e, in qualche modo, allinearli a quelli del mercato. Se qualcuno pensava che gli algerini non conoscessero le regole del mercato capitalistico s’è sbagliato. Loro, gli algerini, il mercato lo chiamano suq e conoscono da millenni come funziona la fondamentale regola della domanda e dell’offerta. Sono gli europei che, quando vanno nel suq, credono di combinare affari favolosi spendendo la metà della metà della metà della richiesta iniziale. Tutti i popoli del nord Africa oltre alla regola di cui sopra conoscono anche quella della negoziazione. Folclore recitato a uso e consumo dei clienti europei. Quindi gli algerini, molto amici della Russia mai dimenticarlo, si stanno comportando da veri uomini d’affari dando risposta alla sempiterna domanda del business: where is the beef? L’Italia al momento non è coinvolta nel tour dei clienti da visitare, con noi useranno la politica del carciofo: una foglia alla volta. Si sono già pappati una bella fetta delle acque internazionali ai confini della Sardegna, non della Corsica, dal cui sottosuolo estrarranno il gas che ci venderanno e per il momento, per il momento, può bastare.  

Buona settimana e buona fortuna.

Fonti: ANSA 04 luglio 2022- 08.54 L'Unione Sarda del 9,10,12 maggio 2022


domenica 29 maggio 2022

La politica è l’arte del possibile, non del ridicolo.

 Mettere le dita negli occhi del vicino e poi chiedergli il sale per la pasta non è l’arte del possibile.

Il buon Otto von Bismarck, prima di ammettere che senza di lui tre grandi guerre non avrebbero avuto luogo e, a spanne, ottantamila uomini nn sarebbero morti, ebbe a definire la politica come “l'arte del possibile, la scienza  del relativo”. Omise, il principe prussiano, di aggiungere un codicillo: nel concetto di possibile non è incluso quello di ridicolo. L’avesse fatto il nostro Presidente del Consiglio dal sorriso apotropaico, fa tanta simpatia, non avrebbe caricato la spesa pubblica del costo di una telefonata intercontinentale. Difatti l’autoctono camminatore sulle acque dopo essersi distinto come il più accanito dei guerrieri, standosene comodo in quel di Roma e il più feroce dei sanzionatori, qual mai fu veduto più duro e più bello, ha indossato i modesti panni del questuante. Racconta infatti l’ufficio stampa accreditato della telefonata intercorsa tra il Draghi Mario e il Putin Vladimir dove il primo ha chiesto, s’immagina con la doverosa modestia e la giusta creanza, al terribile massacratore di donne e bambini nonché scannatore di militi indifesi di permettere la consegna del grano alle nazioni schierate in campo avverso e con il suo nemico. La qual cosa è come dire: dopo aver messo le dita negli occhi al vicino di pianerottolo bussa alla sua porta per avere il sale da mettere nell’acqua della pasta. Se si raccontasse la seconda scena, omettendo i nomi di personaggi ed interpreti, ci sarebbe da sganasciarsi. Aggiungendoli invece: ancora di più, con pure qualche scuotimento di testa. Atto che mai si nega all’udir di una sesquipedale sciocchezza raccontata con sussiegosa serietà. Ve l’immaginate il mitico e a questo punto rimpianto, Andreotti divo Giulo in questi panni? La mossa questuante, dopo essersi sgolato per il blocco delle esportazioni, di solito si chiamano sanzioni, aver regalato armi, anche se ferri vecchi, ribadire ogni tre per due che si stanno cercando alternative all’attuale fornitore di gas e petrolio, non rientra nel novero dell’arte né della politica e tanto meno del possibile. Semmai dell’avanspettacolo, quello cialtrone. Considerando, or non è passato un mese, come lo stesso postulante cercasse di infiammare il popolo tutto al grido di: la libertà val bene un condizionatore spento. D’estate, ovviamente. Il fatto poi di aver sbandierato il contenuto della telefonata ai quattro venti vien facile inserirlo nella categoria delle bischerate. Così direbbero in Toscana. Non è dato sapere quanto il terribile zar abbia ghignato: probabilmente molto, si racconta per certo se la sia cavata con un amletico «vedremo». Il giorno appresso s’è saputo che lo zar continuerà ad avere contatti con Macron e Scholtz, cioè quelli che contano. Alle elezioni del 2023 mancano ancora molti mesi e a questi migliori non mancheranno le possibilità per peggiorare.

Buona settimana e buona fortuna

martedì 15 marzo 2022

Morire per l’Ucraina?

Solidarietà tanta, assistenza tanta, armi pochine. La drammatica ammuina sulla pelle degli altri.I plenipotenziari di USA e Cina si incontrano a Roma mentre Draghi e gli altri UE si vedono a Versailles.  Oggi si scopre che la libertà ha un costo che si pagherà con inflazione, speculazione e freddo.                                                                  

A far la asettica polaroid della situazione, fuor da ogni da ogni pregresso storico e contesto presente a cui il primo fa da corollario, la domanda non è peregrina. Da un lato l’orso aggressore e dall’altro l’agnello ucraino. Quindi: morire per l’Ucraina? La risposta è unanime: no, grazie. E la motivazione è di quelle inoppugnabili, come il direttore di La Stampa, che conta come il due di picche,ripete  pedissequamente una sera sì e l’altra pure a otto-e-mezzo, trasmissione pretenziosa oltre il lecito: scoppierebbe la terza guerra mondiale. Dopo della quale, a dar retta ad Albert Einstein, la successiva sarebbe fatta con le pietre e i bastoni. E questo lo sanno tutti: sia i russi sia gli americani sia i cinesi. Gli altri, l’Europa, giusto per dire, contano come il Giannini Massimo e il Molinari Maurizio e quindi fanno tappezzeria. Plasticamente emblematico l’incontro a Roma tra il plenipotenziario americano e quello cinese mentre il presidente del consiglio italiano se ne sta a Versailles con i virtual big della UE. Come dire: ho deciso che organizzo una festa a casa tua, ah, non ci sei, va bene lo stesso. Al dunque per l’Ucraina, a parte Volodymyr Zelens'kyj, la sua vice Iryna Vereschuk, gli altri membri del suo governo e gli ucraini,che l’hanno votato, non pare ci siano molti altri disposti a versare sangue per la sacra causa. Solidarietà quanta se ne vuole, assistenza ai profughi altrettanta, soprattutto da chi fino a ieri si è dannato l’anima  e  versato denari per costruire muri anti immigrati e armi qualcheduna. Magari di quelle vecchiotte e date con il contagocce. E così dopo diciannove giorni si è al punto di partenza con Vladimir Putin che, per politica interna, si ammanta viepiù dei panni di Alexander Nieskj’i (1221-1263, sconfisse i cavalieri teutonici e i loro alleati svedesi che volevano prendersi la Russia) e Volodymyr Zelens'kyj, che fa la vittima sedotta e abbandonata e si va avanti di ammuina in ammuina. Purtroppo però questa ammuina ha effetti collaterali: i morti che anche fosse solo uno sarebbe troppo, i feriti che anche fosse solo uno sarebbe troppo, i dispersi che anche fosse solo uno sarebbe troppo e le famiglie separate che anche fosse solo una sarebbe troppo. Ha un bel sgolarsi il Caracciolo Lucio nell’indicare nella trattativa l’unica via, prospettando la soluzione che tutti conoscono, ma che nessuno sa come mettere in pratica senza auto sbertucciarsi.  E fare, coram populo, la parte del bischero. E così per salvare la faccia a quattro fessi che han giocato d’azzardo, due di qua e due di là, si fanno sanzioni che danneggiano più chi le fa di chi dovrebbe patirle, l’inflazione avanza, la speculazione invece pure e la ripresa (magari a volume piuttosto che a valore) si allontana. E dato che alla storia piace prendere per i fondelli i minchioni i nostri leader da diciannove giorni, guarda il caso, vanno raccontando che la democrazia ha un costo che, per inciso, non aveva quando c’era la guerra fredda e l’impero dell’URSS arrivava a confinare con l’Austria, che si dove essere orgogliosi adesso di impoverirsi e felici nel prossimo inverno di patire il freddo e riscaldare la zuppa nel camino per una santa causa. Manca solo che dicano Dio lo vuole e il quadretto sarebbe completo. Tanto a lor signori di tutto questo non gliene può fregar di meno.

Buona settimana e buona fortuna.

venerdì 21 gennaio 2022

Una banana ha mangiato una scimmia

È un titolo che non vedremo mai sui giornali. Peccato. Pensare ad almeno una mezza dozzina di cose impossibili prima di pranzo fa bene alla salute. La banalità ci circonda e nella prossima settimana avrà la sua apoteosi. Una cosa impossibile: abitare in un Paese normale.


Questo è il titolo che sogno di leggere mercoledì sui giornali: “Una banana ha mangiato una scimmia.”  E mi piacerebbe vedere lungo i marciapiedi di tutte le città gli strilloni con i quotidiani sul braccio sinistro mentre con il destro sventolano la copia pronta per la vendita. E mi piacerebbe sentirli urlare il titolo “Una banana ha mangiato una scimmia” aggiungendo “tutti i particolari in cronaca.” Sarebbe bellissimo, ma soprattutto sarebbe sano. Impossibile dirà qualcuno di voi. Vero ma sono felice quando riesco a pensare almeno una mezza dozzina di cose impossibili prima di pranzo. E ci riesco quasi tutti i giorni. Non sempre. È bellissimo. Quanti di voi ci riescono a pensare almeno una, una sola cosa impossibile alla settimana? Nessuno, eh! Come mi dispiace. Non sapete cosa vi state perdendo. I pensieri, specialmente quando si pensano cose impossibili sono fondamentali per mantenersi sani di mente e non abbruttirsi. Quando poi si esce in strada gli strilloni non ci sono, d’altra parte si sapeva di pensare cose impossibili. In compenso in strada, sugli autobus, alla radio, alla televisione, sui social ci si trova circondati dalla banalità e allora si tira un sospiro di sollievo: finalmente un po’ di di cose di tutti i giorni che viviamo da molti anni. Da martedì prossimo avremo un acuto assoluto di banalità, ma non ci sconvolgeremo. Ormai nulla può sconvolgerci più, se non una cosa impossibile: abitare in un Paese normale.

Buona settimana e buona fortuna

giovedì 25 novembre 2021

21, 24, 25 novembre: boh!

Tre date per la solita orgia di retorica. Provate a mettere in pratica i suggerimenti di Papa Francesco ai giovani e vi troverete licenziati. Draghi: il contrasto alla violenza sulle donne è una priorità assoluta, banalità assoluta da Chance il Giardiniere. Poca visibilità per il 24 novembre.            

Anno 2021, autunno, fine novembre, spiccano tre date: 21 Giornata Mondiale della Gioventù, ma anche delle vittime della strada, della festa nazionale dell’albero e, incredibile dictu, della televisione, manca solo lo scoubidou per fare scala reale. Comunque, andando avanti ci si imbatte nel 24 novembre truce ricorrenza del giuramento di fedeltà chiesto dal regime fascista ai docenti universitari e si arriva al 25: Giornata contro la Violenza sulle Donne. Se Z è stata l’orgia del potere questa fine novembre è l’orgia della retorica che più sgangherata non si può. Sgombriamo subito il campo dal 24 novembre che ha avuto poca o nulla risonanza sui media nazionali, data semi negletta dato che epigoni di quella storia bordeggiano intorno al governo e vuoi mai mettere che i migliori vogliano esporsi con qualche presa di posizione precisa e magari controcorrente. Giusto per essere giusti l’ANPI provinciale di Milano ha ottenuto di poter apporre, alla Università Statale, una targa dedicata al filosofo Pietro Martinetti, uno di quella sporca dozzina di docenti che si rifiutò di giurare. Ambito locale dunque, retorica, ammesso e nn concesso ci sia stata, di basso profilo. Evviva. Evviva. Le altre due date invece la retorica se la sono goduta alla grande. Ha principiato Papa Francesco con il discorso dedicato ai giovani nel quale, stancamente, ha ripreso concetti già declamati da altri: abbiate sogni, inseguite i vostri sogni. Lo disse già Steve Jobs, che a dirlo non costa nulla. È andato più indietro nella storia, il ghostwriter di Papa Francesco, aggiungendo: fate chiasso. Lo scrisse già il 5 agosto del 1966 Mao Tze Dong: sparate sul quartier generale. Quindi in entrambi i casi roba stantia e di nessun gusto palatale. D’altra parte provate a inseguire i vostri sogni o a fare chiasso, con la carica eversiva che i due messaggi comportano, in Apple, ma anche nella Chiesa e in una qualsiasi altra azienda multi o anche semplicemente nazionale e scoprirete in quattro e quattr’otto come si finisce isolati o addirittura licenziati. Perché la cooptazione vale più del merito, ma questo nessuno lo dice: troppo scomodo. E poi si arriva al 25 novembre  Giornata contro la Violenza sulle Donne. Il presidente Draghi a questo proposito ha detto che «si tratta di una priorità assoluta per il governo che intende l’odioso problema in tutti i suoi aspetti, dalla prevenzione al sostegno delle vittime.» Lo dicono tutti, da sempre, e avrebbe potuto dirlo anche Chance il Giardiniere specializzato in frasi del tipo «dopo l’inverno arriva la primavera» e sul resto taceva, quasi come Draghi. In ogni caso dopo la suddetta petizione di principio che magari anche i fascisti di Forza Nuova e Casa Pound potrebbero sottoscrivere, a proposito non sono ancora stati sciolti, ci sono i non fatti. I non fatti sono quelli illustrati, neanche denunciati, che alla lunga denunciare stanca, dalle attiviste della Casa delle Donne, Lucha y Siesta. Simona Merata, Chiara Franceschini, Amy Battistoni, Milena Fanizza hanno tranquillamente elencato che: il piano triennale sul ruolo dell’educazione è manchevole, non c’è un piano strutturale che vada a prevenire il fenomeno nelle scuole e nei luoghi di formazione, anche presso le istituzioni relative ai tribunali e le forze dell’ordine. E che i soldi: dipende dove li spendi e come li spendi ché stanziare milioni e distribuirne solo 2% dice solo di neghittosità e ignavia. Se poi i denari destinati alla lotta contro la violenza sulle donne finiscono alla nazionale cantanti si è all’apoteosi. Lucha&Siesta per il prossimo anno promette una giornata di silenzio. Si eviterà la retorica di ministri e ministre che anno dopo anno ripetono a pappagallo lo stesso sciocco discorso. E sarà un silenzio, se effettivamente lo faranno, diverso. Diverso da quello di Draghi e di  Chance il Giardiniere.

Buona settimana e buona fortuna.


venerdì 5 novembre 2021

La politica si trasferisce a Cinecittà

Cinema a gogò questa settimana, passando da Totò truffa alla Dolce vita per finire con Lo chiamavano Trinità complice il compleanno di Monica Vitti e dalla superstar Draghi. Hanno fatto da sfondo il G20 di Roma e il Cop26 di Glasgow. E poi si parla del teatrino della politica.

Settimana ricca mi ci ficco. E per giunta tutta cinematografica. S’è cominciato con la copiatura sghimbescia di Totò Truffa, dove la parola chiave è truffa. Manco a dirlo. Chissà quanto ci sono costate quelle venti monetine coniate appositamente per finire nella fontana. E quanto ci sono costati i sommozzatori ingaggiati per recuperarle.   Visto il contesto il richiamo alla Dolce vita, per cinefili e giovani anziani, è stato inevitabile e di lì il passaggio alla commedia all’italiana ugualmente naturale. E questa è stata anche la settimana in cui la Ceciarelli Maria Luisa, più nota come la Vitti Monica, ha compiuto anni novanta. Quindi viva il cinema. Però qui la parte nobile della commedia finisce e si veleggia verso le gag dei cinepanettoni. Dove non si ride, ma si sghignazza. Il G20 partito in pompa magna si è avvitato alla fine in banali supercazzole dando ragione al bla-bla della Thumberg Greta e, guarda caso, anche al segretario generale delle Nazioni Unite Guterrez Antonio che se ne è andato con le sue «speranze disattese anche se non ancora sepolte». Tutto altro film hanno visto l’italico uomo della provvidenza e tutti gli altri che si sono sperticati in lodi per l’organizzazione. Cioè per aver reso ulteriormente caotico il traffico di Roma, a proposito non si parla più di buche, e per il fantastico accostamento dei vini alle pietanze. Il sottostante recita pizza e mandolino. Tranquilli, sarebbe capitato lo stesso a chiunque altro in qualsiasi parte del mondo. I venti big partiti da Roma si sono incontrati con altri ottanta a Glasgow per parlare delle stesse questioni. Per non essere da meno Boris Johnson ha citato James Bond, specificando che «dobbiamo salvare la terra». Bell’idea, ma un po’ vetusta; se ne parla da decenni. I Paesi con la pancia piena vogliono l’aria pulita e i ghiacciai belli spessi, quelli che fino a ieri soffrivano la fame vogliono semplicemente riempirsela dopo secoli di sfruttamento e dei ghiacciai se ne fregano. In fondo Venezia non è loro. La giusta mediazione sta nel porsi degli obiettivi, chissà se raggiungibili, in tempi indefiniti. Il che è un bel risultato. Se tanto cinema è stato preso ad esempio nella politica internazionale non poteva mancare qualcuno che la replicasse in quella italiana. E così il leghista che da del tu a Draghi per criticare il suo capitano tira in ballo Bud Spenser  e Meryl Streep pensando di aver partorito chissà quale vivida metafora salvo poi impallidire quando diventa di dominio pubblico e rimangiarsela.  Anche i migliori hanno amici di cui dovrebbero fare volentieri a meno. Comunque nessun problema: the show must go on.

Buona settimana e buona fortuna.

 


venerdì 30 luglio 2021

La riforma della giustizia.

Ridurre i tempi dei processi non deve ledere la legalità e la giustizia.  Si può fare in modo strutturale o con le forbici. Il fatto è che nè il Draghi Mario né la Cartabia Marta hanno mai messo piede in un tribunale.


Molto spesso le metafore spiegano più di dotti e voluminosi tomi. Magari quei tomi sui quali probabilmente la Cartabia Marta, attuale ministra della giustizia, ha consumato la sua vita. Nelle metafore sta il buon senso, nei tomi, che possono essere scritti da chiunque, questo talvolta latita. Se poi i tomoni li si legge acriticamente allora è ancora peggio. Un amico ha paragonato la giustizia italica alle autostrade italiche.  Non vi stupite, capirete. La richiesta delle Unione Europea è di ridurre la durata dei processi (ma non hanno citato, si sono dimenticati, la certezza della pena e la qualità delle leggi: quelle ad personam e sul legittimo impedimento, ad esempio) quindi l’hardweare del sistema. Ha detto il mio amico, ecco la metafora: « Se vuoi ridurre drasticamente i tempi di percorrenza tra Milano e Bologna, rispettando i limiti di velocità si hanno due possibilità: si aggiunge una o magari anche due corsie oppure si sposta il casello a Parma». Il camminatore sulle acque, il Draghi Mario e la Cartabia Marta sua ministra, nessuno dei due con esperienza di tribunali, hanno scelto la seconda ipotesi: spostare il casello più vicino al punto di partenza.  Le verità, palesi a magistrati, personale amministrativo, avvocati e, soprattutto, utenti, sono poche ed evidenti: mancano strutture, cioè, tribunali e anche personale. Se non si aumentano gli organici e si consente a magistrati di baloccarsi con la politica, Finocchiaro, Santapaola, Emiliano e molti altri, mantenendo il posto in pianta organica è ovvio che manchino magistrati e che i processi si allunghino. Se poi si chiudono i piccoli tribunali di provincia, fino al 2012, ultimo dato reperibile, in origine ne sono stati serrati 37 poi, considerando il tasso di mafiosità della zona, “solo” 31, tra cui quelli di Vigevano, Voghera, San  Remo, Bassano del Grappa, Urbino, Melfi, Sala Consilina e via dicendo. È evidente che in questo modo aumenta il carico di lavoro di quelli più grandi, intasandoli. Probabilmente questo lo capisce anche la casalinga di Voghera che purtroppo non sta né in Parlamento né al Governo. Occasione mancata. I corollari della riduzione dei giudici in appello, da tre a uno, mette dubbi sulla imparzialità e sottolinea la soggettività del giudizio, così come la non procedibilità fa venire l’orticaria. E chissà se è costituzionale. È come se un medico dicesse al paziente «O guarisci in due mesi o non ti curo più». Altra vivida metafora del mio amico. E dunque vi immaginate che il processo di appello per il ponte Morandi duri solo due o tre anni? Che dargli la possibilità di allungarsi con ragionevoli motivazioni suona più come una presa in giro che non ha una mediazione. In altre parole i grandi delinquenti, tipo i truffatori dello Stato e i corruttori di testimoni, la faranno franca e in galera finiranno, come al solito, i poveracci.

Buona settimana e buona fortuna.