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lunedì 16 dicembre 2013

Renzi e Letta: lotta continua. Berlusconi minaccia la rivoluzione.

Matteo e Gianni sono in lotta continua e cercano di primeggiare l'uno sull'altro a tutti i costi alzando continuamente la posta. Appena uno dice di voler fare una riforma quell’altro la spiattella sul tavolo del governo. E se alla fine tra i due litiganti fosse il paese a godere? Berlusconi dice che se lo arresteranno scoppierà la rivoluzione, ma non è vero.



Enrico guarda in basso, Matteo in alto si tengono le mani
in modo bizzarro, si vede che sono fatti l'uno per l'altro.
Tra Renzi e Letta s’è avviata una bella competizione: appena uno lancia sul tavolo l’idea di una riforma subito quell’altro si dà da fare per superarla, dire che la farà prima e meglio e addirittura metterla in cantiere. 
Sembra di vedere Paul Newman e Lonegan nel film La stangata mentre giocano a poker sul treno. Ognuno dei due è lestissimo a dire «piatto» (che nel gergo del pocker significa punto tutto quanto è nel piatto in questo momento) appena quell’altro accenna a rilanciare la puntata.

E così Matteo non fa in tempo a dire che vuol ragionare sui costi della politica e pensa alla montagna di soldi che i partiti ingurgitano che zac l'Enrico ti riunisce il consiglio dei ministri ed in un battibaleno presenta il decreto legge che abolisce il finanziamento ai partiti e lo fa approvare. Viene il sospetto che quel documento se lo tenesse nel cassetto da un bel po’ di mesi ma se non ci sono prove questa diventa una maldicenza gratuita. E magari Pierluigi Battista se ne adombra. Lungi quest’idea da qualsiasi benpensante. 

Oddio gli italiani alla decisione che i partiti si finanziassero da fonti non statali c’erano già arrivati vent’anni addietro, nel 1993 ma non è che ci sia sempre immediata corrispondenza tra quanto vuole il popolo e quanto fanno i suoi rappresentanti. E’ un po’ come la differenza che passa tra la giustizia e la legalità. Una cosa è giusta ma non legale e un’altra e legale ma non giusta. Così va il mondo. Almeno da queste parti.

Peraltro non è che il decreto legge proposto ed approvato dal governo sia proprio cristallino, qualche alea la lascia ma, come dicevano i vecchi, piuttosto che niente è meglio piuttosto.  Infatti l’abolizione vera e propria del  finanziamento scatterà solo nel 2017, quindi fra tre anni e a questa data ci si avvicinerà per gradi. E qui occhio alla penna perché tre anni sono lunghi, poi c’è da dire che quelli che poggiano i loro deretani sugli scranni del Parlamento non saranno intelligenti ma astuti come faine questo certo sì. E quindi il rischio che quello tessuto oggi venga disfatto domani non è poi così lontano. E quindi un’altra volta occhio alla penna anche perché Ugo Sposetti e i suoi consimili girano sempre nei paraggi. E sono pericolosetti.

Comunque è già bello constatare che appena il Renzi dichiara di avere in testa una riforma che quell’altro, il Letta, si butti a farla per togliere ogni vantaggio al primo. E allora ecco che subito Matteo rilancia: subito il taglio delle spese inutili, subito l’abolizione delle province, subito la nuova legge elettorale e subito la riduzione dei parlamentari, e subito il taglio delle tasse. E magari anche, perché no, subito la restituzione dei soldi già ricevuti dal partito. E poi chissà che altro. Certo che se tanto dà tanto il popolo potrebbe pure trovarsi a stropicciarsi le mani per la contentezza. Vuoi mai vedere che quei due nel tentativo di fregarsi l’un con l’altro si trovano inopinatamente a fare gli interessi del Paese? E’ sì perché a furia di rilanci in questa continua ed infinita campagna elettorale a due dove pure qualche cosa bisogna farla, magari ne escono, se non tutte, almeno una buona parte di quelle riforme che il ventennio berlusconiano un po’ ha promesso e mai ha realizzato. Che sia la volta buona in cui tra i due litiganti il terzo goda e questa volta il terzo sia il Paese?

In tutto questo il giovane Renzi ha pure trovato il tempo di fare un passaggio dal vecchio Napolitano per dirgli chiaro-chiaro che lui di tutori non ha bisogno. Il Presidente dal monito facile ha incassato e taciuto d’altra parte non si può sempre avere a che fare con uno stuoino alla Enrico Letta che dice sempre di sì e che è lì solo perché in gioventù è stato il compagno di giochi del figlio. Giocavano a subbuteo. Alta strategia.

Di Berlusconi si sente dire meno. Oramai sui giornali, a parte quelli di sua proprietà, occupa spazio da pagina otto in avanti e se non spara berlusconate sempre più roboanti nessuno se lo fila più. D’altra parte non serve al governo e dall’opposizione può fare proprio poco.  E Grillo è decisamente più divertente. L’ultima che ha scaricato suona più o meno così: «Se mi arrestano scopia la rivoluzione» E l’ha detto alla tv di Francia che da quelle parti di rivoluzione un po’ se ne intendono.Però tranquilli: non succederà nulla. 

Innanzi tutto l’idea di arrestarlo non gira nella testa di alcuno. E poi nessun direttore o direttrice di carcere lo vorrebbe tra i piedi, hanno già abbastanza problemi per conto loro senza volerli aggravare con un altro rompiscatole, invadente e presuntuoso. In secondo luogo ha talmente paura di finire al gabbio che senz’altro prima di entrare gli scappa un’altra uveite e comunque ha sottomano sia il numero di cellulare della Cancellieri e, se gli mancasse,  quello dei Ligresti. Quindi anche entrasse uscirebbe subito: un passaggio sulla porta girevole.  Ma ciò che impedirà la rivoluzione sarà ben altra e assai più importante questione. Quale? Un guardaroba non adeguato. 

Infatti più d’una tra le valchirie, amazzoni e pitonesse varie, compresa qualche falchetta dell'ultima ora ha dichiarato in privato e con una certa disperazione che: «Se scoppia la rivoluzione non ho niente da mettermi».

Eh, già fare la rivoluzione non è come dirlo, ci vogliono i vestiti giusti, gli abbinamenti giusti, le scarpe giuste, gli accessori giusti.  Una rivoluzione tacco venti non si può fare e le prove dalla sarta portano via un sacco di tempo. E poi camminare con gli anfibi è un’arte tutta nuova da imparare. Quindi, con buona pace di Berlusconi prima si sistemano i guardaroba e poi si può parlare di rivoluzione. Ma se tagliano i finanziamenti ai partiti il guardaroba queste come se lo rinnovano?



venerdì 31 maggio 2013

Il Pd, il finanziamento ai partiti e la cassa integrazione

Sugli stipendi dei dipendenti del Pd a fare un paio di conti si scopre che i conti non tornano. Ciò che manca non sono i denari ma la politica: quella che smuove le coscienze, riempie le sezioni e fa partecipare ai comizi. Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi, Andrea Costa, Filippo Turati hanno fatto politica senza i soldi dello Stato. Le casse di mutuo soccorso, le cooperative e le case del popolo sono sorte senza i denari dei contribuenti.

E così ieri (30 maggio), grazie al dottor Antonio Misiani, laureato in economia e commercio alla Bocconi come Mario Monti del resto, si è scoperto che il Pd, ma anche tutti gli altri partiti, sono alla canna del gas. 
Antonio Misiani, sorridente tesoriere Pd,
due legislature da deputato,
vitalizio garantito, non ha problemi
No, non per questioni di politica: ancora non si sono resi conto di quanto poco siano rispettati dagli elettori e a quanto pare non c'è proprio modo che lo capiscano, ma per banali e volgari e sordide questioni di quattrini. Che, di deafult, non sanno amministrare.
Di qui la domanda: ma se non sono capaci di amministrare i loro denari, che sono tanti in assoluto, ma tutto sommato pochini in relazione al bilancio dello Stato, come possono essere capaci di amministrare la cosa pubblica? Già, non sono capaci e i risultati si vedono.
Rimanendo sulla questione soldi, quelli che servono per pagare i dipendenti del Pd, si scoprono cosette interessanti. Così come le si scoprì quando la tenera Marina Sereni, vice presidente del Pd, raccontò in dettaglio del suo stipendio (1).

Il dottor Misiani, laureato in economia e commercio alla Bocconi come Mario Monti del resto, racconta che 13 milioni sono il fabbisogno per pagare 180 dipendenti.(2) E che quindi se verrà tolto il finanziamento ai partiti, per inciso quest'anno per il Pd si tratterà di 42 milioni di euro, si dovrà mettere mano alla cassa integrazione. Subito corre in suo aiuto il prode Ugo Sposetti (3), segretario amministrativo dei Ds: «si tratterà di mettere sul lastrico chi si occupa delle pulizie o di modesti lavori di segreteria o fattorini» dice. Roba da straziare il cuore anche al più duro dei capitalisti e degli speculatori. Siano essi immobiliari o finanziari.

Bene, si faccia qualche conto, tanto così, per non perderci la mano e per il gusto del non-sense. Se il costo company, come si direbbe in qualsiasi azienda di servizi, è di 13 milioni di euro per 180 dipendenti se ne ne evince che il costo medio per ogni dipendente, quindi rievocando il famoso pollo di Trilussa è di: 72.000 euro. Importo che trasformato in stipendio netto diventa di circa 36.000 euro netti anno. E per amor di maniacale precisione si aggiunga che si tratta di 2.800 euro netti mese per tredici mensilità. Tombola. 
Ché se questo è lo stipendio che il Pd paga a chi fa piccoli lavori amministrativi e le pulizie e il fattorinaggio è ovvio che la ditta, come la chiamava Bersani, non sta in piedi. Ma su questo non si avevano dubbi. È allora forse viene il sospetto che molti, moltissimi di quei 180 dipendenti abbiano stipendi che si aggireranno tra i 1.200/1.500 € mese e forse anche meno, che alcuni, magari pochi o addirittura pochissimi se la passino veramente grassa. I deputati del Pd chiamati a raccolta dal dottor Misiani, laureato in economia e commercio alla Bocconi come Mario Monti del resto, forse farebbero bene a farsi dire come sono inquadrati quei centoottanta: quanti dirigenti, quanti quadri quanti di primo, secondo, terzo e pure quarto livello ecc, e così pure la Cgil dovrebbe dare un'occhiatina a quei conti. Che se non lo fa il sindacato della Camusso forse converrebbe chiamare quelli dell'Ugl.

E poi volendo essere ancor più precisi c'è da domandarsi che fine fanno i 29 milioni di euro che mancano per arrivare ai famosi 42 milioni di euro di cui sopra. Ah, saperlo..
In un'azienda di servizi e un partito è assolutamente equiparabile (con buona pace dei farisei e degli scribi che da quelle parti circolano ad abundantiam) ad un'azienda di servizi, il bilancio di solito si ripartisce in 55% spese per il personale 30% spese di gestione (affitti, luce, gas, telefono, viaggi ecc) , 15% profit. Dato che il partito non deve fare profitti ecco che il Pd si trova ad avere un polmoncino di riserva di tutto rispetto. 

Certo che la politica costa come ogni tre per due racconta Piero Fassino e lui di costi della politica se ne intende visto che per anni con la moglie, signora Anna Maria Serafini, anch'essa deputata, ha avuto entrate familiari decisamente cospicue. Ma Andrea Costa e poi Filippo Turati crearono il partito socialista senza sovvenzioni dello Stato così come senza sovvenzioni dello Stato è nato il partito repubblicano in un'epoca in cui i deputati della sinistra venivano  bastonati dalla forza pubblica e poi sbattuti in galera solo per aver organizzato manifestazioni di popolo. Che erano dette sediziose,  E senza sovvenzioni dallo Stato è nata la Società Umanitaria a Milano nel 1893. Magari ripassare di tanto in tanto i libri di storia del movimento operaio ai dirigenti del Pd non farebbe male. Ma d'altra parte Piero Fassino è quello che che disse: « Grillo fondi un partito, prenda i voti e poi ne parliamo.» E Grillo ha seguito il consiglio e l'ha fatto. Anche lui senza finanziamenti statali.
La qual cosa, ovviamente, non cancella e neppure giustifica le incommensurabili belinate che il genovese sta mettendo in scena giorno dopo giorno. 

Si racconta che Riccardo Lombardi chiese a Pietro Nenni il permesso di ridurre la quota di stipendio da parlamentare che girava al partito per potersi curare e affrontare una delicata operazione chirurgica. Quando mai è accaduto un fatto simile ai parlamentari di Pds e poi Ds e quindi Pd che da qualche decennio scaldano senza costrutto gli scranni di Camera e Senato. Anzi i deputati residenti a Roma ed eletti in quel collegio percepivano (e magari accade ancora oggi) la diaria per trasferta. Che il tragitto da casa a Montecitorio o palazzo Madama dev'essere lungo e faticoso. E si devono fermare a mezza strada per rifocillarsi.

Quando la politica è cosa seria i fondi li trova facilmente. E smuove le coscienze e la gente frequenta le sezioni e partecipa ai comizi. E la politica non diventa cosa da miliardari. È quando la politica viene gestita da apparatiniki che iniziano con le pezze ai pantaloni e poi si fanno eleganti a poco a poco e quando finalmente se ne escono dal parlamento si portano appresso un premio di consolazione di centinaia di migliaia di euro che i conti non tornano. Come dovrebbe ben sapere il dottor Antonio Misiani, laureato alla Bocconi come Mario Monti del resto.
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martedì 5 marzo 2013

Rivalutare Sposetti. Ugo Sposetti

Chi l'avrebbe mai detto leggere sul Vicario Imperiale un pezzo in favore di Ugo Sposetti. Il più dalemiano dei dalemiani, il più vetero comunista del Pd. Quello che ha difeso oltre ogni ragionevole dubbio – e ragionevolezza – il finanziamento ai partiti e i costi della politica. Eppure oggi Ugo Sposetti piace.

Oramai nulla è più come prima. Il mondo sta decisamente andando alla rovescia. O comunque sta girovagando come uno che abbia bevuto un paio di Negroni di troppo. E chissà mai se ci sarà modo di rimetterlo sui piedi e farlo procedere come una volta . Tocca pure rivalutare Ugo Sposetti. In tutto questo bailamme. E farlo anche con piacere e con godimento. Quasi massimo. Il godimento.
Lunedì sera (04/03/013) durante la trasmissione Piazza Pulita, sul finale, è stata mandata in onda un'intervista con Ugo Sposetti. Fin qui nulla di speciale. Anche la scelta della location è stata di tutta tranquillità: una tradizionalissima piazzetta romana, di quelle piccole piccole che mettono gioia solo a guardarle, con un baretto e i tavoli in strada. Sposetti è impeccabile nel suo loden blu. Taglio di capelli comme il faut. Baffi,ormai canuti e ben curati, modello Stalin, come si usava nel '68. E come a lui piacciono tanto. Tutto normale.

Lo choc arriva fin da subito: un colpo diretto al fegato, si direbbe se si trattasse un incontro di pugilato.
Infatti l'intervista non inizia con la classica domanda ma con Sposetti che sembra parlare a sé stesso, quasi fosse sopra pensiero e il suo dire comincia con una mitragliata di domande decisamente non convenzionale e tanto meno ortodosse: « Io mi sono posto oramai da un anno e mezzo la domanda alla quale però non sono riuscito a rispondere. Ma se io oggi avessi vent'anni mi iscriverei al Pci e alla Cgil? Farei la scelta di lasciare il lavoro in ferrovia e di andare a svolgere il lavoro di funzionario di partito? Farei tutto quello che il Pci mi ha chiesto di fare e che ho fatto? E mi ha dato grandi soddisfazioni».

Sono domande da far tremare le vene nei polsi. Specialmente se a farsele è un signore, pardon compagno, come Ugo Sposetti che deve aver preso la prima tessera del partito direttamente (e idealmente) dalle mani di Иосиф Виссарионович Сталин. E' cirillico e sta per Iosif Vissarionovič Stalin. 
C'è un momento, brevissimo di pausa, poi Sposetti prosegue nel suo ragionamento e si dà anche una non-risposta. Che per uno come lui è molto più di una risposta:« Questo non lo so. La risposta non me la so dare». Un uppercut al mento. Ma non è ancora un ko.
Breve riflessione, sempre a voce alta, dell'ex tesoriere dei Ds: «Mentre noi avevamo una speranza e il Pci ci dava una speranza oggi vedo che questi coetanei quelli che hanno venti, ventidue o diciotto anni hanno trovato la speranza, almeno una parte di loro, nel Movimento 5 Stelle e io li rispetto» . Questo è un colpo al plesso solare. Ed è sentito. Le ginocchia si piegano.

Come l'arbitro che divide i due boxeur interviene la giornalista e chiede: «Se avesse 20 anni chi voterebbe Ugo Sposetti?».
Sposetti e il suo altro da sé sono vicinissimi la testa di uno è appoggiata sulla spalla dell'altro. I colpi nella corta distanza solo apparentemente sembrano più leggeri ma possono essere micidiali. Soprattutto se si indovina il giusto gancio.
La risposta di Sposetti arriva planando con la delicatezza di una farfalla che si posi su un fiore. Ma come si sa lo sbatter d'ali d'una farfalla in Australia può scatenare un tornado nel Nebraska.
Roma non è il Nebraska ma il tornado  , metaforicamente parlando,è il tornando. E il gancio che tira Sposetti è più di un tornado.
Ecco la risposta: «Questa è una domanda alla quale io ….perché sarei costretto a dire voterei Pd però so che potrebbe non essere così».
Il gancio è caricato. Il gancio è partito. È un colpo da knockdown. Da rimanere stesi.
Autentcio dire di Ugo Sposetti. Poche e sentite oltre che imbarazzate parole, dette da un signore, ops, compagno, che pare sia sempre stato ricco di certezze e con pochi dubbi sul dove abbia abitato e ora stia la vera verità politica. Un detto sintetico che forse vale e comunica più di un ricco trattato di sociologia. E magari anche di un talk show.
Ugo Sposetti sembra aver capito la situazione del paese. Sembra aver capito il perché del voto. Sembra aver capito cosa manca e soprattutto cosa bisogna dare. E fare. 
Ora se l'ha capito e l'ha accettato Ugo Sposetti che accettare questa verità è quasi più importante che capirla, come fanno gli altri, e i nomi sono i soliti, che già questa butta male, come fanno a non capirlo?

domenica 8 aprile 2012

L'ha capito anche Ugo Sposetti.

Accidenti, la situazione deve essere proprio chiara, evidente, lapalissiana: a prova di Sposetti.
Finalmente anche il compagno Ugo, quello con la pettinatura alla Casini e i baffi alla Stalin, ha capito che il popolo, per dirla con una sola parola, non tollera più che i partiti siano pieni di soldi e che i politici, a tutti i livelli guadagnino troppo. Mica ci voleva una laurea in economia presa alla Bocconi.
L'ha capito anche il trota, che notoriamente non è uno che brilli.
Comunque, ora che perfino Sposetti s'è messo sulla lunghezza d'onda del trota, forse si potrà dar corso, ed è ora, al risultato del referendum del 1993. Quello cioè di 19 anni fa quando la gente comune al 90% decise che i partiti non dovessero essere finanziati con soldi pubblici.
Dev'essere stato un duro colpo per Ughetto.
Chissà dove si è messo, e francamente non vogliamo neppure saperlo, tutte quelle belle cifre e statistiche e percentuali che con scioltezza snocciolava in tv quando chiedeva ancora più soldi per partiti ed onorevoli.
Sulla sincerità della sua conversione ci è sorta qualche perplessità quando ha dichiarato che ne parla tutti i giorni con D'Alema. Il vice-conte D'Alema.
Chissà come faranno a capirsi un ex proletario e un neo-aristocratico.dello Stato del Vaticano.
Perplessità che si sono ulteriormente rafforzate quando candidamente ha confessato che la motivazione che lo spinge non è l'adempimento alla volontà popolare ma, più prosaicamente, il timore che i partiti possano essere spazzati via. Cosa che peraltro non ci dispiacerebbe affatto.
L'imolese Andrea Costa nel 1881 fondò il Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna e con i suoi compagni lo mantenne in piedi senza ricevere un soldo dallo Stato Sabaudo che invece nel 1889 lo condannò a tre anni di carcere per “ribellione alla forza pubblica”. Certo i tempi sono cambiati. Adesso i politici in galera non ci vanno neppure quando rubano o sono conniventi con la mafia.
E' certo che alla Signora Sinistra piaceva di essere corteggiata da personaggi come Andrea Costa e magari ha qualche dubbio quando viene avvicinata da apparatiniki che vivono nell'empireo e che neppure riescono a capire la differenza che c'è tra incassare oltre 16.000 euro al mese nulla facendo e vivere da precari con soli 1.200.
Domande innocenti, fatte senza malizia. Naturalmente.
Magari il caro Sposetti incontrasse meno D'Alema, che ha i suoi interessi in barche e vigneti, e parlasse di più con i suoi ex colleghi delle ferrovie. Magari quelli che sono stati licenziati a causa della soppressione dei convogli notturni. Che erano un servizio e pure rendevano.
Sposetti, si svegli e torni alla vita reale. Lo capisca. Finalmente. Ce la può fare anche lei.

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5 aprile 2012 L'espresso - “Sposetti: qui ci mandano tutti a casa”

sabato 17 dicembre 2011

Ugo Sposetti ovvero dell'evidenza negata.

Ugo Sposetti: baffo aspirante Stalin, pettinatura simil Pierferdinando Casini.
Su questi due parametri contraddittori, che evidentemente gli appartengono, ha giocato, sconfitto, la partita per la difesa della “politica”. Dell' attuale politica.
Aveva come interlocutore Sergio Rizzo.
Ex ferroviere, ma lo ha fatto per pochi anni, solo sette, Sposetti si definisce funzionario politico, che già suona come un vago richiamo al pcuss(1).
Dal 1976 ad oggi ha avuto il tempo per ricoprire quasi tutti gli incarichi pubblico-politici possibili. E' stato segretario di federazione (pci), presidente e quindi vicepresidente di provincia, mentre parallelamente era presidente della Centro Merci spa, quindi senatore per due legislature (pci), membro della segreteria tecnica del Ministero delle Finanze mentre in contemporanea faceva anche il sindaco e il tesoriere dei ds (democratici di sinistra) incarico che ancora mantiene, poi viene nuovamente eletto per due volte, ma come deputato anche se nel 2008 gli è andata male, altrimenti sarebbe ancora sindaco. Par di capire che abbia una certa debolezza per i doppi incarichi.
E' probabilmente per questo motivo che si trova al 64° posto tra i deputati meno presenti in aula.
E per queste sue assenze non avrà notato i prezzi dei ristoranti parlamentari ma forse, in compenso avrà apprezzato quanto sia stato bello viaggiare gratis. Ehhbbè!
Un'altra sua passionaccia è rappresentata dal finanziamento pubblico ai partiti e ha la fissazione che la politica in Italia costi poco, anzi quasi nulla.

A Rizzo che gli fa domande precise e circostanziate (2) risponde in modo vago e accusa i giornali e “la campagna operata dai media” per gli 11 punti di fiducia in meno che gli italiani assegnano ai partiti politici. Roba da Berlusconi.
Non contento il baffo aspirante Stalin con un colpo di teatro sfodera un cartello, quasi come i leghisti del pomeriggio in senato, per fare leggere agli spettatori l'articolo 49 della costituzione che recita: “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”
E allora? Dov'è il problema?
A questo punto una precisazione: la politica, da polis, è una cosa mentre i malconci e deteriorati organismi che fino ad ora l'hanno gestita sono un'altra. Che poi è come dire che se si contesta il pasticcere nessuno si sogna di mettere in discussione il concetto di pasticceria. Che piace a tutti. Come la politica, anche se questa un po' meno del calcio.
Ora, uno che è stato alla scuola di partito delle Frattocchie (3) un paio di cosette di filosofia di base - cos'è struttura e cos'è sovrastruttura - le dovrebbe conoscere. Ma l'ex ferroviere, magari avesse continuato su quei binari, non arriva a destinazione.
Dopo un pò di sterile battibecco Sergio Rizzo piazza l'innocente domanda che suona così: “ nel 1996 il centrosinistra tutto ha avuto rimborsi per spese elettorali per 7milioni e 839 mila euro, nel 2008 per 18 milioni e 500 mila euro (a naso per uno che non sa contare si tratta di più del doppio). I rimborsi elettorali (quelli in relazione ai numeri dei voti) nel 1996 sono stati pari a 16 milioni 999 mila mentre nel 2008 sono saliti a 180 milioni (sempre per chi non sa contare si tratta di 10 volte di più). Cosa c'entra questo con la democrazia?
Nuovamente il baffo aspirante Stalin freme. C'è un momento di silenzio e poi, anziché dare risposta esce, fuor di cotenna, la domanda fulminante “come si forma la classe dirigente?”.
Già come si forma? Ma che c' entra?
Eh già, non c'entra. Nulla, non c'entra nulla.
Comunque, dato che ce l'abbiamo, questo è lo Sposetti pensiero: “bisogna fare uno sforzo per trovare delle sedi in cui si forma la classe dirigente: quindi migliorare l'università e la scuola, ma anche i partiti, ma anche i sindacati, ma anche le organizzazioni sindacali, ma anche le organizzazioni impreditoriali ma anche come si fa televisione, ma anche come si scrive un giornale” perché prosegue con voce chioccia “queste sono le domande di un cittadino che paga le tasse.”
Bellissimo, a parte il sacrificio del congiuntivo che, comunque è stato massacrato a sufficienza durante tutta la puntata. Ma oramai ci è abituato.
Tuttavia, ancora una volta, che c'azzecca? Nulla per l'appunto.
Evidentemente Ugo Sposetti lascia la parte migliore della sua testa sul pavimento del suo parrucchiere.

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(1) pcuss= partito comunista delle repubbliche socialiste sovietiche
(2) otto e mezzo del 15 dicembre 2011
(3) Scuola delle Frattocchie = dove (fino al 1991) in una villa, immersa nel verde dei Castelli Romani, c'era la sede della scuola dei dirigenti del Partito Comunista Italiano, l'Istituto di studi comunisti.