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mercoledì 2 gennaio 2013

Rita Levi-Montalcini: ci mancherà questa donna laica.



Una vita dedicata senz'altro alla scienza ma anche, e forse di più, alla voglia di essere persona tra le persone libera e indipendente. Senza schemi. Questo il più importante valore aggiunto che ci lascia in eredità.

Dire bene di Rita Levi-Montalcini è facile. Anche fin troppo.
Gli autori di “coccodrilli”, come con acidità vengono definiti i pezzi commemorativi, sono andati a nozze. Ed è stato un grondare ed un ripetere di cose note e risapute, anche un po' banali, scuseranno i signori dei grandi giornali e con quella dose di retorica che, purtroppo, in queste tristi occasioni a nessuno viene negata.
Che una scienziata sia determinata, vogliosa di progresso, instancabile, innamorata, magari anche ossessivamente, del proprio lavoro che peraltro considera una missione è ancor più che ovvio semplicemente scontato. Così come l'elenco delle onorificenze e dei titoli accademici dopo aver detto del Nobel risulta stucchevole. Il tutto sta nell'essere scienziata.
Ciò che al contrario non ci sta e non necessariamente rientra nel ruolo è la capacità di intendere la vita, gli atti politici e la relazione con la società con laicità. Da persona e basta.
Rita Levi-Montalcini ci è riuscita. È stata una donna libera e laica. E nella laicità risiede il più importante valore aggiunto che lascia come eredità ed esempio.
Ciò che più colpisce nella sua biografia è l'aver saputo tenere separati fatti e azioni dal banale senso comune e da ogni sclerotizzato riferimento ideologico. Talvolta anche contro il suo stesso interesse di bottega.
Come quando, dichiarò nel 2006 che «per conflitto di interesse» non avrebbe partecipato al voto su un emendamento leghista, di chi se no, che chiedeva di abolire e spostare alcuni stanziamenti pubblici dalla fondazione EBRI, da lei voluta al San Raffaele di don Verzè. Che poi s'è visto come era gestito.
Così come quando prese decisa posizione sulle responsabilità sociali degli scienziati o, negli anni settanta, fu attiva nel  Movimento di Liberazione Femminile per la regolamentazione dell'aborto e anche nel voler dare alle donne d'Africa una ulteriore opportunità di studio e quindi anche di emancipazione. E per le donne molto si è spesa.
Come quando si dichiarò favorevole alla liberalizzazione delle droghe pur ritenendo che l'uso di quelle leggere possa favorire il consumo di quelle più pesanti. O ancora quando lei -che scrisse nella sua autobiografia: « Per la religione invece mi ero trovata in imbarazzo la prima volta che mi era stata rivolta la domanda, perché sull'argomento avevo idee vaghe. Ero ebrea, israelita o che diavolo altro? » e che si professò atea  «Non so cosa si intenda per credere in Dio» - donò parte del denaro avuto dal premio Nobel per la costruzione della nuova sinagoga romana.
E a chi con stupidità ancor più che rozzezza, magari per vantare un quarto d'ora di indegna notorietà, ironizzava sulla sua età e sulla necessità di dotarla di stampelle rispose pubblicamente che «Nel pieno possesso delle mie capacità mentali e fisiche continuo la mia attività scientifica e sociale del tutto indifferente agli ignobili attacchi di alcuni settori del Parlamento italiano». Che in Parlamento ci si aspetterebbe di veder ben altro che squallidi atti e tristi figuri.
Non a caso la sua autobiografia porta come titolo “L'elogio della imperfezione”. Non è da tutti raccontare dei propri insuccessi e delle proprie frustrazioni. Gli errori vanno capiti, studiati, ammessi e magari anche risolti. Non è da tutti.
Grazie “Piccola signora dalla volontà indomita e dal piglio di principessa”, Come di lei scrisse Primo Levi.

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