Ciò che possiamo licenziare

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martedì 5 agosto 2014

L'imm(p)unità val bene l'indennità.

I senatori attuali hanno avuto il sussulto di dignità chiesto da Casini Pierferdinando ed hanno barattato l'imm(p)unità con l'indennità. Tanto nel prossimo Senato loro non ci saranno. La Cattaneo dice che è umiliante «non lavorare troppo senza alcuna retribuzione.» De gustibus.


E così il governo di Renzi Matteo ha portato a casa, come si usa dire con orrido neologismo plebeo quanto basta, un altro pezzo della riforma del Senato.  Un Senato di nominati, tutta gente di peso da Scilipoti a Gasparri a Razzi, giusto per citarne solo tre che la lista sarebbe fin troppo lunga, ha deciso che i prossimi suoi membri godranno del privilegio di non poter essere intercettati o inquisiti o arrestati dai magistrati. Questo per equità con i colleghi del Camera che di questo privilegio godono e taluni pure ne approfittano. In verità se si voleva essere equi si sarebbe potuto adire ad un altro passaggio, questo sì salutato con grida di giubilo da parte dell'italico, rassegnato, popolo: togliere la vetusta guarentigia anche ai signori deputati. E allora sì che ci sarebbe da ridere e magari la giustizia correrebbe più spedita. Ma così girano le cose, oltre che le scatole,  dello stimato stivale.

Tra quelli che si sono spesi con più foga nel dibattito non si può non menzionare un politico di extralungo corso come Pierferdinando Casini che con fare accorato ha chiesto ai suoi colleghi senatori «un sussulto di dignità.» per abolire l'imm(p)unità, penseranno i più. Sbagliato. È tutto il contrario. Il bel Casini, come lo definiva Francesco Cossiga qui sui due piedi nominato dadaista ad honorem con decreto postumo, ha esortato i suoi colleghi a non piegarsi alla demagogia. Con la faccia serena e la voce rotta dall'emozione, che di solito mostrano gli uomini scevri da ogni malizia, il Pierferdinando ha declamato: «L'immunità non è un privilegio della casta, è una garanzia.» Fatto di per sé già noto. Infatti si sa che l'imm(p)unità parlamentare è stata spesso garanzia per i malfattori e i grassatori che si son trovati a porre le poco nobili terga sugli scranni parlamentari. Poi, non contento il Pierferdinando ha aggiunto: « Io sono una persona per bene e così tanti in parlamento ....» Ha detto «tanti» che dir tutti deve essere sembrato esagerato anche a lui. Infatti, ed è questo che il Pierferdinando non vuol capire: l'abolizione di quello che molti politici degli ultimi trenta anni hanno fatto diventare un retrivo privilegio non riguarda lui e neanche i tanti come lui ma gli altri. Quegli altri che per bene non sono. Ma che pure lì stanno. E anche qui farne l'elenco sarebbe fatica troppo lunga.

Che poi i nuovi senatori vengano scelti tra i consiglieri regionali che sono la categoria politica che più spesso, per qualità e quantità, è stata pescata con le mani nella marmellata non ha dato alcun pensiero al bravo Pierferdinando. E si afferma questo senza alcun desiderio di fomentar casini.
In cambio di questa allegra guarentigia qualcosa doveva essere pure lasciata nel piatto e s'è deciso che quelli che siederanno nel nuovo Senato non avranno indennità. Bene. Anche perché uno stipendio o indennità i consiglieri regionali già ce l'hanno e neanche troppo modesta, pure se qualcuno ha sentito la necessità di mettere in nota spese mutande e champagne. Peraltro i consiglieri regionali godono anche del privilegio di riprendersi i denari versati come contributi, fatto negato ai comuni mortali, che se fosse loro possibile, alla gestione separata dell'Inps resterebbero solo gli occhi pr piangere. E forse neanche quelli.

Gli unici che però ci rimetteranno in questo nuovo Senato sono i recenti senatori a vita che oltre a perdere i denari e per alcuni di loro non sarà certo un problema, saranno senatori a tempo determinato: non più di sette anni e per una volta sola. E meno male dato che, Renzo Piano a parte, di Eugenio Montale e di Rita levi Montalcini in giro non se ne vedono tanti. E il commento della Cattaneo Elena ne è testimonianza: «Chiedere a colleghi italiani che partecipano a disegnare l'eccellenza nel mondo di sedere qui per non lavorare troppo e per non essere retribuiti è umiliante.» Dove l'umiliazione sta nel mettere insieme il non lavorare troppo con la non retribuzione. Che se invece il non lavorare troppo si coniugasse con un ricco stipendio tutto sarebbe a posto. De gustibus.


Comunque evviva, il nuovo Senato di nominati dai partiti e dalle loro correnti ha fatto un altro passo in avanti e i senatori pensano di andare in vacanza con un giorno d'anticipo, magari già giovedì 7 agosto. Si vedrà poi se ci sarà un referendum confermativo per il nuovo Senato. Se così fosse si potrà aprire l'hastag #Renzistaisereno. Porta bene a chi lo scrive, ma non tanto al nominato. Come Renzi Matteo sa bene.

mercoledì 2 gennaio 2013

Rita Levi-Montalcini: ci mancherà questa donna laica.



Una vita dedicata senz'altro alla scienza ma anche, e forse di più, alla voglia di essere persona tra le persone libera e indipendente. Senza schemi. Questo il più importante valore aggiunto che ci lascia in eredità.

Dire bene di Rita Levi-Montalcini è facile. Anche fin troppo.
Gli autori di “coccodrilli”, come con acidità vengono definiti i pezzi commemorativi, sono andati a nozze. Ed è stato un grondare ed un ripetere di cose note e risapute, anche un po' banali, scuseranno i signori dei grandi giornali e con quella dose di retorica che, purtroppo, in queste tristi occasioni a nessuno viene negata.
Che una scienziata sia determinata, vogliosa di progresso, instancabile, innamorata, magari anche ossessivamente, del proprio lavoro che peraltro considera una missione è ancor più che ovvio semplicemente scontato. Così come l'elenco delle onorificenze e dei titoli accademici dopo aver detto del Nobel risulta stucchevole. Il tutto sta nell'essere scienziata.
Ciò che al contrario non ci sta e non necessariamente rientra nel ruolo è la capacità di intendere la vita, gli atti politici e la relazione con la società con laicità. Da persona e basta.
Rita Levi-Montalcini ci è riuscita. È stata una donna libera e laica. E nella laicità risiede il più importante valore aggiunto che lascia come eredità ed esempio.
Ciò che più colpisce nella sua biografia è l'aver saputo tenere separati fatti e azioni dal banale senso comune e da ogni sclerotizzato riferimento ideologico. Talvolta anche contro il suo stesso interesse di bottega.
Come quando, dichiarò nel 2006 che «per conflitto di interesse» non avrebbe partecipato al voto su un emendamento leghista, di chi se no, che chiedeva di abolire e spostare alcuni stanziamenti pubblici dalla fondazione EBRI, da lei voluta al San Raffaele di don Verzè. Che poi s'è visto come era gestito.
Così come quando prese decisa posizione sulle responsabilità sociali degli scienziati o, negli anni settanta, fu attiva nel  Movimento di Liberazione Femminile per la regolamentazione dell'aborto e anche nel voler dare alle donne d'Africa una ulteriore opportunità di studio e quindi anche di emancipazione. E per le donne molto si è spesa.
Come quando si dichiarò favorevole alla liberalizzazione delle droghe pur ritenendo che l'uso di quelle leggere possa favorire il consumo di quelle più pesanti. O ancora quando lei -che scrisse nella sua autobiografia: « Per la religione invece mi ero trovata in imbarazzo la prima volta che mi era stata rivolta la domanda, perché sull'argomento avevo idee vaghe. Ero ebrea, israelita o che diavolo altro? » e che si professò atea  «Non so cosa si intenda per credere in Dio» - donò parte del denaro avuto dal premio Nobel per la costruzione della nuova sinagoga romana.
E a chi con stupidità ancor più che rozzezza, magari per vantare un quarto d'ora di indegna notorietà, ironizzava sulla sua età e sulla necessità di dotarla di stampelle rispose pubblicamente che «Nel pieno possesso delle mie capacità mentali e fisiche continuo la mia attività scientifica e sociale del tutto indifferente agli ignobili attacchi di alcuni settori del Parlamento italiano». Che in Parlamento ci si aspetterebbe di veder ben altro che squallidi atti e tristi figuri.
Non a caso la sua autobiografia porta come titolo “L'elogio della imperfezione”. Non è da tutti raccontare dei propri insuccessi e delle proprie frustrazioni. Gli errori vanno capiti, studiati, ammessi e magari anche risolti. Non è da tutti.
Grazie “Piccola signora dalla volontà indomita e dal piglio di principessa”, Come di lei scrisse Primo Levi.