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venerdì 8 febbraio 2013

Ofir (israelita) e Malala (mussulmana) due ragazzine contro due integralismi.

I più pensano che tra giudaismo ed islamismo non ci siano punti di contatto, anzi che tutto li divida. Non è vero. Le due religioni hanno in comune il peggio: l'integralismo.

Ofir Ben-Shetreet, giovane israeliana non può cantare. Male. Malissimo. Anzi peccato.
Ofir ha una bella voce. Anzi una gran bella voce. Così bella che chi l'ha sentita si è spinto a definirla «angelica». Addirittura.
“Dio le ha dato un grande dono e tutti ne devono godere” sarebbe portato a dire qualcuno dotato di sentimento religioso. E invece no.
“Dio le ha dato qualcosa - dicono gli integralisti - che non deve usare e di cui gli altri tutti non possono beneficiare”. Che oggettivamente è un controsenso e a ben vedere pure un tantinello blasfemo.
Ofir non può cantare in pubblico, specialmente davanti a uomini perché è donna, anche se ha solo diciassette anni. Questo è vietato. Così pensano anche i rabbini che dirigono la sua scuola. E poiché in Israele, come in ogni altra parte del mondo Italia inclusa, l'ortodossia è sacra e non si ferma neppure davanti al ridicolo, ecco arrivare la punizione. Esemplare, come giusto che sia: l'hanno sospesa per due settimane dalle lezioni. Che attenzione non è una pena da poco, perché significa l'esclusione dalla comunità e la messa all'indice. E la cosa non è bella specialmente se si vive, come Ofir vive, in un piccolo villaggio religioso.
Una volta, ai tempi di Miriam e di Davide, giusto per dirne due, c'era molta più libertà di canto e di espressione di quanto i rabbini ortodossi non ne prevedano oggi.

Nell'Esodo (XV-20) si racconta che Miriam, sorella di Aronne, non solo cantò (scandalo, oggi) ma pure danzò (doppio scandalo, sempre oggi) e lo fece incitando anche tutte le altre donne a farlo. Davanti a tutti. Svenimenti a ripetizione tra il clero giudaico. Così come nel secondo libro di Samuele (VI-14,15) si racconta delle sfrenate danze di Davide che “saltava di tutta forza e con grida d'allegrezza” Orrore. Doppio orrore. Si dirà , a discolpa, che Miriam era una profetessa e Davide era pure un re oltre, naturalmente, ad essere maschio mentre Ofir, oggettivamente, non è nessuna delle tre cose: non è una profetessa, non è un re e tanto meno un uomo. Almeno ad oggi.
Si giustificherà Miriam perché cantava sulle rive del Rosso dopo aver salvato la pelle dall'esercito del faraone mentre la ragazzina si è esibita più semplicemente in uno studio televisivo, nella trasmissione XFactor. I tempi, ahinoi, sono quello che sono, e la tecnologia impazza. D'altra parte mica si può organizzare un esodo biblico con successiva quarantennale permanenza nel deserto ogni volta che una donna vuol cantare. 

Oltre a tutto Ofir era vestita quasi come una suora: gonna oltre al ginocchio, braccia coperte e vestito chiuso al collo. Le mancava giusto il velo in testa. Ma, se l'avesse avuto, sarebbe stata scambiata per una mussulmana. E mussulmana è invece Malala Yousafzai che ha avuto l'insano desiderio di voler studiare e di farsi una cultura in quel del Pakistan. Anche lì gli integralisti si sono opposti. E poiché Malala sembra un tipino tosto, capace di organizzare un movimento di massa e che magari studiare è più pericoloso che cantare questi hanno pensato bene di andare per le spicce e le hanno sparato. Certo c'è una grande differenza tra le due reazioni, pure se a Gerusalemme e dintorni quando gli ultraortodossi haredim si mobilitano non c'è da stare allegri. In quanto a violenza anche loro hanno qualcosa da dire. Il fatto è che il principio risulta sempre lo stesso: l'ottusa applicazione di una cattiva lettura dei testi detti sacri. Come se il contenuto di quei libri non fosse antropologicamente funzionale al contesto storico e culturale del momento in cui fu scritto. E che con questa lente vadano letti perché da allora di tempo ne è passato parecchio. Perché pensare di rendere pratiche certe metafore è assai pericoloso. E poi, molte cose sono cambiate. Per esempio si sono inventate le forchette e i rotoli di carta hanno cambiato di funzione.

Ofir e Malala non sono solo due fenomeni di contestazione all'integralismo, malattia senile di ogni religione e ai suoi acidi sistemi di gestione, quanto due importanti risorse per la crescita sia dei loro paesi sia, parrà strano, anche per le loro due religioni.
Nessuna delle due ragazze contesta i rispettivi libri sacri ed i principi fondamentali in essi scritti. Tuttavia danno la dimostrazione di volerne fornire una lettura più aggiornata, magari più moderna, addirittura più laica. Il moderato rabbino Aaron Leibowitz parlando di Ofir ha dichiarato che questa è:«la voce di una generazione che sta cambiando. Non ha rinunciato alla religione, sta cercando la sua strada attraverso le definizioni classiche di giudaismo». Allo stesso concetto si può accomunare Malala, basta sostituire l'ultima parola: islamismo a giudaismo.
E per gli amanti delle belle voci e della cultura questo non può essere che un bene.
E anche per la laicità. Naturalmente.

mercoledì 2 gennaio 2013

Rita Levi-Montalcini: ci mancherà questa donna laica.



Una vita dedicata senz'altro alla scienza ma anche, e forse di più, alla voglia di essere persona tra le persone libera e indipendente. Senza schemi. Questo il più importante valore aggiunto che ci lascia in eredità.

Dire bene di Rita Levi-Montalcini è facile. Anche fin troppo.
Gli autori di “coccodrilli”, come con acidità vengono definiti i pezzi commemorativi, sono andati a nozze. Ed è stato un grondare ed un ripetere di cose note e risapute, anche un po' banali, scuseranno i signori dei grandi giornali e con quella dose di retorica che, purtroppo, in queste tristi occasioni a nessuno viene negata.
Che una scienziata sia determinata, vogliosa di progresso, instancabile, innamorata, magari anche ossessivamente, del proprio lavoro che peraltro considera una missione è ancor più che ovvio semplicemente scontato. Così come l'elenco delle onorificenze e dei titoli accademici dopo aver detto del Nobel risulta stucchevole. Il tutto sta nell'essere scienziata.
Ciò che al contrario non ci sta e non necessariamente rientra nel ruolo è la capacità di intendere la vita, gli atti politici e la relazione con la società con laicità. Da persona e basta.
Rita Levi-Montalcini ci è riuscita. È stata una donna libera e laica. E nella laicità risiede il più importante valore aggiunto che lascia come eredità ed esempio.
Ciò che più colpisce nella sua biografia è l'aver saputo tenere separati fatti e azioni dal banale senso comune e da ogni sclerotizzato riferimento ideologico. Talvolta anche contro il suo stesso interesse di bottega.
Come quando, dichiarò nel 2006 che «per conflitto di interesse» non avrebbe partecipato al voto su un emendamento leghista, di chi se no, che chiedeva di abolire e spostare alcuni stanziamenti pubblici dalla fondazione EBRI, da lei voluta al San Raffaele di don Verzè. Che poi s'è visto come era gestito.
Così come quando prese decisa posizione sulle responsabilità sociali degli scienziati o, negli anni settanta, fu attiva nel  Movimento di Liberazione Femminile per la regolamentazione dell'aborto e anche nel voler dare alle donne d'Africa una ulteriore opportunità di studio e quindi anche di emancipazione. E per le donne molto si è spesa.
Come quando si dichiarò favorevole alla liberalizzazione delle droghe pur ritenendo che l'uso di quelle leggere possa favorire il consumo di quelle più pesanti. O ancora quando lei -che scrisse nella sua autobiografia: « Per la religione invece mi ero trovata in imbarazzo la prima volta che mi era stata rivolta la domanda, perché sull'argomento avevo idee vaghe. Ero ebrea, israelita o che diavolo altro? » e che si professò atea  «Non so cosa si intenda per credere in Dio» - donò parte del denaro avuto dal premio Nobel per la costruzione della nuova sinagoga romana.
E a chi con stupidità ancor più che rozzezza, magari per vantare un quarto d'ora di indegna notorietà, ironizzava sulla sua età e sulla necessità di dotarla di stampelle rispose pubblicamente che «Nel pieno possesso delle mie capacità mentali e fisiche continuo la mia attività scientifica e sociale del tutto indifferente agli ignobili attacchi di alcuni settori del Parlamento italiano». Che in Parlamento ci si aspetterebbe di veder ben altro che squallidi atti e tristi figuri.
Non a caso la sua autobiografia porta come titolo “L'elogio della imperfezione”. Non è da tutti raccontare dei propri insuccessi e delle proprie frustrazioni. Gli errori vanno capiti, studiati, ammessi e magari anche risolti. Non è da tutti.
Grazie “Piccola signora dalla volontà indomita e dal piglio di principessa”, Come di lei scrisse Primo Levi.