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lunedì 1 luglio 2013

Ma quanti bei partiti madama Doré. Ma quanti bei partiti.

Gli italiani hanno sempre amato i partiti e ne hanno sempre voluti e avuti tanti. Sarà perché gli è sempre rimasta appiccicata addosso la voglia dei Comuni o perché averne a disposizione un ampio numero gli dà la sensazione di essere liberi nella scelta. Un po' come succede in gelateria: più gusti ci sono più ci si sente felici anche se poi alla fine si scelgono sempre i soliti due.

La prima repubblica è stata prodiga di partiti, si è riusciti ad averne in Parlamento anche tredici, contando i tre partiti autonomisti, i due monarchici e i quattro di matrice socialista con due che stavano sempre all'opposizione (Pci e Psiup) uno ci stava a fasi alterne (Psi) e un altro che era in pianta stabile al governo anche quando perdeva le elezioni (Psdi). L'unico vantaggio era che già dal nome si capiva grosso modo l'ideologia e quello che avevano intenzione di fare.
L'avvento della seconda repubblica avrebbe dovuto far piazza pulita delle vecchie ideologie (chissà poi perché) è rendere tutto più snello (che a riuscirci non sarebbe stato male). Il fatto è che gli schieramenti sono rimasti due, come prima peraltro, mentre il numero dei partiti è raddoppiato. Uniche innovazioni di rilievo sono stati i nomi cambiati a ripetizione e l'idea di partito: da territoriale a liquido, qualche signora ha proposto anche quello di plastica in attesa di quello al silicone, a poi ultimo nato quello della rete. Per il resto confusione piena. Anzi, andando per parafrasi, si può dire che la confusione regna sotto il cielo ma la situazione non è affatto eccellente.

Non c'è un partito che sia in salute ed abbia idee chiare. E questo se in potenza è un buon segno, ché la loro implosione potrebbe lasciar spazio al nuovo, che pure non si vede, dall'altro li spinge all'arrocco. E questo non è bello.
Il Pd è arrivato primo alle elezione ma non le ha vinte. Il fatto ha comportato le dimissioni del vecchio segretario e la nomina di un facente funzioni che deve indire il congresso. Parrebbe semplice ma così non è. I dubbi che agitavano il principe di Danimarca sono bazzecole al confronto con quelli che scuotono il Pd. O meglio i suoi maggiorenti. Che poi di questi e della loro collocazione futura, purtroppo, si sta trattando. Il segretario dev'essere anche il leader di coalizione? Se l'ultima volta il segretario è stato eletto dal partito mentre il leader di coalizione, forzando lo statuto, è uscito da primarie aperte a doppio turno questa volta come deve andare? E le primarie quando vanno fatte? Prima, durante o dopo il congresso? E poi a quando il congresso? Il segretario non eletto Guglielmo Epifani, che pare nutra ambizioni non ancora espresse, traccheggia perché «Voglio tenere le feste dell'Unità al riparo dalle tensioni.» Come se dire che si litigherà più tardi metta i contendenti tranquilli. Beata innocenza. Al confronto Biancaneve sembra una smaliziata intrigante. E giusto per non perdere il vizio, il gioco degli organigrammi è in pieno svolgimento. La lezione della ultima tornata nazionale evidentemente non è bastata.

Il Pdl invece una cosa l'ha chiara ovvero chi è il capo, almeno di facciata, anche se poi questo deve quotidianamente fare i conti con i capi bastone sparsi qua e là che se gli mancano anche pochi voti va sotto.. Comunque tra avere una leadership di facciata o non averla è meglio averla. Che già è un passo avanti. Ciò nonostante fischiano i venti di tempesta tra falchi e colombe, dove i falchi sono scommettitori compulsivi e le colombe giocatori metodici e di mediazione. Anche qui la poltrona ha un peso non indifferente nonostante l'abilità di Berlusconi nel saper accontentare quasi tutti con titoli che alla resa dei conti sono più onorifici che di sostanza. E qualcuno se ne è accorto. Quando il futuro è incerto non c'è di meglio che rifuggiarsi nella tradizione e quindi ritornare allo spirito degli albori. Lo dicevano anche quelli di Salò, che volevano tornare allo spirito del '20 che, guarda caso, assomiglia nella forma e nei simboli all'idea di Forza Italia 2.0. Ci fosse assonanza anche nel risultato non ci sarebbe da piangere. Ciò che è certo è che chi ha capito in cosa esattamente si differenzi la nuova FI 2.0 dal vecchio Pdl custodisce il segreto gelosamente.

Sotto gli occhi di tutti, invece, è lo sgocciolamento continuo che affligge il Movimento 5 Stelle. L'obiettivo era di ottenere un piazzamento onorevole e si è trovato a vincere anzi a stravincere. Tanto da essere, almeno nella teoria, l'ago della bilancia. Tutto sembrava molto chiaro sia per i comportamenti da tenersi all'interno del gruppo sia quello verso gli altri partiti ma evidentemente non era così. Da un lato Grillo e Casaleggio, forse colti in contropiede, non hanno avuto la flessibilità di adattarsi al cambio di situazione. Avrebbero potuto sparigliare i giochi assumendosi tutti i meriti e lasciando agli altri il cerino in mano. Perché è ovvio che se avessero offerto un appoggio esterno e sui singoli punti a Bersani/Gargamella nel Pd si sarebbe replicata anzi anticipata la tragicommedia, poi andata in scena, di “Prodi presidente”. Ma tant'è. Essere tetragoni è più facile che essere plastici. Stupisce il fatto che chi è abituato a cogliere gli umori del pubblico ed a cambiare registro in un fiat quando è sul palcoscenico non abbia colto l'opportunità. Sarà stata la stanchezza che subentra dopo la vittoria. Dall'altro, il versante interno, lasciano interdetti le improvvise critiche e gli abbandoni volontari. Non avevano capito chi era il leader del loro movimento e quali i sui convincimenti? Comodo paragonarlo prima ad un megafono e poi a un dittatore. Anche se ora con il M5S che assomiglia sempre più ad un rubinetto sgocciolante lo costringeranno a fare l'idraulico. Che vedere quello che si è presentato come il nuovo che assomiglia sempre di più al vecchio certo non solleva il morale.

Scelta civica o, come ricorda con amarezza un suo dirigente sotto lo pseudonimo di Civicus (1), Sciolta Civica si sta, per l'appunto, sciogliendo. L'Udc, alleato mai amato che aveva steso tappeti rossi per Mario Monti se ne va, ed è probabile che si porti via una bella fetta di voti. Casini Pierferdinando sa come si fa politica. Futuro e Libertà è ridotto ad un niente e in Parlamento può contare solo sull'ex radicale Benedetto Della Vedova. Sempre che rimanga attaccato alla bandiera. Italia Futura, il gruppo di Montezzemolo, non ha ancora deciso quel che vuol fare da grande. Ammesso che ci arrivi a raggiungere la maggiore età. E in tutto questo bel guazzabuglio Mario Monti se ne va in giro a piagnucolare. Fare il professore e dare bacchettare avendo tutto il potere sugli studenti nel chiuso di un'aula d'esami è facile, altro è correre rischi e prendersi responsabilità e gestire squaletti la cui vita non dipende da un diciotto o da un trenta. E qui s'è visto che il prof. non c'è proprio. Peraltro il professor Mario Monti, già nominato senatore è ritornato in Bocconi, si goda le due poltrone e stia attento a non farsi sottrarre la seconda che oramai la prima ce l'ha a vita. Stipendio incluso.

Niki Vendola con Sel non sta facendo granché e la fa da spettatore stretto com'è da un lato dal Pd e dall'altro dal M5S. In giro non si vedono tanti vasi di ferro ma il suo senz'altro è di coccio.
Rimane la Lega con il duo Bossi-Maroni che assomigliano sempre di più alle comari che la compagnia dei Legnanesi porta in giro da decenni (2). la prima volta sono divertenti e poi son sempre uguali.
Di questi giorni è anche il tentativo di Di Pietro di ritornare sulla scena. Anche lui con lo spirito degli inizi. Ma dopo gli inizi ci sono state le donazioni, il podere e la Gabanelli. Perché non mettersi un po' quieti.

Ma quanti bei partiti.
Magari ora gli italiani potrebbero cominciare a pensare che la libertà non passa attraverso la quantità dei prodotti da scegliere, come in gelateria, ma dalla capacità di determinarne gli ingredienti.

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(1) I quattro mesi terribili ed un addio al veleno – Civicus – Corriere della Sera 22 giugno 2013

venerdì 1 marzo 2013

Risultati elezioni: D'Alema, l'antipolitica e il Movimento 5 Stelle

Ennesima intervista di Massimo D'Alema al Corriere della Sera. Ripresenta come sue le linee guida  del Movimento 5 Stelle. S'è dimenticato cos'è l'antipolitica. Ora ne sembra, nei fatti, un estimatore. E poi frasi fatte e banalità a gogò. Che se avesse fatto la scissione starebbe ai giardinetti con Fini e Marini.

A urne chiuse e a risultati oramai conclamati non poteva mancare l'opinione di Massimo D'Alema.
D'Alema sbuffa. Sapesse gli italiani
Ovviamente è arrivata, puntuale ma indesiderata ospite, neanche fosse l'esattore delle tasse, la solita intervista al Corriere della Sera (28/02/013). Quando tocca, tocca.
Se non ci fosse stata quasi nessuno l'avrebbe notato ma tant'è. Ormai è una ricorrenza quasi istituzionale a cui non ci si può sottrarre, come la festa del papà o quella dei nonni.
In fondo in Italia un caffè e una intervista non si nega a nessuno. Figurarsi a uno che su tutto ha un'opinione. Di solito sbagliata. Più spesso irrilevante. O nella migliore delle ipotesi contraddittoria con quanto affermato in precedenza.
Questa volta, a proposito del risultato elettorale ha raccontato all'ottima Maria Teresa Meli, che «Non posso dire di essere tra quelli che sono stati presi di sorpresa». Complimenti. Allora, perché, già che lo sapeva, non ha informato anche quelli del Pd?
E sulla performance grillina: «Ha colpito fortemente noi più per angoscia sociale nel mezzogiorno e per protesta contro la politica tradizionale nel resto del Paese». Lui, il D'Alema, non rientra nella politica tradizionale del Paese. È ovvio. Probabilmente è uno di quelli che sta oltre. Che se oltre ci andasse per davvero sarebbe un sollievo. E quindi?

 Presidentata griderebbe Giulia Sofia, l'amica di Crozza: «Che al centrodestra e al M5S vadano le presidenze delle due assemblee parlamentari». Come poi se l'accettazione dei due del gentile cadeau gli ponesse degli obblighi effettivi. Che anche ammesso e non concesso e poi? 
Non è che il novello agricoltore, possiede una tenuta in Umbria, pensa che così gli venga spianata la via per il Quirinale? Che pare quella di Presidente della repubblica sia la sua ultima ambizione. Anche perché è uno dei pochi posti dove non abbia ancora fatto danno. Grazia che si spera venga confermata alla povera Italia che di guai ne ha abbastanza.
Già ma alla fine, che fin qui siamo arrivati a mezza intervista e ancora non è stato detto granché, c'è qualche proposta? Ma certamente. Per bacco baccone, come direbbe il professor Occultis, l'amico di Blek Macigno,

Meglio delle mani non sarebbe meglio mordersi la lingua
I passaggi fondamentali sono: «Ognuno deve assumersi le proprie responsabilità senza ammucchiate e senza pasticci», evvabbè. Immediatamente doppiato da un «Il sistema politico-democratico è chiamato ad una prova cruciale: (e qui l'italiano lascia a desiderare, ma pazienza ndr) se è in grado o meno di fare le riforme che tante volte ha annunciato e che sin qui non è stato capace di fare». Bello. Bellissimo. Domanda dov'è stato negli ultimi vent'anni Massimo D'Alema, due volte presidente del consiglio, nonché ministro, nonché presidente del partito nonché lider massimo? Risposta: a pesca di tonni. Giusto, no?

E allora? Domanda la Meli, che probabilmente s'è resa conto che sta a perder tempo.
 D'Alema sostiene i temi dell'antipolitica.
Adesso. Chissà che ne pensa Grillo.
Risposta, epocale: «Dobbiamo dimezzare il numero dei parlamentari, ridurre quello degli eletti (quali eletti: i parlamentari? ndr), riformare radicalmente la struttura amministrativa del Paese, mettere mano ai costi della politica,combattere la corruzione, varare una seria legge (perché di solito le leggi non devono essere serie? ndr) sul conflitto d'interessi. Poi io sono anche dell'opinione che occorra una nuova legge elettorale». 
E un bel viva la mamma, no? Che poi questo è il programma del Movimento 5 Stelle. Con un piccolo dettaglio: Grillo era legittimato a gridarlo nelle piazze perché lui stava fuori dal palazzo e quando lo faceva veniva bollato come antipolitica. Non va dimenticato che D'Alema solo l'11 febbraio a Catanzaro sosteneva: «L'antipolitica, anche quando si manifesta a sinistra, ha un segno che è sempre profondamente di destra».
Tutto qui? Ovviamente no.
L'ex deputato aggiunge: «Bisogna aggredire il tema del debito (guarda caso quello che chiede l'Europa e dice la Merkel, ndr), facendo un'operazione sul patrimonio pubblico: valorizzazioni e dismissioni intelligenti (certo quelle cretine non funzionano per definizione ndr) quindi non quelle industriali.. E poi ciò che è fondamentale è imprimere una una svolta nel senso della crescita, del lavoro e della giustizia sociale» . Questo sì che ci mancava. Dettaglio: il D'Alema non dice come si imprime questa svolta. Ché siamo certi lo sappia ma non lo vuol dire perché è timido e non vuol fare la parte del primo della classe.Così l'intervista a parte un paio di altre frattaglie sui tecnocrati di Bruxelles finisce qui. Carta e fotocomposizione sprecati.


By tha way: il D'Alema intervistato, giusto per dare qualche coordinata, è lo stesso che pochi giorni addietro gongolando dei sondaggi, disse «Il mondo si tinge di rosso», giusto per tranquillizzare i moderati. È lo stesso che a suo tempo sostenne: «Sarebbe un grave errore non dialogare con Fini» e infatti FLI, da quel momento, si è squagliata giorno dopo giorno fino a raggiungere percentuali da prefisso telefonico.
È ancora lo stesso che da presidente del Copasir a proposito di Renzi e ne uscì con un minaccioso «Si farà male». E poi ritrattò, che questi vezzi berlusconiani li ha appresi in un fiat. E poi aggiunse, visto che le bischerate viaggiano almeno in coppia, quando non sono in comitiva, che in caso di vittoria alle primarie del giovane fiorentino sarebbe stato pronto ad una scissione. Che magari l'avesse fatta quella benedetta scissione. 
Oggi se ne starebbe ai giardinetti con Gianfranco Fini e Franco Marini a dar da mangiare ai piccioni. Ma i miracoli capitano solo nei film di Zavattini e di Frank Capra. Pazienza.