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giovedì 1 settembre 2016

Quello che ha capito Renzi e quello che non ha capito D’Alema.

Uguali in quasi tutto eccetto che nel rapporto con i libri. Renzi sa come fare scouting, d’altra parte viene dagli scout. Sa dividere il rischio con gli avversari. Il caso Vasco Errani. D’Alema invece vuol fare tutto da solo. La sua sembra una rentrée alla Artemio Altidori.

Massimo D'Alema e Matteo Renzi: padre e figlio
I due non si sono mai amati. Troppo simili per essersi reciprocamente simpatici. Gli uguali si  sa si respingono. Entrambi si credono diretta emanazione del cielo anche se non sono così allocchi da dichiararlo pubblicamente. Arroganti e spocchiosi oltre il giusto, hanno con la base lo stesso rapporto di tranquillo disprezzo: il D’Alema gli parla come se fosse composta da deficienti, diciamo, mentre l’altro la tratta come un sex toy. L’unico atteggiamento che li differenzia è il rapporto con il libri: feticistico per il post comunista da usarsi come fermaporte per il democristiano di nuovo conio. Adesso si scazzottano avendo come ring le feste del l’Unità nel bel mezzo di una situazione politica particolarmente complessa, quando mai è stata semplice?, Il fatto che frau Merkel si sia spostata due volte per venire in terra d’Italia e soprattutto incontrare il Matteo che senz’altro non è in cima alla sua classifica dei simpatici, sta lì a dimostrarlo. Referendum costituzionale, terremoto, pil, ripartenza dell’economia che non c’è, diminuzione dei disoccupati nonché contemporaneo calo degli occupati et similia bagatelle, tutte questioncine che si tengono tra di loro ben strette e sembrano (forse sono) tutt’uno, rappresentano il piatto forte dell’autunno.  Dove uno ha capito molto e l’altro abbastanza poco.

Chi ha capito molto, strano a dirsi è il Renzi, ragazzo che vien dalla campagna toscana avendo senz’altro stretta parentela con Bertoldo. Lui ha ben chiaro che una sconfitta anche in uno solo dei fronti sarebbe per lui pericolosissima e allora che fa? cerca alleanze anzi obbliga all’alleanza quelli che proprio amici suoi non sono. Lo fa con la Merkel, di cui s’è detto, e anche con i suoi avversari interni. Come dire: ripartisce il rischio sugli altri facendo scouting. Alla nascita del suo governo ha distribuito poltrone anche e forse soprattutto alla minoranza e così bersaniani, lettiani, prodiani, daleminani, civattiani nonché giovani turchi si sono trovati ministri, sottosegretari, presidenti di commissioni e responsabili di settori di partito o speaker ufficiosi . Uno anche presidente. E sono proprio gli ex a essere le vere teste d’ariete del governo Renzi che poi è come dire del renzismo. Che fare scouting per il Renzi è un attimo: viene dagli scout dove gli hanno insegnato che quando la partita è complessa la si scompone in tante piccole partitelle semplici. Facendo giocare gli altri. Soprattutto. Il caso di Vasco Errani è solo l’ultimo ed emblematico della fila: chiama un emiliano, ad oggi ancora bersaniano e non si sa per quanto, a parlare di territorio nel Lazio e nelle Marche. E già ottiene un risultato: Bersani, Seranza e Cuperlo  sono freddini con il comitato dalemiano del NO. La logica di Renzi è semplice, come spesso avviene per le soluzioni intelligenti (o furbe): dovesse andar male qualcosa nella ricostruzione chi mai lo potrà incolpare? Non certo gli altri del governo: hanno tutti votato Errani. Non certo la minorazna del Pd: Errani è dei loro. Non certo l’Europa: la Merkel, anche se cautamente un po’ si è esposta. Non certo i rabdomanti di scandali: c’è Cantone. Tombola. Comunque andrà Renzi avrà più di una pezza d’appoggio dalla sua.

E D’Alema? @MassimoLeaderPd nella sua spasmodica lotta contro il suo figliolo naturale sta puntando sul NO al referendum, tentando di diventarne il portabandiera. Solo e unico. Dopo aver vestito i panni della zia zitella e petulante che in modo civettuolo, così scrivevano i suoi adoranti intervistatori, dichiarava di occuparsi solo di grandi temi internazionali adesso s’è reso conto che è meglio essere il primo a Tusculo che il secondo a Roma. E allora dai convegni nei quattro angoli del mondo (che contano come l’acqua al Oktoberfest) è rientrato velocemente e spasmodicamente nella tanto negletta italietta. Solo che il D’Alema Massimo non ha colto un paio di questioni. La prima: se nelle urne prevarrà il NO (auspicabile) non sarà una vittoria che potrà intestarsi. In questo caso più che mai i padri saranno molti, moltissimi: dall’avvocato Besostri e i suoi colleghi che hanno presentato esposti di non costituzionalità in quasi tutte le procure della Repubblica, ai costituzionalisti che per primi bollarono la riforma come sbagliata,  all’Anpi, che sta litigando con i renziani, fino ai partiti di opposizione. Al massimo, il D’Alema, sarà un primus inter pares. Diciamo. Seconda questione: la sconfitta di Renzi (che s’è già cautelato mantenendo le date stabilite per il congresso di partito ed elezioni) al referendum non significherà, soprattutto all’interno del Pd, la rinascita e lo sdoganamento delle vecchie cariatidi come D’Alema, appunto, o Bersani e neanche dei giovani vecchi alla Speranza o Cuperlo. Questi non solo sono la causa del renzismo, ma soprattutto, non hanno una straccio di vera proposta politica da presentare al partito e al Paese se non voler rioccupare i posti da cui sono stati scalzati. Diciamo. Un po’ pochino per aspirare ad alcunché. Insomma una rentrée alla Artemio Altidori.

Artemio Altidori? Il pugile dell’episodio dedicato alla nobile arte da Dino Risi nel film i Mostri: non aveva capito che il suo tempo era passato anche se ricordava che «i cazzotti fanno male» È che il D’Alema fino ad ora ne ha presi pochi. Di cazzotti politici.

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