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giovedì 6 febbraio 2025

La Ragion di Stato

Qual è la definizione di Ragion di Stato? Di norma, cosa sta dietro questo concetto? Spiegare tutto con un lift speech.


.Nello stucchevole dibattito politico italiano delle ultime settimane ha fatto capolino il concetto di Ragion di Stato. È stato citato da alcuni occupanti gli scranni del Parlamento e del Senato e da qualche giornalista, in genere tra i più aggressivi e, sempre in genere, dei giornali di destra. Il concetto viene buttato là, come il menù in una trattoria da camerieri frettolosi, senza alcuna spiegazione del senso intrinseco ed estrinseco. Anzi, aggiungendo come carico da 11’, l’esoterica proposizione Interesse nazionale e, già che ci si è, patriottismo. Cosa sia la Ragion di Stato, con ogni probabilità, quasi nessuno dei parlamentari, portaborse e sottopanza inclusi è in grado di darne definizione ammesso che qualcuno abbia voglia di sentire sproloquiate sequipedali. Soprattutto, c’è da scommetterci, sarà in grado di sintetizzarlo in un lift speech. Provo, per burla, a sottoporre una versione: La Ragion di Stato è un atto politico (di base militare) confliggente con la morale. Magari dire che l’egoismo batte la morale 6-0, 6-0 ha lo stesso senso, ma con tutti i patrioti che circolano per lo stivale c’è il rischio che qualcuno se ne adombri. Magari senza motivo, se come viene attribuito a Samuel Johnson: il patriottismo è l’estremo rifugio delle canaglie. E a guardar le facce di certi patrioti o a scorrere certi curricula c’è da avere i polsi tremanti. Comunque, per tornare sul pezzo: la Ragion di stato venne codificata nel 1550 dopo che il Guicciardini disse: Quando ho detto di ammazzare o tenere prigionieri e’ pisani non ho forse parlato cristianamente, ma ho parlato secondo la ragione e l’uso degli stati, tanto per rendere edotti i più o i meno. Al dunque nel caso Meloni-Nordio-Piantedosi-Mantovano  la ragion di stato dove sta? Nei campi dove l’Eni sta conducendo le sue trivellazioni, negli italiani residenti in Libia per business e nei migranti che potrebbero essere liberati in un battito di ciglia ed arrivare a Lampedusa. Per poi, quota parte, farsi una crociera in Albania. Non è certo un ragionar da cristiani (Meloni: sono cristiana), ma così fanno i governi per arpionare consensi (Meloni: resteremo per i prossimi cinque anni). Tutto il resto è paccottiglia buona per la suburra.

Buona settimana e buona fortuna.



[1] Si intende per lift speech la sintesi massima di un concetto, di norma complesso, esplicitato nello spazio che intercorre ad un ascensore per passare da un piano all’altro.

[2] Dialogo del reggimento di Firenze, II, p. 163, ed. Palmarocchi

 


domenica 5 marzo 2023

Una risposta per Giorgia

Dagli Emirati Arabi la Meloni Giorgia lancia agli italiani tutti una sfida sulla strage di Cutro. Il tono e il merito ricordano il discorso del 3 gennaio 1925. Per essere fascisti non è necessario salutare romanamente, portare il fez o collezionare busti del duce.


L’antefatto: nella notte del 26 febbraio a Cutro, Calabria, un caicco con a bordo 160 o 250 persone va a battere contro alcune rocce e va in mille pezzi. Effetti collaterali: 81 migranti si salvano, ad oggi vengono raccolti i cadaveri di 70 persone  e quelli che mancano per arrivare a 160 o 250 sono dati per dispersi. Chissà se il mare ne restituirà i corpi e quando. Fino a ieri, 3  marzo, la Presidente del Consiglio Meloni Giorgia sul fatto non ha spiccicato parola. Oggi finalmente, 4 marzo, dagli Emirati Arabi, la Meloni Giorgia, Presidente del Consiglio si è decisa a parlare, l’ha fatto davanti alle telecamere, e ha posto la domanda dirimente: «Davvero qualcuno ritiene che il governo volutamente abbia fatto morire i migranti?» E poi ha aggiunto «C’è qualcuno che in coscienza pensi questo?». Naturalmente ha sostenuto che il governo si è occupato del caso: sia il ministro Piantedosi Matteo sia il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Mantovano Alfredo, sono stati a Cutro e tanto basta. Meglio se il Piantedosi Matteo non ci fosse andato o fosse stato zitto. Infine ha aggiunto «Frontex non ci ha informato del pericolo». Scusa più puerile non era facile trovare. Dalla Meloni Giorgia ci si aspettava qualcosa di più. Molto di più. Comunque alla Meloni Giorgia, visto che ha fatto una domanda precisa: «Davvero qualcuno ritiene che il governo volutamente abbia fatto morire i migranti?» va data una risposta ugualmente chiara e precisa: «Sì». Meloni Giorgia, io ritengo di sì. D’altra parte tutta la sua storia dice di sì. Ricorda onorevole Meloni Giorgia quando voleva il blocco navale, che sostanzialmente significava far affogare i migranti o ricacciarli nei lager nazisti dei libici? Ricorda quando diceva che l’immigrazione era uno, se non il principale, problema della nazione? Ricorda onorevole Meloni Giorgia quando sbraitava io sono Giorgia, sono una donna, sono una mamma, sono cristiana, lo faceva a Roma e l’ha fatto  all’adunata dei fascisti di Vox? Ricorda quando diceva prima gli italiani? Ricorda della sua legge sulle navi delle ong di poter fare un solo salvataggio a viaggio e se nel percorso per andare a sbarcare il carico residuale, parole di Piantedosi, avesse caricato altri migranti ecco arrivare multe e sequestro? E ricorda come le destinazioni delle navi delle ong sia sempre più lontana? Ricorda le destinazioni di Ancona e Livorno? Giusto per dirne due. Proprio dietro l’angolo rispetto al canale di Sicilia. Quindi onorevole Meloni Giorgia, sì ritengo in coscienza e guardandola dritta negli occhi che il governo abbia voluto far morire i migranti. Magari non proprio quelli, ma i migranti in genere. La sua ultima dichiarazione riecheggia nella forma e anche nella sostanza, un discorso sciagurato pronunciato il 3 gennaio 1925. Per essere fascisti non è necessario alzare il braccio nel saluto romano, calzare il fez, collezionare busti del duce. Magari essere intolleranti, discriminare i diversi per religione, sesso e colore della pelle è più che sufficiente. Programmare il Consiglio dei Ministri a Cutro suona solo beffardo. Magari in coscienza potrà rispondere a sé stessa.

Buona Settimana e Buona Fortuna.

mercoledì 1 marzo 2023

Piantedosi il Kennedy 2.0

 Nel 1961 John Fitzegarld Kennedy incitava i giovani americani a gettare il cuore oltre l’ostacolo e ad impegnarsi per il proprio paese. Oggi, più modestamente, il Piantedosi Matteo lo dice ai migranti. Chissà se capiranno.


Quando John Fitzgerald Kennedy, 35° Presidente degli Stati Uniti, il più giovane, entrò alla Casa Bianca il cuore del suo discorso fu:«Non chiedete al vostro Paese cosa deve fare per voi, chiedevi cosa voi potete fare per lui». Era l’inizio della nuova frontiera. Era il 1961. A sessantadue anni di distanza la stessa frase ha avuto nuovamente gli onori della cronaca. Questa volta non a proposito di una nuova frontiera, non a proposito di giovani idealisti con l’ambizioso sogno di far diventare il proprio paese più ricco, più giusto, più vicino alla felicità. Questa volta la famosa frase, mal compresa, mal digerita e mal riportata, è stata ripetuta dal Piantedosi Matteo, ministro degli Interni della Repubblica Italiana, per biasimare chi scappa dalla guerra, dalla fame, dalle persecuzioni etniche e religiose e dalla miseria ed è alla ricerca di briciole di felicità. Briciole per raggiungere le quali mette in conto di passare anni per avvicinarsici e magari finire in un lager sul modello di quelli nazisti e, se tutto va bene, imbarcarsi su una bagnarola con la 
buona probabilità andare a fare compagnia ai pesci. Questi fuggitivi, vengono Iraq e Iran e Afganistan e Siria e anche Turchia, sono dei vili. Pusillanimi e anche egoisti, capaci solo di arraffare qualsiasi cosa possano dalla scarna carne viva dei loro paesi. Invece di scappare, lui, il Piantedosi Matteo, ministro degli Interni dell’Italia, se fosse nato in Afganistan lì sarebbe rimasto, se fosse nato in Iraq lì sarebbe stato, se fosse nato in Iran lì sarebbe stato, se fosse nato in Siria lì sarebbe stato e se fosse nato in Turchia lì sarebbe stato. Lì sarebbe stato a fare cosa? A domandarsi cosa avrebbe potuto fare lui, il Piantedosi Matteo, per il proprio paese. E, senz’altro in un battibaleno avrebbe avuto la risposta: solida, forte, folgorante, adamantina e salvifica. Lui il Piantedosi Matteo si sarebbe messo a combattere la guerra, la fame, la miseria, le malattie, le persecuzioni e, già che c’era , anche i terremoti. E naturalmente in quattro e quattro otto ne sarebbe uscito vincitore. Come facciano quei miserabili dei profughi a non capirlo è domanda filosofica su cui si stanno scervellando i migliori crani d’Europa. Il Piantedosi Matteo tra questi. Una domanda: ma perché il Piantedosi Matteo non si trasferisce là, magari in tour, paese dopo paese, a lanciare la sua parola d’ordine e a guidare la vittoriosa rivolta proletaria? E poi una piccola considerazione: tra le tante cose che un cittadino può fare per il suo paese, qualsiasi esso sia, ce n’è una che non costa niente, è facilissima da mettere in pratica e comporta nessuna fatica: non dire bischerate.  Già questo sarebbe un bell’aiuto al paese. 

Buona Settimana e Buona Fortuna